Fabrica Ecclesiæ
La ricomposizione
del duomo di Sant'Andrea apostolo di Venzone
Atti del convegno tenutosi a Venzone il 28-29-30 settembre 1995
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Lavori del convegno - III giornata
Il programma prevede un
primo intervento dell'arch. Stefano Gizzi, della Sovrintendenza del Lazio,
che si è occupato di recupero di aree archeologiche. Poi l'arch. Martines,
dell'Ufficio speciale per Grandi progetti del terremoto dell'Irpinia, che
quindi ha una esperienza abbastanza simile alla nostra ma poi saremo curiosi
poi di sentire cosa è avvenuto là. Poi parlerà il prof.
Vincenzo Petrini, ecco io non lo presento perché amico ormai da tantissimi
anni, più di dieci, e ha fatto quindi un percorso con noi e speriamo
che questo percorso poi continui per altri progetti che Venzone sta avviando.
Dopo l'intervallo parlerà l'arch. Roberto Cecchi e fino a pochi giorni
fa, della Sovrintendenza per la Calabria, attualmente Ispettore centrale al
Ministero, collaudatore del Duomo. Quindi un'altra persona che speriamo sia
arrivata a Venzone e con Venzone continui un po' di strada.
Per il progetto su Venzone, che vogliamo oggi presentare, perché prenda
l'abbrivio, ci saranno Francesco Marini e Alberto Moretti, due giovani Venzonesi
a cui, speriamo, noi, diciamo della passata generazione, di dare il testimone
perché portino avanti, per i prossimi vent'anni, questa tensione ideale.
E poi per una riflessione sui temi del Convegno in generale, concluderà
Marisa Dalai Emiliani che amiamo tantissimo. L'intervento conclusivo di Mario
Serio non ci sarà, pensiamo che possa farlo il dr. Roberto Cecchi,
perché ha un altro impegno mi pare a Berlino.
Ecco, io come moderatore darò la parola però mi riserverò
anche, spero, solo dieci minuti ma se saranno dodici porterete pazienza, per
dire alcune parole che raccolgano un poco questa esperienza di vent'anni di
lavoro, non a Venzone perché parleranno di questo Alberto e Francesco
ma per vedere, un po' a conclusione, a diciannove anni, che cosa ha voluto
dire questa ricostruzione per il Friuli.
Subito vorrei dare un
ringraziamento, molto vivo e sentito, alla Provincia di Udine che ha voluto
prima e ha confermato in extremis, tre giorni fa, questo Convegno per cui
sarò una di quelle che hanno promosso il Convegno e quindi parte attiva
anche e avrà quindi interesse alla pubblicazione degli atti. Ringrazio
anche di questa occasione la Fabbriceria del Duomo di Venzone perché
dà la possibilità anche di fare un punto a Venzone, dopo diciannove
anni. Da più parti, in questi ultimi sette-otto anni, si sono alzate
delle voci che chiedevano un momento di riflessione: "Che cosa ha voluto
dire il terremoto e la ricostruzione in Friuli". Ecco, non queste voci
che ormai sono più isolate perché altri eventi arrivano prepotenti
e preponderanti. Però è necessario che una popolazione, che
una cultura, dopo un evento così straordinario, che ha portato sconquassi
e che ha fatto fratture profonde nella sua identità culturale, fra
quello che era prima e quello che era dopo, faccia una riflessione sugli aspetti
sociali, culturali, tecnici e finanziari che questo evento enorme ha provocato.
Ecco noi speriamo e se ci sono delle forze qui locali e specialmente da parte
della Regione ma anche da parte dei Sindaci, che hanno lavorato in questo
periodo, si possa fare il prossimo anno un momento reale di riflessione nel
ventesimo che non si risolva però in una carrellata di belle fotografie
di interventi privati, pubblici, ben riusciti o meno, come si è soliti
fare in queste occasioni.
Ecco, pensiamo che il Friuli con questa ricostruzione possa raccogliere e
dare moltissime, un grande contributo di esperienze, di conoscenze. Contributi
che potrebbero servire per altre occasioni: non sono servite. Noi ci siamo
precipitati in Irpinia, nell'80-'81, avevamo cinque anni di esperienza, come
erano venuti da noi quelli del Belice che avevano già dieci anni di
esperienza, per dire, perlomeno, non fate i nostri errori. Abbiamo visto e
vediamo il problema del Piemonte adesso, anche se un altro evento è
questo dell'alluvione ma le caratteristiche e i metodi di intervento sono
simili se non quasi uguali, vediamo che ogni esperienza in Italia, ma forse
non solo in Italia, resta isolata e ogni volta si riprende dallo stesso punto
di partenza come se niente, in altre parti, fosse fatto. Ecco perché
vale la pena comunque di parlare della ricostruzione del Friuli se non altro
perché è una ricostruzione avvenuta cioè è una
ricostruzione che si è realizzata: è la prima volta che capita
in Italia. Né le esperienze del Vajont prima, di apice, e poi del Belice
quindi dell'Irpinia, successiva alla nostra, e attualmente quella del Piemonte,
pare, dicono, che sia possibile un'esperienza che possa ricostruire, ripristinare
quasi il 100% dell'intero danno sostenuto.
In Friuli dal '77, con la prima Legge, all'87, quindi circa dieci anni, 12.000
miliardi sono piovuti, sono giunti. Una valanga enorme, finanziaria, che ha
investito una debolissima, sconosciuta area, posta al confine con un'Austria
- pensiamo un momento, è difficile anche per me, ecco, pensare a vent'anni
fa - con un'Austria neutrale, politicamente, non come persone singole che
abbiamo avuto moltissimi amici. Però neutrale se non ostile in questo
suo isolamento che la metteva cuscinetto di due realtà: a nord e a
est una ancora sconosciuta Jugoslavia che maturava, ma non lo sapevamo, la
grande tragedia che ora si sta consumando. Eravamo una zona di confine e quindi
l'Italia intera non ci conosceva perché non dovevamo, probabilmente,
essere conosciuti e perché eravamo nel confine con questa parte che
era questo il mondo del comunismo e infatti, dopo, abbiamo scoperto il perché
anche di queste situazioni. Gladio, per esempio, è una elle realtà
che sono uscite fuori e che hanno a noi spiegato il perché di certe
situazioni che probabilmente non capivamo prima.
Bene: la ricostruzione è, anche con questi aspetti negativi, è
riuscita perché si sono verificati due fatti sostanziali: lo Stato
che ha emanato tre leggi quadro di finanziamento, ha dato delega alla Regione.
Eravamo nel '76 e le Regioni italiane si sono costituite nel '70. Sì
la Regione Friuli-Venezia Giulia è una Regione a Statuto speciale,
poco speciale comunque, ed è stato quindi il primo tentativo in cui
lo Stato abbia dato fiducia a una Regione, delegando tutta questa massa di
finanziamenti. Ma la Regione ha fatto due cose: ha dato un passaggio ai Comuni,
che in effetti hanno gestito, con delega, proprio alla spesa e quindi con
enormi responsabilità che non vengono ora riconosciute, i finanziamenti,
creando, a Udine, e quindi decentrando o mettendo al centro del terremoto,
un ufficio, la Segreteria Generale Straordinaria, dove operava un Ufficio
Operativo Centrale composto da tutte le parti politiche. Ecco, la Regione,
attraverso la Segreteria, coordinava gli interventi dal punto di vista sia
tecnico-finanziario e ha emanato grandissime e ha anche, per quei tempi, importanti
documenti tecnici, ricordo il DT5, il DT8. E' intervenuta sugli appalti, è
intervenuta sugli accorpamenti e quindi si è instaurata attraverso,
prima il Commissario Zamberletti che ha coordinato e in effetti abbastanza
positivamente i primi momenti del terremoto, poi con la Segreteria Generale
Straordinaria l'apparato legislativo e quindi l'apparato locale. Si è
creata un'enorme cordata che è stata, in effetti, la base della ricostruzione.
Io ricordo allora che prima di emanare una legge la Regione chiamava tutti
i Sindaci che davano delle indicazioni, si faceva una legge dopo si tentava
l'applicazione sul territorio. I Sindaci venivano di nuovo chiamati a vedere
se c'era necessità di ulteriori modifiche allo scopo di ricostruire.
Ebbene io penso che in questi anni la Regione Friuli-Venezia Giulia abbia
legiferato in un modo spaventoso con tantissime modifiche ma sono state queste
modifiche che hanno sempre e continuamente tarato l'intervento, a rendere
poi effettiva la ricostruzione. Lo Stato, da parte sua, ha erogato, con un
flusso abbastanza continuativo, i finanziamenti e quindi questo rapporto Stato-Regione-Comuni
ha consentito che la macchina, partita in modo stentato perché non
c'erano esperienze precedenti, continuasse a macinare soldi, mattoni, cemento,
ecco. Ma questo ha anche rappresentato il punto mancante, forse no, di tutta
questa situazione. Il Friuli che ha saputo macinare soldi, cemento e mattoni,
non si è guardato dentro e non ha riconosciuto, non ha voluto, non
ha potuto riconoscere, anche la sua anima culturale per cui centri storici
devastati, completamente cancellati. Probabilmente la Segreteria ma non è
una colpa certamente, la Segreteria se avesse avuto una coscienza del valore
etnico ma dicevamo eravamo in quella situazione politica anche nel '76, culturale
di questa Regione al Confine, plurilingue, plurietnica, avrebbe cercato di
creare anche un coordinamento culturale che quindi guardasse non solo a una
ricostruzione materiale ma anche a una ricostruzione culturale, per esempio,
attraverso il recupero di monumenti e il recupero di tutto il materiale che
la nostra cultura aveva prodotto in quei mille anni.
Ecco, in questo settore, forse se ne è parlato in questi giorni, la
Chiesa friulana è stato l'unico punto di aggregazione che ha dato alcune
indicazioni in questo punto. Ecco, il Friuli non conosceva, probabilmente,
a profondo la sua identità storica e quindi è stata, oppure
era fragile, la cultura friulana, l'intelligenzia, l'ho detto più volte
e non me ne rammarico, è stata assolutamente assente da questa elaborazione.
La massa di soldi, di finanziamenti, di tutto questo intervento lavorativo
ha senz'altro creato profonde fratture fra il Friuli di prima e il Friuli
di poi. Il fatto poi materiale che ormai si sia abbastanza risolta anche la
struttura della famiglia friulana, della casa friulana, del modo di vivere
friulano. Ecco i soldi che non erano riusciti negli anni passati, sono riusciti
velocemente, dieci anni, a renderci omogenei anche come richieste e anche
come modo di pensare, anche come cose da volere, al resto dell'Italia e al
resto dell'Europa e adesso anche al resto del mondo.
Cosa è successo, però? Che questa valanga ha creato una parentesi:
il Friuli sta riprendendo le valigie in mano e pur lasciando case belle, molto
più di prima. L'occupazione è calata anche perché non
è un'isola, riprende in sé tutti i problemi dell'Italia e del
mondo. Certamente che è stata una massa enorme di finanziamenti che
ha creato in quel momento una grande esplosione che però non ha lasciato
poi niente sul territorio. Non è che a Venzone si siano aperte più
attività e che ci siano più posti di lavoro in tutta l'area
terremotata. Ecco, in questo io credo che sia l'errore di questa ricostruzione.
L'errore tecnico ed è un errore che, vedo, è stato riproposto
anche in altre situazioni e mi avvio alla conclusione di questo momento di
riflessione. L'errore è che ogni volta, ogni qualvolta si parla di
ricostruzione la legge italiana - e siccome capita in aree disastrate, fortemente
indebolite da processi emigratori e di emarginazione - nella legge prevede
sempre la rivitalizzazione e lo sviluppo. Quindi ricostruzione, rivitalizzazione
e sviluppo: legge per lo sviluppo terremoto dell'Irpinia, della Campania,
del Friuli. Io, scherzando con gli amici, dicevo sempre: è come se
una persona zoppa normalmente, perché emarginata, perché debole,
col terremoto gli venisse azzoppata anche l'altra gamba e quindi a una persona
senza gambe venisse dato un forte impulso perché corra due volte più
di prima di quando aveva una gamba sola. Questo è quello che succede.
Questo muore, stramazza, non riesce a usare i fondi oppure deve chiedere aiuto
a forze esterne. Ecco in Friuli, nell'ultimo periodo, anche perché
c'è stato l'aggio taggio del cemento, ogni primavera, e quindi gli
appalti andavano deserti, c'erano dei rialzi addirittura del 40-50%. Sono
arrivate in Friuli anche le grandi strutture e quindi siamo arrivati proprio
nel momento di quel grande problema italiano. Qua si sta un po' dipanando,
però che è stato un poco il discorso di queste grandi imprese
statali. Non oserei parlare di tangentopoli però qualche influsso esterno
è arrivato anche in Friuli per cui l'Italstat, l'Italposte sono arrivate
e quindi hanno portato via anche dei finanziamenti che dovevano restare in
luogo e anche costruendo strutture è stata motivo, la legge sul terremoto,
per costruire, per esempio: autostrada, rinforzare questa grande viabilità
che ci ha visti diventare un punto di corsa verso la Slovenia che ci sta ormai
sorpassando nella sua corsa verso il marco, e quindi tutta la nostra area
è diventata il nostro canale poi, da Venzone verso il Canal del Ferro,
Valcanale, è diventata una serie di arterie che portano flussi fuori
e che non lasciano qui. Ecco, questa ricostruzione poi, in ordine secondario,
non ha avuto un momento di flessione iniziale, probabilmente, ma sono spunti
che io do agli altri. Avevamo troppa paura di perdere il treno, troppa paura
di non riuscire a ricostruire per avere la volontà e la voglia di perdere
un anno a pensare su quello che volevamo, su un progetto per il Friuli nuovo.
Abbiamo ricostruito, ricostruito, ricostruito pensando che quello potesse
bastare. Era forse necessario pensare a che cosa voleva fare il Friuli per
la sua montagna, per le zone di collina, con un progetto globale di quello
che il Friuli voleva essere anche per l'Europa. Non l'abbiamo fatto, si è
ricostruito anche completamente paesi in cima alle montagne che adesso non
hanno più neanche abitanti. Quindi una parte anche della ricostruzione
e andata a case abitate pochissimo allora e ora completamente disabitate.
Ecco, terminando, c'è quindi un discorso di ricostruzione, quindi di
orgoglio. Abbiamo ricostruito e invece c'è un aspetto negativo, c'è
bisogno di una riflessione, c'era bisogno, non siamo riusciti a farla, perché
la situazione riprenda e il terremoto non sia visto come una cosa chiusa ma
possa protrarre i suoi effetti anche successivamente in questi momenti di
sviluppo e di valorizzazione. Venzone, e poi lascerò la parola, è
stato una caso che ha seguito, inserito completamente in questo discorso sia
economico sia finanziario. Ha avuto però un diverso approccio per un
fatto completamente estraneo. La Sovrintendenza non si ricordava, oppure non
sapeva, oppure non erano i tempi in cui si poteva dire: Venzone è un
complesso monumentale. C'era il terremoto. D'altra parte i vincoli imposti
avevano creato un odio a Venzone contro questi beni, li avrebbe eliminati
veramente in modo veloce. Ha avuto quindi modo occasionale la presenza di
tre, quattro persone che si sono messe a fermare le ruspe e da lì è
partito tutto. Tutta questa ricostruzione diversa che ora vuole riproporre
un progetto perché questo sforzo enorme, questa esperienza grandissima,
vissuta qua insieme agli altri non venga chiusa ma possa portare per Venzone
un futuro, speriamo, più forte delle prospettive che adesso ha questo
territorio. Ecco ma di questo parleranno poi Alberto Moretti e Francesco Marini.
Vi ringrazio dell'attenzione e passo adesso la parola a Stefano Gizzi che
parlerà sui "Problemi relativi all'anastilosi nel restauro archeologico".
Grazie.
Stefano Gizzi - Problemi
relativi all'anastilosi nel restauro archeologico
La ringrazio e volevo
anche ringraziare, naturalmente, tutta l'organizzazione e gli amici che hanno
avuto la cortesia di invitarmi.
Lavorando io in una Soprintendenza archeologica, che è quella del Lazio,
per il Lazio, mi sembrava interessante porre qualche breve spunto di riflessione
su quelle che possono essere le analogie e le differenze naturalmente di comportamento
e anche di idee tra le anastilosi (o anastìlosi che dir si voglia)
nel campo archeologico e quelle nel campo architettonico come nell'esempio,
stupendo, che abbiamo visto, che ho visto per la prima volta a Venzone.
Naturalmente una prima questione, una prima differenza basilare e ovvia che
si pone è quella relativa al valore dell'uso che per il rudere, come
caso estremo, può essere soltanto un uso contemplativo o didattico,
mentre nel campo architettonico, questo di Venzone, di una Chiesa, di una
Cattedrale, esiste invece come fonte primaria, come essenza, quello di un
recupero di questo valore d'uso che può essere non solo religioso ma
anche simbolico.
Ma già qui, naturalmente, il pensiero corre subito a Alois Riegl e
alla sua distinzione di valori d'uso. Riegl come noto distingueva varie gradazioni,
vari tipi di valori: valore di antichità, valore storico, valore d'uso
e tante altre e nessuna delle quali naturalmente doveva prevalere sulle altre,
dovevano equilibrarsi.
Una prima questione, secondo me, da porsi è questa: c'è una
identità tra valore d'uso e autenticità d'uso? Cioè,
voglio dire: nel ritorno ad un valore che può essere quello di una
cerimonia religiosa o di una funzione sacra, prima e dopo il terremoto, se
questo valore d'uso è preminente e resta costante, questa è
la stessa cosa di una autenticità d'uso oppure questa autenticità
perde comunque un qualcosa e si sminuisce anche se il valore rimane uguale?
Quello dell'uso naturalmente potrebbe essere un valore, noi possiamo attribuirgli
un valore, ma non è, non nasce valore in quanto tale, è sempre
una attribuzione umana che viene data a questa aggettivazione. Naturalmente
quando si parla di anastilosi, nel campo archeologico, si pensa subito alla
Grecia, ai primi esempi di anastilosi che nacquero nell'Acropoli di Atene
nell'800. E qui mi sembrava interessante porre un dubbio sulla interpretazione
lessicale proprio del termine anastilosi che è posta da un archeologo
greco, Dimakopulos, il quale contesta una accezione che è stata sempre
data, finora, anche da Sanpaolesi, che anastilosi volesse derivare da anà
cioè "su" e stilos come "colonna". Dimakopulos
invece ritiene che questa dizione non sia del tutto esatta e propone quella
di anà stilos come "stele", quindi qualunque pietra, lavorata
o non , che possa venire rimessa su. E una cosa ancora più interessante
è che egli ha scoperto che questo termine, di anastilosi, per la prima
volta viene usato in ambito religioso. Nasce nei circoli religiosi ortodossi
greci e, sembra, che la prima volta in cui venga usato è l'843 dopo
Cristo, quando, a seguito della vittoria sugli iconoclasti, si usa il termine
di anastìlosis ton iconos nel senso di restituzione, restituzione delle
immagini. E quindi è oltre modo interessante vedere anche questo aspetto
di ordine simbolico e ancor più interessante che poi oggi, in Grecia,
invece il termine anastilosi non abbia il significato restrittivo che ha da
noi ma significhi semplicemente restauro, mentre da noi è questa operazione
molto chiara e restrittiva di rimettere in situ qualche cosa di esistente,
soprattutto in pietra da taglio.
Poi c'è un'altra questione che viene posta da vari studiosi attuali,
non ultimo Tiberi, il quale ritiene che non si possa parlare di anastilosi
se non quando si usino soltanto e unicamente pezzi autentici, senza alcuna
integrazione. Io, in realtà, non conosco, credo, se non personalmente,
due casi in cui sia stato soltanto utilizzato unicamente materiale originario
in campo archeologico: uno è quello, riportato anche da Zander, di
un rialzamento a Persepoli di un pilastro nella "Sala delle cento colonne".
Un altro è avvenuto a Roma, nel Foro romano, ed è un pilastro
della Basilica Giulia. Due casi in cui è stato riutilizzato soltanto
il materiale esistente. Questa questione posta da Tiberi però non è
solo un "bizantinismo" perché, secondo me, ci pone di fronte
a un'altra riflessione: è giusto fare soltanto una questione di percentuale
matematica - o comunque di quoziente di parti originali e parti aggiunte,
come se di anastilosi si potesse parlare soltanto quando, per esempio, noi
abbiamo più dell'80%, che è anche quello generalmente accettato
- oppure noi possiamo parlare di anastilosi anche in altre occasioni? Quindi
questo è un primo punto di riflessione.
Seconda cosa, posta sempre da Tiberi, è il fatto della possibilità
di rimontaggio come se questi monumenti potessero essere assimilati, lui dice,
a delle macchine. E' chiaro che lui si pone anche il problema del preventivo
smontaggio e rimontaggio e distingue naturalmente il caso di monumenti che
non sono mai stati smontati - per pensare alla Grecia: il Partendone - con
monumenti invece che già hanno avuto uno o più smontaggi - non
so: il tempietto di Atena a Nike, che è già al terzo tentativo
- e lui dice stiamo attenti perché non sono macchine che possano essere
smontate e rimontate a piacimento ma si tratta di monumenti in cui, a volte,
proprio per il fatto di essere ruderi e di avere una autenticità propria,
noi non dovremmo avere il diritto - è una sua opinione - di sovrapporre
il nostro tempo, la nostra autenticità su di loro, su di essi. Anche
qui però si pone, secondo me, un'altra questione che è quella
di vedere se questa autenticità di uso è un qualcosa di intrinsecamente
connesso al monumento o invece si può parlare di una autenticità
nostra, cioè della nostra cultura, che va ad operare in maniera autentica
sull'oggetto e, in questo caso, mi sembra, che una soluzione utile sia quella
proposta dalla scuola tedesca, germanica e anche austriaca, sempre in campo
archeologico, e soprattutto da uno studioso austriaco, che si chiama Huber
Frederic Himmer, il quale ha condotto numerosi operazioni di anastilosi in
Asia Minore a Efeso sulla Biblioteca di Celso e anche, in parte, sull'arcadiané,
sul colonnato di Efeso, il quale parla, riprendendo lo spunto da un articolo
14 della Carta di Venezia, del problema della continuità della forma.
Cioè : in alcuni casi la forma prevarrebbe sulla materia per cui noi,
per ridare continuità alla forma, potremmo forzare, in qualche modo,
l'autenticità materiale dell'oggetto, in campo archeologico, ed arrivare
a una ricostruzione parziale, totale, diretta o indiretta. E qui mi riferisco
pure ad un'altra differenziazione che viene proposta sia dall'Intermertenz
dell'Istituto archeologico germanico, sia da Carbonara, su una distinzione
tra anastilosi diretta o indiretta, parziale o totale. Secondo Carbonara una
anastilosi indiretta va più propriamente riferita ad esperienze di
presentazioni museali, quando i frammenti sono minutissimi, ed il termine
indiretto però non starebbe tanto a significare un qualcosa di improprio,
quanto una forma di anastilosi operata per necessità, caso che potrebbe
essere analogo a quello di Venzone, dove per la grande quantità di
lacune e mancanze, non è questo il caso, sopra un supporto moderno,
dice Carbonara, si espone, nella loro reciprocità, però di posizione
originale, vengono esposti i pezzi con un significato allusivo. Lui pensa
ad esperienze museali di tipo ungherese, quali quelle condotte a Budapest,
ma io penso anche ad alcune operazioni condotte, per esempio, al museo civico
di Padova dove, su supporti moderni, sono stati ricollocati dei frammenti
lapidei senza alcuna integrazione. Ora, in questo senso, io non vorrei parlare
di integrazione perché qui si aprirebbe un altro settore su sui esiste
una letteratura vastissima che poi è stata raccolta in maniera formidabile
da Francesco Doglioni. Credo però interessante proporre alcune prove
di anastilosi che sono state condotte appunto, ultimamente in Grecia e anche
in Italia, sia da Corres, che ha riproposto, all'esterno del Partenone, una
prova di rialzamento di un ordine dorico interno che si riferiva al Partendone
pre-pericleo e lui ha ricomposto questa prova senza alcuna aggiunta. La stessa
cosa è stata fatta a Delos dai francesi in alcuni esempi di sepolcri
rotondi e anche ad Olimpia abbiamo alcuni pezzi del buleuterion, per esempio,
ricomposti come prova. I tedeschi le chiamano "architecturproben"
cioè prove di anastilosi che potrebbero poi rinviare, rimandare ad
un restauro mentale, un restauro evocativo che è quello che poneva
Longhi poi nel suo famoso articolo su Ulisse, mi sembra, in cui parlava appunto
della possibilità di un restauro puramente mentale o evocativo. A questo
si contrappone, naturalmente, l'altra possibilità che è quella
propugnata anche dal prof. Marconi cioè di vedere invece l'anastilosi
come una cosa di utile anche per uno scopo statico. Ricordo che il prof. Marconi
parlando, per esempio, della possibilità della ricomposizione di un
ordine o della trabeazione dell'Eretteo, la giustifica - anche le prove fatte
da Corres, quattro ipotesi fatte per il Partendone - la giustifica per un
motivo di migliore funzionamento proprio statico della struttura per cui una
volta rialzati, questi pezzi, con alcune aggiunte compatibili, funzionerebbero
meglio dal punto di vista statico. E' strano che oggi invece, dal punto di
vista di alcuni strutturisti, alcuni ingegneri, si ponga invece la questione
se, in alcuni casi, nel campo archeologico, sia meglio, cioè non ci
diano più informazioni, addirittura opere lasciate in terra. Per esempio:
secondo alcuni strutturisti - D'Agostino, Croci - le informazioni che noi
possiamo avere dalla disposizione a terra dei rocchi delle colonne di Olimpia,
del tempio di Zeus, oppure anche di alcune di quelle dell'Olimpieion di Atene
in cui si vede molto bene la sequenza dell'onda sismica, sono superiori a
quelle che noi avremmo se queste colonne venissero rialzate, sia dal punto
di vista figurativo, sia proprio per il numero di informazioni che ci verrebbero
fornite dallo studio, dall'analisi di come si è verificato il sisma.
La questione poi è strana perché da Brandi, anche in Brandi
che l'aveva posta per la prima volta, non si aveva una risposta univoca. Tant'è
vero che egli stesso, in un primo articolo che aveva scritto sul corriere
della Sera: "E' sempre giusto ricostruire un tempio" si riferiva
ad un esempio di Selinunte, dava una interpretazione del tutto negativa, di
questo tentativo di anastilosi. In altri casi, invece, ne dava un senso positivo,
una possibilità positiva, quando - e questo veniva riferito a - c'era
un dibattito anche con Rosario Romeo all'epoca, si riferiva ad alcune operazioni
condotte da Tusa, dal Sovrintendente Tusa in Sicilia, in cui invece apprezzava
questi tentativi di ricostruzione. Questo per dire che non esiste naturalmente
una regola ma c'è sempre una necessità di valutare caso per
caso. Rispetto ad alcune posizioni odierne, per esempio, si potrebbe richiamare
una posizione di Feilden che ritiene che comunque in qualsiasi anastilosi
si perda qualcosa ed è sempre possibile, c'è sempre un rischio
altissimo di possibilità di errore. Ciò non toglie che Feilden,
da parte sua, non sia stato anche del tutto favorevole invece ad alcune ricostruzioni
operate in Inghilterra o in Belgio, da Lemer, eccetera.
In sostanza, e poi non voglio rubare altro tempo, lascio la parola a Ruggero
Martines, mi sembra che la questione sia del tutto aperta e che va sempre
valutata la questione caso per caso. Va anche valutata diversamente la possibilità
di poter recuperare o meno questa autenticità sia d'uso che autenticità
di altro tipo, partendo appunto dal caso zero limite che è quello del
rudere fino ad arrivare a questa possibilità di riproporre la nostra
autenticità della cultura attuale su quella del passato. Mi piacerebbe
però, se poi ci sarà spazio per un eventuale dibattito, sapere
anche l'opinione degli altri relatori, del pubblico: se in questa restituzione
che noi abbiamo, per esempio, in Venzone c'è una equiparazione, una
identità tra questa autenticità d'uso e il valore d'uso o se
comunque qualcosa sia cambiato.
Lascio adesso la parola a Ruggero Martines che invece ci cala in problemi
molto più concreti, teorici ma anche concreti, credo.
Ruggero Martines - Riflessioni sui problemi della ricostruzione dopo il terremoto
Il terremoto è
iconoclasta. E' iconoclasta sotto molti versi. Io cercherò, rifacendomi
a quanto diceva la dott.a Calderari, Miriam Calderari, l'amica Calderari e
l'amico Stefano Gizzi, di tracciarne alcuni.
Il segnale dell'entropia del pianeta, il pianeta è un essere vivente,
è inanimato ma vivente. Si riappropria della sua capacità di
trasformare la realtà, cancella in un istante l'uomo e la storia dell'uomo.
E l'uomo si ribella e di conseguenza retro agisce l'atto iconoclasta della
natura, riporta la natura al suo dominio e ricostruisce. E' un istinto, prima
di tutto. La ricostruzione è un istinto, è una volontà.
Ci sono popoli che si sono conformati alla ricostruzione: i giapponesi, per
loro antica tradizione, costruiscono le case in legno e tutte a incastro,
eppure, per luogo, dovrebbero appartenere alla civiltà della pietra.
Non vi appartengono per tradizione culturale e per volontà ricostruttiva.
Altri popoli, in altri luoghi, in cui il terremoto è costante, invece,
costruiscono in maniera debole, nel senso che le case hanno la capacità
di disperdere energia. Mi riferiscono ai popoli degli altipiani, a quelli
del Pamir, a quelli dell'Iran che d'abitudine costruiscono grandi muri, quasi
a secco, e case bassissime capaci di resistere al terremoto. Ma anche i greci
che colonizzarono l'occidente - ho presente il caso di insediamenti greci
di V° secolo A.C., per esempio a Veglia - costruivano sempre in terra
battuta, in pisé, sicché il terremoto era un evento previsto
e programmato nella storia della loro esistenza.
Venzone, l'Irpinia, il Belice, sono terremoti recenti. L'uomo positivista
cancella la capacità della terra di riappropriarsi di certe sue energie
o di liberarle e tende quindi a fermare, con la sua positività, la
costanza della sua azione. E sono immagini, sono problemi, ieri mi pareva,
girando per questa bellissima città, che, in dissolvenza, potessi vedere
Gibellina. Oppure, mi sembrava, che una città di 2000 abitanti che
si era potuta permettere un Duomo come quello di Venzone, giustamente rivendicasse
18 miliardi per ricostruirlo. Sono fidi, sono segnali: 18 miliardi per 2000
abitanti non so quanto faccia per abitante. Un re illuminato - sto pensando
a qualche Borbone di prima maniera - si era posto il problema di ricostruire
la Val di Noto ma non ha mai pensato di distribuire soldi a feudatari o ad
abitanti. Che sarebbe successo se avessimo distribuito ai signori di Venzone
tot lire per abitante, quanto è costata Venzone? Cosa ne avrebbero
fatto? E' un paradosso. E' un paradosso ma fino ad un certo punto. Vorrei
continuare in questi accostamenti di cose differenti e quasi immisurabili
tra loro. Cosa è avvenuto a Gibellina? Se devo dare un'etichetta, a
vent'anni di distanza, direi che c'è stata la volontà della
sperimentazione dell'utopia. Ma è un abitudine comune della cultura
italiana. Arrivano le truppe d'occupazione americane, si fonda l'Unrra-Casas
e nasce il Villaggio della Martella: l'utopia della vita contadina. Il villaggio
della Martella è stato abitato, purtroppo, per tre anni. E' certamente
un capolavoro dell'architettura moderna e a Gibellina cosa accade? Accade
la stessa cosa. Accade la stessa cosa: l'architetto, e qui la figura dell'architetto
si stempera, l'architetto è l'architetto dell'architettura politica,
l'architetto è l'architetto dell'architettura disegnata, l'architetto
è anche l'economista che spera in una ripresa del sistema. Ebbene che
cosa fa questo intellettuale della cultura? Arriva a Gibellina, sovrappone,
col diritto nella storia sintetizzata, una forma di cultura sostituendo la
storia reale: sostituisce a un'ipotesi di storia del mondo contadino e del
mondo siciliano, un'ipotesi di storia costruita in alambicco e derivata, certamente,
non dalla cronaca dell'oggi ma dalla storia del tempo. E allora cosa ne è
di Gibellina? Beh, intanto, certamente è la più grande galleria
d'arte contemporanea: il liceo di Gibellina, io credo, ospiti i massimi capolavori
della pittura italiana tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, sono più
di 240. Poi cosa ospita? Beh, c'è un bellissimo museo, un bellissimo
museo fabbricato da Vittoria e i bambini ci giocano a nascondino. Poi c'è
un esempio di brutalismo eccezionale che è la stazione delle corriere.
Però io non ho trovato la piazza di Gibellina. Non ho trovato la piazza
di Gibellina e, forse, ho trovato una meravigliosa scultura di Burri. E, ancora,
e poi esco da Gibellina, ho scoperto una cosa: che la cultura dell'abitare,
la cultura dell'abitazione, quella che si è sviluppata nel tessuto
della cultura architettonica italiana, a partire dalla Martella passando attraverso
il Tiburtino terzo, è stata reimportata in Sicilia tentando di ricostruire
un Tiburtino terzo siciliano, desunto dai modelli, e quindi bellissime schiere,
firmate dai migliori architetti e maestri, sono state costruite e donate ai
poveri abitanti di Gibellina che immediatamente cosa hanno fatto? Le hanno
trasformate in Medio Evo: case rurali di contadini ritrasformate in case rurali
di non più contadini perché al posto dell'asino c'era da mettere
la Seicento, al posto dell'orto c'erano da piantare i tulipani ed ecco quindi
che l'immagine è stata tradita. Perché? Perché il modello
di ricostruzione, l'idea di ricostruzione, è stata positivista: ha
cercato, cioè, di promuovere uno sviluppo culturale, innanzi tutto,
che però non faceva parte della cronaca del luogo o del progresso dell'uomo
e, nel tentativo di recuperare il tempo passato, come diceva Mafai, Miriam
scusa, nel tentativo di rivitalizzare e sviluppare, si è saltato quel
periodo di storia, quel periodo di tempo che era indispensabile a una maturazione
e quindi all'accettazione, all'uso dell'autenticità dei modelli proposti.
Ieri, girando per Venzone, non era solo Gibellina che mi veniva in dissolvenza.
Mi venivano in dissolvenza le Vele di Napoli; mi veniva in dissolvenza Lioni;
mi venivano in dissolvenza, in sostanza, i vari modelli che sono stati, via
via, proposti per la ricostruzione negli ultimi terremoti e per ultimi terremoti
io mi rifaccio a quelli dalla seconda metà del '600, giacché
il terremoto ha sempre colpito, da allora ad oggi e ne abbiamo, probabilmente
da sempre ad oggi, ha sempre colpito negli stessi posti ma da allora ad oggi
ne abbiamo di documentazioni certificate nel campo della scienza e della manualistica
delle costruzioni, per esempio, colpendo sempre nello stesso modo mentre la
reazione dell'uomo che si ribella è sempre stata diversa e quindi è
sempre stata connaturata al suo modello di sviluppo culturale. Cambiano i
governi, si passa dal centro-sinistra alle più diverse variazioni,
si passa dai Borboni appunto, avrei dovuto dire dai Borboni al centro-sinistra,
però il modello che viene riproposto è sempre il modello della
cultura del momento con uno stacco, con uno stacco, con uno iato quasi incolmabile
tra la proposta del modello e la realizzazione finale, perché le azioni
che sono necessarie nel momento della ricostruzione, nel tempo della ricostruzione,
si disperdono fino a degenerare il modello generale proposto; diventano infinite
micro azioni e alla fine la finestra, la casa, il modo di abitare la casa,
non è normabile non è progettabile o, quanto meno, il livello
di progettazione non arriva al meccanismo sociale. Vorrei fare un esempio
di questo: la Sovrintendenza generale di collegamento, per esempio, ha raccolto
in cinque volumi per 18.000 pagine, per quasi 25 chili di peso, il resoconto
di tutto quello che s'è fatto nella ricostruzione della Campania e
della Basilicata dell'ultimo terremoto. Le tabelle dei dati sono raccolte
tutte in un unico volume ma, dalle tabelle e dai dati, non emerge un fatto,
un fatto che spero che gli economisti andranno ad investigare, che invece
mi pareva che Miriam Calderari aveva sottolineato, ed è il seguente:
nella ricostruzione di Campania e Basilicata si è dato molto impulso
non solo ai monumenti ma anche alla ricostruzione economica sicché
micro aziende, imprese da 10-15 addetti, sono sorte in ogni comune. Qua una
statistica potrebbe dire che è vero: quasi 200 comuni della provincia
di Salerno, cada comune, sono toccate tre micro aziende da 50 addetti che
sarebbe come dire che, praticamente, ci dovrebbe essere un surplus di occupazione.
Io però ancora non vedo girare dalle parti di Avellino e dalle parti
di Ariano Irpino gli immigrati tunisini o gli immigrati del Senegal, il che
significa che, tutto sommato, queste aziende da 50 addetti, funzionano sì
finché gli dureranno i fondi post sismici e poi, naturalmente, chiuderanno
e qualcuno tenterà di vendere un capannone a nessuno perché
nessuno lo comprerà. Cosa voglio dire con questo esempio e con questa
immagine: voglio dire che l'erogazione di fondi leganti al luogo e al territorio
produce certamente una fase di benessere che, per esempio, in Irpinia, in
questo momento, è estremamente sensibile ma che questa fase di benessere
tende ad azzerarsi quando l'erogazione economica, trascorso il suo tempo,
non è più in grado di produrre un certo tipo di reddito e questo,
probabilmente, è il problema maggiore. Non so come l'avessero risolto
i Borboni quando ricostruirono la Val di Noto perché lo so solo per
l'effetto che ne vediamo adesso nelle città rifatte e riproposte. Ma
certamente nella razionalizzazione del latifondo avevano trovato una forma
di possibilità economica di sviluppo. Quali altri aspetti, però,
la ricostruzione, oltre questi diciamo di carattere economico e di carattere
di identità, investe? Beh, investe un punto centrale, secondo me, dell'attività
umana ed è il luogo della memoria ed è il punto in cui l'uomo
ricorre alla tradizione e alla sua personale storia, la sua personale identità,
come fatto corale e collettivo. Ed ecco quindi che capisco come effettivamente
risulti logico, risulti razionale, risulti ecclesiastico - c'è stata
prima da parte di Miriam Calderari un riferimento alla presenza della Chiesa
friulana nelle azioni di ricostruzione - beh è un punto di aggregazione,
un punto di identità: il terremoto tende anche a distruggere l'identità
sociale di una popolazione. Questa identità sociale viene riconosciuta
attraverso i luoghi delle memorie, attraverso il luogo del pregare - nel caso
del Duomo di Venzone - ma direi anche attraverso il luogo dell'aggregazione
sociale come poteva essere, per esempio, la piazza oppure, proprio nella serata
di ieri, la splendida accoglienza e la splendida cena ma, soprattutto, gli
splendidi canti. La coralità quindi è uno dei punti della ricostruzione.
E' uno dei punti della ricostruzione ed ecco quindi che la ricostruzione del
"dov'era e com'era" assume un valore fondante nella memoria del
presente prossimo o del passato prossimo e nella memoria del passato più
remoto. Ecco quindi il "dov'era, com'era". Ecco quindi la volontà
del ripristinare una realtà coi problemi, naturalmente, che il ripristino
della realtà presenta non solo sul piano della ricostruzione e della
anastilosi. Non è solo un problema da architetti o più ancora
da restauratori, no. Io credo che sia un problema di restauro sociale, mi
si consenta questa frasuazione di termini, e la misura, la certezza del risultato
sta in una sola cartina di tornasole: quando vedrò a Gibellina o a
Lioni o a Teora, riprendere le stesse abitudini, da parte dei meno anziani
e dei più anziani, che avevano i loro nonni, allora io sarò
certo che il tessuto sociale è stato ricostruito e che ha una sua vitalità.
A Gibellina nessuno va in piazza e gioca a carte come si faceva prima del
terremoto. Qui, invece, si canta. Io spero di poter vedere, da qui a qualche
anno, le persone di Teora o di Lioni o di Sant'Angelo dei Lombardi, riprendere
normalmente, la sera, i loro giochi di carte sotto le querce e quando li vedrò
sarò certo che la ricostruzione ha funzionato. Io devo dire: qui, con
tutti i problemi emersi, forse la ricostruzione ha funzionato, ben vengano
le anastilosi.
Grazie.
Mi pare veramente che gli interventi, sia questa apertura - vent'anni fa parlare di anastilosi era una cosa indecente - invece vedo che attualmente si aprono, si è più possibilisti anche, diciamo la parte scientifica è più possibilista. Allora avevamo dei grossissimi problemi solamente a parlarne. Vedo invece che Martines ha proprio capito lo spirito, che ha animato anche noi, e dico: perché però in altre zone, l'Irpinia per esempio, questo non è avvenuto? Cioè io, veramente, no non è pensabile darla la causa solo alle solite " e beh il meridione " io non ci credo a queste cose. Che cos'è che non è scattato oppure erano più deboli, più fragili oppure sarebbe interessante riprendere e conoscerci perché questi errori non si ripetano più e perché gli stessi diritti che ha un popolo, possa ottenerli ed averli anche un altro. Ci porremo questo problema.
Passiamo la parola al
prof. Petrini.
Vincenzo Petrini - La ricerca per la prevenzione
del rischio sismico dei beni culturali
Grazie.
Quando, non molto tempo fa, mi è stato proposto di venire a Venzone
per parlare sui, diciamo, possibili contributi che la ricerca può dare
ad una politica di interventi preventivi per limitare i livelli di rischio
del patrimonio dei Beni culturali, mi era sembrato, così, una cosa
abbastanza ovvia, semplice: si tratta di fare un elenco di tutto quello che
si fa, nel mondo della ricerca, e dire che questo può servire. Poi
però, ripensandoci, mi sono accorto che, almeno secondo me, mi sono
quasi convinto che interpretare in questo modo il titolo sarebbe stato sbagliato
e quindi ho cercato di interpretarlo in modo diverso. Sbagliato perché,
intanto, anche se sì sono abbastanza al corrente di quello che succede
in vari settori perché forse solo per la mia disponibilità a
prendere il treno, l'aereo e spostarmi mi capita di essere a contatto con
tanti, tante realtà e tanti gruppi che fanno ricerca. Però certamente
non ho competenza a parlare di quello che fa la ricerca in tutti i campi che
in qualche modo sono connessi con la preservazione del patrimonio culturale
e quindi avrei fatto nient'altro una lista della spesa di cose più
o meno note, ovvie e del tutto inutili. Poi perché, tutto sommato,
quello che la ricerca ha fatto e che può essere utilizzato per . Chi
si occupa di queste cose lo sa e se non lo sa fa in fretta a saperlo, cercando
un po' di documentazione, sentendo gli amici, con i modi che ritiene più
opportuni. Allora: quello che mi è sembrato più opportuno è
cercare di fare qualche riflessione su che cosa, invece, sarebbe bene chiedere
al mondo della ricerca in più rispetto a quello che, fino ad oggi,
è stato capace di dare, poco o tanto che sia, buono o cattivo che sia.
Perché questo tema della prevenzione, prima o poi, passi da quello
che oggi è e cioè un argomento di dibattito, più o meno
erudito, in sede di convegni, a un qualcosa che finisca per avere un impatto
effettivo nel nostro paese. E allora, in questo senso, mi è sembrato
anche estremamente interessante parlare di queste cose in una sede dove l'aggancio
con l'operazione di ricomposizione di un monumento come il Duomo o di ricostruzione
di un centro storico come quello di Venzone, diventa immediato, ovvio, scontato,
necessario.
Fatta questa premessa - e quindi, in un certo senso, scusandomi se non rispondo
alle aspettative di qualcuno che si aspettava un quadro organico e completo
delle ricerche che si possono finalizzare alla protezione dei Beni culturali
- vorrei fare un'altra premessa che a questa è legata: se qualcuno
si aspetta che io sia in grado di dire quali sono le domande che a tutti gli
ambiti disciplinari in cui si fa ricerca, finalizzabile a questo obiettivo,
sarebbe bene porre, dico subito che non sono in grado di farlo, non sono certo
io, ad esempio, quello che può entrare e dare un contributo nel dibattito
che, fra ieri e oggi, c'è stato su anastilosi si, no, aggiunta, sottrazione,
lacune, non lacune. Ho deciso quindi di stringere il campo sul quale fare
un po' di discussione, alle discipline che mi sono più congeniali,
mi sono più vicine, e quindi di rimanere in quell'ambito che va dalla
sismologia applicata all'ingegneria sismica per vedere che contributo da qui
può venire, che cosa si può chiedere a queste discipline. Contributo
che poi sarà a disposizione di chi dovrà operare in effetti
su questi altri temi molto più complessi.
Per non parlare in astratto vorrei cominciare da qualche esempio concreto,
in questa direzione. Abbiamo sentito ieri un'interpretazione probabilmente
corretta, almeno sul piano qualitativo, del diverso comportamento del campanile
nord e del campanile sud, durante e subito dopo la scossa di maggio. Il discorso
dei trovanti che è stato fatto ieri. Bene la domanda a questo punto
è: cosa cambia quando la mia questione non è quella di decidere,
come, in che modo ricostruire un monumento, che è stato abbattuto e
danneggiato, invece diventa cosa posso fare per arrivare a un programma da
applicare alle migliaia di monumenti, in giro per l'Italia, destinati, prima
o poi, a subire un terremoto del tipo di quello che c'è stato a Venzone
o peggiore o migliore. Alla stessa maniera, se volete, la domanda che mi pongo,
dal punto di vista sempre della ricerca, è: che cosa cambia se il problema
non è quello di decidere come, in che modo, con quali tempi ricostruire
il centro storico di Venzone, ma il problema è cosa fare di quelle
migliaia di centri storici che, sparsi per l'Italia, prima o poi, se le cose
restano come sono, subiranno la sorte di Venzone, almeno per la distruzione
poi, per la ricostruzione, abbiamo sentito che ci sono delle differenze. Infine,
sempre dal punto di vista del contributo che la ricerca può dare, cosa
cambia se il problema non è quello di saper cogliere o non saper cogliere
le esigenze, la domanda, di circa 2000 abitanti di un Comune come Venzone,
ma è invece quella di dare un risposta alla domanda di sicurezza di
circa 25 milioni di abitanti che, sparsi per l'Italia, più o meno,
sono in condizioni di rischio paragonabile a quelle che il 1° maggio del
'76 o il 1° maggio del '70, adesso la distanza dall'evento non so quale
sarà, ma comunque prima del terremoto, erano gli abitanti di Venzone.
Ecco allora, vista in questi termini, mi sembra che ci sia un primo punto
centrale da mettere in chiaro ed è questo: se il mio compito è
quello di fare un'operazione di ricostruzione in una ben precisa situazione,
nel post evento, è giusto che utilizzi al meglio le conoscenze che
ho e dopo di ché è l'intuito del progettista che capisce l'importanza
di quel trovante e decide allora di eliminare il più possibile tutti
quelli che ci sono nella area di sedime della costruzione per evitare che
in futuro facciano cose simili che può risolvere il problema e se però
devo fare una proposta per tutti, le chiese, che sono soggette a questo rischio,
non posso estrapolare l'esperienza di Venzone e, questo è un tema che
anche ieri è uscito dicendo: signori cercate i trovanti e toglieteli
da sotto tutte le chiese, perché questo sarebbe follia pura. E allora,
continuando in questo esempio, quello che devo chiedere, al mondo della ricerca,
perché sappia essere più preciso in questa direzione, è
di sapermi quantificare nel caso, ad esempio, del campanile sub, quanto il
diverso comportamento è dovuto al fatto che c'era questo eterogeneità
al di sotto delle fondazioni, quanto invece è dovuto al fatto che,
magari proprio il fatto di avere murature più possenti di quelle del
campanile nord, e quindi collocandosi in un campo di frequenze diverse, da
quelle del campanile nord, con quel tipo di moto del terreno che c'è
stato in quel posto, ha avuto una risposta diversa e saper distinguere fra
i due contributi allora diventa quello che mi dà la chiave per decidere
cosa fare con altri N campanili per i quali posso avere un fenomeno o l'altro
presenti e decidere quant'è il peso di un fenomeno e dell'altro. Il
problema però per fare questo è che non devo soltanto rivolgermi
a chi si occupa di ingegneria sismica, devo rivolgermi anche a chi si occupa
di altri problemi perché devo sapere innanzi tutto qual'è stato
effettivamente il moto del suolo ai piedi del campanile sud o del campanile
nord del Duomo di Venzone e non posso accontentarmi di prendere una registrazione
ricavata a Tolmezzo e portarmela sotto il campanile sud e dire che quello
è stato il moto in quel posto. Quindi devo riuscire a saperne di più
e devo riuscire a saperne di più in maniera da essere in grado poi
di fare lo stesso ragionamento in tutte le altre situazioni per tutti gli
altri campanili. Vi faccio un altro esempio, sempre prendendo spunto delle
cose sentite, una parola che ho colto immediatamente perché molto vicina
al mio mestiere, nei discorsi di ieri, era quella "Riferimento a scelte
progettuali" che erano volte a conferire duttilità alle strutture
del Duomo al fine di garantirne un miglior comportamento. E conferire duttilità
significa, a questo punto, realizzare una struttura che sia in grado di dissipare
energia, che possa danneggiarsi entro certi limiti ma che non crolli. E la
domanda che viene subito da farsi è: il concetto di duttilità,
che lo strutturista usa comunemente, è corretto, quando applicato a
questo tipo di opere? Consentitemi qui una breve premessa: l'ingegneria sismica
è una disciplina molto giovane, diciamo che, nelle forme moderne, ha
dieci anni più di me, non di più. E' vero che la trattatistica
troviamo riferimenti ad accorgimenti per, ma un approccio che tenda a quantificare
tutti i comportamenti e a comprenderli, attraverso la modellazione, è
un approccio che è cominciato, appunto, dieci anni prima che io nascessi.
Quindi, siccome non penso di essere molto vecchio, ritengo che la disciplina
sia abbastanza giovane. E allora cosa succede? Succede che, molto spesso,
rischiamo di prendere quello che la disciplina abbastanza giovane sa fare
e poiché, di solito, quando uno comincia ad andare a scuola e comincia
a imparare la lingua del suo paese non parte con il sanscrito piuttosto che
con altre lingue e, guarda caso, le cose che sa fare sono quelle più
facili. E cerchiamo di applicare le soluzioni trovate per le cose più
facili, ai casi più difficili. Allora: la domanda che viene subito
da fare è: per favore, chi si occupa di queste discipline faccia lo
sforzo di cominciare a comprendere, a studiare correttamente i comportamenti
e allora, forse, scopriremo che il concetto di duttilità, tipico della
disciplina, nato e pensato per strutture in acciaio in cemento armato, non
è trasferibile, così com'è, a strutture in muratura,
va completamente cambiato e ne va introdotto un altro, diverso. Qualcosa,
in questo senso si sta movendo, in giro per il mondo ma certo c'è ancora
molto da fare. C'è un altro aspetto, e poi tiro a concludere perché
siamo già abbondantemente in ritardo. C'è un altro aspetto che,
in qualche modo, va tenuto presente quando, appunto, tentiamo di spostarci
dal problema di analizzare, studiare e discutere un'operazione avvenuta di
ricostruzione al problema di fornire strumenti ed elementi per, invece, una
politica di prevenzione. Soprattutto se, invece di pensare all'opera singola,
come può essere il Duomo, pensiamo a un tessuto più complesso
come potrebbe essere il centro storico di Venzone. Se l'operazione deve essere
un'operazione che investe l'intero territorio nazionale, per lo meno le parti
dove i livelli di sismicità sono sufficientemente elevati perché
il rischio sia serio, e si pone subito un problema di dimensioni gigantesche:
fintanto che il caso è uno - non so se sono giuste le cifre dei 18
miliardi per 2000 persone ma può andar bene, può non essere
un problema, si trovano si usano - ma se il caso diventa tutta l'Italia allora
ogni lira risparmiata, in ogni singolo intervento, è essenziale per
la fattibilità di una qualunque politica in questa direzione. Ecco
che allora l'altro problema che, secondo me, va posto al mondo della ricerca
perché dia risposte soddisfacenti, in questo senso, non è tanto:
"Dammi una serie di accorgimenti, di tecniche per far sì che io
abbia elevati margini di garanzia che la struttura che sto realizzando resisterà"
o, in termini più brutali se volete: "affinché io progettista
quando firmo una relazione di calcolo non corra il rischio poi di finire sotto
gli occhi del Giudice" ma invece: "Datemi una serie di possibilità,
di alternative, in ordine crescente di onerosità, e ditemi quando queste
possibilità mi garantiscono sufficientemente la sicurezza delle persone"
anche se accetterò poi un danno che dovrò in qualche modo riparare.
Cioè ditemi qual'è il minimo che io devo fare perché
il terremoto dell'Irpinia sia un terremoto da 40 morti e non da 4000; perché
il terremoto del Friuli sia un terremoto da 10 morti e non da 1000. Questo
è l'obiettivo quando ci si sposta dal singolo caso al problema generale
e questo deve ripercuotersi proprio, anche, nella domanda di ricerca che dobbiamo
fare. A questo punto, un'ultima considerazione: non facciamoci illusioni che
la risposta a temi di questo genere possa venire semplicemente da un'attività
di speculazione fisico-matematica, di modellazione fisico-matematica, del
fenomeno, almeno in tempi brevi, perché le capacità del mondo
della ricerca, in questa direzione, sono ben lontani dal dare risposte soddisfacenti.
La capacità che, chi si occupa di queste cose, oggi ha di modellare
correttamente il comportamento post elastico di strutture murarie è
estremamente scarsa. Qualcosa esiste per quanto riguarda il comportamento
nel piano della struttura, molto poco esiste quando si passa a occuparsi di
comportamento fuori piano. Allora: pensare di risolvere questa questione soltanto
fidandosi della capacità di affinare e sviluppare metodi di modellazione
matematica, è un'illusione. Pensare di poter risolvere questi
.
problemi soltanto attraverso la sperimentazione in laboratorio, anche se in
scala 1 a 1, torna a essere un'illusione per motivi di costo di queste operazioni
e per le fortissime differenze che ci sono da situazione a situazione. Ne
segue che - e questo è un altro tema che è già uscito
e che vorrei ricordare - le speranze di avere risposte non dico definitive
ma soddisfacenti, in tempi relativamente brevi, risiedono molto nella capacità
che avremo di sfruttare al massimo le esperienze fatte; di leggere con la
massima attenzione tutte le informazioni raccolte in occasioni dei terremoti
del passato; di fare un grosso sforzo di interpretazione di queste situazioni.
Per fare un esempio: tentare di modellare a posteriori il comportamento che
è stato visto e constatato nel Duomo di Venzone. Cercare di vedere,
ricostruire l'evoluzione, fra maggio e settembre, fra il crollo di un campanile
e il crollo del resto della struttura, e soltanto attraverso questo possiamo
pensare di trovare scorciatoie per arrivare a dare risposte abbastanza semplici
che non siano, ovviamente, risposte basare sull'intuito. Io personalmente
sono fermamente convinto che se avessimo avuto la capacità di mettere
in opera, in Irpinia, prima del terremoto, quattro catene per edificio, non
dico che saremmo scesi da 4000 a 40 ma, probabilmente, da 4000 a 400 saremmo
già scesi. Però queste sono cose basate sull'intuizione, sulla
convinzione, non sono cose basate su dimostrazioni di efficacia e di comportamento.
E allora - e qui chiudo, forse aprendo un aggancio con quanto poi verrà
anche detto dopo da Moretti e da Marini - una delle cose che sempre mi preoccupano
e di cui spesso abbiamo discusso quando ci si trovava così fra noi
a occuparci di queste cose, è: garantirsi che tutta la documentazione
e l'esperienza che, oggi, è ancora reperibile e disponibile, lo resti,
non si perda. Che ci sia la possibilità di analizzare N volte la casa
sull'angolo, vedendo com'era prima, com'era fra la due scosse, com'era dopo
la seconda scossa, non so di chi sia quella casa, non mi ricordo ma so che
è ben documentata e queste cose si possono vedere. Così come
si può vedere com'era il Duomo prima, dopo la prima e dopo la seconda
e questa documentazione deve essere disponibile, deve essere utilizzata, deve
essere valorizzata al massimo. E allora, un problema: c'è una domanda
che, a questo punto, viene da chi si occupa di certi temi di ricerca ad altri,
è quella appunto di riuscire a garantire la conservazione della documentazione,
riuscire e rendere agibile, disponibile questa documentazione in modo che
poi si possa anche chiedere, a chi opera in certi campi di ricerca, di impegnarsi
a utilizzarla, a sfruttarla e a farla parlare il più possibile.
E con questo, direi, posso concludere.
Ed entriamo anche in un discorso che fortunatamente sta prendendo campo in questo discorso di economia alternativa. Quanti posti di lavoro, quanta capacità si potrebbe mettere in moto proprio con questo discorso di prevenzione, di salvaguardia, di manutenzione, in montagna ma anche nei monumenti, ma anche normalmente tutta la vita che abbiamo e che viviamo quotidianamente, invece di aspettare i momenti di grande degrado dai quali ci vogliono enormi finanziamenti, enormi sforzi, che spesso non si riescono a trovare, per ritornare poi al momento di partenza come diceva Martines prima. Ecco noi siamo, grazie prof. Petrini, ai tempi, siamo partiti mezz'ora prima, abbiamo recuperato. C'è adesso un momento di intervallo.
Roberto Cecchi - Quale attività di prevenzione
sismica per il patrimonio architettonico
Intanto, ringrazio per
l'invito anche perché nonostante io abbia avuto un ruolo, come diceva
prima il moderatore, sulla questione del Duomo di Venzone, il mio è
stato un ruolo del tutto marginale, nel senso che mi sono occupato, sono stato
incaricato, di alcune fasi del collaudo dell'intervento realizzato sul Duomo.
Ma prima di tutto volevo portare, com'era stato anticipato, i saluti del Direttore
generale Mario Serio che non è potuto venire e mi pregava però
di dire che si sente idealmente qui. Purtroppo i troppi impegni dell'Amministrazione
non gli consentono di essere presente.
Il mio intervento, oltretutto, messo a punto nell'arco di un breve periodo, perché sono stato coinvolto in questa iniziativa molto di recente, non può avere le caratteristiche di un intervento sistematico, per cui quello che dico è una sorta di brogliaccio sulla base del quale successivamente - adesso sento che verranno pubblicati gli atti - mi riprometto di approfondire in maniera molto più sistematica di quanto non possa fare in questo momento, oltretutto perché c'è lo spazio e il tempo disponibile non sarebbero sufficienti.
Però il Duomo di
Venzone pone, quanto meno, due problemi centrali della disciplina della conservazione.
Uno: direi che sono i limiti imposti dalle teorie del restauro all'intervento
ed è cosa di cui ho sentito parlare moltissimo e mi risulta che se
ne sia parlato anche ieri soprattutto da parte di Cordaro che è Direttore
dell'Istituto centrale del restauro. L'altra questione: sono i criteri e i
metodi per la prevenzione antisismica. E' chiaro che io non entrerò
nel merito e non mi permetto neppure di fare, di ripercorrere i passi che
hanno portato alla ricostruzione del Duomo di Venzone.
Il dibattito, come si sa bene, è durato molti anni ed è stato
un dibattito molto duro anche se devo dire, da quel che ho potuto leggere
piuttosto che vivere personalmente, la scelta di ricostruire è stata
sostanzialmente una scelta a maggioranza nel senso, una maggioranza risicata
se si vuole, non tanto dico per la gente che era assolutamente determinata
e unita nel richiedere la riproposizione del Duomo quanto, ritengo, a livello
disciplinare. Però, al di là di questo, che io vivo e ho letto
dai resoconti, è possibile proporre delle valutazioni sulla questione
che abbiano magari carattere più generale e non strettamente legati
al Duomo di Venzone. Taluni, in ambito disciplinare, ritengono e lo hanno
anche scritto in maniera più o meno velata, che un'operazione del genere
sia sostanzialmente inutile e, in qualche modo, priva di significato. Si dice
questo perché si ritiene che l'opera d'arte distrutta non è
in nessun modo riproducibile. Non è riproducibile, non è replicabile
il momento originante del progetto e della costruzione nelle sue fasi evolutive.
Per cui si traggono le conclusioni che ogni sforzo in questa direzione è
un esercizio sostanzialmente vano, è un'impresa, come questa, titanica
praticamente con poco senso. Approfondendo leggermente la cosa ma in termini
molto generali: qualunque tipo di riproposizione come questa tradisce quella
sorta di enunciato dell'hic et nunc che è al centro della riflessione
teorica di questi anni, mutuato, a mio avviso, un po' acriticamente da quel
saggio di Walter Benjamin che parla dell'opera d'arte nel momento della sua
riproduzione tecnica cioè: viene preso spunto da questo enunciato,
per altro non riferito e non riferibile al problema del restauro, per costruire
una teoria del restauro diversamente, fortemente dogmatica. E' chiaro che
questo discorso non può concludersi qui anche perché va inquadrata
la figura di colui che ha pronunciato queste parole che ritiene l'opera d'arte
riconducibile a queste due parole hic et nunc. Quindi questa sorta di anastilosi
del Duomo di Venzone non avrebbe, nell'ambito di una teoria generale di conservazione,
la dignità di albergare all'interno della disciplina. Io non credo
affatto che la questione stia in questi termini. Non lo credo né per
Venzone ma non lo credo più in generale. Proprio perché non
si può, in ossequio a una norma sostanzialmente costituita a priori
( Fine lato A nastro n. 11 )
( Inizio lato B nastro n. 11 )
issime basi critiche, direi addirittura,
per certi versi, unico ed eccezionale, senza, ovviamente lasciando da parte
gli aspetti emozionali e affettivi che hanno determinato questa nascita, questa
rinascita. Più in generale ritengo che finché i resti della
materia degradata come in questo caso addirittura diruta, distrutta, i resti
di questa materia hanno della storia da raccontare, vadano in qualche modo
ascoltati, cioè ci dobbiamo porre nella posizione dell'ascolto umile
anche, per certi versi, e con la possibilità di riusare, di rimettere
in circolazione questo messaggio. Mentre invece, sotto un profilo teorico,
si arriva addirittura a prospettare, in molti casi, la possibilità
che un certo storico raso al suolo vada riparato o integrato. Si dice, ed
è stato detto e scritto, sostanzialmente dovrebbe essere abbandonato
al proprio destino così come si trova allo stato di rudere magari costruendo
accanto a questi ruderi il nuovo insediamento. Se ne è parlato soprattutto
e lo si è scritto in maniera molto precisa per alcune situazioni dell'Italia
meridionale. E' chiaro che si tratta di un intervento, di un intento anzi
conservativo che non ritengo affatto condivisibile. Ritengo, tutto sommato,
che questo atteggiamento sconti la rigidità di posizioni ideologiche,
tutto sommato, che tutto sommato, stanno perdendo di consistenza. Ma ha un
senso questo atteggiamento di lasciare i ruderi nella condizione in cui si
trovano. Il senso non è assolutamente nuovo. Ritroviamo le tracce di
un intendimento di questo genere, cioè di lasciare le rovine così
come si trovano, addirittura in epoca rinascimentale, quando si sviluppa quella,
così detta, poetica del "non finito" e "della traccia".
Quando si sviluppa quell'intuizione, estremamente interessante, che la perfezione
non è un problema di compiutezza materiale cioè non si ha la
perfezione di un oggetto soltanto quando è perfettamente compiuto ma
anche quando si tratta, e lo si trova, a livello di "non finito"
pensando, per esempio, ai Prigioni di Michelangelo. Più tardi ritroviamo
questo atteggiamento: "Tutti gli uomini - dice Chateaubriand - hanno
una segreta attrazione per le rovine". Cerca di spiegare questa sensazione
addirittura invocando, in quel libro che è il "Genio del Cristianesimo",
attraverso la ricerca kantiana del sublime. Più tardi il neoclassicismo
con esiti, voglio dire, che possono apparire addirittura paradossali, sotto
un profilo teorico, pensando al classicismo. Dà spazio comunque all'idea
di rovina come di un'opera incompiuta dalla quale è possibile trarre
insegnamento. Dove e come questo insegnamento lo si trovi va ricercato all'interno
di quella dialettica, squisitamente positiva, tra il mito, umano, dell'eternità
che invece si scontra con la realtà per cui tutta la materia è
sottoposta alle leggi del tempo. L'opera d'arte degradata, in questa poetica,
attesta la resistenza dell'uomo nei confronti della natura e quindi la sua
capacità di crescere, di andare avanti e comunque di essere un altro.
E' chiaro che all'interno di un'estetica di questo tipo l'opera d'arte non
può essere rinnovata, sarebbe, sarebbe un contro-senso, sarebbe addirittura
un sacrilegio. Però va notato che, in questo contesto, in questa poetica,
non è la materia in sé, non sono i conci che costituiscono il
rudere, il lacerto ad avere significato. Quello che ha significato, all'interno
di questo contesto, è questa immagine sbrecciata, sofferta ma comunque
capace di resistere all'azione del tempo. Per noi il discorso, per noi attualmente,
è completamente diverso. Il "non finito", il lacerto non
ci interessano più in termini o, direi, non tanto più in termini
estetico emozionali. La traccia, il lacerto sono visti come documenti della
storia in grado di raccontare, per chi sa intendere questa storia, sempre
qualcosa di nuovo. E' stato detto - ma io non voglio fare citazioni perché
le citazioni sono sempre molto pericolose, nel senso che astraggono un pensiero,
una frase da un contesto più generale, col rischio grave di prendere
per verità qualcosa che invece deve essere meditata. Però questa
frase la sento molto vicina al mio intendere il problema della conservazione:
un fatto, un dato di fatto è qualcosa di infinito mai completamente
riproducibile. Mi pare che questo possa essere l'orizzonte all'interno del
quale il tema della conservazione possa essere visto in maniera più
credibile di quanto non lo veda oggi all'interno di certe posizioni teoriche.
Cioè, in sostanza: il "valore" - lo metterei fra virgolette
comunque - da legare al concetto di rovina è un valore connesso alla
possibilità di interpretare, cioè: di dare un senso, forse di
volta in volta diverso, a quello stesso dato di fatto. Si tratta di una inversione
di tendenza radicale questa di leggere non soltanto il problema della conservazione
ma la nostra stessa esistenza. Ed è questo il nodo, tutto sommato,
che non ho tempo di svolgere in questo momento, perché la nostra sensibilità
nei confronti della materia nasce dalla consapevolezza che il mondo delle
cose sensibili, tutto sommato, ha un'identità propria al di là
delle rappresentazioni che il nostro "io" può fare di quello
che ci sta intorno. In sostanza: l'opera d'arte, ha una vita indipendente
dal soggetto e la materia che lo costituisce altrettanto. Questo nodo cercherò
di scioglierlo per altro cose in questo senso le ho già scritte per
un altro contesto, quindi si tratta di riprenderle e approfondirle nel corso
di quello che saranno gli atti del convegno. Comunque gli esiti di questo
corso, mi pare di intravedere e di intendere verso la lettura del passato,
sono per esempio completamente evidenti in ambito archeologico. Proprio in
questi anni, mi pare, si va sviluppando la possibilità di applicare
il principio dell'unità stratigrafica, usata per gli scavi, alle strutture
murarie in elevato. Cosa fino a qualche anno fa assolutamente impossibile
da, soltanto, da prospettare. Quindi, si può concludere in qualche
maniera velocemente questo discorso: è vero che l'opera d'arte non
può essere riproducibile ma è perfettamente, direi, legittimo
utilizzare qualunque mezzo per ricomporre le membra distrutte di un testo
scomposto, come quello di Venzone, non solo e non tanto e, forse in certi
casi direi assolutamente no, nello spirito di proporre il momento originante
dell'opera d'arte ma per conservare queste tracce in modo da poterle interpretare
anche in un secondo momento non solo da noi ma anche da chi verrà dopo
di noi. Certamente il mucchio di sassi qual'era il Duomo di Venzone dopo il
terremoto, addirittura - se non mi ricordo male - questi sassi erano stati
buttati alla discarica. Questi sassi non sarebbero stati in grado di raccontarci
assolutamente niente se non dimostrare la nostra impotenza di fronte alla
forza della natura in un sostanziale spirito di accettazione della rovina
quale possibile esito epocale. Mentre invece, adesso, dopo la ricostruzione
è ancora possibile interrogare quella storia non solo da noi ma, come
dicevo prima, anche dopo di noi. Che poi, mi pare, e ritengo e per me lo è
- cioè non sto enunciando una verità, sto dicendo quello che
io penso - è poi il senso del problema e del lavoro di conservazione.
Questo era sostanzialmente il primo punto che volevo affrontare. L'altro,
che mi pare altrettanto importante, riguardava i criteri e i metodi di prevenzione
antisismica. La riflessione non è legata squisitamente alla questione
del Duomo di Venzone ma alla ricostruzione in generale che è stata
operata in Friuli per la prevenzione del patrimonio dal rischio sismico. Io
credo che questa esperienza vada usata e approfondita. Adesso quelle che dico
probabilmente sono delle banalità ma è un dato di fatto: allo
stato attuale delle nostre conoscenze, il momento del miglioramento o adeguamento
dei manufatti ai fini della prevenzione dal rischio sismico corrisponde quasi
sempre allo stravolgimento. Cioè: tutte le volte che si mette mano
a un edificio di interesse storico artistico e anche no, ovviamente, per adeguarlo
o migliorarlo, ai fini della prevenzione antisismica, si è di fronte
a interventi estremamente pesanti, invadenti che sostanzialmente si sovrappongono
all'esistente con un altro concetto strutturale e sono quasi sempre orientati
verso l'adeguamento piuttosto che al miglioramento. Probabilmente a qualcuno
di voi tutto questo non dirà niente ma la legge prevede due possibilità,
la legge antisismica prevede due possibilità di intervento: una di
adeguamento e l'altra di miglioramento. Applicare l'adeguamento sui monumenti
significa sostanzialmente stravolgerli. Nella mia esperienza di Sovrintendente
della Calabria per un anno e mezzo, posso testimoniare con certezza - e Doglioni
ne sa qualcosa perché gli ho telefonato dopo il primo, secondo mese
preoccupatissimo per cercare di capire se potevamo invertire questa tendenza
- posso testimoniare che si tratta nel 90% dei casi di interventi estremamente
pesanti. Ma credo che questo funzioni anche in altre Regioni italiane cioè
non sia diversa la situazione calabrese da quella che forse posso trovare
qua oppure in altre Regioni italiane. Quello che, negli interventi, di miglioramento-adeguamento,
non lo sapei neppure definire in molti casi, è fare riferimento a una
manualistica ingegneresca, perfettamente pubblicata anche da case editrici
importanti, che è assolutamente insensibile ai problemi del restauro.
Perché questo? Perché, tutto sommato, si tratta di sistemi molto
semplici, ripetitivi. Si prescinde totalmente dal contesto, si propone qualcosa
di nuovo e lo si sistema al di sopra, dentro, sotto, dove capita. Questo atteggiamento
- di cui tutti quanti qua sappiamo molto bene l'esistenza - non è imputabile
soltanto ad uno stile professionale censurabile cioè fare gli interventi
a macchinetta più densi e più, non vorrei dire costosi, ma alle
volte anche questo si pone come problema possibile. Quello che io ritengo
ed è qui, in qualche modo, che volevo portare all'attenzione di tutti
quanti voi, la necessità che soprattutto dipende questa situazione
certamente da un'attività professionale di basso profilo ma dipende
anche da dispositivi di legge assolutamente inadeguati. Io vi vorrei leggere,
rileggere, qualcuno lo saprà perfettamente, l'art. 16 della Legge,
della 64 del '74: "Per l'esecuzione di qualsiasi lavoro di riparazione
in edifici o manufatti di carattere monumentale o aventi comunque interesse
archeologico, storico o artistico, siano essi pubblici o di proprietà
privata, restano ferme le disposizioni vigenti in materia." Se qualcuno
va a cercare di capire quali sono le disposizioni vigenti in materia non le
trova. Quindi: è ammesso tutto e il contrario di tutto. Tutto ciò
non migliora neppure se prendiamo in considerazione la circolare dell'86 del
Ministero per i beni culturali, di cui Doglioni è un estensore, mi
pare, e anche il prof. Marconi. E' certamente una circolare importante perché
inverte la tendenza, si mette all'attenzione del fatto, tanto per dirne alcune,
che le chiodature nostre servono, alle volte son più pericolose, più
si che no. Le cordolature in alto sono e servono a quel che servono, ecc.
ecc. Cioè è una circolare che qualitativamente dà un
contributo per una inversione di tendenza ma non risolve il problema. Quando
qualcuno può far valere la forza dei numeri, come quando si è
in Sovrintendenza e ci vien portato un progetto di intervento, eh uno perfettamente
supportato da calcoli che consentono di dire certe cose, vale poco avere in
mano delle raccomandazioni. Vorrei sottolineare il fatto che questa tendenza,
cioè questa tendenza a caricare le strutture esistenti di pesanti interventi
di consolidamento, ho la sensazione che diventi sempre più forte nel
prosieguo, proprio per effetto dell'entrata in vigore della nuova legge sui
Lavori pubblici, della 216, che individua responsabilità precise del
progettista molto più pesanti di quelle che non prevedeva, e anche
per l'impresa, il Codice civile precedente. Il progettista addirittura si
deve assicurare - se non mi ricordo male, per un importo del 10% delle opere
da realizzare - perché, dopo che è stato effettuato l'intervento,
possa rispondere quanto meno civilmente per quei danni che potrebbero essere
provocati da una cattiva progettazione. Quindi immaginiamo che andiamo verso
progettazioni che tengano sempre più sicuro il professionista e per
questo mi pare che ci sia la necessità di dare, a quella circolare
del Ministero per i beni culturali, più concretezza di quanto in effetti
non ne abbia, non ne abbia in termini operativi. Per questo ritengo fondamentale
che il consuntivo redatto da Doglioni, Moretti e Petrini, pubblicato nel volume
"Le Chiese e il terremoto", possa essere un utile punto di partenza
per recuperare una capacità più ficcante di quella che non ha
avuto la circolare in questo momento, per l'adeguamento dei beni culturali
alla prevenzione antisismica. In particolare il capitolo ottavo, di quel volume,
intitolato: "Relazioni tra danno atteso, interventi e miglioramento antisismico
e politiche di prevenzione" mi pare che potrebbe essere molto sviluppato,
tenendo conto delle esperienze fatte e facendolo diventare, in qualche modo,
uno strumento. Voglio ricordarvi che la circolare del Ministero per i beni
culturali, tutti gli anni, quando viene emanato il provvedimento per i programmi
di spesa, viene richiamata integralmente ma viene sistematicamente disattesa.
Io credo che ci siano le possibilità - anzi mi è stato chiesto
dall'Ufficio centrale, dal Direttore generale - di, in qualche modo, creare
un gruppo di lavoro e di studio, in questa direzione, per capire se c'è
la possibilità di dotarsi di uno strumento che vada al di là
e dia contenuti a quella circolare di cui dicevo prima. Questo non soltanto
per noi, perché non sono molti gli edifici tutelati e vincolati, ma
anche per un mondo professionale che francamente, per quel che ho potuto constatare,
non ha strumenti per aggredire con correttezza un problema come quello della
conservazione del patrimonio culturale dal rischio sismico.
Io con questo avrei concluso e rimando a un altro momento gli approfondimenti.
Sei bravissimo.
Ringraziamo il dr. Cecchi e queste cose veramente ci rincuorano però
mettono molte, ci fanno riprendere, sentendo queste parole, molte perplessità
e molte vicende vissute.
Ricordo che nel mezzo ai cantieri, si parlava di cemento armato e quanto fosse
aleatorio un Fi, Fi 12, tanto per maggior sicurezza mettiamo un Fi 16, oppure
beh passiamo al 18 che siamo più sicuri. Era per noi veramente un problema
di caos generale che questo poi non è che porti sicurezza. Cioè
vedremo, speriamo non al prossimo terremoto, quanto tutte queste strutture,
troppo rigide, siano antisismiche oppure no ma su questo si va a un dibattito
generale ma anche parlando poi stamattina sentivo il problema di come intervenire
su strutture in cemento armato piuttosto che in pietra. E beh si inseriscono
poi problemi politici. Noi avevamo qui una ditta che aveva rete elettro-saldata
a tonnellate in giacenza e che la fatta usare nella ricostruzione mettendo
come ricatto il fatto che avrebbe messo in cassa integrazione gli operai.
Cioè le ricostruzioni su beni storici o beni normali entrano poi, dicevamo
anche stamattina nell'introduzione di questo discorso generale di politica
economica, finanziaria, ecc.. Ecco ora speriamo che la Sovrintendenza veramente
riprenda in mano anche tutti questi documenti e riprenda poi in mano anche
la situazione qui a Venzone. Io vedo l'arch. Franca: Venzone dall'88 ad adesso
sta vivendo un momento, salvo il Duomo, ma Venzone centro storico, di enorme
decadenza. Abbiamo capito che tutte le forse, le potenzialità economiche
erano riservate a quel monumento per cui non ci siamo mossi. Ricordiamo però:
Venzone sta subendo un enorme degrado. Le mura sono state costruite per metà,
ingenti spese e quindi abbisogna di una continuazione, determinare, portare
a termine. Non vorremmo essere un'altra Pietà di Michelangelo. E vorremmo
che fosse integrato completamente il discorso del piano particolareggiato.
I percorsi sono quelli poi che possono portare a una nuova rivitalizzazione
di questo paese. Ma, ultimamente, anche la progettazione viene ritoccata dalla
Sovrintendenza con l'adesione a certe proposte di cittadini privati che, ad
esempio, richiedono nuovamente stalle e fienili a riadossare alle mura. Ecco
il Piano non le prevede, la Commissione edilizia venzonese le ha rifiutate,
il Consiglio comunale le ha rifiutate ma la Sovrintendenza le ha accolte.
Abbiamo perplessità: Venzone deve ancora essere finita ma già
inizia un degrado: box si stanno installando all'interno dei cortili. Ecco
abbiamo bisogno adesso, anno 1986, con l'avvio di questo progetto che speriamo
che trovi la simpatia, la stima e l'aiuto anche di tutte le forze nazionali
perché qui, ancora, dopo vent'anni non troviamo, siamo ancora soli
e aspettiamo aiuti dall'esterno e quindi che riprenda la situazione che sia
un'opera completa e che mostri di sé veramente il valore che ha intrinseco.
Passiamo proprio per questi discorsi al progetto che verrà presentato
da Francesco Marini e da Alberto Moretti su Interreg 2 per Venzone. Il progetto
Interreg, mi chiede Alberto di accennarne, è un progetto, è
uno di quei tanti progetti che si stanno sviluppando nelle aree economicamente
disastrate. In generale 5b, ad esempio, per tutta l'Italia per le aree che
hanno bisogno di un rilancio economico. Ci sono i progetti "leader"
e ci sono, per il nostro caso, per il Friuli, proprio perché dopo l'entrata
nella Comunità Europea dell'Austria e la Slovenia, che è in
fase di trattative, noi siamo diventati una Euregio cioè una Regione
con tre confini. Questi progetti, il progetto Interreg 2, perché il
primo è già stato esaurito in altre situazioni europee, ce ne
sono circa una decina di queste situazioni per esempio dove la Germania confina
con la Francia e il Belgio, veramente le zone di grande attrito anche politico.
Ecco questi progetti sono stati predisposti dalla provincia di Udine. Uno
di questi progetti interessa proprio anche la valorizzazione di tutta questa
ricostruzione di Venzone. Non è un progetto nuovo, uscito fuori così
dal cappello all'ultimo momento. E' una vicenda che le forze politiche sociali
culturali venzonesi avevano già lanciato cinque anni fa, ancora prima
che morisse l'ing. Chiavola e il grande, permettetemi, Segretario generale
alla ricostruzione al quale, già allora, con Alba Bellina, con Alberto
Moretti, avevamo richiesto di incominciare a scendere negli archivi della
Segreteria generale straordinaria per incominciare a raccogliere materiale
perché pensavamo che Venzone avrebbe potuto veramente essere, lo diceva
Petrini, lo diceva il prof. Cecchi, un momento di rielaborazione e di indicazione
di dati. Ecco questo progetto Interreg vuole proporsi in questo modo e quindi
diventare veramente il futuro per Venzone basato sull'esperienza che ha vissuto,
su questa esperienza del terremoto. Di nuovo noi non troviamo qua forze politiche
che ci diano una mano, come vent'anni fa. Di nuovo siamo incompresi in Patria.
La Regione, la Provincia l'ha fatto ma non lo segue più. La Regione,
beh in questi momenti anche politicamente ha molte altre distrazioni, anche
il paese stenta a farsi avanti. Abbiamo l'appoggio dell'amministrazione comunale
ma stiamo cercando veramente e questo - ed è stato presentato in questo
convegno - proprio perché il mondo culturale politico, il mondo che
guarda al nostro progetto con un occhio di particolare interesse, possa darci
una mano e quindi anche il Ministero e lo Stato italiano, riprendendo quella
formula che dicevamo stamattina, che tanto ha funzionato: Stato, Regione,
Comune. Il progetto è passato alla Regione, in mezzo a tanto altri,
sono passati totalmente: E' passato il Ministero degli Esteri a Roma, adesso
è in giacenza alla Comunità Europea. Ha un futuro piuttosto
lungo ma ci stiamo lavorando.
Ecco io passerei quindi la parola allora a Alberto Moretti che descriverà
l'impostazione di questo progetto e a Francesco Marini che poi cercherà
di spiegarne un po' la ricaduta economica che questo potrebbe dare su Venzone
e non solo.
Prego.
Alberto Moretti [testo in attesa di autorizzazione]
Beh, innanzi tutto ringrazio
per aver avuto questa possibilità di parlare, un po' nella prosecuzione,
diciamo così, di questo momento economico che si è venuto a
creare a Venzone e che ultimamente stava rischiando di cadere, cadere di tensione.
Dagli argomenti che sono stati discussi in questi tre giorni di Convegno,
appare evidente che il settore, diciamo così, compreso tra il rischio
sismico, restauro, ricostruzione, passando attraverso la prevenzione e pronto
intervento, consente sviluppi economici non trascurabili specie se calati
in una realtà di fondo povera come quella di Venzone. Povera perché
inserita in una zona, diceva prima anche Miry, che apparteniamo comunque storicamente
ma anche geograficamente a una zona comunque depressa. Il fatto di riuscire
a ricavarne da questo un momento economico, se riusciamo a impostare questo
progetto, avrà sicuramente delle valide ricadute ma non solo per Venzone,
ritengo. D'altronde storicamente Venzone gravita per quello che riguarda,
diciamo così, la manodopera, sulle zone industriali di Rivoli di Osoppo,
un po' la zona industriale di Tolmezzo. Buona parte, diciamo così,
trovava impiego nelle ferrovie, ambiti statali comunque diciamo non ci sono,
tradizionalmente, finita la parte economica dell'agricoltura, ancora negli
anni '60, non c'è stato sbocco né sotto il punto di vista artigianale,
minimo comunque, e nemmeno, tanto meno quello industriale. Dar vita a un progetto
di questo genere, a mio avviso, significa, fondamentalmente, attivare tutta
una serie di possibilità che, innanzi tutto, possono portare a dei
posti di lavoro puliti. Consideriamo, per un attimo, che il Centro non avrà
problemi di smaltimento di residui di lavorazione, per esempio, tanto per
intenderci. E non è poco se consideriamo che il Centro di documentazione
progettato viene inserito nel contesto del nostro centro storico ricostruito.
Non credo serio adesso parlare di numeri. Certo è che l'attivazione
del Centro richiederà stabilmente figure professionali, rappresentative
di categorie, non solo di alto livello, non solo di ingegneri, di docenti
o di cose di questo genere e darà quindi possibilità di impiego
di personale locale, il discorso di premessa. Risorse umane quindi che adesso
sono destinate altrove con conseguente impoverimento della vita della cittadina,
e non solo sociale. Il pendolare viene solo a dormire, in fondo. E oggi buona
parte della popolazione attiva è costretta al pendolarismo.
Ecco, per quanto riguarda il progetto Interreg si è seguito la traccia
di questo progetto e non solo di Interreg anche del Progetto 5b. Progetti
quindi di respiro europeo ai quali ci siamo sì ispirati, diciamo così,
come orientamento economico il quale prevede fondamentalmente degli interventi
di tipo privatistico con, ovviamente, l'intervento anche di elementi non economici
ma, diciamo, pubblici. Vale la pena ricordare che abbiamo la Provincia che
ha comunque promosso questo, questo momento progettuale. Ha dato l'adesione
il Comune di Venzone. Tutta una serie di, l'Università di Udine che
già Moretti aveva prima, diciamo così, elencato. Quindi. Anche
per farla breve - per non tediarvi oltre su cose che magari possono interessare
solo la Comunità di Venzone e spero non solo la Comunità di
Venzone - ritengo che il momento economico che verrebbe, che verrebbe ad attivarsi
sia una cosa nella quale, innanzi tutto, dobbiamo crederci perché se
no se non ci crediamo ovviamente siamo anche subito scesi da questo autobus
e non solo per i soggetti interessati e anche non solo per l'aspetto economico.
In fondo questo è un grande momento anche culturale: se abbiamo l'accortezza
di riuscire, scusatemi il termine e me lo si passi, a venderlo, avremmo un
utile non solo per questa Comunità ma anche per tutte quelle cose che,
molto probabilmente, come diceva anche l'ing. Moretti, andrebbero perse nelle
cantine di qualche università, di qualche ente.
Io vi ringrazio.
Il progetto, a dir la
verità, non è stato molto bene esplicitato perché ci
è capitato di parlarne da, a più parti. Ci hanno rubato le idee,
non ci hanno i soldi. Ecco, comunque noi le idee le abbiamo, le porteremo
avanti, sperando nel lavoro di tutti quanti.
Adesso abbiamo completato questa fase. Io chiamerei veramente qui Marisa Dalai
Emiliani per trarre le conclusioni. Capita a Lei ma chi, come lei, grande
amica e conoscitrice dei nostri problemi e di tutta la storia di questi vent'anni,
può trarre le conclusioni anche di questo secondo Convegno su Venzone
che abbiamo fatto in questi vent'anni? Prego.
Marisa Dalai Emiliani
Io penso che mi sono stati
dati troppi compiti in questi giorni, che ho già parlato tre volte
e che, forse, la cosa migliore che posso fare è di essere veramente
brevissima. Anche perché questo, che abbiamo voluto chiamare Convegno,
in realtà ha assunto piuttosto la forma di un seminario: è stato
un continuo dialogo fra noi in cui abbiamo cercato insieme di approfondire
il senso di una esperienza durata vent'anni e che, come dire, ha proprio attraversato
e cambiato la nostra vita e il nostro modo di pensare.
Mi sembra che la vera conclusione di questo Seminario, preferisco chiamarlo
così, sia stata in realtà la relazione che mi ha preceduto proprio
perché, come dire, in questo progetto che riguarda il futuro, il futuro
anche socio-economico di Venzone, oltre che quello culturale. Tutta l'esperienza
fatta ritrova un senso e mi pare che sia profondamente umano e razionale volere
trasformare la catastrofe del terremoto in un motore di sviluppo per questo
paese così colpito che ha dimostrato tanta volontà di rinascere
e di rinascere non com'era prima ma proprio innestandosi molto più
vitalmente nella realtà di oggi, nella storia. Vitalmente perché
con le radici dentro il suo passato ma con una consapevolezza raggiunta proprio
attraverso la sventura del terremoto e la reazione a questa sventura. Perché
dico che quindi la vera conclusione del seminario c'è già stata
perché, mi pare, che sia stato riproposto e messo al centro di questo
progetto per la creazione di un Centro di documentazione di cui esistono già
ora le visi ecta membra. Si tratta solo di riunirle e di trasformare questa
ricchissima, varia documentazione ora dispersa fra vari fondi archivistici
all'interno di diverse istituzioni. Trasformare questa documentazione, mi
sembra di aver capito, in un laboratorio vivo di ricerca che, come dire, mobiliti
le forze locali, le valorizzi ma insieme che diventi un punto di riferimento
per la comunità scientifica nazionale e internazionale. Mi sembra che
come metamorfosi della piccola Venzone che apparteneva ad un'area economicamente
depressa, sarebbe una metamorfosi davvero straordinaria, questa no.
Il tema della documentazione mi pare che, veramente, abbia attraversato queste,
queste tre giornate sia pure in modi diversi. Abbiamo riflettuto ripercorrendo
le scelte culturali ma anche, così, di politica culturale che hanno
portato alla decisione di ricostruire e il centro storico e poi il Duomo.
Dicevo, abbiamo insistito molto sul ruolo fondamentale, essenziale che ha
avuto l'esistenza di una ricchissima documentazione riguardante il paese e
il suo monumento principale il Duomo, ai fini di una ricostruzione come è
stata effettivamente poi realizzata e proposta. Stamattina, in particolare,
il prof. Petrini ha insistito su un concetto molto importante cioè,
mi pare ci abbia detto, che la questione della prevenzione del rischio sismico
dei centri storici, dei monumenti, non è tanto una questione astrattamente
e squisitamente scientifica di modellizzazione matematica. Sarà possibile
e diventerà davvero efficace soltanto se potrà utilizzare le
esperienze fatte e quindi ci ha proposto questo legame che tocca sempre molto
profondamente fra la scienza sismica, e quindi anche antisismica, e la storia.
E' proprio un caso, come dire, emblematico no quello della scienza sismica
che non può progredire senza la storia. E' un caso di correlazione
strettissima quindi fra la ricerca storica, che appartiene all'ambito delle
scienze umane, e la ricerca scientifica.
Ecco, vorrei concludere questo ragionamento, questa riflessione intorno alla
documentazione, non soltanto appunto ripensando al ruolo che ha avuto nella
ricostruzione del Duomo ma appunto proponendo questo, questo tema come il
nodo centrale di una possibile estensibilità della esperienza che è
stata fatta a Venzone nel campo della tutela del beni culturali. Aprendo,
tre giorni fa, i nostri lavori, dicevo che, in fondo, al centro di questo
nostro incontro più che, come dire, una domanda, una interrogazione
intorno alla legittimità di quanto è stato fatto qui e quindi
intorno alla legittimità in termici di teoria del restauro, del tipo
di ricostruzione per anastilosi, che è stata proposta per il Duomo,
mi sembrava che dovesse essere quindi più di questa questione, in fondo,
alla fine accademica, mi sembrava appunto che dovesse essere piuttosto un'altra
domanda: il caso Venzone e, in riferimento al centro storico e al suo Duomo,
è unico, irripetibile o invece può offrire un modello di metodo,
può dare delle indicazioni circa le opzioni e teoriche e, soprattutto,
operative che potrebbero appunto essere estese anche ad altri casi. Ecco,
può trarsi una possibile lezione dalla esperienza di Venzone nell'ambito
della tutela dei beni culturali. Ecco credo che una delle lezioni sia proprio
questa, cioè: assolutamente l'esigenza di possedere, per i centri storici,
una documentazione grafica - penso ai rilievi che esistevano per Venzone,
casa per casa - fotografica, fotogrammetrica come è stata eseguita
e donata qui a Venzone dalla Soprintendenza di Vienna fra il primo e secondo
terremoto del '76. Questa esigenza di documentazione che non si può
non collegare alla grande questione del catalogo nazionale, in Italia no.
La questione, ahimè, molto dolente per tutti noi perché il nostro
paese a distanza di cento, quanti sono, 130 anni dall'unità, non è
riuscito mai a darsi un catalogo nazionale e la piega che stanno prendendo
le cose in questi ultimissimi tempi è estremamente preoccupante perché,
come dire, quella prassi perversa che è stata inaugurata con l'operazione
"Giacimenti culturali", sta diventando la prassi dell'Istituto centrale
del catalogo, cioè: l'appalto della catalogazione ad imprese informatiche
private che non hanno la più pallida idea di che cosa significhi catalogare.
Sono incapaci di elaborare dei progetti culturali per la catalogazione, e
assoldano ragazzi inesperti, costringendo comunque i più esperti di
loro, che hanno anni di catalogazione, alle spalle in collaborazione con gli
uffici centrali o periferici delle Soprintendenze, come dire, a operare come
dei kapò no che controllano questo lavoro a cottimo della schedatura.
Con le imprese che, così, mi risulta, conteggiano i tempi di lavorazione
delle schede e stabiliscono che per una scheda non si debba utilizzare più
di mezz'ora ignorando totalmente che ogni scheda richiede un sopralluogo,
la visione diretta dell'oggetto, ricerche in archivio e così via, insomma.
Ecco, questa è una denuncia che io faccio e che si collega anche alla
questione della carta del rischio sismico che non può, non potrà
non essere collegata, integrata no, dal punto di vista della sua realizzazione,
alla catalogazione. Quindi la speranza che effettivamente si possa elaborare
una carta del rischio sismico su questa base operativa è, mi pare,
molto labile. Quindi occorre un grande sforzo, credo, da parte di tutti perché
questo problema venga riaffrontato in termini, in termini diversi. Il catalogo
nazionale non potrà che essere, così come la carta del rischio
sismico, che il risultato di un grande impegno collettivo che richiede un
grande impegno di formazione degli operatori e quindi questo implica un collegamento
fra l'Università, come luogo di formazione, e le strutture di tutela.
Questo mio discorso ha preso una piega che non avevo previsto, comunque, credo.
Prendetelo come uno dei risultati per me di queste giornate di meditazione
e anche di emozione.
Lasciate che recuperi, sia pure molto sinteticamente, quello che a me è
parso, il senso, soprattutto nella giornata di ieri, quando abbiamo sentito
le relazioni di tutti coloro che hanno operato nel cantiere del Duomo, da
Francesco Doglioni alle sue collaboratrici, Alessandra Quendolo e Alba Bellina;
a tutti gli altri operatori; l'archeologa che ha fatto gli scavi e così
via. E' emersa da, mi pare, da questo racconto, è emerso e si è
riconfermato quello che credo abbiamo imparato tutti a capire, forse negli
ultimi vent'anni: il restauro - ammesso che si possa parlare di restauro e
non di progettazione architettonica, come ci ha ricordato l'amico Paolo Marconi
ieri per la ricomposizione del Duomo di Venzone - è diventato sempre
più la nostra vera, grande occasione di conoscenza. La storia dell'arte,
dunque anche della storia dell'architettura, ha fatto in questi anni e continua
a fare dei passi avanti attraverso il restauro. Uno degli aspetti che più
mi ha emozionato nel racconto fatto da Francesco Doglioni e dalle sue collaboratrici,
è stato proprio, come dire, questo rivivere con noi la ricerca ma soprattutto
la fase proprio operativa nel cantiere. La ricerca preliminare e poi questa
continua verifica, giorno per giorno, della base dei risultati della ricerca,
in un continuo processo, in un continuo trapasso dal cantiere di oggi al cantiere
medioevale no. Cioè una possibilità attraverso il lavoro di
oggi di ricostruire il lavoro dell'antico cantiere medioevale per poi ritornare
dal cantiere medievale al cantiere di oggi con, come dire, tutte le raffinate
possibilità dal punto di vista strumentale che la nostra cultura di
oggi appunto consente. Allora il tema della autenticità mi ritorna
in mente che è stato toccato da Gizzi stamattina e l'autenticità
di questa grande fabbrica recuperata è l'autenticità dell'originale
perduto e, come dire, inseguito attraverso questo lunghissimo lavoro, questo
grandissimo sforzo scientifico e operativo o è piuttosto l'autenticità
della nostra cultura di oggi come suggeriva Gizzi no. Il valore di autenticità,
di questa fabbrica, probabilmente è diviso fra l'una e l'altra cosa.
Vorrei aggiungere ancora - avevo promesso di essere brevissima e invece mi
accorgo di non esserlo - vorrei aggiungere ancora due pensieri: Michele Cordaro
tentando di, con molta generosità, dicevo e vorrei sottolineare insieme
difficoltà di leggere la ricomposizione del Duomo di Sant'Andrea, in
riferimento alle teorie del restauro, ha concluso affermando che non si tratta
affatto di una ricostruzione del Duomo "com'era e dov'era": "dov'era"
si, "com'era" assolutamente no. Perché il progetto iniziale,
elaborato per la ricostruzione del Duomo, a partire dal dato materiale e insieme
dal dato culturale, entrambi molto importanti, del recupero delle pietre,
almeno all'80%, da un lato e dall'altro dell'esistenza di tutta quella documentazione
che abbiamo già ricordato, dicevo: il progetto culturale iniziale in
realtà non si è assolutamente proposto di costruire un edificio
che fosse una replica di quello originario. Si è proposto invece e,
come dire, la continua messa a punto di quel progetto sul cantiere lo ha confermato,
di come dire catturare in quel nuovo edificio che adesso è stato costruito,
in questa nuova architettura, catturare tutti gli elementi della sua storia.
Prima di tutto della storia traumatica del terremoto che è tutta leggibile
nell'edificio di ora e insieme, forse l'ho già detto ieri e lo ripeterò,
della storia della ricostruzione perché ogni fase, ogni gesto che è
stato fatto è leggibile nell'edificio, è riconoscibile, vuole
essere letto e quindi si offre alla nostra interpretazione e qui voglio riprendere
un concetto che ha espresso l'arch. Cechi prima no, mi pare che tu abbia detto
che "avere ricostruito il Duomo significa consegnarlo, riconsegnarlo
alla nostra interpretazione, all'interpretazione delle generazioni future".
Ecco in realtà noi offriamo molto di più, offriamo l'interpretazione
della cultura di oggi che ha impresso il suo segno così visibile nel
Duomo e quindi io credo che ci sia, che il Duomo ricostruito sia l'espressione
della nostra idea di storia di oggi che è un'idea onnivora. Noi non
vogliamo perdere nulla della storia, non vogliamo fare selezioni di valore,
tutto per noi è importante, no. Vorrei ricordare le parole di Adorno
che diceva: "Ciò che scompare diventa essenziale" e la storia
sta scomparendo dal nostro pianeta. Noi assistiamo quotidianamente no a una
erosione continua della storia. Allora, in questo senso, forse, le scelte
che sono state a Venzone sono delle scelte coraggiose, contro corrente che
hanno messo invece la storia proprio alla base di un recupero e di una nuova
possibilità di vita. E voglio aggiungere ancora una cosa. Mi ha colpito
moltissimo, fra le relazioni di stamattina, quella di Martines che non conoscevo.
Pur avendo insegnato a Napoli per alcuni anni, non avevamo mai avuto occasione
di incrociarci e Martines ha sottolineato, con molta forza, che una ricostruzione
non può essere pienamente raggiunta se non è una ricostruzione
sociale. Ecco mi ha fatto tornare in mente un viaggio molto dolente fatto
nell'Irpinia appena colpita dal terremoto e ricordo che è un viaggio
che ho fatto con alcuni dei miei studenti di indiano che avevo appena lasciato
e alcuni dei miei studenti di Napoli. Mi ricordo che su un pulmino di fortuna
e naturalmente, come dire, proprio l'opportunità che avevo avuto di
dovermi confrontare a Venzone con i problemi del terremoto, mi aveva reso
più sensibile alla, come dire, a questa vicenda che mi trovavo di nuovo
a vivere essendo a Napoli chiamata all'Università di Napoli nell'80
- scusate questo pezzettino di autobiografia - e mi ricordo che arrivammo
a Teora una sera. Teora era stata spianata dalle ruspe in gran parte e parlammo
con un vecchio contadino che ci venne incontro e che disse una cosa che non
ho mai dimenticato e che comunque proprio Martines mi ha fatto ricordare.
Questo vecchio ci raccontò che all'indomani del terremoto, dopo due
o tre giorni, erano arrivate delle ruspe, delle enormi ruspe Caterpillar inviati
a spese del Rotary di Vicenza, mi pare di ricordare, e queste in una notte
avevano spianato ciò che restava del centro storico. Teora era un paese
bellissimo prima. Ma questo vecchio contadino diceva: "Hanno perfino
sradicato tutte le piante della nostra piazza, davanti alla Chiesa. Che bisogno
c'era di levarle? Almeno avremmo le piante. Potremmo tornare ancora là
e giocare a carte come facevamo prima." Ecco a Venzone le piazze sono
state ricostruite e si può giocare a carte qui, come abbiamo visto,
nei caffè, nelle trattorie intorno alla piazza e si può cantare
come abbiamo sentito ieri sera e come anche l'amico Martines ricordava no.
Abbiamo visto questo tramando, ieri sera di padre in figlio: da Luigi Moretti
a Alberto Moretti che ci ha tutti commossi moltissimo.
A nome della Pieve di
Venzone, della Fabbriceria del Duomo e dell'Associazione "Amici di Venzone",
mi pare doveroso, prima che il Presidente chiuda quest'ultima sessione del
Convegno, porgere un ringraziamento che non è formale certamente. Innanzi
tutto ai Relatori, a chi ha partecipato, al Comitato scientifico e al suo
Presidente Marisa, anche se non l'abbiamo mai nominata ma ha costituito sempre
per noi la Presidente.
Io mi auguro che queste giornate, per quanto fredde, abbiano sentito il calore
della partecipazione, il calore così della testimonianza venzonese
e proprio sulla testimonianza venzonese pensavo, riflettendo in maniera molto
disorganica a tutto quello che abbiamo sentito, pensavo al fatto che il paese
ancora tutto in macerie quando noi avevamo ben chiara l'idea di costituire
a Venzone un archivio, quello che chiamavamo un "Archivio della ricostruzione".
Sentendo anche quanto ci hanno detto mi chiedo se Venzone non potrebbe diventare
proprio quella sede di coordinamento di tutta la documentazione, perlomeno
esistente in seguito al terremoto del '76 perché io credo che questo
paese debba seguire delle sue vocazioni. L'avevo già detto e mi parrebbe
che la vocazione migliore potrebbe essere quella di continuare a significare
all'interno della nostra storia contemporanea.
Rinnovo il mio più cordiale grazie anche a nome di monsignor pievano
e lo rinnovo in maniera significativa alla provincia di Udine che ci ha consentito
queste giornate; all'Amministrazione comunale che ci ha cortesemente ospitati
in questo bel salone per quanto un po' freddino.
Miriam Calderari
E ringraziando tutti quanti,
quindi oratori, pubblico, ospiti, intendiamo chiuso il convegno.