Da
un punto di vista "ideologico" poi, la situazione sembra
ancora più intricata. La pittura, ad esempio, è già
stata dichiarata morta e sepolta più volte, ed in sedi molto
autorevoli. Come continuare ugualmente, nonostante queste sentenze?
I casi sono due, o ci si immerge nei labirintici percorsi della
critica postmoderna e, all'interno di essa, si formula una risposta
(una qualsiasi, perché se la confezione linguistica è
sufficientemente sofisticata, l' "anything goes" sembra
valere anche su tale fronte) oppure si ignora bellamente tutte queste
dichiarazioni. E quale sarà, secondo voi la scelta, più
probabile?
Tuttavia,
una volta ammesso che non si tratterà dell'ennesima "rivoluzione"
artistica, una volta soffiata via la nebbia degli scontati fumogeni
e botti di inizio partita, rimane all'arte, e persino alla pittura,
un livello di "funzionamento" che nessun decreto intellettualistico
le potrà mai togliere: una mostra d'arte costituisce pur
sempre un'occasione inesauribile di sorprese, scoperte, emozioni
(tra le quali possiamo tranquillamente includere anche la noia,
l'indignazione, il disprezzo ...) e persino di "significati".
Sì,
perché vi è anche un lato positivo nelle continue
distruzioni de-mistificanti (seguite inevitabilmente da ri-mistificazioni
di livello superiore) che hanno caratterizzato la modernità:
ovvero lo sviluppo di una sensibilità diffusa ed altamente
autonoma. Si è infatti formato un pubblico, magari esiguo
ma della cui esistenza esistono prove certe, capace di utilizzare
questa grande eterogeneità, collegandola in qualche modo
a propri fini poetici ed esistenziali. L'arte dà sempre meno
significati preconfezionati, la denotazione si è infatti
pressoché annullata, e sempre più materiali intermedi,
che richiedono una attivissima "proiezione" (di sentimenti,
di significati, in una parola della propria "anima") da
parte dello spettatore. Un compito certo più difficile che
non l'antico stupore davanti all'opera del "genio" (figura
che sembra ormai ben avviata all'estinzione) ma che alcuni (il 5,
il 10% dei visitatori?) sembrano comunque in grado di svolgere.
Il pubblico può perciò diventare davvero un co-protagonista
e questo mutare dei "termini di scambio" dovrebbe forse
suggerire agli artisti degli atteggiamenti improntati ad una maggiore
modestia e "normalità" (atteggiamenti che però
sono forse resi impraticabili dalle tristi leggi del mercato, che
sembrano davvero "esigere" la pagliacciata).
All'interno
di queste prospettive, riteniamo che una mostra collettiva possa
rappresentare, almeno per artisti per la maggior parte ancora "emergenti",
una forma ottimale di esposizione. Banalmente, la diversità
delle proposte aumenterà decisamente la probabilità
che il visitatore trovi almeno qualche opera congeniale alle proprie
strategie esistenziali, e quindi non se ne esca completamente a
"mani vuote". D'altra parte, se gli artisti presentano
tra loro un certo grado di conoscenza ed interscambio, non sarà
troppo difficile focalizzare l'esposizione su qualche dimensione
comune, che si presti a dare una certa coerenza al campo, comunque
eterogeneo, delle opere proposte.
Nel
nostro caso, abbiamo individuato ne "Il corpo e le sue trasformazioni",
una dimensione sulla quale si poteva istituire uno stimolante confronto
tra le diverse impostazioni. Ciascun artista è stato quindi
chiamato a selezionare le proprie opere rispetto ad essa e, nel
caso si sentisse incline a tale attività, a fornire qualche
spunto, elaborazione o suggestione anche in forma testuale, fermo
restando che i "significati autentici" dell'evento potranno
costituirsi soltanto nelle menti e nei cuori degli spettatori.
EC