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Qualche anno fa, partecipando alla redazione di una rivistina gratuita, ho provato a scrivere delle recensioni (non sollecitate). Tuttavia, un vago, ma crescente, disgusto (una micidiale combinazione di insoddisfazione per la mia scrittura, sensazione di conflitto d’interessi, irrilevanza degli argomenti e assenza di lettori) mi ha presto persuaso a smettere. Rievocato da una pagina incontrata casualmente, mi è venuta voglia di riportare in luce (senza alcuno scopo preciso) il reperto che segue, con tutti i pregi e difetti di allora (specifico che l’autore “preso di mira”, contattato a suo tempo via e-mail, non espresse alcuna riserva riguardo alla pubblicazione - dopo avere ricevuto il testo non rispose più nulla, per essere precisi).
Riflessioni a partire da:
Toni Zanussi – Un cammino per la pace con David Maria Turoldo
Abstract
Un libro-catalogo costruito a regola d'arte: alle fotografie di una serie di opere di Toni Zanussi si affiancano i testi, brevi ed affettuosi, di un notevole dispiegamento di “nomi”. Peccato che tali sforzi non sembrino evadere dall'usuale edificazione di una mitologia personale: testo dopo testo, la reiterazione dei peana diventa così un po’ stucchevole. Questo però non compromette l'interesse del libro, in primo luogo perché le opere di Zanussi sono, quando riuscite, belle davvero, ed in secondo luogo perché proprio rendendo palesi certe “contraddizioni” questo libro offre degli elementi di riflessione sul significato globale dell' “Operazione Arte” nella nostra società.
[NB: una lettura affrettata di questo testo potrebbe far pensare ad un attacco all’opera di Toni Zanussi. In realtà che sia un libro su di lui a fornirmi l’occasione per queste riflessioni é un aspetto abbastanza accidentale. Si potrebbe anzi dire che nei suoi riguardi in qualche modo “privatizziamo gli utili” (cioè riconosciamo il valore intrinseco delle sue opere) e “socializziamo le perdite” (cioè riteniamo che i limiti e i problemi messi in evidenza tocchino più o meno tutti gli artisti.) Si ammette anche che talvolta i due piani non risultano sempre ben distinguibili, ma tant’è: si fa quel che si può.]
Proviamo dunque a esaminare alcune di queste (presunte) “contraddizioni”. La principale si profila già nel titolo del libro: l'idea cioè, che l'opera di un artista possa davvero avere a che fare con un valore astratto come “la pace”.
E’ del tutto ovvio che una persona possa essere un artista e nel contempo impegnarsi per la “pace”, come per tante altre cose. Tuttavia, l’idea di “artista per la pace” mi può far pensare al massimo a qualche disegnatore satirico o a qualche monumentalista di regime impegnato in una qualche retorica, ma che un astrattista possa evidenziare dei tratti formali indirizzati alla pace piuttosto che alla guerra mi parrebbe invece cosa del tutto ridicola.
Vorremmo forse dire che i colori, vari e vivaci, di Zanussi connotano il multi-culturalismo, la gioia di vivere, eccetera eccetera? Stupidaggine per stupidaggine, potremmo allora ribattere che gli elementi geometrici ed angolosi connotano una inclinazione per il meccanico, per il morto, il futurismo e quindi la guerra.
Nessuno nega che Zanussi possa anche essere “uomo di pace”, ma pensare di trasferire “meccanicamente” tali meriti sulla sua opera artistica mi parrebbe o molto ingenuo o alquanto furbesco.
Ma vorrei provare ad inquadrare il problema in un’ottica più generale: ci troviamo di fronte, come in tanti altri casi, ad una collezione di belle opere: vi si avverte chiaramente il carico di “sapienze” che una lunga ricerca ha depositato negli automatismi del pittore. Saperi, abilità, che lo rendono in grado di dare alle sue composizioni equilibri, armonie ed articolazioni visive alle quali è quasi impossibile non fornire una qualche rispondenza sensoriale ed emotiva.
Il problema è che queste sapienze sono mute, implicite, cablate nella persona intera dell’artista e quindi prevalentemente inconsce. Come tali, non sarebbero per nulla sufficienti a procurare all’artista il prestigio culturale al quale egli, tradizionalmente, aspira.
Ecco quindi la necessità assoluta di costruire, al di sopra di questo “silenzio delle immagini” (per quanto evocativo, commovente, esaltante, o quant’altro possa essere) quelle “sovrastrutture”, verbali e pseudo-concettuali, che sono necessarie per ottenere l’attenzione della società. Le opere di per sé rimarrebbero lì mute, neutrali ed estranee alle beghe degli uomini, e invece vanno fatte interagire, vanno addentellate ai loro discorsi. Questo si può ovviamente ottenere solo attraverso le parole.
Diventa così essenziale l’alleanza con i “letterati”. Sono loro che suggellano, controllano e decidono il cruciale passaggio dalla “decorazione” (il bel quadro “arredante” che magari il pubblico si porterebbe volentieri a casa) al magico mondo degli artefatti “culturali”. L’aggancio della personalità letteraria appare quindi come una strategia ovvia e quasi obbligata, constatazione questa che dovrebbe forse spingere tutti quanti ad un qualche pudore nell’esibizione delle affettuosità amicali.
Nel libro preso in esame, vi è un co-protagonista che sembrerebbe per la verità un po’ riluttante: David Maria Turoldo. Dai frammenti riportati, si capisce che egli voleva bene a Zanussi, che ne aveva cura come uomo, ma si avverte anche, forse, l’ombra di un disagio nel distribuire “avalli”, queste ambite patenti di agibilità culturale. Quando scrive “... Quel nostro Friuli che era – esso sì! - una vera e grande opera d'arte…” eleva egli forse una sommessa riserva proprio verso quell’enfasi personalistica che ancora oggi caratterizza lo stereotipo d’artista? Personalmente me lo augurerei.
C’è da dire che in questa simbiosi tra l'artista visivo ed il letterato, l'arte astratta presenta il grande vantaggio di risultare completamente “aperta” alle proiezioni di quest'ultimo. Per adoperare una esplicazione un po’ goffa presente nel libro (una specie di rimasticatura di Kandinsky ad uso del popolo) si può persino arrivare a dire che: “quando l'elemento 'realista' è superato, potremmo dire che la pittura acquista una sua spiritualità, nel senso che si fa meno pesante, meno circoscritta, più capace di rivelare un 'passato' e di 'prefigurare' un futuro.”
Di baggianate come questa, che non distinguono per esempio realismo da figuratività (che potrà pur essere anche sognante e “leggera” quanto uno vuole) il volume è purtroppo infestato, e duole riscontrarne anche in autori del calibro di Elio Bartolini. Ma il fatto è che ognuno degli autori non fa che ripetere ciò che tutti quanti facciamo dinanzi a un'opera d’arte, ovvero proiettarci sopra le nostre fantasie. Chi si aspettasse quindi di uscire dalla lettura dei testi con una conoscenza più “profonda” dell’opera di Zanussi, si ritroverà invece la testa piena di confusione al termine di un concerto di trattazioni prive di rigore ed organicità. Ci viene ripetuto enfaticamente che si tratta di “cosmogonie” (quasi un suggerimento da banchi di scuola che si tramanda di testo in testo) ma non viene fornito alcunché a supporto di tale interpretazione. In effetti, per chi scrive, i quadri più suggestivi di Zanussi sono quelli in cui le forme “assomigliano” a qualche cosa, come mari e cieli primordiali solcati da bizzarre creature di speci dimenticate. Ma proprio laddove maggiore è l’interesse così suscitato maggiore é anche l’insoddisfazione (ed una punta d’irritazione) per il comodo rifugiarsi dell’artista nell’astratto, lasciando che sia la fantasia di chi guarda a costruirsi tutto quanto, ed a prendersi ogni responsabilità. Ma allora perché non lasciamo perdere le presunte spiritualità alla Kandinsky e non parliamo piuttosto delle comodità “tattiche” dell’alludere alla lontana senza mai “finalizzare”? E’ chiaro che operando in questo modo nessuno potrà mai offendersi per qualsivoglia “contenuto” ed i quadri potranno essere piazzati ovunque. Ma se quelle sono davvero delle “cosmogonie”, cioè ci vogliono davvero raccontare delle storie sulle origini ed i significati abissali dell’universo, o del pluriverso, allora più che di astrattismo dovremmo parlare di un cripto-figurativismo, che se ne rimane lì mascherato per paura o mancanza di mezzi. Ma quelle non sono affatto “cosmogonie”. Chiunque abbia esplorato con sufficiente serietà quel medesimo tipo di sperimentazione pittorica, “sa” quanto grande sia il tributo che andrebbe riconosciuto alla combinazione fortuita: provando e riprovando le forze attive dell’immaginazione riconoscono, individuano, un “pattern” di una qualche efficacia, dopodiché interviene la coscienza critica (ed opportunistica) dell’artista che decide il grado di esaltazione da accordare a questo pattern – e non di più. In questo equilibrio, in questo compromesso che ciascuno istituisce tra i propri mezzi ed i propri limiti, sta la cifra dell’artista. In questo libro si spende spesso una parola, “talento”, alquanto problematica e piuttosto fuori moda nella critica moderna. Ma ritengo che ciò accada soltanto perché la parte testuale di questo libro pare più una questione di affetti (o di affettati) che non di conoscenza. Se ritorniamo alle “cosmogonie”, lo iato che si spalanca tra le povere esplorazioni a tentoni che sono concesse ad una singola persona (dotata di tutti gli strumenti e le cognizioni del presente e quindi in certo modo anche “inquinata” da tali cognizioni) e l’oscuro sedimentarsi di vicende millennarie sopra un’intera popolazione, può essere colmato solo da un cieco moto d’affetto, oppure da un cinico moto di convenienza. Ma di fatto i letterati che gratificano Zanussi di queste cosmiche qualità sono mossi spesso da analoghe, e per chi scrive altrettanto illusorie e patetiche, pretese (quasi che l’universo dovesse per forza cedere ai domestici strumenti dell’affabulatoria umana.)
In queste osservazioni, spero non troppo acide, si annida naturalmente un problema più generale, ed in effetti io non affermo né insinuo che si potesse davvero fare di meglio, nell’ambito di questo progetto. Forse queste “storie ben raccontate” sono ormai l'unico approdo “effettivo” che è cognitivamente concesso al fenomeno artistico, fenomeno che si vorrebbe invece fare apparire legatissimo ed organico pressoché a tutto.
Facciamo un esperimento mentale: immaginiamoci una manifestazione “per la pace” allietata da opere di Zanussi. Inquadriamo su queste opere un certo insieme di elementi formali ripetuti, e permutiamo tali elementi secondo una certa regola (p.es. scambiamo i blu con i gialli, allarghiamo sistematicamente alcune forme e restringiamone delle altre). Ne otterremmo probabilmente un deciso degrado qualitativo in quanto andremmo a perdere quegli equilibri percettivi che l’autore vi aveva saputo infondere. Ma cambierebbe forse qualcosa nei riguardi della manifestazione “per la pace”? Provocherebbe il buio a mezzogiorno? No, perché quegli equilibri non hanno in realtà nulla a che fare con la pace, con il terzo mondo, con lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo eccetera eccetera. Il legame è preteso, anzi semplicemente “posto”, con un semplice atto di autorità. Il legame lo dobbiamo semmai ricercare nella biografia dell’artista, ma allora, beh, permettetemi di dire che così non vale…
Veniamo ora ad un altro punto dolente. I continui richiami al povero, al derelitto e al dimenticato. Essi a mio parere stridono irrimediabilmente con quella che rimane essenzialmente (ed è anche svolta senza particolari pudori) la costruzione di una mitologia personale. Una costruzione che, in primo luogo, tende ad allontanare il gratificato dalla povertà e soprattutto dalla dimenticanza.
Già, la dimenticanza. Per ironia delle cose, in questa operazione, che nulla ha d'ingenuo, vengono riportate anche delle poesie, o frammenti, che dovrebbero provocare almeno qualche solletico alla nuca:
e quel giorno quanti passavano da eroi fuggiranno nudi, finalmente
Su di un piano più generale, si avverte qualcosa di irrimediabilmente funereo in queste operazioni, in questo ansioso assemblamento di mausolei (fatti di carta patinata) che possano durare, affinché tutti questi microcosmi così belli e commoventi (fatti di storie, amicizie, serate malinconiche, discettazioni abissali eccetera) non vengano travolti e dissolti dal terrificante susseguirsi di nuove generazioni sempre più indifferenti (ma dato il carico di pretendenti alla sopravvivenza nella loro memoria si può anche concedere un po’ di significato evolutivo ad una certa ottusità).
In questo slancio verso la sopravvivenza si avverte certamente del patetico ma anche del duro e pervicace: pare che gli aspiranti a questo tipo (alquanto austero – ma è ciò che passa il convento moderno) di immortalità sappiano associarsi molto efficacemente. Sembra che tutti questi “happy few” si conoscano, si apprezzino e si aiutino reciprocamente. Vista dal di fuori, la logica sembra essere: oggi lodiamo questo nostro confratello, domani tutti gli altri lo faranno per me. E, quale corollario ben verificabile, pare che, in questo gioco, più uno invecchia più senta il bisogno di fare il gradasso, di autocelebrarsi e di disprezzare ciò che nemmeno conosce ma che potrebbe nondimeno distogliere l'attenzione altrui – come dire ... il tempo stringe!
Comunque sia, le comunità culturali che fanno capolino dietro a queste operazioni mi inducono sempre in un certo stupore. Viene in mente la “struttura che connette” di Bateson [1] che peraltro ci insegna anche come, in tutti questi sistemi complessi in accoppiamento strutturale con il proprio ambiente, oblio e coscienza debbano alternarsi in rapporti ineluttabili.
Solo così al lusso dell'edizione ed alla sua monumentale valenza narcisistica potrà accompagnarsi il continuo richiamo ai poveri e ai dimenticati. Solo così all'appoggio della Banca e delle Istituzioni potrà affiancarsi anche l'intellettuale scorbutico, aduso a disprezzare le masse già per la semplice colpa di sopravvivere al “benessere” che caratterizza questo anomalo frammento di Storia del Friuli. Eh già, proprio “vacca et capella, ovis et leo” … appunto.
Con questo non si vuole insinuare che si tratti di una operazione meramente opportunistica: di per sé tutto rientra nei crismi della consuetudine artistica, una consuetudine talmente sedimentata da risultare ormai del tutto trasparente e naturale ai suoi protagonisti. Ma il fatto è che tale libro oggettivamente rappresenta un elemento di affermazione personale per tutti gli autori che vi compaiono, e dunque, se anche queste persone fossero davvero le più belle e nobili che abbiamo, dovrebbero forse coltivare il gusto di una maggiore modestia, e soprattutto il pudore di non tirare in ballo quelli che soffrono davvero.
settembre 2003
[1] Gregory Bateson – Verso un'ecologia della mente – Adelphi

C.G.Jung, in alcune pagine davvero affascinanti di “Tipi psicologici”, descrive il “sacrificium intellectus” di Tertulliano (che “lo condusse a riconoscere incondizionatamente l’irrazionalità della realtà interiore, vero fondamento della sua fede” .. “lo portò, infatti, a disconoscere la scienza, la filosofia e, di conseguenza, la gnosi”.)
Io che non ritengo neppure l’intelletto il mio “organo di più grande valore” (i miei vari “organi” mi sembrano piuttosto normali (qualcuno sopra e qualcuno sotto la media) e piuttosto preziosi, non inclino affatto all’automutilazione) perché non faccio altrettanto? Probabilmente perché sospetto che si tratti di una mera questione di soglie (stati di attivazione, cocktail chimici nel cervello): la realtà appare ben diversamente “colorata” nel pieno giorno ed in piena forma fisica rispetto al cuore di una notte intensificata dall’alcool o dall’innamoramento, o anche nei momenti che precedono o seguono (fase refrattaria) la “piccola morte”. Così, ad un certo tipo di compartimentazione (la mano sinistra non sappia cosa fa la destra) della coscienza – una soluzione molto “tipica” e riconoscibile dall’indulgenza irritante che mostra nei confronti della propria “realtà interiore” a scapito totale di quella altrui – ne preferisco un altro che reputo leggermente superiore e che ritrovo, per esempio, nello scetticismo temperato di J.L.Borges, il quale, premettendo esplicitamente, e dando anzi per ovvia, la natura fantastica delle proprie elaborazioni, sa penetrare in certi domini con uno stile impagabile (temo che preferirei salvare dalle fiamme le poche pagine di “tre versioni di Giuda” piuttosto che l’intero tomo di Mancuso, evidentemente infarcito di ridondanze e velleitarismo, e che comunque non disprezzo). Come Borges, della drammatica favola cristiana preferisco occuparmene senza crederci, piuttosto che crederci e dimenticarla (o tradirla), così potrò magari riservarmi, per l’eventuale vecchiaia, o addirittura il punto di morte, una spettacolare riconversione.
