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Qualche tempo fa, un testo di Maurizio Blondet, riproposto sul blog di Valter Binaghi, mi aveva prodotto una strana irritazione. Ero forse sensibile, sotto sotto, all'accusa di essere io stesso un “fellah”? Ripensandoci un poco (negli stretti limiti consentiti al mio “engagement“ culturale - questo è peraltro il mio alibi universale: come boxare con un braccio legato, porco zio!) sono arrivato alla conclusione che forse sia proprio della “condizione postmoderna” il combinare in una specie di chimera due dimensioni inconciliabili: a livello “materiale” (o strutturale: bere, mangiare, vestirsi, lavarsi, alloggiare, copulare, istruirsi ...) siamo davvero dei “fellah”, fatalmente spossessati da ogni reale "controllo", e quindi "costretti" ad alzarsi presto ogni mattina (o quanto basta) per “sacrificare” larghissime quote di preziosissima esistenza dietro a faccende che non ci importano realmente, che sicuramente non si strutturano intorno alle nostre esigenze di “crescita” (possiamo trascurare come fortunate eccezioni quelli che riescono a rintracciare, entro il loro panorama di possibilità, una possibile “vocazione”). La configurazione generale delle cose, ovvero che si debba ottemperare ad un simile sacrificio in cambio dei soldini che ci servono ad acquistare pacificamente il frutto del simmetrico sacrificio altrui (dal quale non possiamo [beh, diciamo almeno "non dovremmo"] in alcun modo immaginarci indipendenti) è del tutto indiscutibile, non vi sono reali alternative che non siano di carattere individuale, opportunistico, più o meno direttamente parassitico, e dunque non universalizzabili (trascuro volutamente le retoriche della meritocrazia e dell'elettività, in un contesto così lontano non soltanto da eque condizioni di partenza, ma persino da oneste formulazioni delle regole del gioco.) E tuttavia, rispetto ai poveri “fellahim” fatti e completi, abbiamo (perché abbiamo avuto) istruzione e tempo libero sufficienti perlomeno a creare un contesto accogliente per dei “memi” in grado di ribaltare la “dominazione simbolica” che usualmente è associata ad una simile condizione. Mai nella storia così grandi masse di dominati sono state meno persuase della legittimità della propria dominazione, e quindi in grado di disprezzare, prima ancora che odiare o invidiare (relazioni che implicano dipendenza) i portatori di privilegio. Ciò che si vorrebbe, è piuttosto essere “lasciati in pace” (dalle urgenze della vita) per inseguire il proprio sviluppo, la propria individuazione. Dunque non condivido affatto, su questa tematica, neppure un certo schematismo girardiano del risentimento che viene spesso proposto anche dall'ottimo Fabio Brotto. I suoi riferimenti sono evidentemente alle masse semi-acculturate che si perdono dietro alle isole dei famosi, mentre i miei sarebbero piuttosto gli “eterni studenti”, magari un poco invecchiati e delusi dalla vita (altrimenti si troverebbero totalmente assorbiti da differenti contesti) che si esprimono in tanti blog intelligentissimi e pieni di sensibilità - sebbene “l'illusio” scolastica li porti quasi inevitabilmente a ricondurre tutti i problemi di cui pretendono di potersi occupare ad una questione di conoscenza e buoni sentimenti, e quindi a delineare soluzioni illusorie ma invariabilmente molto lusinghiere nei confronti di colui che le indica, che sottendono alla fin fine, con deprimente regolarità, banalità di questo tipo: se solo la gente (implicito: quella comune, io (implicito: che sono poeta, artista, filosofo, genio, esteta, sensitivo, sciamano - insomma "speciale" ..) che c'entro?) fosse più umile, più conscia dei propri limiti, dei propri occhi (e cervello, e anima ..) foderati di prosciutto, più conscia del proprio innato "cattivo gusto" - se solo gli "occidentali opulenti" fossero meno avidi, meno materialisti, meno viziati, meno viziosi, meno mimetici - insomma se solo costituissero un popolo, anzichè un popolaccio (tm) ..
Ma pare che insinuare sospetti di questo genere suoni terribilmente “ingeneroso” in tali sensibili orecchie, sarà meglio cercare di contenerli in angoli protetti dall'irrilevanza, come questo: avverto una preoccupante tendenza a concedermi con troppa sollecitudine l'ultima parola, nei giri di commento che mi trovo a frequentare, non posso mica restare da solo.

[immagine da: Historical Anatomies on the Web]
