appunti su tecnica e stile
Qualche tempo fa, tentai un'esplicitazione
dei concetti di tecnica e di stile, in quanto su tali termini
mi sembravano immancabilmente convergere una gran parte dei fraintendimenti
che infestano le vacue discussioni intorno all'arte. Devo dire che quel tentativo
non incontrò, tra miei interlocutori, grande interesse o comprensione. Provo
adesso rivedere la questione, anche in rapporto ad alcune efficaci formulazioni
tratte da "La Distinzione", di Pierre Bourdieu.
La tabella seguente riporta quella mia "sistemazione" dei termini:
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Concetto |
Caratterizzazione |
Esempi |
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Tecnica |
Conoscenza "procedurale" utilizzabile per uno scopo definito. Insieme di regole, algoritmi,
marchingegni, ricette, consigli (a svariati livelli di generalità
e che possono riguardare l'uso di materiali, di strumenti, di gestualità
- ma anche suggerimenti più "astratti" p.es. riguardanti
atteggiamenti "spirituali", regole di composizione, scelta
dei colori ecc.) |
Pittura ad olio (esempio di conoscenza sulla "dimensione" materiale) – si tratta di un specificazione molto generale, che non potrà quindi che connettersi che a scopi altrettanto vaghi. Esempi meno vaghi di tecniche (collegabili quindi a scopi più precisi) potrebbero essere i seguenti: velature, prospettiva, deformazioni prospettiche, chiaroscuro, filtro “gaussian blur” di Photoshop, deformazione anatomica, disposizione di figure sacre, piccola macchia chiara sull'occhio ... etc |
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Stile |
Conoscenza "astratta" (tratta da un insieme di osservazioni) che permette di collegare un insieme di opere sotto un denominatore comune (modello concettuale). Insieme di caratteristiche che si possono individuare in un corpo d’opera per attribuirlo ad una certa categorizzazione. In pratica dire Stile X significherà dire Arte X (o Arte di X se ci riferiamo ad un singolo individuo.) |
stile egiziano => .. => stile V dinastia => ...=>... stile astratto => .. => stile “Kandinsky” => .. =>... Nota che per stile "Kandinsky" si potrebbe intendere tanto lo stile di Kandinsky cioè l'irripetibile individualità dell'arte di Kandinsky (una sorta di specificazione infinita, o "al limite", di caratteristiche) quanto un certo sottoinsieme di caratteristiche che potrebbero essere adottate da un certo insieme di seguaci di tale artista (stile alla Kandinsky). |
Si trattava, mi pare, di una
semplice polarizzazione dei vari significati che i due termini accumulano nel
senso comune, riconducibili in entrambi i casi ad un concetto più generale:
quello di conoscenza. Considerare tecnica e stile come saperi
differenti relativi ad uno stesso oggetto (gli irriducibili processi reali
che si oggettivano in un corpo d'opera) mi sembrava utile alla chiarificazione
di taluni contesti entro quali i due concetti sembrano decisamente sovrapporsi,
p.es., quando una tecnica consapevolmente adottata in vista di uno
scopo, affonda, trasformandosi, negli automatismi inconsci
legati all'abitudine. In tal caso sembrerebbe più conveniente
considerarla parte, più o meno rilevante, dello stile dell'artista,
in quanto potrebbe anche non essere più possibile farle compiere il tragitto
inverso, ovvero "riestrarla" quale strumento (spunto, suggerimento,
ricetta) utilizzabile da altri nella concertazione dei propri scopi.
stile = risultato di un'insieme
di tecniche incarnate
tecnica = componente esplicitata
(in rapporto ad uno scopo) di uno stile
Per esempio, quella inconfondibile
"pennellata" (astratta) che ciascuno è in grado di riconoscere
nello stile di Bacon, può diventare una tecnica, asservita
assieme ad altre ad uno scopo differente, nelle composizioni di un altro artista.
In tal modo uno stesso frammento di sapere viene a trovarsi all'intersezione
(con ruoli molto diversi nei rispettivi contesti) degli stili di due autori
molto differenti.
Si tratta, evidentemente, di quello stesso sapere che K.Lorenz, nel suo L’altra
faccia dello specchio ricostruisce a partire dai meccanismi biologici più
elementari, e che si sviluppa per integrazioni (o illuminazioni) successive.
In quest'ottica, ogni tecnica implica un qualche modello concettuale
di riferimento, e viceversa, ogni concettualizzazione astratta implica una serie
di procedure effettive, più o meno implicite.
By the way: se dunque
questa "tecnica" risulta una componente imprescindibile
di ogni sapere (che quindi ritroveremo ad ogni livello dei processi che ci costituiscono)
allora essa non avrà certo nulla a che fare con quella "Tecnica"
al dominio della quale vengono attributi (attraverso una strana allegorizzazione)
tante disgrazie da Severino, Galimberti, Calligaro ecc.: se la tecnica è impensabile
senza uno scopo, allora una tale "Tecnica che diviene il proprio
Scopo" potrebbe essere pensata come la degenerazione evolutiva
di un apparato, di un meccanismo complesso che, come un cancro, sfugge ai propri
scopi "istituzionali".
Ma se davvero si possono vedere
tecnica e stile come due punti di vista diversi su di uno stesso
“sapere”, quale è la loro differenza essenziale? Forse, il punto
di vista tecnico potrebbe essere visto come quello che privilegia il “meccanismo”,
ovvero un p.d.v. “esterno”, “oggettivante”, che non contempla (scelta
che può risultare più o meno appropriata a seconda dei contesti)
il ruolo della coscienza soggettiva, che risulta invece assolutamente
essenziale - tanto da rimanere a volte in sottofondo per la sua ovvietà
- nell'altro punto di vista (il “concetto” a differenza del "meccanismo
materiale", quantunque "implementato", è davvero un “nulla” al
di fuori del pensiero soggettivo).
Bateson, ricordando come del processo secondario in se stesso (cioè del pensiero
cosciente soggettivo) in realtà non sappiamo praticamente nulla, annota
che deve comunque trattarsi di una risorsa preziosa, da economizzare
il più possibile: motivi di efficienza impongono che grandi quote di sapere,
dapprima acquisito al livello della preziosa e rara coscienza soggettiva, si
inabissi, si stratifichi e si coordini in qualche modo nei diversi livelli di
automatismo che ci costituiscono. Ma lasciando un po' "a riposo" queste
speculazioni, che ho successivamente dipanato e riaggregato entro due bozze
differenti (il
diaframma salva-illusioni e questa)
- sicuramente da rimeditare, proviamo a rivedere l'intera questione rispetto
a certe efficaci e limpide formulazioni di Pierre Bourdieu:
A differenza della percezione non specifica, la percezione propriamente estetica dell'opera d'arte (che evidentemente presenta diversi gradi di compiutezza) è dotata di un principio di pertinenza socialmente costituito ed acquisito: questo principio selettivo le consente di reperire e di trattenere, tra i vari elementi offerti allo sguardo (per esempio delle foglie o delle nuvole, trattate soltanto come indizi o segnali, investiti di una funzione di denotazione: "è un pioppo", "sta per scoppiare un temporale"), tutti e soli i tratti stilistici che, ricollocati nell'universo delle possibilità stilistiche, contraddistinguono una maniera particolare di trattare gli elementi selezionati, foglie o nuvole, cioé uno stile, come modo di rappresentare in cui si esprime il modo di percepire e di pensare di un'epoca, di una classe o di una frazione di classe, di un gruppo di artisti o di un artista particolare.
Tale caratterizzazione dello
"stile" mi pare perfettamente "compatibile" con la mia,
ma pone drammaticamente in primo piano la natura sociale, e quindi in un certo
senso arbitraria ( o meglio storicamente determinata) di queste "astrazioni",
verso le quali io tentavo piuttosto un approccio "puro" (sul quale
in realtà il diabolico - in senso buono - Bourdieu sembra avere moltissimo da
dire.)
[..]
Così, la capacità di cogliere i tratti stilistici che
costituiscono l'originalità delle opere di un'epoca rispetto
a quelle di un'altra epoca o, all'interno di questa classe, delle
opere di una scuola rispetto a quelle di un'altra, o ancora, delle
opere di un autore rispetto alle opere della sua scuola, o persino
di uno stile o di un'opera particolare di un autore rispetto alla
sua opera complessiva, è indissociabile dalla capacità di cogliere
le ridondanze stilistiche, cioè i modi tipici di
trattare la materia pittorica che definiscono uno stile. In poche
parole, la capacità di cogliere le somiglianze presuppone il
riferimento implicito o esplicito alle differenze, e viceversa:
l'attribuzione si basa sempre implicitamente sul riferimento a delle
"opere-testimoni", consapevolmente o inconsapevolmente
selezionate, perché rappresentano in misura particolarmente elevata
le qualità riconosciute, in modo più o meno esplicito, come
pertinenti in un determinato sistema di classificazione.
Ma ecco la parte più rilevante nel presente contesto:
Tutto sembra
far credere che persino tra gli specialisti, i criteri di pertinenza
che definiscono le proprietà stilistiche delle "opere-testimoni" restino
per lo più impliciti e che le tassonomie estetiche implicitamente applicate
per distinguere, classificare e ordinare le opere d'arte non abbiano mai
il rigore che a volte cercano di attribuir loro le teorie estetiche.
Di fatto, la semplice collocazione effettuata dal conoscitore o dallo
specialista, quando essi procedono a delle attribuzioni, non ha nulla di
comune con l'intenzione propriamente scientifica di cogliere la ragione
immanente e la ragion d'essere dell'opera, ricostruendone la situazione percepita,
la problematica vissuta, che non sono altro che lo spazio stesso delle
posizioni e delle prese di posizione costitutive dell'intento artistico dell'autore
preso in esame
[..]
I riferimenti di cui si dota un simile lavoro di ricostruzione non hanno
niente a che spartire con quelle risonanze semantiche e quelle corrispondenze
affettive che infiorano i discorsi celebrativi [..] questo gioco di dotte
allusioni e di analogie che, come le contrapposizioni fondamentali dei sistemi
mitici o rituali, non devono mai giustificarsi esplicitando il fondamento dei
rapporti che stabiliscono, tesse intorno alle opere una serrata trama di
esperienze fittizie, che si rinviano e si confermano vicendevolmente, il che
produce l'incanto della contemplazione artistica: sta qui la radice
di quell' "idolatria" di cui parla Proust, che spinge a trovare
bello "il drappeggio della commediante o il vestito della donna di mondo
[..] non perché è bella la stoffa, ma perché é la stoffa dipinta da Moreau o
descritta da Balzac".
Dunque è chiaro che la mia intenzione era propriamente scientifica, ed è chiaro
che si muove in direzione opposta all'idolatria dell'arte. D'altra parte,
according to Marvin Minsky: we
all are reluctant, with regard to music and art, to examine our sources of pleasure
or strength. In part we fear success itself– we fear that understanding might
spoil enjoyment. Rightly so: art often loses power when its psychological roots
are exposed. No matter; when this happens we will go on, as always, to seek
more robust illusions!
L'idolatria di Proust mi richiama alla memoria la "menzogna romantica e verità romanzesca" di René Girard:
L'opera di Proust descrive le nuove forme di alienazione che succedono alle forme anteriori quando i "bisogni" sono soddisfatti e quando le differenze concrete cessano di dominare i rapporti tra gli uomini. Lo snobismo, l'abbiamo visto, alza divisori astratti tra gli individui che godono dello stesso reddito, che appartengono alla stessa classe sociale e alla stessa tradizione. [..] La nozione di conspicuos consumption sviluppata da Veblen è già triangolare. [..] Il valore dell'oggetto consumato dipende ormai soltanto dallo sguardo dell'altro. Soltanto il desiderio dell'altro può ingenerare il desiderio. Più vicino a noi, un David Riesman e un Vance Packard dimostrano che l'immensa classe media americana, ancora più uniforme degli ambienti descritti da Proust, è divisa anch'essa in compartimenti astratti. Moltiplica i tabù e le scomuniche tra unità perfettamente simili e opposte le une alle altre. Distinzioni insignificanti appaiono mostruose e producono effetti incalcolabili. L'altro domina sempre l'esistenza dell'individuo ma questo altro non è più, come nell'alienazione marxista, un oppressore di classe, è invece il vicino di casa, il compagno di scuola, il rivale professionale. L'altro diventa sempre più affascinante a mano a mano che si avvicina all'io. [..] Neppure nelle loro audaci intuizioni i sociologi riescono mai a liberarsi completamente della tirannia dell'oggetto. Sono tutti al di qua della riflessione romanzesca. Tendono a confondere le vecchie distinzioni di classe, le distinzioni imposte dall'esterno, con le distinzioni interiori suscitate dal desiderio metafisico.
Rivediamo allora, in queste diverse e un po' più ampie prospettive, alcune delle divagazioni di allora:
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Comunque, applicando queste
ri-definizioni al campo artistico, si ottengono delle formulazioni abbastanza
interessanti: Ovviamente:
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Beh, mi pare proprio che "reggano" ancora, e che anzi contenessero proprio alcune delle "correzioni" al quadro apportate da Bourdieu. Lascio allora al suo posto anche questo frettoloso esempio:
EsempioAd un livello piuttosto alto di generalità, potrebbe venire definito uno stile "informale puro" attraverso un'unica caratteristica definitoria:
Una definizione così nuda è ovviamente inutile. Tuttavia essa potrebbe essere "arricchita" in infinite direzioni, cominciando ad assumere un maggior interesse. Potremmo per esempio definire uno “stile informale puro accettabile in gallerie commerciali di livello X” come uno stile S0 arricchito con le seguenti caratteristiche aggiuntive:
A questo stile si potrebbero collegare allora dei suggerimenti tecnici (che solo per brevità non renderemo troppo plausibili)
Si tratta evidentemente di un esempio "giocattolo", pseudo-umoristico. Tuttavia sono sicuro che una simile operazione potrebbe anche essere condotta in maniera tale da “rispettare” certe assunzioni implicite nell’ideologia dello stile che si cerca di catturare. Per esempio, lo stile "Astratto Autentico" (cose cioè da Museo di Arte Contemporanea, o addirittura da Storia dell’Arte)” potrebbe essere sbrigativamente definito [nell'interfaccia verso il pubblico] in questo modo:
Una interfaccia per “addetti ai lavori”, che penso molti sarebbero perfettamente in grado di formulare, suonerebbe certo del tutto diversa, e molto istruttiva. |
EOF
Appunti preparatori (precedenti)
A
prima vista sembrerebbe che all'artista venga richiesta dapprima una scelta
di campo - l'adozione cioè di uno "stile" (in senso lato) che
sia riconoscibile e considerato storicamente agibile dagli addetti
ai lavori. Da qui, il suo lavoro lo porterà - inevitabilmente - al
raggiungimento di quello stile personale la cui rilevanza in termini
generali sarà automaticamente stabilita dal successo sociale
dell'autore stesso.
Parrebbe anche esserci una certa logica in tutto questo, tuttavia un aspetto
che è possibile notare, sul modo attuale di fare arte, è che tra
gli artisti è quasi impossibile confrontarsi sul "merito" delle
rispettive opere. Un qualsiasi "consiglio" di carattere tecnico che
non si limiti a caratteristiche accessorie (tipicamente di carattere "materiale")
sarebbe infatti inteso come un'intrusione nel "sancta sanctorum",
come l'implicita assunzione che chi consiglia saprebbe "far di meglio".
Questo proprio perché non sembra esserci alcun discrimine tra tecnica
e stile personale e quindi contrattare sulla prima significherebbe
quasi fare, automaticamente, del commercio di anime.
Questo mi pare collegarsi alla pretesa che "tutte" le caratteristiche di un'opera (riuscita) siano assolutamente "necessarie" alla riuscita stessa. Si tratta di un'altra mitologia comoda per tutti, ma che di fatto impedisce quello scambio di "scoperte" che rende possibile, in altri campi, delle forme autentiche di "sviluppo".
L'arte attuale, a tutti i livelli, sembra piuttosto una enorme collezione di idiosincrasie, più o meno facili da rimappare sopra a quelle immaginarie "linee di sviluppo" che ci vengono così suggestivamente raccontate nelle narrative "ad hoc" elaborate dagli establishment artistici. Mitologie entro le quali l'apparentamento sembra però avvenire ben più a livello sociale (appartenenze, dichiarazioni, stili di vita, il fatto di esserci laddove si decidono i grandi giochi) che non formale o tecnico.
Ma
lasciando perdere quei giochi, potrebbe anche darsi che, in questa atomizzazione
di stili personali incommensurabili, l'arte raggiunga alfine la sua vera specificità,
differenziandosi da altri tipi di "impresa" umana. Oppure le cose
potrebbero (o dovrebbero) andare altrimenti. La sospensione del giudizio mi
pare qui obbligatoria. Comunque la distinzione proposta suggerirebbe una visione
un po' più semplice per tale impresa, ammettendo al suo interno tutte
le moltitudini di artisti sono in qualche modo impegnati nello scavo dei propri
evanescenti percorsi all'interno di uno stesso, inconcepibilmente esteso, "spazio
dei progetti".
Operando ciascuno secondo le proprie irriducibili logiche, essi possono nondimento
portare alla luce possibilità, paesaggi inediti, che possono benissimo
rappresentare il punto di partenza di esplorazioni ulteriori, compiute da altri.
Questo "passaggio di consegne" avviene quindi attraverso la condivisione
(sempre parziale, perché vi sarà sempre sempre un determinato
livello di astrazione o approssimanzione - l'effettiva unicità
di ciascuna esplorazione mi pare un connotato del tutto ovvio) di tecniche che
altro non sono che saperi. Il senso (o non-senso) complessivo di questa
formicolante esplorazione è questione che andrebbe ovviamente lasciata
all'intuizione mistica di ciascuno.
ancora prima (un abbozzo di risposta a Calligaro)
Certo,
bisogna distinguere tra tecnica e stile, e tra lo stile degli antichi e quello
dell'uomo contemporaneo. Proviamoci dunque.Allora, cos'è lo stile? Beh,
si dà tale nome ad un complesso di "uniformità" formali
che si riescono a cogliere nell'insieme delle opere di una certa persona, di
un certo gruppo, di una certa epoca. [se le uniformità in questione sono
“formali” significa che si astrae da, si lascia fuori, qualche cosa, a cui magari
si darà il nome di “contenuto”, quindi lo stile coglierà solo
certe componenti del “messaggio complessivo”]
La tecnica invece cos'è? E' la maniera pratica, il processo effettivo,
attraverso i quali si ottengono oggetti con determinate caratteristiche. A livello
del processo effettivo sembra più difficile operare la distinzione concettuale
tra forma e contenuto: le caratteristiche che la tecnica rende possibili ottenere
non sembrano infatti separabili dal “contenuto” dell'opera stessa.
Si pensa ad una resa “vivida” di occhi, spazi architettonici, eccetera. Inoltre
anche quegli aspetti “materiali” sui quali si poteva, considerando lo stile,
bellamente astrarre, sembrano difficilmente eliminabili parlando di tecnica,
nella quale tenderei soprattutto a considerare i processi concreti di apprendimento
che essa presuppone (gli automatismi, l'abilità acquisita tramite l'esercizio
e inabissata nell'inconscio in contrapposizione alle parti più coscienti
che caratterizzano una "ricetta" operativa.)
I due concetti mi appaiono quindi ben distinti ma anche, in parte, sovrapponibili.
Si profila infatti una polarità nota: da una parte la conoscenza astratta,
o concettuale, e dall'altra la conoscenza procedurale, o algoritmica (che rappresenta,
in parole povere, tutte le possibili "ricette" attraverso le quali
è possibile raggiungere determinati obiettivi, ovvero, nel nostro ambito,
le ricette seguendo le quali è possibile dare all'opera determinate caratteristiche.)
Ora noi sappiamo che in natura tanto la riducibilità algoritmica che
quella concettuale rappresentano delle rare eccezioni. Alcuni fenomeni presentano
delle regolarità che ci permettono di afferrarli efficacemente attraverso
i nostri modelli mentali o le nostre procedure operative (p.es. il moto dei
pianeti).
Ma nella maggior parte dei fenomeni naturali (p.es. nella dinamica dei fluidi)
le complessità in gioco non sono riducibili, e quindi ci sfuggono in
buona sostanza. In questa categoria rientrano anche le molte cose che riusciamo
a fare senza sapere come: il pensare, per esempio. Dunque nella tecnica, che
potrebbe forse rappresentare il corrispettivo dinamico (processo) di un determinato
stile (sistema) la parte algoritmica può essere più o meno rilevante,
ed in certi casi ridursi a zero.
In questi casi tecnica e stile in un certo modo sembrano coincidere: non sarà
possibile, in rapporto alle caratteristiche che definiscono un determinato stile,
fornire alcuna “ricetta” che possa almeno avvicinarci all'ottenimento di quelle
caratteristiche. Come si vede tutto dipende da come si individuano queste caratteristiche,
e occorrerà quindi provare a riferire i concetti evidenziati a qualche
caso concreto. Intanto possiamo subito liquidare la questione dello stile degli
antichi: oggi, semplicemente, come artisti non ci lasciamo consapevolmente (perché
inconsapevolmente comunque battiamo su percorsi in qualche modo "facilitati"
dalla cultura che abbiamo appreso) costringere entro i binari di alcuna tradizione.
Lo stile è oggi sarà dunque in primo luogo una "cifra"
individuale, astraendo dalla quale si potranno tentare faticose classificazioni
di carattere più ampio.
Nelle opere di Calligaro, tanto per fare un esempio, posso ammirare svariate
tecniche, chiaramente asservite ad uno scopo narrativo superiore. Vi sono delle
fascinose pennellate alla Bacon, accenni alle rarefatte atmosfere introdotte
da De Chirico, e molte altre raffinatezze che si intrecciano in uno stile che
appare unico, in un certo modo enciclopedico, ma non pedante, alla Borges direi.
Nelle sue opere avverto chiaramente il piacere dell' "articolazione"
equilibrata di elementi non completamente organici l'uno all'altro, una modulazione
del dettaglio, dei pieni e dei vuoti, un piacere semi-linguistico, che richiama
in qualche modo quello musicale. E un “cosmo” ricco ed abitabile. Però
Calligaro dovrà ammettere che la sua, per quanto riuscita, non è
l'unica modalità di fare arte. Per Bacon, c'è da giurarci, tecnica
e stile erano qualcosa di molto meno separabile, qualcosa che sembra "coincidere"
senza scarti con il messaggio emotivo complessivo (profondamente diverso da
quello di Calligaro) che dalle sue opere emerge. Mi chiedo allora se Calligaro
ammiri Bacon da un punto di vista esclusivamente "formale", ignorando
il messaggio di "rivelazione" sulla natura umana che le opere di Bacon
ci gridano con tanto vigore. Bacon usa solo le sue pennellate perché
non ha altro da metterci, non ha scelta: la sua "scoperta" avviene,
il suo messaggio si "costituisce", attraverso quella tecnica, quello
stile, quella pennellata. Calligaro sembra invece alludere ad uno scenario di
questo tipo: prima ci si forma in mente una storia, una vicenda, che trova una
prima forma, diciamo, nell'immagine (mentale) di un gruppo di persone entro
una certa architettura spaziale, ecc. A questo punto vado ad acquisire, se già
non ho in saccoccia, tutte le tecniche che mi sono necessarie per tentare una
realizzazione di tale idea.
Io però, quando faccio la mia arte, non immagino nulla nell'astratto,
non invento prima scene, storie, narrative di alcun tipo: semplicemente interagisco
con il mio mondo grafico. Lo evoco, lo stimolo, fino a che mi salta fuori qualche
cosa.E questo mi pare molto differente da quello che, forse, fa Calligaro (nel
quale probabilmente tale modalità rappresenta soltanto una fase, tra
le tante; una fase sottoposta a vincoli anteriori e posteriori.)
Forse la mia è davvero più simile alla parziale "improvvisazione"
del Jazz piuttosto che alla "composizione" classica. La composizione
classica può essere, forse, pensata come separata dagli strumenti che
la interpreteranno, l'improvvisazione Jazz, forse, no.Un Jazzista probabilmente
sarebbe restio a sottoporsi ad un training analogo a quello subito dal giovane
Mozart, al solo scopo di ampliare le proprie possibilità espressive.
Questo training rappresenterebbe infatti una riprogrammazione arbitraria ed
inaccettabile degli automatismi, delle sensibilità, dell'intimità
al mezzo espressivo che egli ha già sviluppato. E d'altra parte è
indubbio che questa forza è anche un confinamento. Una delimitazione.
Ma la delimitazione, il vincolo, raramente blocca l'esercizio artistico: sembra
anzi renderlo più fine, più acuminato. Ecco, questa doppia chiave
è proprio la struttura di cui parlava Lorenz: supporto e limitazione
risultano imprescindibilmente legati. Mi pare si prefiguri una specie di spettro
continuo: l'interazione con il mezzo, l'automatismo, così come la riflessione
concettuale, a priori o a posteriori, sono fasi che ciascuno incontra. Tuttavia
la distribuzione delle criticità, le iterazioni, l'energia investita
in ciascuna fase, mi pare possano essere molto differenti tra un artista e l'altro.
Ora noi siamo impegnati nella determinazione di possibili criteri di "riuscita"
che si applichino a tutte queste differenti modalità operative. Sarà
naturale che ognuno di noi, in questa ricerca, parta dalle proprie modalità,
che gli sembreranno magari "obbligate." Sarà il confronto che
dovrà stabilire se fra esse si possa dare un autentico "fattor comune",
oppure no.