Fabrica Ecclesiæ
La ricomposizione del duomo di Sant'Andrea apostolo di Venzone
Atti del convegno tenutosi a Venzone il 28-29-30 settembre 1995


Lavori del convegno - III giornata

Miriam Calderari, moderatrice

Il programma prevede un primo intervento dell'arch. Stefano Gizzi, della Sovrintendenza del Lazio, che si è occupato di recupero di aree archeologiche. Poi l'arch. Martines, dell'Ufficio speciale per Grandi progetti del terremoto dell'Irpinia, che quindi ha una esperienza abbastanza simile alla nostra ma poi saremo curiosi poi di sentire cosa è avvenuto là. Poi parlerà il prof. Vincenzo Petrini, ecco io non lo presento perché amico ormai da tantissimi anni, più di dieci, e ha fatto quindi un percorso con noi e speriamo che questo percorso poi continui per altri progetti che Venzone sta avviando.
Dopo l'intervallo parlerà l'arch. Roberto Cecchi e fino a pochi giorni fa, della Sovrintendenza per la Calabria, attualmente Ispettore centrale al Ministero, collaudatore del Duomo. Quindi un'altra persona che speriamo sia arrivata a Venzone e con Venzone continui un po' di strada.
Per il progetto su Venzone, che vogliamo oggi presentare, perché prenda l'abbrivio, ci saranno Francesco Marini e Alberto Moretti, due giovani Venzonesi a cui, speriamo, noi, diciamo della passata generazione, di dare il testimone perché portino avanti, per i prossimi vent'anni, questa tensione ideale. E poi per una riflessione sui temi del Convegno in generale, concluderà Marisa Dalai Emiliani che amiamo tantissimo. L'intervento conclusivo di Mario Serio non ci sarà, pensiamo che possa farlo il dr. Roberto Cecchi, perché ha un altro impegno mi pare a Berlino.
Ecco, io come moderatore darò la parola però mi riserverò anche, spero, solo dieci minuti ma se saranno dodici porterete pazienza, per dire alcune parole che raccolgano un poco questa esperienza di vent'anni di lavoro, non a Venzone perché parleranno di questo Alberto e Francesco ma per vedere, un po' a conclusione, a diciannove anni, che cosa ha voluto dire questa ricostruzione per il Friuli.

Subito vorrei dare un ringraziamento, molto vivo e sentito, alla Provincia di Udine che ha voluto prima e ha confermato in extremis, tre giorni fa, questo Convegno per cui sarò una di quelle che hanno promosso il Convegno e quindi parte attiva anche e avrà quindi interesse alla pubblicazione degli atti. Ringrazio anche di questa occasione la Fabbriceria del Duomo di Venzone perché dà la possibilità anche di fare un punto a Venzone, dopo diciannove anni. Da più parti, in questi ultimi sette-otto anni, si sono alzate delle voci che chiedevano un momento di riflessione: "Che cosa ha voluto dire il terremoto e la ricostruzione in Friuli". Ecco, non queste voci che ormai sono più isolate perché altri eventi arrivano prepotenti e preponderanti. Però è necessario che una popolazione, che una cultura, dopo un evento così straordinario, che ha portato sconquassi e che ha fatto fratture profonde nella sua identità culturale, fra quello che era prima e quello che era dopo, faccia una riflessione sugli aspetti sociali, culturali, tecnici e finanziari che questo evento enorme ha provocato.
Ecco noi speriamo e se ci sono delle forze qui locali e specialmente da parte della Regione ma anche da parte dei Sindaci, che hanno lavorato in questo periodo, si possa fare il prossimo anno un momento reale di riflessione nel ventesimo che non si risolva però in una carrellata di belle fotografie di interventi privati, pubblici, ben riusciti o meno, come si è soliti fare in queste occasioni.
Ecco, pensiamo che il Friuli con questa ricostruzione possa raccogliere e dare moltissime, un grande contributo di esperienze, di conoscenze. Contributi che potrebbero servire per altre occasioni: non sono servite. Noi ci siamo precipitati in Irpinia, nell'80-'81, avevamo cinque anni di esperienza, come erano venuti da noi quelli del Belice che avevano già dieci anni di esperienza, per dire, perlomeno, non fate i nostri errori. Abbiamo visto e vediamo il problema del Piemonte adesso, anche se un altro evento è questo dell'alluvione ma le caratteristiche e i metodi di intervento sono simili se non quasi uguali, vediamo che ogni esperienza in Italia, ma forse non solo in Italia, resta isolata e ogni volta si riprende dallo stesso punto di partenza come se niente, in altre parti, fosse fatto. Ecco perché vale la pena comunque di parlare della ricostruzione del Friuli se non altro perché è una ricostruzione avvenuta cioè è una ricostruzione che si è realizzata: è la prima volta che capita in Italia. Né le esperienze del Vajont prima, di apice, e poi del Belice quindi dell'Irpinia, successiva alla nostra, e attualmente quella del Piemonte, pare, dicono, che sia possibile un'esperienza che possa ricostruire, ripristinare quasi il 100% dell'intero danno sostenuto.
In Friuli dal '77, con la prima Legge, all'87, quindi circa dieci anni, 12.000 miliardi sono piovuti, sono giunti. Una valanga enorme, finanziaria, che ha investito una debolissima, sconosciuta area, posta al confine con un'Austria - pensiamo un momento, è difficile anche per me, ecco, pensare a vent'anni fa - con un'Austria neutrale, politicamente, non come persone singole che abbiamo avuto moltissimi amici. Però neutrale se non ostile in questo suo isolamento che la metteva cuscinetto di due realtà: a nord e a est una ancora sconosciuta Jugoslavia che maturava, ma non lo sapevamo, la grande tragedia che ora si sta consumando. Eravamo una zona di confine e quindi l'Italia intera non ci conosceva perché non dovevamo, probabilmente, essere conosciuti e perché eravamo nel confine con questa parte che era questo il mondo del comunismo e infatti, dopo, abbiamo scoperto il perché anche di queste situazioni. Gladio, per esempio, è una elle realtà che sono uscite fuori e che hanno a noi spiegato il perché di certe situazioni che probabilmente non capivamo prima.
Bene: la ricostruzione è, anche con questi aspetti negativi, è riuscita perché si sono verificati due fatti sostanziali: lo Stato che ha emanato tre leggi quadro di finanziamento, ha dato delega alla Regione. Eravamo nel '76 e le Regioni italiane si sono costituite nel '70. Sì la Regione Friuli-Venezia Giulia è una Regione a Statuto speciale, poco speciale comunque, ed è stato quindi il primo tentativo in cui lo Stato abbia dato fiducia a una Regione, delegando tutta questa massa di finanziamenti. Ma la Regione ha fatto due cose: ha dato un passaggio ai Comuni, che in effetti hanno gestito, con delega, proprio alla spesa e quindi con enormi responsabilità che non vengono ora riconosciute, i finanziamenti, creando, a Udine, e quindi decentrando o mettendo al centro del terremoto, un ufficio, la Segreteria Generale Straordinaria, dove operava un Ufficio Operativo Centrale composto da tutte le parti politiche. Ecco, la Regione, attraverso la Segreteria, coordinava gli interventi dal punto di vista sia tecnico-finanziario e ha emanato grandissime e ha anche, per quei tempi, importanti documenti tecnici, ricordo il DT5, il DT8. E' intervenuta sugli appalti, è intervenuta sugli accorpamenti e quindi si è instaurata attraverso, prima il Commissario Zamberletti che ha coordinato e in effetti abbastanza positivamente i primi momenti del terremoto, poi con la Segreteria Generale Straordinaria l'apparato legislativo e quindi l'apparato locale. Si è creata un'enorme cordata che è stata, in effetti, la base della ricostruzione. Io ricordo allora che prima di emanare una legge la Regione chiamava tutti i Sindaci che davano delle indicazioni, si faceva una legge dopo si tentava l'applicazione sul territorio. I Sindaci venivano di nuovo chiamati a vedere se c'era necessità di ulteriori modifiche allo scopo di ricostruire. Ebbene io penso che in questi anni la Regione Friuli-Venezia Giulia abbia legiferato in un modo spaventoso con tantissime modifiche ma sono state queste modifiche che hanno sempre e continuamente tarato l'intervento, a rendere poi effettiva la ricostruzione. Lo Stato, da parte sua, ha erogato, con un flusso abbastanza continuativo, i finanziamenti e quindi questo rapporto Stato-Regione-Comuni ha consentito che la macchina, partita in modo stentato perché non c'erano esperienze precedenti, continuasse a macinare soldi, mattoni, cemento, ecco. Ma questo ha anche rappresentato il punto mancante, forse no, di tutta questa situazione. Il Friuli che ha saputo macinare soldi, cemento e mattoni, non si è guardato dentro e non ha riconosciuto, non ha voluto, non ha potuto riconoscere, anche la sua anima culturale per cui centri storici devastati, completamente cancellati. Probabilmente la Segreteria ma non è una colpa certamente, la Segreteria se avesse avuto una coscienza del valore etnico ma dicevamo eravamo in quella situazione politica anche nel '76, culturale di questa Regione al Confine, plurilingue, plurietnica, avrebbe cercato di creare anche un coordinamento culturale che quindi guardasse non solo a una ricostruzione materiale ma anche a una ricostruzione culturale, per esempio, attraverso il recupero di monumenti e il recupero di tutto il materiale che la nostra cultura aveva prodotto in quei mille anni.
Ecco, in questo settore, forse se ne è parlato in questi giorni, la Chiesa friulana è stato l'unico punto di aggregazione che ha dato alcune indicazioni in questo punto. Ecco, il Friuli non conosceva, probabilmente, a profondo la sua identità storica e quindi è stata, oppure era fragile, la cultura friulana, l'intelligenzia, l'ho detto più volte e non me ne rammarico, è stata assolutamente assente da questa elaborazione. La massa di soldi, di finanziamenti, di tutto questo intervento lavorativo ha senz'altro creato profonde fratture fra il Friuli di prima e il Friuli di poi. Il fatto poi materiale che ormai si sia abbastanza risolta anche la struttura della famiglia friulana, della casa friulana, del modo di vivere friulano. Ecco i soldi che non erano riusciti negli anni passati, sono riusciti velocemente, dieci anni, a renderci omogenei anche come richieste e anche come modo di pensare, anche come cose da volere, al resto dell'Italia e al resto dell'Europa e adesso anche al resto del mondo.
Cosa è successo, però? Che questa valanga ha creato una parentesi: il Friuli sta riprendendo le valigie in mano e pur lasciando case belle, molto più di prima. L'occupazione è calata anche perché non è un'isola, riprende in sé tutti i problemi dell'Italia e del mondo. Certamente che è stata una massa enorme di finanziamenti che ha creato in quel momento una grande esplosione che però non ha lasciato poi niente sul territorio. Non è che a Venzone si siano aperte più attività e che ci siano più posti di lavoro in tutta l'area terremotata. Ecco, in questo io credo che sia l'errore di questa ricostruzione. L'errore tecnico ed è un errore che, vedo, è stato riproposto anche in altre situazioni e mi avvio alla conclusione di questo momento di riflessione. L'errore è che ogni volta, ogni qualvolta si parla di ricostruzione la legge italiana - e siccome capita in aree disastrate, fortemente indebolite da processi emigratori e di emarginazione - nella legge prevede sempre la rivitalizzazione e lo sviluppo. Quindi ricostruzione, rivitalizzazione e sviluppo: legge per lo sviluppo terremoto dell'Irpinia, della Campania, del Friuli. Io, scherzando con gli amici, dicevo sempre: è come se una persona zoppa normalmente, perché emarginata, perché debole, col terremoto gli venisse azzoppata anche l'altra gamba e quindi a una persona senza gambe venisse dato un forte impulso perché corra due volte più di prima di quando aveva una gamba sola. Questo è quello che succede. Questo muore, stramazza, non riesce a usare i fondi oppure deve chiedere aiuto a forze esterne. Ecco in Friuli, nell'ultimo periodo, anche perché c'è stato l'aggio taggio del cemento, ogni primavera, e quindi gli appalti andavano deserti, c'erano dei rialzi addirittura del 40-50%. Sono arrivate in Friuli anche le grandi strutture e quindi siamo arrivati proprio nel momento di quel grande problema italiano. Qua si sta un po' dipanando, però che è stato un poco il discorso di queste grandi imprese statali. Non oserei parlare di tangentopoli però qualche influsso esterno è arrivato anche in Friuli per cui l'Italstat, l'Italposte sono arrivate e quindi hanno portato via anche dei finanziamenti che dovevano restare in luogo e anche costruendo strutture è stata motivo, la legge sul terremoto, per costruire, per esempio: autostrada, rinforzare questa grande viabilità che ci ha visti diventare un punto di corsa verso la Slovenia che ci sta ormai sorpassando nella sua corsa verso il marco, e quindi tutta la nostra area è diventata il nostro canale poi, da Venzone verso il Canal del Ferro, Valcanale, è diventata una serie di arterie che portano flussi fuori e che non lasciano qui. Ecco, questa ricostruzione poi, in ordine secondario, non ha avuto un momento di flessione iniziale, probabilmente, ma sono spunti che io do agli altri. Avevamo troppa paura di perdere il treno, troppa paura di non riuscire a ricostruire per avere la volontà e la voglia di perdere un anno a pensare su quello che volevamo, su un progetto per il Friuli nuovo. Abbiamo ricostruito, ricostruito, ricostruito pensando che quello potesse bastare. Era forse necessario pensare a che cosa voleva fare il Friuli per la sua montagna, per le zone di collina, con un progetto globale di quello che il Friuli voleva essere anche per l'Europa. Non l'abbiamo fatto, si è ricostruito anche completamente paesi in cima alle montagne che adesso non hanno più neanche abitanti. Quindi una parte anche della ricostruzione e andata a case abitate pochissimo allora e ora completamente disabitate. Ecco, terminando, c'è quindi un discorso di ricostruzione, quindi di orgoglio. Abbiamo ricostruito e invece c'è un aspetto negativo, c'è bisogno di una riflessione, c'era bisogno, non siamo riusciti a farla, perché la situazione riprenda e il terremoto non sia visto come una cosa chiusa ma possa protrarre i suoi effetti anche successivamente in questi momenti di sviluppo e di valorizzazione. Venzone, e poi lascerò la parola, è stato una caso che ha seguito, inserito completamente in questo discorso sia economico sia finanziario. Ha avuto però un diverso approccio per un fatto completamente estraneo. La Sovrintendenza non si ricordava, oppure non sapeva, oppure non erano i tempi in cui si poteva dire: Venzone è un complesso monumentale. C'era il terremoto. D'altra parte i vincoli imposti avevano creato un odio a Venzone contro questi beni, li avrebbe eliminati veramente in modo veloce. Ha avuto quindi modo occasionale la presenza di tre, quattro persone che si sono messe a fermare le ruspe e da lì è partito tutto. Tutta questa ricostruzione diversa che ora vuole riproporre un progetto perché questo sforzo enorme, questa esperienza grandissima, vissuta qua insieme agli altri non venga chiusa ma possa portare per Venzone un futuro, speriamo, più forte delle prospettive che adesso ha questo territorio. Ecco ma di questo parleranno poi Alberto Moretti e Francesco Marini.
Vi ringrazio dell'attenzione e passo adesso la parola a Stefano Gizzi che parlerà sui "Problemi relativi all'anastilosi nel restauro archeologico".
Grazie.


Stefano Gizzi -
Problemi relativi all'anastilosi nel restauro archeologico

La ringrazio e volevo anche ringraziare, naturalmente, tutta l'organizzazione e gli amici che hanno avuto la cortesia di invitarmi.
Lavorando io in una Soprintendenza archeologica, che è quella del Lazio, per il Lazio, mi sembrava interessante porre qualche breve spunto di riflessione su quelle che possono essere le analogie e le differenze naturalmente di comportamento e anche di idee tra le anastilosi (o anastìlosi che dir si voglia) nel campo archeologico e quelle nel campo architettonico come nell'esempio, stupendo, che abbiamo visto, che ho visto per la prima volta a Venzone.
Naturalmente una prima questione, una prima differenza basilare e ovvia che si pone è quella relativa al valore dell'uso che per il rudere, come caso estremo, può essere soltanto un uso contemplativo o didattico, mentre nel campo architettonico, questo di Venzone, di una Chiesa, di una Cattedrale, esiste invece come fonte primaria, come essenza, quello di un recupero di questo valore d'uso che può essere non solo religioso ma anche simbolico.
Ma già qui, naturalmente, il pensiero corre subito a Alois Riegl e alla sua distinzione di valori d'uso. Riegl come noto distingueva varie gradazioni, vari tipi di valori: valore di antichità, valore storico, valore d'uso e tante altre e nessuna delle quali naturalmente doveva prevalere sulle altre, dovevano equilibrarsi.
Una prima questione, secondo me, da porsi è questa: c'è una identità tra valore d'uso e autenticità d'uso? Cioè, voglio dire: nel ritorno ad un valore che può essere quello di una cerimonia religiosa o di una funzione sacra, prima e dopo il terremoto, se questo valore d'uso è preminente e resta costante, questa è la stessa cosa di una autenticità d'uso oppure questa autenticità perde comunque un qualcosa e si sminuisce anche se il valore rimane uguale? Quello dell'uso naturalmente potrebbe essere un valore, noi possiamo attribuirgli un valore, ma non è, non nasce valore in quanto tale, è sempre una attribuzione umana che viene data a questa aggettivazione. Naturalmente quando si parla di anastilosi, nel campo archeologico, si pensa subito alla Grecia, ai primi esempi di anastilosi che nacquero nell'Acropoli di Atene nell'800. E qui mi sembrava interessante porre un dubbio sulla interpretazione lessicale proprio del termine anastilosi che è posta da un archeologo greco, Dimakopulos, il quale contesta una accezione che è stata sempre data, finora, anche da Sanpaolesi, che anastilosi volesse derivare da anà cioè "su" e stilos come "colonna". Dimakopulos invece ritiene che questa dizione non sia del tutto esatta e propone quella di anà stilos come "stele", quindi qualunque pietra, lavorata o non , che possa venire rimessa su. E una cosa ancora più interessante è che egli ha scoperto che questo termine, di anastilosi, per la prima volta viene usato in ambito religioso. Nasce nei circoli religiosi ortodossi greci e, sembra, che la prima volta in cui venga usato è l'843 dopo Cristo, quando, a seguito della vittoria sugli iconoclasti, si usa il termine di anastìlosis ton iconos nel senso di restituzione, restituzione delle immagini. E quindi è oltre modo interessante vedere anche questo aspetto di ordine simbolico e ancor più interessante che poi oggi, in Grecia, invece il termine anastilosi non abbia il significato restrittivo che ha da noi ma significhi semplicemente restauro, mentre da noi è questa operazione molto chiara e restrittiva di rimettere in situ qualche cosa di esistente, soprattutto in pietra da taglio.
Poi c'è un'altra questione che viene posta da vari studiosi attuali, non ultimo Tiberi, il quale ritiene che non si possa parlare di anastilosi se non quando si usino soltanto e unicamente pezzi autentici, senza alcuna integrazione. Io, in realtà, non conosco, credo, se non personalmente, due casi in cui sia stato soltanto utilizzato unicamente materiale originario in campo archeologico: uno è quello, riportato anche da Zander, di un rialzamento a Persepoli di un pilastro nella "Sala delle cento colonne". Un altro è avvenuto a Roma, nel Foro romano, ed è un pilastro della Basilica Giulia. Due casi in cui è stato riutilizzato soltanto il materiale esistente. Questa questione posta da Tiberi però non è solo un "bizantinismo" perché, secondo me, ci pone di fronte a un'altra riflessione: è giusto fare soltanto una questione di percentuale matematica - o comunque di quoziente di parti originali e parti aggiunte, come se di anastilosi si potesse parlare soltanto quando, per esempio, noi abbiamo più dell'80%, che è anche quello generalmente accettato - oppure noi possiamo parlare di anastilosi anche in altre occasioni? Quindi questo è un primo punto di riflessione.
Seconda cosa, posta sempre da Tiberi, è il fatto della possibilità di rimontaggio come se questi monumenti potessero essere assimilati, lui dice, a delle macchine. E' chiaro che lui si pone anche il problema del preventivo smontaggio e rimontaggio e distingue naturalmente il caso di monumenti che non sono mai stati smontati - per pensare alla Grecia: il Partendone - con monumenti invece che già hanno avuto uno o più smontaggi - non so: il tempietto di Atena a Nike, che è già al terzo tentativo - e lui dice stiamo attenti perché non sono macchine che possano essere smontate e rimontate a piacimento ma si tratta di monumenti in cui, a volte, proprio per il fatto di essere ruderi e di avere una autenticità propria, noi non dovremmo avere il diritto - è una sua opinione - di sovrapporre il nostro tempo, la nostra autenticità su di loro, su di essi. Anche qui però si pone, secondo me, un'altra questione che è quella di vedere se questa autenticità di uso è un qualcosa di intrinsecamente connesso al monumento o invece si può parlare di una autenticità nostra, cioè della nostra cultura, che va ad operare in maniera autentica sull'oggetto e, in questo caso, mi sembra, che una soluzione utile sia quella proposta dalla scuola tedesca, germanica e anche austriaca, sempre in campo archeologico, e soprattutto da uno studioso austriaco, che si chiama Huber Frederic Himmer, il quale ha condotto numerosi operazioni di anastilosi in Asia Minore a Efeso sulla Biblioteca di Celso e anche, in parte, sull'arcadiané, sul colonnato di Efeso, il quale parla, riprendendo lo spunto da un articolo 14 della Carta di Venezia, del problema della continuità della forma. Cioè : in alcuni casi la forma prevarrebbe sulla materia per cui noi, per ridare continuità alla forma, potremmo forzare, in qualche modo, l'autenticità materiale dell'oggetto, in campo archeologico, ed arrivare a una ricostruzione parziale, totale, diretta o indiretta. E qui mi riferisco pure ad un'altra differenziazione che viene proposta sia dall'Intermertenz dell'Istituto archeologico germanico, sia da Carbonara, su una distinzione tra anastilosi diretta o indiretta, parziale o totale. Secondo Carbonara una anastilosi indiretta va più propriamente riferita ad esperienze di presentazioni museali, quando i frammenti sono minutissimi, ed il termine indiretto però non starebbe tanto a significare un qualcosa di improprio, quanto una forma di anastilosi operata per necessità, caso che potrebbe essere analogo a quello di Venzone, dove per la grande quantità di lacune e mancanze, non è questo il caso, sopra un supporto moderno, dice Carbonara, si espone, nella loro reciprocità, però di posizione originale, vengono esposti i pezzi con un significato allusivo. Lui pensa ad esperienze museali di tipo ungherese, quali quelle condotte a Budapest, ma io penso anche ad alcune operazioni condotte, per esempio, al museo civico di Padova dove, su supporti moderni, sono stati ricollocati dei frammenti lapidei senza alcuna integrazione. Ora, in questo senso, io non vorrei parlare di integrazione perché qui si aprirebbe un altro settore su sui esiste una letteratura vastissima che poi è stata raccolta in maniera formidabile da Francesco Doglioni. Credo però interessante proporre alcune prove di anastilosi che sono state condotte appunto, ultimamente in Grecia e anche in Italia, sia da Corres, che ha riproposto, all'esterno del Partenone, una prova di rialzamento di un ordine dorico interno che si riferiva al Partendone pre-pericleo e lui ha ricomposto questa prova senza alcuna aggiunta. La stessa cosa è stata fatta a Delos dai francesi in alcuni esempi di sepolcri rotondi e anche ad Olimpia abbiamo alcuni pezzi del buleuterion, per esempio, ricomposti come prova. I tedeschi le chiamano "architecturproben" cioè prove di anastilosi che potrebbero poi rinviare, rimandare ad un restauro mentale, un restauro evocativo che è quello che poneva Longhi poi nel suo famoso articolo su Ulisse, mi sembra, in cui parlava appunto della possibilità di un restauro puramente mentale o evocativo. A questo si contrappone, naturalmente, l'altra possibilità che è quella propugnata anche dal prof. Marconi cioè di vedere invece l'anastilosi come una cosa di utile anche per uno scopo statico. Ricordo che il prof. Marconi parlando, per esempio, della possibilità della ricomposizione di un ordine o della trabeazione dell'Eretteo, la giustifica - anche le prove fatte da Corres, quattro ipotesi fatte per il Partendone - la giustifica per un motivo di migliore funzionamento proprio statico della struttura per cui una volta rialzati, questi pezzi, con alcune aggiunte compatibili, funzionerebbero meglio dal punto di vista statico. E' strano che oggi invece, dal punto di vista di alcuni strutturisti, alcuni ingegneri, si ponga invece la questione se, in alcuni casi, nel campo archeologico, sia meglio, cioè non ci diano più informazioni, addirittura opere lasciate in terra. Per esempio: secondo alcuni strutturisti - D'Agostino, Croci - le informazioni che noi possiamo avere dalla disposizione a terra dei rocchi delle colonne di Olimpia, del tempio di Zeus, oppure anche di alcune di quelle dell'Olimpieion di Atene in cui si vede molto bene la sequenza dell'onda sismica, sono superiori a quelle che noi avremmo se queste colonne venissero rialzate, sia dal punto di vista figurativo, sia proprio per il numero di informazioni che ci verrebbero fornite dallo studio, dall'analisi di come si è verificato il sisma. La questione poi è strana perché da Brandi, anche in Brandi che l'aveva posta per la prima volta, non si aveva una risposta univoca. Tant'è vero che egli stesso, in un primo articolo che aveva scritto sul corriere della Sera: "E' sempre giusto ricostruire un tempio" si riferiva ad un esempio di Selinunte, dava una interpretazione del tutto negativa, di questo tentativo di anastilosi. In altri casi, invece, ne dava un senso positivo, una possibilità positiva, quando - e questo veniva riferito a - c'era un dibattito anche con Rosario Romeo all'epoca, si riferiva ad alcune operazioni condotte da Tusa, dal Sovrintendente Tusa in Sicilia, in cui invece apprezzava questi tentativi di ricostruzione. Questo per dire che non esiste naturalmente una regola ma c'è sempre una necessità di valutare caso per caso. Rispetto ad alcune posizioni odierne, per esempio, si potrebbe richiamare una posizione di Feilden che ritiene che comunque in qualsiasi anastilosi si perda qualcosa ed è sempre possibile, c'è sempre un rischio altissimo di possibilità di errore. Ciò non toglie che Feilden, da parte sua, non sia stato anche del tutto favorevole invece ad alcune ricostruzioni operate in Inghilterra o in Belgio, da Lemer, eccetera.
In sostanza, e poi non voglio rubare altro tempo, lascio la parola a Ruggero Martines, mi sembra che la questione sia del tutto aperta e che va sempre valutata la questione caso per caso. Va anche valutata diversamente la possibilità di poter recuperare o meno questa autenticità sia d'uso che autenticità di altro tipo, partendo appunto dal caso zero limite che è quello del rudere fino ad arrivare a questa possibilità di riproporre la nostra autenticità della cultura attuale su quella del passato. Mi piacerebbe però, se poi ci sarà spazio per un eventuale dibattito, sapere anche l'opinione degli altri relatori, del pubblico: se in questa restituzione che noi abbiamo, per esempio, in Venzone c'è una equiparazione, una identità tra questa autenticità d'uso e il valore d'uso o se comunque qualcosa sia cambiato.
Lascio adesso la parola a Ruggero Martines che invece ci cala in problemi molto più concreti, teorici ma anche concreti, credo.

Ruggero Martines - Riflessioni sui problemi della ricostruzione dopo il terremoto

Il terremoto è iconoclasta. E' iconoclasta sotto molti versi. Io cercherò, rifacendomi a quanto diceva la dott.a Calderari, Miriam Calderari, l'amica Calderari e l'amico Stefano Gizzi, di tracciarne alcuni.
Il segnale dell'entropia del pianeta, il pianeta è un essere vivente, è inanimato ma vivente. Si riappropria della sua capacità di trasformare la realtà, cancella in un istante l'uomo e la storia dell'uomo. E l'uomo si ribella e di conseguenza retro agisce l'atto iconoclasta della natura, riporta la natura al suo dominio e ricostruisce. E' un istinto, prima di tutto. La ricostruzione è un istinto, è una volontà. Ci sono popoli che si sono conformati alla ricostruzione: i giapponesi, per loro antica tradizione, costruiscono le case in legno e tutte a incastro, eppure, per luogo, dovrebbero appartenere alla civiltà della pietra. Non vi appartengono per tradizione culturale e per volontà ricostruttiva. Altri popoli, in altri luoghi, in cui il terremoto è costante, invece, costruiscono in maniera debole, nel senso che le case hanno la capacità di disperdere energia. Mi riferiscono ai popoli degli altipiani, a quelli del Pamir, a quelli dell'Iran che d'abitudine costruiscono grandi muri, quasi a secco, e case bassissime capaci di resistere al terremoto. Ma anche i greci che colonizzarono l'occidente - ho presente il caso di insediamenti greci di V° secolo A.C., per esempio a Veglia - costruivano sempre in terra battuta, in pisé, sicché il terremoto era un evento previsto e programmato nella storia della loro esistenza.
Venzone, l'Irpinia, il Belice, sono terremoti recenti. L'uomo positivista cancella la capacità della terra di riappropriarsi di certe sue energie o di liberarle e tende quindi a fermare, con la sua positività, la costanza della sua azione. E sono immagini, sono problemi, ieri mi pareva, girando per questa bellissima città, che, in dissolvenza, potessi vedere Gibellina. Oppure, mi sembrava, che una città di 2000 abitanti che si era potuta permettere un Duomo come quello di Venzone, giustamente rivendicasse 18 miliardi per ricostruirlo. Sono fidi, sono segnali: 18 miliardi per 2000 abitanti non so quanto faccia per abitante. Un re illuminato - sto pensando a qualche Borbone di prima maniera - si era posto il problema di ricostruire la Val di Noto ma non ha mai pensato di distribuire soldi a feudatari o ad abitanti. Che sarebbe successo se avessimo distribuito ai signori di Venzone tot lire per abitante, quanto è costata Venzone? Cosa ne avrebbero fatto? E' un paradosso. E' un paradosso ma fino ad un certo punto. Vorrei continuare in questi accostamenti di cose differenti e quasi immisurabili tra loro. Cosa è avvenuto a Gibellina? Se devo dare un'etichetta, a vent'anni di distanza, direi che c'è stata la volontà della sperimentazione dell'utopia. Ma è un abitudine comune della cultura italiana. Arrivano le truppe d'occupazione americane, si fonda l'Unrra-Casas e nasce il Villaggio della Martella: l'utopia della vita contadina. Il villaggio della Martella è stato abitato, purtroppo, per tre anni. E' certamente un capolavoro dell'architettura moderna e a Gibellina cosa accade? Accade la stessa cosa. Accade la stessa cosa: l'architetto, e qui la figura dell'architetto si stempera, l'architetto è l'architetto dell'architettura politica, l'architetto è l'architetto dell'architettura disegnata, l'architetto è anche l'economista che spera in una ripresa del sistema. Ebbene che cosa fa questo intellettuale della cultura? Arriva a Gibellina, sovrappone, col diritto nella storia sintetizzata, una forma di cultura sostituendo la storia reale: sostituisce a un'ipotesi di storia del mondo contadino e del mondo siciliano, un'ipotesi di storia costruita in alambicco e derivata, certamente, non dalla cronaca dell'oggi ma dalla storia del tempo. E allora cosa ne è di Gibellina? Beh, intanto, certamente è la più grande galleria d'arte contemporanea: il liceo di Gibellina, io credo, ospiti i massimi capolavori della pittura italiana tra gli anni cinquanta e gli anni settanta, sono più di 240. Poi cosa ospita? Beh, c'è un bellissimo museo, un bellissimo museo fabbricato da Vittoria e i bambini ci giocano a nascondino. Poi c'è un esempio di brutalismo eccezionale che è la stazione delle corriere. Però io non ho trovato la piazza di Gibellina. Non ho trovato la piazza di Gibellina e, forse, ho trovato una meravigliosa scultura di Burri. E, ancora, e poi esco da Gibellina, ho scoperto una cosa: che la cultura dell'abitare, la cultura dell'abitazione, quella che si è sviluppata nel tessuto della cultura architettonica italiana, a partire dalla Martella passando attraverso il Tiburtino terzo, è stata reimportata in Sicilia tentando di ricostruire un Tiburtino terzo siciliano, desunto dai modelli, e quindi bellissime schiere, firmate dai migliori architetti e maestri, sono state costruite e donate ai poveri abitanti di Gibellina che immediatamente cosa hanno fatto? Le hanno trasformate in Medio Evo: case rurali di contadini ritrasformate in case rurali di non più contadini perché al posto dell'asino c'era da mettere la Seicento, al posto dell'orto c'erano da piantare i tulipani ed ecco quindi che l'immagine è stata tradita. Perché? Perché il modello di ricostruzione, l'idea di ricostruzione, è stata positivista: ha cercato, cioè, di promuovere uno sviluppo culturale, innanzi tutto, che però non faceva parte della cronaca del luogo o del progresso dell'uomo e, nel tentativo di recuperare il tempo passato, come diceva Mafai, Miriam scusa, nel tentativo di rivitalizzare e sviluppare, si è saltato quel periodo di storia, quel periodo di tempo che era indispensabile a una maturazione e quindi all'accettazione, all'uso dell'autenticità dei modelli proposti.
Ieri, girando per Venzone, non era solo Gibellina che mi veniva in dissolvenza. Mi venivano in dissolvenza le Vele di Napoli; mi veniva in dissolvenza Lioni; mi venivano in dissolvenza, in sostanza, i vari modelli che sono stati, via via, proposti per la ricostruzione negli ultimi terremoti e per ultimi terremoti io mi rifaccio a quelli dalla seconda metà del '600, giacché il terremoto ha sempre colpito, da allora ad oggi e ne abbiamo, probabilmente da sempre ad oggi, ha sempre colpito negli stessi posti ma da allora ad oggi ne abbiamo di documentazioni certificate nel campo della scienza e della manualistica delle costruzioni, per esempio, colpendo sempre nello stesso modo mentre la reazione dell'uomo che si ribella è sempre stata diversa e quindi è sempre stata connaturata al suo modello di sviluppo culturale. Cambiano i governi, si passa dal centro-sinistra alle più diverse variazioni, si passa dai Borboni appunto, avrei dovuto dire dai Borboni al centro-sinistra, però il modello che viene riproposto è sempre il modello della cultura del momento con uno stacco, con uno stacco, con uno iato quasi incolmabile tra la proposta del modello e la realizzazione finale, perché le azioni che sono necessarie nel momento della ricostruzione, nel tempo della ricostruzione, si disperdono fino a degenerare il modello generale proposto; diventano infinite micro azioni e alla fine la finestra, la casa, il modo di abitare la casa, non è normabile non è progettabile o, quanto meno, il livello di progettazione non arriva al meccanismo sociale. Vorrei fare un esempio di questo: la Sovrintendenza generale di collegamento, per esempio, ha raccolto in cinque volumi per 18.000 pagine, per quasi 25 chili di peso, il resoconto di tutto quello che s'è fatto nella ricostruzione della Campania e della Basilicata dell'ultimo terremoto. Le tabelle dei dati sono raccolte tutte in un unico volume ma, dalle tabelle e dai dati, non emerge un fatto, un fatto che spero che gli economisti andranno ad investigare, che invece mi pareva che Miriam Calderari aveva sottolineato, ed è il seguente: nella ricostruzione di Campania e Basilicata si è dato molto impulso non solo ai monumenti ma anche alla ricostruzione economica sicché micro aziende, imprese da 10-15 addetti, sono sorte in ogni comune. Qua una statistica potrebbe dire che è vero: quasi 200 comuni della provincia di Salerno, cada comune, sono toccate tre micro aziende da 50 addetti che sarebbe come dire che, praticamente, ci dovrebbe essere un surplus di occupazione. Io però ancora non vedo girare dalle parti di Avellino e dalle parti di Ariano Irpino gli immigrati tunisini o gli immigrati del Senegal, il che significa che, tutto sommato, queste aziende da 50 addetti, funzionano sì finché gli dureranno i fondi post sismici e poi, naturalmente, chiuderanno e qualcuno tenterà di vendere un capannone a nessuno perché nessuno lo comprerà. Cosa voglio dire con questo esempio e con questa immagine: voglio dire che l'erogazione di fondi leganti al luogo e al territorio produce certamente una fase di benessere che, per esempio, in Irpinia, in questo momento, è estremamente sensibile ma che questa fase di benessere tende ad azzerarsi quando l'erogazione economica, trascorso il suo tempo, non è più in grado di produrre un certo tipo di reddito e questo, probabilmente, è il problema maggiore. Non so come l'avessero risolto i Borboni quando ricostruirono la Val di Noto perché lo so solo per l'effetto che ne vediamo adesso nelle città rifatte e riproposte. Ma certamente nella razionalizzazione del latifondo avevano trovato una forma di possibilità economica di sviluppo. Quali altri aspetti, però, la ricostruzione, oltre questi diciamo di carattere economico e di carattere di identità, investe? Beh, investe un punto centrale, secondo me, dell'attività umana ed è il luogo della memoria ed è il punto in cui l'uomo ricorre alla tradizione e alla sua personale storia, la sua personale identità, come fatto corale e collettivo. Ed ecco quindi che capisco come effettivamente risulti logico, risulti razionale, risulti ecclesiastico - c'è stata prima da parte di Miriam Calderari un riferimento alla presenza della Chiesa friulana nelle azioni di ricostruzione - beh è un punto di aggregazione, un punto di identità: il terremoto tende anche a distruggere l'identità sociale di una popolazione. Questa identità sociale viene riconosciuta attraverso i luoghi delle memorie, attraverso il luogo del pregare - nel caso del Duomo di Venzone - ma direi anche attraverso il luogo dell'aggregazione sociale come poteva essere, per esempio, la piazza oppure, proprio nella serata di ieri, la splendida accoglienza e la splendida cena ma, soprattutto, gli splendidi canti. La coralità quindi è uno dei punti della ricostruzione. E' uno dei punti della ricostruzione ed ecco quindi che la ricostruzione del "dov'era e com'era" assume un valore fondante nella memoria del presente prossimo o del passato prossimo e nella memoria del passato più remoto. Ecco quindi il "dov'era, com'era". Ecco quindi la volontà del ripristinare una realtà coi problemi, naturalmente, che il ripristino della realtà presenta non solo sul piano della ricostruzione e della anastilosi. Non è solo un problema da architetti o più ancora da restauratori, no. Io credo che sia un problema di restauro sociale, mi si consenta questa frasuazione di termini, e la misura, la certezza del risultato sta in una sola cartina di tornasole: quando vedrò a Gibellina o a Lioni o a Teora, riprendere le stesse abitudini, da parte dei meno anziani e dei più anziani, che avevano i loro nonni, allora io sarò certo che il tessuto sociale è stato ricostruito e che ha una sua vitalità. A Gibellina nessuno va in piazza e gioca a carte come si faceva prima del terremoto. Qui, invece, si canta. Io spero di poter vedere, da qui a qualche anno, le persone di Teora o di Lioni o di Sant'Angelo dei Lombardi, riprendere normalmente, la sera, i loro giochi di carte sotto le querce e quando li vedrò sarò certo che la ricostruzione ha funzionato. Io devo dire: qui, con tutti i problemi emersi, forse la ricostruzione ha funzionato, ben vengano le anastilosi.
Grazie.


Miriam Calderai, moderatrice

Mi pare veramente che gli interventi, sia questa apertura - vent'anni fa parlare di anastilosi era una cosa indecente - invece vedo che attualmente si aprono, si è più possibilisti anche, diciamo la parte scientifica è più possibilista. Allora avevamo dei grossissimi problemi solamente a parlarne. Vedo invece che Martines ha proprio capito lo spirito, che ha animato anche noi, e dico: perché però in altre zone, l'Irpinia per esempio, questo non è avvenuto? Cioè io, veramente, no non è pensabile darla la causa solo alle solite " e beh il meridione " io non ci credo a queste cose. Che cos'è che non è scattato oppure erano più deboli, più fragili oppure sarebbe interessante riprendere e conoscerci perché questi errori non si ripetano più e perché gli stessi diritti che ha un popolo, possa ottenerli ed averli anche un altro. Ci porremo questo problema.

Passiamo la parola al prof. Petrini.


Vincenzo Petrini - La ricerca per la prevenzione del rischio sismico dei beni culturali

Grazie.
Quando, non molto tempo fa, mi è stato proposto di venire a Venzone per parlare sui, diciamo, possibili contributi che la ricerca può dare ad una politica di interventi preventivi per limitare i livelli di rischio del patrimonio dei Beni culturali, mi era sembrato, così, una cosa abbastanza ovvia, semplice: si tratta di fare un elenco di tutto quello che si fa, nel mondo della ricerca, e dire che questo può servire. Poi però, ripensandoci, mi sono accorto che, almeno secondo me, mi sono quasi convinto che interpretare in questo modo il titolo sarebbe stato sbagliato e quindi ho cercato di interpretarlo in modo diverso. Sbagliato perché, intanto, anche se sì sono abbastanza al corrente di quello che succede in vari settori perché forse solo per la mia disponibilità a prendere il treno, l'aereo e spostarmi mi capita di essere a contatto con tanti, tante realtà e tanti gruppi che fanno ricerca. Però certamente non ho competenza a parlare di quello che fa la ricerca in tutti i campi che in qualche modo sono connessi con la preservazione del patrimonio culturale e quindi avrei fatto nient'altro una lista della spesa di cose più o meno note, ovvie e del tutto inutili. Poi perché, tutto sommato, quello che la ricerca ha fatto e che può essere utilizzato per . Chi si occupa di queste cose lo sa e se non lo sa fa in fretta a saperlo, cercando un po' di documentazione, sentendo gli amici, con i modi che ritiene più opportuni. Allora: quello che mi è sembrato più opportuno è cercare di fare qualche riflessione su che cosa, invece, sarebbe bene chiedere al mondo della ricerca in più rispetto a quello che, fino ad oggi, è stato capace di dare, poco o tanto che sia, buono o cattivo che sia. Perché questo tema della prevenzione, prima o poi, passi da quello che oggi è e cioè un argomento di dibattito, più o meno erudito, in sede di convegni, a un qualcosa che finisca per avere un impatto effettivo nel nostro paese. E allora, in questo senso, mi è sembrato anche estremamente interessante parlare di queste cose in una sede dove l'aggancio con l'operazione di ricomposizione di un monumento come il Duomo o di ricostruzione di un centro storico come quello di Venzone, diventa immediato, ovvio, scontato, necessario.
Fatta questa premessa - e quindi, in un certo senso, scusandomi se non rispondo alle aspettative di qualcuno che si aspettava un quadro organico e completo delle ricerche che si possono finalizzare alla protezione dei Beni culturali - vorrei fare un'altra premessa che a questa è legata: se qualcuno si aspetta che io sia in grado di dire quali sono le domande che a tutti gli ambiti disciplinari in cui si fa ricerca, finalizzabile a questo obiettivo, sarebbe bene porre, dico subito che non sono in grado di farlo, non sono certo io, ad esempio, quello che può entrare e dare un contributo nel dibattito che, fra ieri e oggi, c'è stato su anastilosi si, no, aggiunta, sottrazione, lacune, non lacune. Ho deciso quindi di stringere il campo sul quale fare un po' di discussione, alle discipline che mi sono più congeniali, mi sono più vicine, e quindi di rimanere in quell'ambito che va dalla sismologia applicata all'ingegneria sismica per vedere che contributo da qui può venire, che cosa si può chiedere a queste discipline. Contributo che poi sarà a disposizione di chi dovrà operare in effetti su questi altri temi molto più complessi.
Per non parlare in astratto vorrei cominciare da qualche esempio concreto, in questa direzione. Abbiamo sentito ieri un'interpretazione probabilmente corretta, almeno sul piano qualitativo, del diverso comportamento del campanile nord e del campanile sud, durante e subito dopo la scossa di maggio. Il discorso dei trovanti che è stato fatto ieri. Bene la domanda a questo punto è: cosa cambia quando la mia questione non è quella di decidere, come, in che modo ricostruire un monumento, che è stato abbattuto e danneggiato, invece diventa cosa posso fare per arrivare a un programma da applicare alle migliaia di monumenti, in giro per l'Italia, destinati, prima o poi, a subire un terremoto del tipo di quello che c'è stato a Venzone o peggiore o migliore. Alla stessa maniera, se volete, la domanda che mi pongo, dal punto di vista sempre della ricerca, è: che cosa cambia se il problema non è quello di decidere come, in che modo, con quali tempi ricostruire il centro storico di Venzone, ma il problema è cosa fare di quelle migliaia di centri storici che, sparsi per l'Italia, prima o poi, se le cose restano come sono, subiranno la sorte di Venzone, almeno per la distruzione poi, per la ricostruzione, abbiamo sentito che ci sono delle differenze. Infine, sempre dal punto di vista del contributo che la ricerca può dare, cosa cambia se il problema non è quello di saper cogliere o non saper cogliere le esigenze, la domanda, di circa 2000 abitanti di un Comune come Venzone, ma è invece quella di dare un risposta alla domanda di sicurezza di circa 25 milioni di abitanti che, sparsi per l'Italia, più o meno, sono in condizioni di rischio paragonabile a quelle che il 1° maggio del '76 o il 1° maggio del '70, adesso la distanza dall'evento non so quale sarà, ma comunque prima del terremoto, erano gli abitanti di Venzone. Ecco allora, vista in questi termini, mi sembra che ci sia un primo punto centrale da mettere in chiaro ed è questo: se il mio compito è quello di fare un'operazione di ricostruzione in una ben precisa situazione, nel post evento, è giusto che utilizzi al meglio le conoscenze che ho e dopo di ché è l'intuito del progettista che capisce l'importanza di quel trovante e decide allora di eliminare il più possibile tutti quelli che ci sono nella area di sedime della costruzione per evitare che in futuro facciano cose simili che può risolvere il problema e se però devo fare una proposta per tutti, le chiese, che sono soggette a questo rischio, non posso estrapolare l'esperienza di Venzone e, questo è un tema che anche ieri è uscito dicendo: signori cercate i trovanti e toglieteli da sotto tutte le chiese, perché questo sarebbe follia pura. E allora, continuando in questo esempio, quello che devo chiedere, al mondo della ricerca, perché sappia essere più preciso in questa direzione, è di sapermi quantificare nel caso, ad esempio, del campanile sub, quanto il diverso comportamento è dovuto al fatto che c'era questo eterogeneità al di sotto delle fondazioni, quanto invece è dovuto al fatto che, magari proprio il fatto di avere murature più possenti di quelle del campanile nord, e quindi collocandosi in un campo di frequenze diverse, da quelle del campanile nord, con quel tipo di moto del terreno che c'è stato in quel posto, ha avuto una risposta diversa e saper distinguere fra i due contributi allora diventa quello che mi dà la chiave per decidere cosa fare con altri N campanili per i quali posso avere un fenomeno o l'altro presenti e decidere quant'è il peso di un fenomeno e dell'altro. Il problema però per fare questo è che non devo soltanto rivolgermi a chi si occupa di ingegneria sismica, devo rivolgermi anche a chi si occupa di altri problemi perché devo sapere innanzi tutto qual'è stato effettivamente il moto del suolo ai piedi del campanile sud o del campanile nord del Duomo di Venzone e non posso accontentarmi di prendere una registrazione ricavata a Tolmezzo e portarmela sotto il campanile sud e dire che quello è stato il moto in quel posto. Quindi devo riuscire a saperne di più e devo riuscire a saperne di più in maniera da essere in grado poi di fare lo stesso ragionamento in tutte le altre situazioni per tutti gli altri campanili. Vi faccio un altro esempio, sempre prendendo spunto delle cose sentite, una parola che ho colto immediatamente perché molto vicina al mio mestiere, nei discorsi di ieri, era quella "Riferimento a scelte progettuali" che erano volte a conferire duttilità alle strutture del Duomo al fine di garantirne un miglior comportamento. E conferire duttilità significa, a questo punto, realizzare una struttura che sia in grado di dissipare energia, che possa danneggiarsi entro certi limiti ma che non crolli. E la domanda che viene subito da farsi è: il concetto di duttilità, che lo strutturista usa comunemente, è corretto, quando applicato a questo tipo di opere? Consentitemi qui una breve premessa: l'ingegneria sismica è una disciplina molto giovane, diciamo che, nelle forme moderne, ha dieci anni più di me, non di più. E' vero che la trattatistica troviamo riferimenti ad accorgimenti per, ma un approccio che tenda a quantificare tutti i comportamenti e a comprenderli, attraverso la modellazione, è un approccio che è cominciato, appunto, dieci anni prima che io nascessi. Quindi, siccome non penso di essere molto vecchio, ritengo che la disciplina sia abbastanza giovane. E allora cosa succede? Succede che, molto spesso, rischiamo di prendere quello che la disciplina abbastanza giovane sa fare e poiché, di solito, quando uno comincia ad andare a scuola e comincia a imparare la lingua del suo paese non parte con il sanscrito piuttosto che con altre lingue e, guarda caso, le cose che sa fare sono quelle più facili. E cerchiamo di applicare le soluzioni trovate per le cose più facili, ai casi più difficili. Allora: la domanda che viene subito da fare è: per favore, chi si occupa di queste discipline faccia lo sforzo di cominciare a comprendere, a studiare correttamente i comportamenti e allora, forse, scopriremo che il concetto di duttilità, tipico della disciplina, nato e pensato per strutture in acciaio in cemento armato, non è trasferibile, così com'è, a strutture in muratura, va completamente cambiato e ne va introdotto un altro, diverso. Qualcosa, in questo senso si sta movendo, in giro per il mondo ma certo c'è ancora molto da fare. C'è un altro aspetto, e poi tiro a concludere perché siamo già abbondantemente in ritardo. C'è un altro aspetto che, in qualche modo, va tenuto presente quando, appunto, tentiamo di spostarci dal problema di analizzare, studiare e discutere un'operazione avvenuta di ricostruzione al problema di fornire strumenti ed elementi per, invece, una politica di prevenzione. Soprattutto se, invece di pensare all'opera singola, come può essere il Duomo, pensiamo a un tessuto più complesso come potrebbe essere il centro storico di Venzone. Se l'operazione deve essere un'operazione che investe l'intero territorio nazionale, per lo meno le parti dove i livelli di sismicità sono sufficientemente elevati perché il rischio sia serio, e si pone subito un problema di dimensioni gigantesche: fintanto che il caso è uno - non so se sono giuste le cifre dei 18 miliardi per 2000 persone ma può andar bene, può non essere un problema, si trovano si usano - ma se il caso diventa tutta l'Italia allora ogni lira risparmiata, in ogni singolo intervento, è essenziale per la fattibilità di una qualunque politica in questa direzione. Ecco che allora l'altro problema che, secondo me, va posto al mondo della ricerca perché dia risposte soddisfacenti, in questo senso, non è tanto: "Dammi una serie di accorgimenti, di tecniche per far sì che io abbia elevati margini di garanzia che la struttura che sto realizzando resisterà" o, in termini più brutali se volete: "affinché io progettista quando firmo una relazione di calcolo non corra il rischio poi di finire sotto gli occhi del Giudice" ma invece: "Datemi una serie di possibilità, di alternative, in ordine crescente di onerosità, e ditemi quando queste possibilità mi garantiscono sufficientemente la sicurezza delle persone" anche se accetterò poi un danno che dovrò in qualche modo riparare. Cioè ditemi qual'è il minimo che io devo fare perché il terremoto dell'Irpinia sia un terremoto da 40 morti e non da 4000; perché il terremoto del Friuli sia un terremoto da 10 morti e non da 1000. Questo è l'obiettivo quando ci si sposta dal singolo caso al problema generale e questo deve ripercuotersi proprio, anche, nella domanda di ricerca che dobbiamo fare. A questo punto, un'ultima considerazione: non facciamoci illusioni che la risposta a temi di questo genere possa venire semplicemente da un'attività di speculazione fisico-matematica, di modellazione fisico-matematica, del fenomeno, almeno in tempi brevi, perché le capacità del mondo della ricerca, in questa direzione, sono ben lontani dal dare risposte soddisfacenti. La capacità che, chi si occupa di queste cose, oggi ha di modellare correttamente il comportamento post elastico di strutture murarie è estremamente scarsa. Qualcosa esiste per quanto riguarda il comportamento nel piano della struttura, molto poco esiste quando si passa a occuparsi di comportamento fuori piano. Allora: pensare di risolvere questa questione soltanto fidandosi della capacità di affinare e sviluppare metodi di modellazione matematica, è un'illusione. Pensare di poter risolvere questi …. problemi soltanto attraverso la sperimentazione in laboratorio, anche se in scala 1 a 1, torna a essere un'illusione per motivi di costo di queste operazioni e per le fortissime differenze che ci sono da situazione a situazione. Ne segue che - e questo è un altro tema che è già uscito e che vorrei ricordare - le speranze di avere risposte non dico definitive ma soddisfacenti, in tempi relativamente brevi, risiedono molto nella capacità che avremo di sfruttare al massimo le esperienze fatte; di leggere con la massima attenzione tutte le informazioni raccolte in occasioni dei terremoti del passato; di fare un grosso sforzo di interpretazione di queste situazioni. Per fare un esempio: tentare di modellare a posteriori il comportamento che è stato visto e constatato nel Duomo di Venzone. Cercare di vedere, ricostruire l'evoluzione, fra maggio e settembre, fra il crollo di un campanile e il crollo del resto della struttura, e soltanto attraverso questo possiamo pensare di trovare scorciatoie per arrivare a dare risposte abbastanza semplici che non siano, ovviamente, risposte basare sull'intuito. Io personalmente sono fermamente convinto che se avessimo avuto la capacità di mettere in opera, in Irpinia, prima del terremoto, quattro catene per edificio, non dico che saremmo scesi da 4000 a 40 ma, probabilmente, da 4000 a 400 saremmo già scesi. Però queste sono cose basate sull'intuizione, sulla convinzione, non sono cose basate su dimostrazioni di efficacia e di comportamento. E allora - e qui chiudo, forse aprendo un aggancio con quanto poi verrà anche detto dopo da Moretti e da Marini - una delle cose che sempre mi preoccupano e di cui spesso abbiamo discusso quando ci si trovava così fra noi a occuparci di queste cose, è: garantirsi che tutta la documentazione e l'esperienza che, oggi, è ancora reperibile e disponibile, lo resti, non si perda. Che ci sia la possibilità di analizzare N volte la casa sull'angolo, vedendo com'era prima, com'era fra la due scosse, com'era dopo la seconda scossa, non so di chi sia quella casa, non mi ricordo ma so che è ben documentata e queste cose si possono vedere. Così come si può vedere com'era il Duomo prima, dopo la prima e dopo la seconda e questa documentazione deve essere disponibile, deve essere utilizzata, deve essere valorizzata al massimo. E allora, un problema: c'è una domanda che, a questo punto, viene da chi si occupa di certi temi di ricerca ad altri, è quella appunto di riuscire a garantire la conservazione della documentazione, riuscire e rendere agibile, disponibile questa documentazione in modo che poi si possa anche chiedere, a chi opera in certi campi di ricerca, di impegnarsi a utilizzarla, a sfruttarla e a farla parlare il più possibile.
E con questo, direi, posso concludere.


Miriam Calderari, moderatrice

Ed entriamo anche in un discorso che fortunatamente sta prendendo campo in questo discorso di economia alternativa. Quanti posti di lavoro, quanta capacità si potrebbe mettere in moto proprio con questo discorso di prevenzione, di salvaguardia, di manutenzione, in montagna ma anche nei monumenti, ma anche normalmente tutta la vita che abbiamo e che viviamo quotidianamente, invece di aspettare i momenti di grande degrado dai quali ci vogliono enormi finanziamenti, enormi sforzi, che spesso non si riescono a trovare, per ritornare poi al momento di partenza come diceva Martines prima. Ecco noi siamo, grazie prof. Petrini, ai tempi, siamo partiti mezz'ora prima, abbiamo recuperato. C'è adesso un momento di intervallo.


Roberto Cecchi - Quale attività di prevenzione sismica per il patrimonio architettonico

Intanto, ringrazio per l'invito anche perché nonostante io abbia avuto un ruolo, come diceva prima il moderatore, sulla questione del Duomo di Venzone, il mio è stato un ruolo del tutto marginale, nel senso che mi sono occupato, sono stato incaricato, di alcune fasi del collaudo dell'intervento realizzato sul Duomo.
Ma prima di tutto volevo portare, com'era stato anticipato, i saluti del Direttore generale Mario Serio che non è potuto venire e mi pregava però di dire che si sente idealmente qui. Purtroppo i troppi impegni dell'Amministrazione non gli consentono di essere presente.

Il mio intervento, oltretutto, messo a punto nell'arco di un breve periodo, perché sono stato coinvolto in questa iniziativa molto di recente, non può avere le caratteristiche di un intervento sistematico, per cui quello che dico è una sorta di brogliaccio sulla base del quale successivamente - adesso sento che verranno pubblicati gli atti - mi riprometto di approfondire in maniera molto più sistematica di quanto non possa fare in questo momento, oltretutto perché c'è lo spazio e il tempo disponibile non sarebbero sufficienti.

Però il Duomo di Venzone pone, quanto meno, due problemi centrali della disciplina della conservazione. Uno: direi che sono i limiti imposti dalle teorie del restauro all'intervento ed è cosa di cui ho sentito parlare moltissimo e mi risulta che se ne sia parlato anche ieri soprattutto da parte di Cordaro che è Direttore dell'Istituto centrale del restauro. L'altra questione: sono i criteri e i metodi per la prevenzione antisismica. E' chiaro che io non entrerò nel merito e non mi permetto neppure di fare, di ripercorrere i passi che hanno portato alla ricostruzione del Duomo di Venzone.
Il dibattito, come si sa bene, è durato molti anni ed è stato un dibattito molto duro anche se devo dire, da quel che ho potuto leggere piuttosto che vivere personalmente, la scelta di ricostruire è stata sostanzialmente una scelta a maggioranza nel senso, una maggioranza risicata se si vuole, non tanto dico per la gente che era assolutamente determinata e unita nel richiedere la riproposizione del Duomo quanto, ritengo, a livello disciplinare. Però, al di là di questo, che io vivo e ho letto dai resoconti, è possibile proporre delle valutazioni sulla questione che abbiano magari carattere più generale e non strettamente legati al Duomo di Venzone. Taluni, in ambito disciplinare, ritengono e lo hanno anche scritto in maniera più o meno velata, che un'operazione del genere sia sostanzialmente inutile e, in qualche modo, priva di significato. Si dice questo perché si ritiene che l'opera d'arte distrutta non è in nessun modo riproducibile. Non è riproducibile, non è replicabile il momento originante del progetto e della costruzione nelle sue fasi evolutive. Per cui si traggono le conclusioni che ogni sforzo in questa direzione è un esercizio sostanzialmente vano, è un'impresa, come questa, titanica praticamente con poco senso. Approfondendo leggermente la cosa ma in termini molto generali: qualunque tipo di riproposizione come questa tradisce quella sorta di enunciato dell'hic et nunc che è al centro della riflessione teorica di questi anni, mutuato, a mio avviso, un po' acriticamente da quel saggio di Walter Benjamin che parla dell'opera d'arte nel momento della sua riproduzione tecnica cioè: viene preso spunto da questo enunciato, per altro non riferito e non riferibile al problema del restauro, per costruire una teoria del restauro diversamente, fortemente dogmatica. E' chiaro che questo discorso non può concludersi qui anche perché va inquadrata la figura di colui che ha pronunciato queste parole che ritiene l'opera d'arte riconducibile a queste due parole hic et nunc. Quindi questa sorta di anastilosi del Duomo di Venzone non avrebbe, nell'ambito di una teoria generale di conservazione, la dignità di albergare all'interno della disciplina. Io non credo affatto che la questione stia in questi termini. Non lo credo né per Venzone ma non lo credo più in generale. Proprio perché non si può, in ossequio a una norma sostanzialmente costituita a priori … ( Fine lato A nastro n. 11 )
( Inizio lato B nastro n. 11 )… issime basi critiche, direi addirittura, per certi versi, unico ed eccezionale, senza, ovviamente lasciando da parte gli aspetti emozionali e affettivi che hanno determinato questa nascita, questa rinascita. Più in generale ritengo che finché i resti della materia degradata come in questo caso addirittura diruta, distrutta, i resti di questa materia hanno della storia da raccontare, vadano in qualche modo ascoltati, cioè ci dobbiamo porre nella posizione dell'ascolto umile anche, per certi versi, e con la possibilità di riusare, di rimettere in circolazione questo messaggio. Mentre invece, sotto un profilo teorico, si arriva addirittura a prospettare, in molti casi, la possibilità che un certo storico raso al suolo vada riparato o integrato. Si dice, ed è stato detto e scritto, sostanzialmente dovrebbe essere abbandonato al proprio destino così come si trova allo stato di rudere magari costruendo accanto a questi ruderi il nuovo insediamento. Se ne è parlato soprattutto e lo si è scritto in maniera molto precisa per alcune situazioni dell'Italia meridionale. E' chiaro che si tratta di un intervento, di un intento anzi conservativo che non ritengo affatto condivisibile. Ritengo, tutto sommato, che questo atteggiamento sconti la rigidità di posizioni ideologiche, tutto sommato, che tutto sommato, stanno perdendo di consistenza. Ma ha un senso questo atteggiamento di lasciare i ruderi nella condizione in cui si trovano. Il senso non è assolutamente nuovo. Ritroviamo le tracce di un intendimento di questo genere, cioè di lasciare le rovine così come si trovano, addirittura in epoca rinascimentale, quando si sviluppa quella, così detta, poetica del "non finito" e "della traccia". Quando si sviluppa quell'intuizione, estremamente interessante, che la perfezione non è un problema di compiutezza materiale cioè non si ha la perfezione di un oggetto soltanto quando è perfettamente compiuto ma anche quando si tratta, e lo si trova, a livello di "non finito" pensando, per esempio, ai Prigioni di Michelangelo. Più tardi ritroviamo questo atteggiamento: "Tutti gli uomini - dice Chateaubriand - hanno una segreta attrazione per le rovine". Cerca di spiegare questa sensazione addirittura invocando, in quel libro che è il "Genio del Cristianesimo", attraverso la ricerca kantiana del sublime. Più tardi il neoclassicismo con esiti, voglio dire, che possono apparire addirittura paradossali, sotto un profilo teorico, pensando al classicismo. Dà spazio comunque all'idea di rovina come di un'opera incompiuta dalla quale è possibile trarre insegnamento. Dove e come questo insegnamento lo si trovi va ricercato all'interno di quella dialettica, squisitamente positiva, tra il mito, umano, dell'eternità che invece si scontra con la realtà per cui tutta la materia è sottoposta alle leggi del tempo. L'opera d'arte degradata, in questa poetica, attesta la resistenza dell'uomo nei confronti della natura e quindi la sua capacità di crescere, di andare avanti e comunque di essere un altro. E' chiaro che all'interno di un'estetica di questo tipo l'opera d'arte non può essere rinnovata, sarebbe, sarebbe un contro-senso, sarebbe addirittura un sacrilegio. Però va notato che, in questo contesto, in questa poetica, non è la materia in sé, non sono i conci che costituiscono il rudere, il lacerto ad avere significato. Quello che ha significato, all'interno di questo contesto, è questa immagine sbrecciata, sofferta ma comunque capace di resistere all'azione del tempo. Per noi il discorso, per noi attualmente, è completamente diverso. Il "non finito", il lacerto non ci interessano più in termini o, direi, non tanto più in termini estetico emozionali. La traccia, il lacerto sono visti come documenti della storia in grado di raccontare, per chi sa intendere questa storia, sempre qualcosa di nuovo. E' stato detto - ma io non voglio fare citazioni perché le citazioni sono sempre molto pericolose, nel senso che astraggono un pensiero, una frase da un contesto più generale, col rischio grave di prendere per verità qualcosa che invece deve essere meditata. Però questa frase la sento molto vicina al mio intendere il problema della conservazione: un fatto, un dato di fatto è qualcosa di infinito mai completamente riproducibile. Mi pare che questo possa essere l'orizzonte all'interno del quale il tema della conservazione possa essere visto in maniera più credibile di quanto non lo veda oggi all'interno di certe posizioni teoriche. Cioè, in sostanza: il "valore" - lo metterei fra virgolette comunque - da legare al concetto di rovina è un valore connesso alla possibilità di interpretare, cioè: di dare un senso, forse di volta in volta diverso, a quello stesso dato di fatto. Si tratta di una inversione di tendenza radicale questa di leggere non soltanto il problema della conservazione ma la nostra stessa esistenza. Ed è questo il nodo, tutto sommato, che non ho tempo di svolgere in questo momento, perché la nostra sensibilità nei confronti della materia nasce dalla consapevolezza che il mondo delle cose sensibili, tutto sommato, ha un'identità propria al di là delle rappresentazioni che il nostro "io" può fare di quello che ci sta intorno. In sostanza: l'opera d'arte, ha una vita indipendente dal soggetto e la materia che lo costituisce altrettanto. Questo nodo cercherò di scioglierlo per altro cose in questo senso le ho già scritte per un altro contesto, quindi si tratta di riprenderle e approfondirle nel corso di quello che saranno gli atti del convegno. Comunque gli esiti di questo corso, mi pare di intravedere e di intendere verso la lettura del passato, sono per esempio completamente evidenti in ambito archeologico. Proprio in questi anni, mi pare, si va sviluppando la possibilità di applicare il principio dell'unità stratigrafica, usata per gli scavi, alle strutture murarie in elevato. Cosa fino a qualche anno fa assolutamente impossibile da, soltanto, da prospettare. Quindi, si può concludere in qualche maniera velocemente questo discorso: è vero che l'opera d'arte non può essere riproducibile ma è perfettamente, direi, legittimo utilizzare qualunque mezzo per ricomporre le membra distrutte di un testo scomposto, come quello di Venzone, non solo e non tanto e, forse in certi casi direi assolutamente no, nello spirito di proporre il momento originante dell'opera d'arte ma per conservare queste tracce in modo da poterle interpretare anche in un secondo momento non solo da noi ma anche da chi verrà dopo di noi. Certamente il mucchio di sassi qual'era il Duomo di Venzone dopo il terremoto, addirittura - se non mi ricordo male - questi sassi erano stati buttati alla discarica. Questi sassi non sarebbero stati in grado di raccontarci assolutamente niente se non dimostrare la nostra impotenza di fronte alla forza della natura in un sostanziale spirito di accettazione della rovina quale possibile esito epocale. Mentre invece, adesso, dopo la ricostruzione è ancora possibile interrogare quella storia non solo da noi ma, come dicevo prima, anche dopo di noi. Che poi, mi pare, e ritengo e per me lo è - cioè non sto enunciando una verità, sto dicendo quello che io penso - è poi il senso del problema e del lavoro di conservazione.
Questo era sostanzialmente il primo punto che volevo affrontare. L'altro, che mi pare altrettanto importante, riguardava i criteri e i metodi di prevenzione antisismica. La riflessione non è legata squisitamente alla questione del Duomo di Venzone ma alla ricostruzione in generale che è stata operata in Friuli per la prevenzione del patrimonio dal rischio sismico. Io credo che questa esperienza vada usata e approfondita. Adesso quelle che dico probabilmente sono delle banalità ma è un dato di fatto: allo stato attuale delle nostre conoscenze, il momento del miglioramento o adeguamento dei manufatti ai fini della prevenzione dal rischio sismico corrisponde quasi sempre allo stravolgimento. Cioè: tutte le volte che si mette mano a un edificio di interesse storico artistico e anche no, ovviamente, per adeguarlo o migliorarlo, ai fini della prevenzione antisismica, si è di fronte a interventi estremamente pesanti, invadenti che sostanzialmente si sovrappongono all'esistente con un altro concetto strutturale e sono quasi sempre orientati verso l'adeguamento piuttosto che al miglioramento. Probabilmente a qualcuno di voi tutto questo non dirà niente ma la legge prevede due possibilità, la legge antisismica prevede due possibilità di intervento: una di adeguamento e l'altra di miglioramento. Applicare l'adeguamento sui monumenti significa sostanzialmente stravolgerli. Nella mia esperienza di Sovrintendente della Calabria per un anno e mezzo, posso testimoniare con certezza - e Doglioni ne sa qualcosa perché gli ho telefonato dopo il primo, secondo mese preoccupatissimo per cercare di capire se potevamo invertire questa tendenza - posso testimoniare che si tratta nel 90% dei casi di interventi estremamente pesanti. Ma credo che questo funzioni anche in altre Regioni italiane cioè non sia diversa la situazione calabrese da quella che forse posso trovare qua oppure in altre Regioni italiane. Quello che, negli interventi, di miglioramento-adeguamento, non lo sapei neppure definire in molti casi, è fare riferimento a una manualistica ingegneresca, perfettamente pubblicata anche da case editrici importanti, che è assolutamente insensibile ai problemi del restauro. Perché questo? Perché, tutto sommato, si tratta di sistemi molto semplici, ripetitivi. Si prescinde totalmente dal contesto, si propone qualcosa di nuovo e lo si sistema al di sopra, dentro, sotto, dove capita. Questo atteggiamento - di cui tutti quanti qua sappiamo molto bene l'esistenza - non è imputabile soltanto ad uno stile professionale censurabile cioè fare gli interventi a macchinetta più densi e più, non vorrei dire costosi, ma alle volte anche questo si pone come problema possibile. Quello che io ritengo ed è qui, in qualche modo, che volevo portare all'attenzione di tutti quanti voi, la necessità che soprattutto dipende questa situazione certamente da un'attività professionale di basso profilo ma dipende anche da dispositivi di legge assolutamente inadeguati. Io vi vorrei leggere, rileggere, qualcuno lo saprà perfettamente, l'art. 16 della Legge, della 64 del '74: "Per l'esecuzione di qualsiasi lavoro di riparazione in edifici o manufatti di carattere monumentale o aventi comunque interesse archeologico, storico o artistico, siano essi pubblici o di proprietà privata, restano ferme le disposizioni vigenti in materia." Se qualcuno va a cercare di capire quali sono le disposizioni vigenti in materia non le trova. Quindi: è ammesso tutto e il contrario di tutto. Tutto ciò non migliora neppure se prendiamo in considerazione la circolare dell'86 del Ministero per i beni culturali, di cui Doglioni è un estensore, mi pare, e anche il prof. Marconi. E' certamente una circolare importante perché inverte la tendenza, si mette all'attenzione del fatto, tanto per dirne alcune, che le chiodature nostre servono, alle volte son più pericolose, più si che no. Le cordolature in alto sono e servono a quel che servono, ecc. ecc. Cioè è una circolare che qualitativamente dà un contributo per una inversione di tendenza ma non risolve il problema. Quando qualcuno può far valere la forza dei numeri, come quando si è in Sovrintendenza e ci vien portato un progetto di intervento, eh uno perfettamente supportato da calcoli che consentono di dire certe cose, vale poco avere in mano delle raccomandazioni. Vorrei sottolineare il fatto che questa tendenza, cioè questa tendenza a caricare le strutture esistenti di pesanti interventi di consolidamento, ho la sensazione che diventi sempre più forte nel prosieguo, proprio per effetto dell'entrata in vigore della nuova legge sui Lavori pubblici, della 216, che individua responsabilità precise del progettista molto più pesanti di quelle che non prevedeva, e anche per l'impresa, il Codice civile precedente. Il progettista addirittura si deve assicurare - se non mi ricordo male, per un importo del 10% delle opere da realizzare - perché, dopo che è stato effettuato l'intervento, possa rispondere quanto meno civilmente per quei danni che potrebbero essere provocati da una cattiva progettazione. Quindi immaginiamo che andiamo verso progettazioni che tengano sempre più sicuro il professionista e per questo mi pare che ci sia la necessità di dare, a quella circolare del Ministero per i beni culturali, più concretezza di quanto in effetti non ne abbia, non ne abbia in termini operativi. Per questo ritengo fondamentale che il consuntivo redatto da Doglioni, Moretti e Petrini, pubblicato nel volume "Le Chiese e il terremoto", possa essere un utile punto di partenza per recuperare una capacità più ficcante di quella che non ha avuto la circolare in questo momento, per l'adeguamento dei beni culturali alla prevenzione antisismica. In particolare il capitolo ottavo, di quel volume, intitolato: "Relazioni tra danno atteso, interventi e miglioramento antisismico e politiche di prevenzione" mi pare che potrebbe essere molto sviluppato, tenendo conto delle esperienze fatte e facendolo diventare, in qualche modo, uno strumento. Voglio ricordarvi che la circolare del Ministero per i beni culturali, tutti gli anni, quando viene emanato il provvedimento per i programmi di spesa, viene richiamata integralmente ma viene sistematicamente disattesa. Io credo che ci siano le possibilità - anzi mi è stato chiesto dall'Ufficio centrale, dal Direttore generale - di, in qualche modo, creare un gruppo di lavoro e di studio, in questa direzione, per capire se c'è la possibilità di dotarsi di uno strumento che vada al di là e dia contenuti a quella circolare di cui dicevo prima. Questo non soltanto per noi, perché non sono molti gli edifici tutelati e vincolati, ma anche per un mondo professionale che francamente, per quel che ho potuto constatare, non ha strumenti per aggredire con correttezza un problema come quello della conservazione del patrimonio culturale dal rischio sismico.
Io con questo avrei concluso e rimando a un altro momento gli approfondimenti.

Miriam Calderari, moderatrice

Sei bravissimo.
Ringraziamo il dr. Cecchi e queste cose veramente ci rincuorano però mettono molte, ci fanno riprendere, sentendo queste parole, molte perplessità e molte vicende vissute.
Ricordo che nel mezzo ai cantieri, si parlava di cemento armato e quanto fosse aleatorio un Fi, Fi 12, tanto per maggior sicurezza mettiamo un Fi 16, oppure beh passiamo al 18 che siamo più sicuri. Era per noi veramente un problema di caos generale che questo poi non è che porti sicurezza. Cioè vedremo, speriamo non al prossimo terremoto, quanto tutte queste strutture, troppo rigide, siano antisismiche oppure no ma su questo si va a un dibattito generale ma anche parlando poi stamattina sentivo il problema di come intervenire su strutture in cemento armato piuttosto che in pietra. E beh si inseriscono poi problemi politici. Noi avevamo qui una ditta che aveva rete elettro-saldata a tonnellate in giacenza e che la fatta usare nella ricostruzione mettendo come ricatto il fatto che avrebbe messo in cassa integrazione gli operai. Cioè le ricostruzioni su beni storici o beni normali entrano poi, dicevamo anche stamattina nell'introduzione di questo discorso generale di politica economica, finanziaria, ecc.. Ecco ora speriamo che la Sovrintendenza veramente riprenda in mano anche tutti questi documenti e riprenda poi in mano anche la situazione qui a Venzone. Io vedo l'arch. Franca: Venzone dall'88 ad adesso sta vivendo un momento, salvo il Duomo, ma Venzone centro storico, di enorme decadenza. Abbiamo capito che tutte le forse, le potenzialità economiche erano riservate a quel monumento per cui non ci siamo mossi. Ricordiamo però: Venzone sta subendo un enorme degrado. Le mura sono state costruite per metà, ingenti spese e quindi abbisogna di una continuazione, determinare, portare a termine. Non vorremmo essere un'altra Pietà di Michelangelo. E vorremmo che fosse integrato completamente il discorso del piano particolareggiato. I percorsi sono quelli poi che possono portare a una nuova rivitalizzazione di questo paese. Ma, ultimamente, anche la progettazione viene ritoccata dalla Sovrintendenza con l'adesione a certe proposte di cittadini privati che, ad esempio, richiedono nuovamente stalle e fienili a riadossare alle mura. Ecco il Piano non le prevede, la Commissione edilizia venzonese le ha rifiutate, il Consiglio comunale le ha rifiutate ma la Sovrintendenza le ha accolte. Abbiamo perplessità: Venzone deve ancora essere finita ma già inizia un degrado: box si stanno installando all'interno dei cortili. Ecco abbiamo bisogno adesso, anno 1986, con l'avvio di questo progetto che speriamo che trovi la simpatia, la stima e l'aiuto anche di tutte le forze nazionali perché qui, ancora, dopo vent'anni non troviamo, siamo ancora soli e aspettiamo aiuti dall'esterno e quindi che riprenda la situazione che sia un'opera completa e che mostri di sé veramente il valore che ha intrinseco.
Passiamo proprio per questi discorsi al progetto che verrà presentato da Francesco Marini e da Alberto Moretti su Interreg 2 per Venzone. Il progetto Interreg, mi chiede Alberto di accennarne, è un progetto, è uno di quei tanti progetti che si stanno sviluppando nelle aree economicamente disastrate. In generale 5b, ad esempio, per tutta l'Italia per le aree che hanno bisogno di un rilancio economico. Ci sono i progetti "leader" e ci sono, per il nostro caso, per il Friuli, proprio perché dopo l'entrata nella Comunità Europea dell'Austria e la Slovenia, che è in fase di trattative, noi siamo diventati una Euregio cioè una Regione con tre confini. Questi progetti, il progetto Interreg 2, perché il primo è già stato esaurito in altre situazioni europee, ce ne sono circa una decina di queste situazioni per esempio dove la Germania confina con la Francia e il Belgio, veramente le zone di grande attrito anche politico. Ecco questi progetti sono stati predisposti dalla provincia di Udine. Uno di questi progetti interessa proprio anche la valorizzazione di tutta questa ricostruzione di Venzone. Non è un progetto nuovo, uscito fuori così dal cappello all'ultimo momento. E' una vicenda che le forze politiche sociali culturali venzonesi avevano già lanciato cinque anni fa, ancora prima che morisse l'ing. Chiavola e il grande, permettetemi, Segretario generale alla ricostruzione al quale, già allora, con Alba Bellina, con Alberto Moretti, avevamo richiesto di incominciare a scendere negli archivi della Segreteria generale straordinaria per incominciare a raccogliere materiale perché pensavamo che Venzone avrebbe potuto veramente essere, lo diceva Petrini, lo diceva il prof. Cecchi, un momento di rielaborazione e di indicazione di dati. Ecco questo progetto Interreg vuole proporsi in questo modo e quindi diventare veramente il futuro per Venzone basato sull'esperienza che ha vissuto, su questa esperienza del terremoto. Di nuovo noi non troviamo qua forze politiche che ci diano una mano, come vent'anni fa. Di nuovo siamo incompresi in Patria. La Regione, la Provincia l'ha fatto ma non lo segue più. La Regione, beh in questi momenti anche politicamente ha molte altre distrazioni, anche il paese stenta a farsi avanti. Abbiamo l'appoggio dell'amministrazione comunale ma stiamo cercando veramente e questo - ed è stato presentato in questo convegno - proprio perché il mondo culturale politico, il mondo che guarda al nostro progetto con un occhio di particolare interesse, possa darci una mano e quindi anche il Ministero e lo Stato italiano, riprendendo quella formula che dicevamo stamattina, che tanto ha funzionato: Stato, Regione, Comune. Il progetto è passato alla Regione, in mezzo a tanto altri, sono passati totalmente: E' passato il Ministero degli Esteri a Roma, adesso è in giacenza alla Comunità Europea. Ha un futuro piuttosto lungo ma ci stiamo lavorando.
Ecco io passerei quindi la parola allora a Alberto Moretti che descriverà l'impostazione di questo progetto e a Francesco Marini che poi cercherà di spiegarne un po' la ricaduta economica che questo potrebbe dare su Venzone e non solo.
Prego.

Alberto Moretti [testo in attesa di autorizzazione]

Francesco Marini

Beh, innanzi tutto ringrazio per aver avuto questa possibilità di parlare, un po' nella prosecuzione, diciamo così, di questo momento economico che si è venuto a creare a Venzone e che ultimamente stava rischiando di cadere, cadere di tensione. Dagli argomenti che sono stati discussi in questi tre giorni di Convegno, appare evidente che il settore, diciamo così, compreso tra il rischio sismico, restauro, ricostruzione, passando attraverso la prevenzione e pronto intervento, consente sviluppi economici non trascurabili specie se calati in una realtà di fondo povera come quella di Venzone. Povera perché inserita in una zona, diceva prima anche Miry, che apparteniamo comunque storicamente ma anche geograficamente a una zona comunque depressa. Il fatto di riuscire a ricavarne da questo un momento economico, se riusciamo a impostare questo progetto, avrà sicuramente delle valide ricadute ma non solo per Venzone, ritengo. D'altronde storicamente Venzone gravita per quello che riguarda, diciamo così, la manodopera, sulle zone industriali di Rivoli di Osoppo, un po' la zona industriale di Tolmezzo. Buona parte, diciamo così, trovava impiego nelle ferrovie, ambiti statali comunque diciamo non ci sono, tradizionalmente, finita la parte economica dell'agricoltura, ancora negli anni '60, non c'è stato sbocco né sotto il punto di vista artigianale, minimo comunque, e nemmeno, tanto meno quello industriale. Dar vita a un progetto di questo genere, a mio avviso, significa, fondamentalmente, attivare tutta una serie di possibilità che, innanzi tutto, possono portare a dei posti di lavoro puliti. Consideriamo, per un attimo, che il Centro non avrà problemi di smaltimento di residui di lavorazione, per esempio, tanto per intenderci. E non è poco se consideriamo che il Centro di documentazione progettato viene inserito nel contesto del nostro centro storico ricostruito. Non credo serio adesso parlare di numeri. Certo è che l'attivazione del Centro richiederà stabilmente figure professionali, rappresentative di categorie, non solo di alto livello, non solo di ingegneri, di docenti o di cose di questo genere e darà quindi possibilità di impiego di personale locale, il discorso di premessa. Risorse umane quindi che adesso sono destinate altrove con conseguente impoverimento della vita della cittadina, e non solo sociale. Il pendolare viene solo a dormire, in fondo. E oggi buona parte della popolazione attiva è costretta al pendolarismo.
Ecco, per quanto riguarda il progetto Interreg si è seguito la traccia di questo progetto e non solo di Interreg anche del Progetto 5b. Progetti quindi di respiro europeo ai quali ci siamo sì ispirati, diciamo così, come orientamento economico il quale prevede fondamentalmente degli interventi di tipo privatistico con, ovviamente, l'intervento anche di elementi non economici ma, diciamo, pubblici. Vale la pena ricordare che abbiamo la Provincia che ha comunque promosso questo, questo momento progettuale. Ha dato l'adesione il Comune di Venzone. Tutta una serie di, l'Università di Udine che già Moretti aveva prima, diciamo così, elencato. Quindi. Anche per farla breve - per non tediarvi oltre su cose che magari possono interessare solo la Comunità di Venzone e spero non solo la Comunità di Venzone - ritengo che il momento economico che verrebbe, che verrebbe ad attivarsi sia una cosa nella quale, innanzi tutto, dobbiamo crederci perché se no se non ci crediamo ovviamente siamo anche subito scesi da questo autobus e non solo per i soggetti interessati e anche non solo per l'aspetto economico. In fondo questo è un grande momento anche culturale: se abbiamo l'accortezza di riuscire, scusatemi il termine e me lo si passi, a venderlo, avremmo un utile non solo per questa Comunità ma anche per tutte quelle cose che, molto probabilmente, come diceva anche l'ing. Moretti, andrebbero perse nelle cantine di qualche università, di qualche ente.
Io vi ringrazio.


Miriam Calderari, moderatrice

Il progetto, a dir la verità, non è stato molto bene esplicitato perché ci è capitato di parlarne da, a più parti. Ci hanno rubato le idee, non ci hanno i soldi. Ecco, comunque noi le idee le abbiamo, le porteremo avanti, sperando nel lavoro di tutti quanti.
Adesso abbiamo completato questa fase. Io chiamerei veramente qui Marisa Dalai Emiliani per trarre le conclusioni. Capita a Lei ma chi, come lei, grande amica e conoscitrice dei nostri problemi e di tutta la storia di questi vent'anni, può trarre le conclusioni anche di questo secondo Convegno su Venzone che abbiamo fatto in questi vent'anni? Prego.

Marisa Dalai Emiliani

Io penso che mi sono stati dati troppi compiti in questi giorni, che ho già parlato tre volte e che, forse, la cosa migliore che posso fare è di essere veramente brevissima. Anche perché questo, che abbiamo voluto chiamare Convegno, in realtà ha assunto piuttosto la forma di un seminario: è stato un continuo dialogo fra noi in cui abbiamo cercato insieme di approfondire il senso di una esperienza durata vent'anni e che, come dire, ha proprio attraversato e cambiato la nostra vita e il nostro modo di pensare.
Mi sembra che la vera conclusione di questo Seminario, preferisco chiamarlo così, sia stata in realtà la relazione che mi ha preceduto proprio perché, come dire, in questo progetto che riguarda il futuro, il futuro anche socio-economico di Venzone, oltre che quello culturale. Tutta l'esperienza fatta ritrova un senso e mi pare che sia profondamente umano e razionale volere trasformare la catastrofe del terremoto in un motore di sviluppo per questo paese così colpito che ha dimostrato tanta volontà di rinascere e di rinascere non com'era prima ma proprio innestandosi molto più vitalmente nella realtà di oggi, nella storia. Vitalmente perché con le radici dentro il suo passato ma con una consapevolezza raggiunta proprio attraverso la sventura del terremoto e la reazione a questa sventura. Perché dico che quindi la vera conclusione del seminario c'è già stata perché, mi pare, che sia stato riproposto e messo al centro di questo progetto per la creazione di un Centro di documentazione di cui esistono già ora le visi ecta membra. Si tratta solo di riunirle e di trasformare questa ricchissima, varia documentazione ora dispersa fra vari fondi archivistici all'interno di diverse istituzioni. Trasformare questa documentazione, mi sembra di aver capito, in un laboratorio vivo di ricerca che, come dire, mobiliti le forze locali, le valorizzi ma insieme che diventi un punto di riferimento per la comunità scientifica nazionale e internazionale. Mi sembra che come metamorfosi della piccola Venzone che apparteneva ad un'area economicamente depressa, sarebbe una metamorfosi davvero straordinaria, questa no.
Il tema della documentazione mi pare che, veramente, abbia attraversato queste, queste tre giornate sia pure in modi diversi. Abbiamo riflettuto ripercorrendo le scelte culturali ma anche, così, di politica culturale che hanno portato alla decisione di ricostruire e il centro storico e poi il Duomo. Dicevo, abbiamo insistito molto sul ruolo fondamentale, essenziale che ha avuto l'esistenza di una ricchissima documentazione riguardante il paese e il suo monumento principale il Duomo, ai fini di una ricostruzione come è stata effettivamente poi realizzata e proposta. Stamattina, in particolare, il prof. Petrini ha insistito su un concetto molto importante cioè, mi pare ci abbia detto, che la questione della prevenzione del rischio sismico dei centri storici, dei monumenti, non è tanto una questione astrattamente e squisitamente scientifica di modellizzazione matematica. Sarà possibile e diventerà davvero efficace soltanto se potrà utilizzare le esperienze fatte e quindi ci ha proposto questo legame che tocca sempre molto profondamente fra la scienza sismica, e quindi anche antisismica, e la storia. E' proprio un caso, come dire, emblematico no quello della scienza sismica che non può progredire senza la storia. E' un caso di correlazione strettissima quindi fra la ricerca storica, che appartiene all'ambito delle scienze umane, e la ricerca scientifica.
Ecco, vorrei concludere questo ragionamento, questa riflessione intorno alla documentazione, non soltanto appunto ripensando al ruolo che ha avuto nella ricostruzione del Duomo ma appunto proponendo questo, questo tema come il nodo centrale di una possibile estensibilità della esperienza che è stata fatta a Venzone nel campo della tutela del beni culturali. Aprendo, tre giorni fa, i nostri lavori, dicevo che, in fondo, al centro di questo nostro incontro più che, come dire, una domanda, una interrogazione intorno alla legittimità di quanto è stato fatto qui e quindi intorno alla legittimità in termici di teoria del restauro, del tipo di ricostruzione per anastilosi, che è stata proposta per il Duomo, mi sembrava che dovesse essere quindi più di questa questione, in fondo, alla fine accademica, mi sembrava appunto che dovesse essere piuttosto un'altra domanda: il caso Venzone e, in riferimento al centro storico e al suo Duomo, è unico, irripetibile o invece può offrire un modello di metodo, può dare delle indicazioni circa le opzioni e teoriche e, soprattutto, operative che potrebbero appunto essere estese anche ad altri casi. Ecco, può trarsi una possibile lezione dalla esperienza di Venzone nell'ambito della tutela dei beni culturali. Ecco credo che una delle lezioni sia proprio questa, cioè: assolutamente l'esigenza di possedere, per i centri storici, una documentazione grafica - penso ai rilievi che esistevano per Venzone, casa per casa - fotografica, fotogrammetrica come è stata eseguita e donata qui a Venzone dalla Soprintendenza di Vienna fra il primo e secondo terremoto del '76. Questa esigenza di documentazione che non si può non collegare alla grande questione del catalogo nazionale, in Italia no. La questione, ahimè, molto dolente per tutti noi perché il nostro paese a distanza di cento, quanti sono, 130 anni dall'unità, non è riuscito mai a darsi un catalogo nazionale e la piega che stanno prendendo le cose in questi ultimissimi tempi è estremamente preoccupante perché, come dire, quella prassi perversa che è stata inaugurata con l'operazione "Giacimenti culturali", sta diventando la prassi dell'Istituto centrale del catalogo, cioè: l'appalto della catalogazione ad imprese informatiche private che non hanno la più pallida idea di che cosa significhi catalogare. Sono incapaci di elaborare dei progetti culturali per la catalogazione, e assoldano ragazzi inesperti, costringendo comunque i più esperti di loro, che hanno anni di catalogazione, alle spalle in collaborazione con gli uffici centrali o periferici delle Soprintendenze, come dire, a operare come dei kapò no che controllano questo lavoro a cottimo della schedatura. Con le imprese che, così, mi risulta, conteggiano i tempi di lavorazione delle schede e stabiliscono che per una scheda non si debba utilizzare più di mezz'ora ignorando totalmente che ogni scheda richiede un sopralluogo, la visione diretta dell'oggetto, ricerche in archivio e così via, insomma.
Ecco, questa è una denuncia che io faccio e che si collega anche alla questione della carta del rischio sismico che non può, non potrà non essere collegata, integrata no, dal punto di vista della sua realizzazione, alla catalogazione. Quindi la speranza che effettivamente si possa elaborare una carta del rischio sismico su questa base operativa è, mi pare, molto labile. Quindi occorre un grande sforzo, credo, da parte di tutti perché questo problema venga riaffrontato in termini, in termini diversi. Il catalogo nazionale non potrà che essere, così come la carta del rischio sismico, che il risultato di un grande impegno collettivo che richiede un grande impegno di formazione degli operatori e quindi questo implica un collegamento fra l'Università, come luogo di formazione, e le strutture di tutela.
Questo mio discorso ha preso una piega che non avevo previsto, comunque, credo. Prendetelo come uno dei risultati per me di queste giornate di meditazione e anche di emozione.
Lasciate che recuperi, sia pure molto sinteticamente, quello che a me è parso, il senso, soprattutto nella giornata di ieri, quando abbiamo sentito le relazioni di tutti coloro che hanno operato nel cantiere del Duomo, da Francesco Doglioni alle sue collaboratrici, Alessandra Quendolo e Alba Bellina; a tutti gli altri operatori; l'archeologa che ha fatto gli scavi e così via. E' emersa da, mi pare, da questo racconto, è emerso e si è riconfermato quello che credo abbiamo imparato tutti a capire, forse negli ultimi vent'anni: il restauro - ammesso che si possa parlare di restauro e non di progettazione architettonica, come ci ha ricordato l'amico Paolo Marconi ieri per la ricomposizione del Duomo di Venzone - è diventato sempre più la nostra vera, grande occasione di conoscenza. La storia dell'arte, dunque anche della storia dell'architettura, ha fatto in questi anni e continua a fare dei passi avanti attraverso il restauro. Uno degli aspetti che più mi ha emozionato nel racconto fatto da Francesco Doglioni e dalle sue collaboratrici, è stato proprio, come dire, questo rivivere con noi la ricerca ma soprattutto la fase proprio operativa nel cantiere. La ricerca preliminare e poi questa continua verifica, giorno per giorno, della base dei risultati della ricerca, in un continuo processo, in un continuo trapasso dal cantiere di oggi al cantiere medioevale no. Cioè una possibilità attraverso il lavoro di oggi di ricostruire il lavoro dell'antico cantiere medioevale per poi ritornare dal cantiere medievale al cantiere di oggi con, come dire, tutte le raffinate possibilità dal punto di vista strumentale che la nostra cultura di oggi appunto consente. Allora il tema della autenticità mi ritorna in mente che è stato toccato da Gizzi stamattina e l'autenticità di questa grande fabbrica recuperata è l'autenticità dell'originale perduto e, come dire, inseguito attraverso questo lunghissimo lavoro, questo grandissimo sforzo scientifico e operativo o è piuttosto l'autenticità della nostra cultura di oggi come suggeriva Gizzi no. Il valore di autenticità, di questa fabbrica, probabilmente è diviso fra l'una e l'altra cosa. Vorrei aggiungere ancora - avevo promesso di essere brevissima e invece mi accorgo di non esserlo - vorrei aggiungere ancora due pensieri: Michele Cordaro tentando di, con molta generosità, dicevo e vorrei sottolineare insieme difficoltà di leggere la ricomposizione del Duomo di Sant'Andrea, in riferimento alle teorie del restauro, ha concluso affermando che non si tratta affatto di una ricostruzione del Duomo "com'era e dov'era": "dov'era" si, "com'era" assolutamente no. Perché il progetto iniziale, elaborato per la ricostruzione del Duomo, a partire dal dato materiale e insieme dal dato culturale, entrambi molto importanti, del recupero delle pietre, almeno all'80%, da un lato e dall'altro dell'esistenza di tutta quella documentazione che abbiamo già ricordato, dicevo: il progetto culturale iniziale in realtà non si è assolutamente proposto di costruire un edificio che fosse una replica di quello originario. Si è proposto invece e, come dire, la continua messa a punto di quel progetto sul cantiere lo ha confermato, di come dire catturare in quel nuovo edificio che adesso è stato costruito, in questa nuova architettura, catturare tutti gli elementi della sua storia. Prima di tutto della storia traumatica del terremoto che è tutta leggibile nell'edificio di ora e insieme, forse l'ho già detto ieri e lo ripeterò, della storia della ricostruzione perché ogni fase, ogni gesto che è stato fatto è leggibile nell'edificio, è riconoscibile, vuole essere letto e quindi si offre alla nostra interpretazione e qui voglio riprendere un concetto che ha espresso l'arch. Cechi prima no, mi pare che tu abbia detto che "avere ricostruito il Duomo significa consegnarlo, riconsegnarlo alla nostra interpretazione, all'interpretazione delle generazioni future". Ecco in realtà noi offriamo molto di più, offriamo l'interpretazione della cultura di oggi che ha impresso il suo segno così visibile nel Duomo e quindi io credo che ci sia, che il Duomo ricostruito sia l'espressione della nostra idea di storia di oggi che è un'idea onnivora. Noi non vogliamo perdere nulla della storia, non vogliamo fare selezioni di valore, tutto per noi è importante, no. Vorrei ricordare le parole di Adorno che diceva: "Ciò che scompare diventa essenziale" e la storia sta scomparendo dal nostro pianeta. Noi assistiamo quotidianamente no a una erosione continua della storia. Allora, in questo senso, forse, le scelte che sono state a Venzone sono delle scelte coraggiose, contro corrente che hanno messo invece la storia proprio alla base di un recupero e di una nuova possibilità di vita. E voglio aggiungere ancora una cosa. Mi ha colpito moltissimo, fra le relazioni di stamattina, quella di Martines che non conoscevo. Pur avendo insegnato a Napoli per alcuni anni, non avevamo mai avuto occasione di incrociarci e Martines ha sottolineato, con molta forza, che una ricostruzione non può essere pienamente raggiunta se non è una ricostruzione sociale. Ecco mi ha fatto tornare in mente un viaggio molto dolente fatto nell'Irpinia appena colpita dal terremoto e ricordo che è un viaggio che ho fatto con alcuni dei miei studenti di indiano che avevo appena lasciato e alcuni dei miei studenti di Napoli. Mi ricordo che su un pulmino di fortuna e naturalmente, come dire, proprio l'opportunità che avevo avuto di dovermi confrontare a Venzone con i problemi del terremoto, mi aveva reso più sensibile alla, come dire, a questa vicenda che mi trovavo di nuovo a vivere essendo a Napoli chiamata all'Università di Napoli nell'80 - scusate questo pezzettino di autobiografia - e mi ricordo che arrivammo a Teora una sera. Teora era stata spianata dalle ruspe in gran parte e parlammo con un vecchio contadino che ci venne incontro e che disse una cosa che non ho mai dimenticato e che comunque proprio Martines mi ha fatto ricordare. Questo vecchio ci raccontò che all'indomani del terremoto, dopo due o tre giorni, erano arrivate delle ruspe, delle enormi ruspe Caterpillar inviati a spese del Rotary di Vicenza, mi pare di ricordare, e queste in una notte avevano spianato ciò che restava del centro storico. Teora era un paese bellissimo prima. Ma questo vecchio contadino diceva: "Hanno perfino sradicato tutte le piante della nostra piazza, davanti alla Chiesa. Che bisogno c'era di levarle? Almeno avremmo le piante. Potremmo tornare ancora là e giocare a carte come facevamo prima." Ecco a Venzone le piazze sono state ricostruite e si può giocare a carte qui, come abbiamo visto, nei caffè, nelle trattorie intorno alla piazza e si può cantare come abbiamo sentito ieri sera e come anche l'amico Martines ricordava no. Abbiamo visto questo tramando, ieri sera di padre in figlio: da Luigi Moretti a Alberto Moretti che ci ha tutti commossi moltissimo.


Remo Cacitti

A nome della Pieve di Venzone, della Fabbriceria del Duomo e dell'Associazione "Amici di Venzone", mi pare doveroso, prima che il Presidente chiuda quest'ultima sessione del Convegno, porgere un ringraziamento che non è formale certamente. Innanzi tutto ai Relatori, a chi ha partecipato, al Comitato scientifico e al suo Presidente Marisa, anche se non l'abbiamo mai nominata ma ha costituito sempre per noi la Presidente.
Io mi auguro che queste giornate, per quanto fredde, abbiano sentito il calore della partecipazione, il calore così della testimonianza venzonese e proprio sulla testimonianza venzonese pensavo, riflettendo in maniera molto disorganica a tutto quello che abbiamo sentito, pensavo al fatto che il paese ancora tutto in macerie quando noi avevamo ben chiara l'idea di costituire a Venzone un archivio, quello che chiamavamo un "Archivio della ricostruzione". Sentendo anche quanto ci hanno detto mi chiedo se Venzone non potrebbe diventare proprio quella sede di coordinamento di tutta la documentazione, perlomeno esistente in seguito al terremoto del '76 perché io credo che questo paese debba seguire delle sue vocazioni. L'avevo già detto e mi parrebbe che la vocazione migliore potrebbe essere quella di continuare a significare all'interno della nostra storia contemporanea.
Rinnovo il mio più cordiale grazie anche a nome di monsignor pievano e lo rinnovo in maniera significativa alla provincia di Udine che ci ha consentito queste giornate; all'Amministrazione comunale che ci ha cortesemente ospitati in questo bel salone per quanto un po' freddino.

Miriam Calderari

E ringraziando tutti quanti, quindi oratori, pubblico, ospiti, intendiamo chiuso il convegno.