Tempo fermo
5. Riconoscimento
(esperienza esistenziale) della qualità di artisticità
Se un ingegnere (un interlocutore “competente”) guarda
una “macchina” (una locomotiva, un ponte, un motore, una nave, un martello),
egli non guarda solo l’aspetto esteriore, la “bellezza esteriore” dell’oggetto,
ma tende a sentire la sua “bellezza interiore”. Egli tende a sentire
immediatamente la riuscita della macchina, cioè la “forma” più
intima, la perfezione (la non modificabilità) dell’insieme degli elementi
della “macchina”, delle interne tensioni, dell‘organismo invisibile, in
altre parole il “ben fatto”. Egli tende a sentire, ben al di là
dell’uso della macchina (l’avere del pensiero razionale), l’essere
della macchina, la sua riuscita, la sua compiutezza, che si sente
nel pensiero simbolico.
Ogni opera d’arte è una “macchina narrativa”.
L’interlocutore competente dell’opera d’arte sente la perfezione
della intera macchina. Intuisce, coglie le connessioni interne della macchina,
il suo funzionamento: la sua riuscita, la sua compiutezza, il suo essere
perfetta così com’è: la sua qualità di artisticità.
Ciò comporta attenzione. L’”esperienza esistenziale”
(riconoscimento) della qualità di artisticità comporta attenzione.
Si tratta, a rigore, di intuire a ritroso il processo di formazione
dell’opera. La domanda di fondo che allora si ripresenta è: a cosa serve?
Perché l’arte pretende dall’interlocutore l’impegno di una così intensa
attenzione?
Cominciamo col dire che il riconoscimento della
artisticità dà un intenso piacere intellettuale. Ma questa è solo la premessa
di un ben più lungo discorso, che deve portare a rispondere, alla fine,
sul perché e sulla sostanza di questo piacere: insomma a rispondere sulla
natura del profondo bisogno che ha condotto l’uomo a inventare l’operazione
arte.
Per arrivare al concetto di operazione arte come soddisfacimento
di un bisogno antropologico, e per capirne la conseguente importanza nell’equilibrio
psichico dell’ homo sapiens sapiens, occorre prima soffermarsi
su alcuni temi.
L’esperienza immediata, o riconoscimento della
qualità di artisticità nel pensiero simbolico non esaurisce l’esperienza
dell’opera d’arte, ma trascina automaticamente l’interlocutore in un assaporamento
(“assaggio prolungato e compiaciuto”, Devoto/Oli) di ogni aspetto della
forma (e poi del significato), cioè nella interpretazione,
che può protrarsi per infiniti quanto piacevoli ragionamenti nel pensiero
razionale. E’ infatti, quello dell’interlocutore, un com-piacimento
profondo per la perfezione di una “macchina”, l’opera, che è fatta da
un uomo e non dalla natura, e quindi anche da lui.
Per questo gli interlocutori dell’arte sono così compiaciuti
di essersi, almeno una volta, commossi nello stupore di una tale esperienza,
da esigere di poter esprimere non solo un apprezzamento soggettivo
(mi piace/non mi piace), ma anche un oggettivo riconoscimento (riuscito/non
riuscito) della qualità di artisticità dell’opera. In altre parole,
di ciò che a loro piace, vorrebbero intendersene, “avere competenza”.
Poiché intuiscono che l’odierna difficoltà di un qualsiasi riconoscimento
con competenza è il chiaro sintomo della malattia in cui si va spegnendo,
dopo 40.000 anni, la qualità di artisticità. E anche perché, per
quanto possa essere "divertente" (e presumibilmente creativo)
che tutto sia oggi possibile in ciò che gli uomini chiamano "arte",
li tormenta il sospetto che si tratti di una falsa libertà: la libertà
non è libertinaggio.
Il riconoscimento è l’esperienza esistenziale
immediata (non mediata dalla ragione) della riuscita della forma
dell’opera (della riuscita di tutto l’insieme di forme di cui è
composta l’opera), riuscita per cui quella forma non deve in nessun
modo essere modificata, essendo sentita “perfetta” così come si presenta
(i concetti di riuscita, di “perfezione”, di forma non modificabile,
di unicità, ecc., in cui si sostanzia l’opera d’arte, sono approfonditi
nel capitolo 12 sulla Psicogenesi dell’arte). Il riconoscimento
o “esperienza esistenziale” della artisticità è dunque un sentire
immediatamente la qualità artistica dell’opera in una intuizione
prerazionale del pensiero simbolico.
Ma essa non è contemplazione passiva, bensì un predisporsi
alla artisticità. Una predisposizione, una disponibilità, una intenzionalità
nel desiderio (bisogno di forma): una attenzione.
L’attenzione da parte dell’interlocutore è
un intrecciarsi di intuizione e ragione, esattamente come nel processo
di formazione da parte dell’Autore. Ma i ragionamenti sono, come nel
processo di formazione, solo supporto alle intuizioni. La ragione
da sola non può, senza l’esperienza della riuscita di un elemento, concatenare
elementi riusciti con altri elementi riusciti verso ogni ulteriore dimensione
del riuscito, in tutta la sua complessità. Esperienza esistenziale della
artisticità vuol dire intuire a ritroso il processo di formazione
dell’opera.
L’esperienza della artisticità è uno “star fuori”
(dal greco: ek-stasis) dalla razionalità, in un incantamento che
non è un’estasi passiva (abbandono estatico, perdita del sé), bensì
un’estasi attiva, attenta. Così intensa da essere una massima
presenza del sé nell’opera: un essere se stessi al massimo grado. E tutt’altra
cosa dal “Cogito ergo sum” cartesiano (cap. 11).
Dunque il riconoscimento, o “esperienza esistenziale”
della qualità di artisticità nel pensiero simbolico, non esaurisce
l’esperienza dell’opera, ma è la conditio sine qua non di ogni
ulteriore corretta ragionata interpretazione con conseguente soggettivo
giudizio di valore di essa (in una razionale ermeneutica formale
e contenutistica). Il riconoscimento è infatti quella parte della
esperienza dell’opera in cui si sente ciò che fa la differenza
fra un’opera qualsiasi (comunque sempre oggetto di interpretazione) e
un’opera artisticamente riuscita (che è invece l’unica a permettere
l’esperienza della artisticità).18
Il riconoscimento della qualità di artisticità
è transtorico e transculturale, si può solo sentire (nel pensiero
simbolico) e si manifesta al di là e nonostante i condizionamenti culturali
e di gusto, mentre l’interpretazione (esperienza ermeneutica e giudizio
di valore) è in gran parte soggettiva, condizionata dalle variazioni
di gusto nel tempo, nelle culture e negli individui, non essendo i “valori”
universali, ma solo i valori di una certa cultura. L’interpretazione,
che appartiene al pensiero razionale, è dunque storica e culturale e relativa.
Il riconoscimento, che appartiene al pensiero simbolico, è transtorico
e transculturale.
L’”esperienza esistenziale” (il riconoscimento)
della artisticità può essere di tutti coloro che ne sentono il bisogno
e la vogliono fare (vogliono imparare a farla). L’”esperienza ermeneutica”
(l’interpretazione e il ragionato giudizio di valore) è solo di
coloro che per la situazione sociale e culturale la possono fare.
Il piacere nella esperienza della artisticità deriva
non solo dal manifestarsi al soggetto della compiutezza dell’oggetto opera,
ma anche dal compiacimento di sé del soggetto nell’andare scoprendo con
attenzione quella compiutezza. Questo compiacimento di sé (che
rafforza l’identità dell’Io) rende accettabile e ricompensa largamente
la “fatica” che l’attenzione può comportare.
Ma l’attenzione non può essere protratta troppo a
lungo. Stanca. Pertanto, tanto più sono intensi l’emozione e il piacere
della esperienza, tanto meno essa può durare. Se dura troppo, perde di
intensità, da esperienza esistenziale (riconoscimento nella dimensione
del “riuscito/non riuscito”) della qualità di artisticità si riduce
e degrada a esperienza estetica dell’oggetto (l’oggetto artistico viene
ridotto nella “fruizione distratta” a oggetto estetico), in un superficiale
apprezzamento estetico nella dimensione del “mi piace/non mi piace”.
A ciò si riduce nel quotidiano la maggior parte della
ricezione delle opere. Fino a quella esperienza di intrattenimento, la
cui razionalizzazione nella postmodernità è l’”ideologia del divertimento”
come estetica “democratica” (non elitaria), la cui proposizione estrema
dice: “Un’opera vale solo se nel farla ci si diverte”. Dove l’ambiguità
del termine “divertirsi” non nasconde l’insofferenza per ogni rigore.
Per cui spesso, se si diverte l’Autore, si annoiano mortalmente i fruitori.19
A rigore invece, il riconoscimento della qualità
di artisticità è una esperienza non certo seriosa, ma seria sì, in quanto
il senso della riuscita (che contiene l’intuizione dell’“eternità”, come
più avanti sarà illustrato dall’immagine “tempo fermo”) pretende intensa
attenzione. Per cui non si dovrebbe ascoltare la musica in concerti
che sono troppo lunghi, e dove il visibile disturba l’ascolto, ma invece
con gli “occhi chiusi per rimescolarla nella mente” come il compositore
nel comporla. Né si dovrebbero frequentare in modo turistico i musei,
che sono troppo pieni di opere e dove il pubblico impedisce ogni “vedere”.
E così via.
Dunque una ricezione non corretta di un oggetto artistico,
può trasformarne l’esperienza di artisticità in esperienza di esteticità.
Non si dà allora più l’esperienza (artistica) della qualità di artisticità
dell’oggetto, ma una esperienza (estetica) della sua esteticità (un oggetto
artistico contiene l’estetico, ma l’oggetto estetico non contiene l’artistico).
La differenza sta nel fatto che non si ha l’esperienza di una qualità
immanente all’oggetto, ma di un attributo conferito all’oggetto
dal soggetto fruitore: si tratta quindi, a rigore, di una esperienza della
sua stessa (del soggetto) esteticità (v. cap. 12, Psicogenesi dell’arte),
che si proietta sull’oggetto, indipendentemente dalla sua artisticità
o meno. E’ pertanto una esperienza soggettiva, relativa, mutevole. Un
oggetto può essere (secondo le categorie estetiche) sublime per alcuni
e pauroso per altri, e per tutti sublime oggi e pauroso domani, secondo
la situazione (fisica, psicologica, culturale, ecc.). Mentre, in linea
di principio, è artistico (o non artistico) sempre, e per tutti, universalmente.
Uno dei modi più banali di trasformazione di una esperienza
artistica in esperienza estetica è la spettacolarizzazione: si conferisce
un attributo di spettacolarità a opere non concepite per questo.
Se per esempio si spettacolarizza, recitandola in pubblico con accompagnamento
di suoni e luci ecc. una poesia, scritta invece per essere letta (o tutt’al
più recitata) nel silenzio, e recepita con la stessa attenzione
con cui dall’Autore è stata prodotta (con attenzione e cura
della forma, cap. 3), si può ridurne la fruizione a fruizione “distratta”
e non “attenta” (a meno che la poesia non sia stata concepita già al momento
della scrittura per essere unita a quella musica e a quei suoni, come
opera unica). Non si aggiunge affatto artisticità, ma si trasforma quella
poesia/oggetto artistico in oggetto estetico, e l’Autore si trasforma
in un intrattenitore, in quanto la sua ricezione è piuttosto una festa
e un rituale collettivo che una esperienza della artisticità dell’oggetto.
Ci sono oggetti che già all’origine sono prodotti
per una fruizione solo estetica, quali, per esempio, la maggior parte
delle fotografie (della attuale fotomania), delle istallazioni e della
musica rock: si tratta in genere di allegorie con preponderanza
del significato sulla forma (cap. 3 e 12), di oggetti estetici
prodotti espressamente per una esperienza estetica rituale piuttosto che
per una esperienza artistica. E non si tratta affatto di un “progresso
dell’arte”, secondo le istanze avanguardistiche (cap. 8), ma di un “regresso”,
cioè di una regressione psicologica, nel processo di sviluppo della
coscienza e della formazione dell’Io, dallo stadio della esperienza artistica
allo stadio della esperienza estetica (cap. 12). La perdita di questa
esperienza della artisticità fa parte della mutazione (cap. 11), se non
già antropologica certamente culturale, che investe l’uomo occidentale
(e non), in cui “l’intelligenza cambia” e molte “forme del sapere” si
stanno perdendo. 20
Ma la regressione va intesa in senso negativo,
solo se esclude e distrugge ogni altro stadio (se ci sono cioè saperi
che si stanno perdendo). Poiché tutti gli stadi del processo di sviluppo
della coscienza sono compresenti nel quotidiano, nella vita di ogni giorno,
necessari e pertanto non gerarchici. “Stupirsi come un bambino”
non è inferiore al “risolvere un problema matematico”. Così l’esteticità
non è inferiore all’artisticità, l’artisticità non è meglio
della esteticità (se non in una gerarchia di valori relativi culturali,
che qui non interessano): c’è invece una differenza di sostanza, fra due
operazioni differenti che coesistono.
Molti invece pensano oggi che sia ”arte” (cioè meglio)
l’operazione vita (estetizzazione della vita, “riuscita dell’Autore”),
piuttosto che l’operazione arte (produzione di un’opera compiuta,
artisticamente riuscita). Si confonde qui la creatività in generale, che
è aperta, mai compiuta, infinita, con la creatività artigianale e artistica
che tende invece alla compiutezza dell’opera. Ci si dimentica che inventare
fino alla sua compiutezza (perfezione, immodificabilità) un’opera (che
sia un quadro o un ponte, una poesia o un paio di scarpe o un ragionamento)
è un modo eccelso di vivere, inventato dall’uomo per il raggiungimento
della felicità nella compiutezza. Appunto una di quelle “forme del sapere”
che non dovrebbero andare perdute.
La fruizione estetica (“distratta”)21
delle opere non rende giustizia a un’opera che è stata formata dall’Autore
con estrema attenzione, non certo distrattamente. Inoltre, a rigore,
potrebbe essere dall’Autore considerata una offesa. Anche se è da sempre
più comune della fruizione attenta (riconoscimento), non è certamente
per la fruizione distratta che l’operazione arte è stata inventata.
Come c’è il Dilettante nella produzione, c’è il Dilettante
nella ricezione.22
Mentre colui che, nel suo forte bisogno di forma (e di forma
artistica) ha imparato il riconoscimento, è un vero “interlocutore”
dell’opera. Egli sente l’esperienza esistenziale della artisticità come
l’indicibile “battito del cuore” dell’opera, che percorre un’opera come
un sottinteso percorre un discorso.
Ci sono due ragioni della necessità del riconoscimento
della qualità di artisticità.
La prima è una necessità oggettiva: l’impossibilità
o non pertinenza del riconoscimento della qualità degli
oggetti prodotti da una qualsivoglia disciplina è infatti il sintomo della
inutilità della disciplina stessa. L'impossibilità del riconoscimento
nelle opere della qualità di artisticità è il sintomo della inutilità
della disciplina/operazione arte come produzione di oggetti con qualità
di artisticità, e non può che determinare nel tempo l'estinzione di
questa disciplina.
Nella misura in cui l'oggetto serve, si sa
riconoscerne la qualità. E non saperla riconoscere e giudicare
equivale invece ad ammetterne l'inutilità. "Riconoscere un oggetto
è sapersene servire".23
La seconda è una necessità soggettiva. C’è oggi il
sospetto, nell’interlocutore, che molta parte degli oggetti “artistici”
della seconda metà del Novecento non gli serva. Non lo inducono nella
stessa esperienza o nella stessa situazione esistenziale in cui lo inducevano
le opere anteriori, e gli sono perciò indifferenti ed estranei. Egli si
sente defraudato di qualcosa che gli dovrebbe invece appartenere.
L’esperienza di un oggetto che si traduca nel solo
mi piace/non mi piace è insoddisfacente e la difficoltà del riconoscimento
della qualità di artisticità negli oggetti contemporanei una frustrazione
intollerabile. Infatti il riconoscimento implica anche una decisione
della coscienza che, avvenuto il riconoscimento, affermi: questo
è un oggetto artistico e questo no.
Ci sono dunque due modi di approccio all’opera: uno
tendenzialmente soggettivo e uno tendenzialmente oggettivo.
Il primo tende a ridurre l’esperienza dell’opera al
“mi piace/non mi piace” dell’apprezzamento estetico, dove il soggetto
conferisce all’oggetto opera attributi (valenze estetiche) a prescindere,
in extremis, da ogni qualità di artisticità.
Il secondo tende ad arrivare al riconoscimento
nel “riuscito/non riuscito”, dove il soggetto riconosce l’esistenza (o
meno) della qualità di artisticità nell’oggetto, a prescindere,
in extremis, da ogni attributo che egli, nella ricezione,
possa conferire all’oggetto.
Queste situazioni sono “estreme” (per cui si è parlato
di tendenza) in quanto non si dà mai apprezzamento estetico senza
che le qualità si facciano in una certa misura riconoscere, come
non si dà mai riconoscimento di artisticità senza l’interferenza
degli attributi conferiti dal soggetto interlocutore all’oggetto.
Il riconoscimento della qualità di artisticità
non dipende dunque tanto dal tipo e grado di cultura dell’interlocutore,
quanto anzitutto dal suo bisogno di forma, che è uno dei bisogni
fondamentali costitutivi (referente antropologico) dell’ homo sapiens
sapiens. Il bisogno di forma (e di forma artistica),
che deriva dai “dispositivi di scatto” (Konrad Lorenz, cap. 3) che fanno
reagire gli animali a una certa struttura formale (di colore e suoni ecc.)
è un bisogno di tutti, inconscio, universale e transculturale. Diventa
conscio e quindi operante e volontario in certe situazioni psicologiche
e culturali, ma la qualità di artisticità che esso riconosce è
comunque universale e transculturale, appartiene sempre alla dimensione
antropologica prerazionale dell’umanità, ed è uguale per tutti in tutte
le culture. La qualità di artisticità si può sentire o
non sentire, e ciò dipende dal soggettivo bisogno di forma,
ma quando la si sente è sentita negli stessi oggetti ugualmente
da tutti.24
E’ difficile accettare (e certamente nessun Autore
lo accetta) di basare il riconoscimento della artisticità sul
concetto di gusto relativo a un’epoca, a una cultura, a un individuo
seconda la sua condizione esistenziale e psicologica, quando il gusto
stesso ha la comune origine nei “dispositivi di scatto”, negli “archetipi
formali” della psiche, e infine nella funzionalità stessa dell’oggetto.
Un oggetto “puro” nella sua funzionalità, un missile, un semplice martello,
una jeep del tempo della seconda guerra mondiale, una colonna dorica,
un ingranaggio, una vela, piacciono a tutti coloro che hanno bisogno
di forma universalmente: tutta l’umanità ha nei loro confronti lo
stesso gusto.
Dunque la qualità di artisticità è oggettiva,
e non può non essere riconosciuta (se c’è) da chi, avendo bisogno di
forma, impara a riconoscerla, affidandosi alle opere in una frequentazione
assidua, libera il più possibile dai condizionamenti culturali e di gusto.
Il riconoscimento (“esperienza esistenziale”
della artisticità) non è un evento cui si accede naturalmente, automaticamente.
Data la predisposizione, che è il cosciente bisogno di forma, il
riconoscimento si impara, nella frequentazione assidua delle opere.
Che il riconoscimento della artisticità sia una operazione da imparare,
non ne fa un fatto elitario. Così come non è elitario per i bambini imparare
la lingua della loro comunità, sulla base della Grammatica Universale
(N. Chomsky), che è facoltà innata di tutta l’umanità. Tutta l’umanità
ha in sé alla nascita una Grammatica Universale, un modo di articolare
il linguaggio comune a tutti, che poi ogni individuo rende operante nella
lingua della propria comunità. Tutti i bambini nascono con l’universale
“istinto del linguaggio”, ma per comunicare devono imparare la lingua
della loro cultura.
Non altrimenti l’umanità ha innato un inconscio bisogno
di forma e di forma artistica che diventa operante (esige l’esperienza
della forma) quando esso diventa conscio (e solo quando diventa
conscio), per cui l’individuo impara poi a riconoscere la forma
artisticamente riuscita nelle differenti opere. E impara le differenze
delle “lingue” dell’arte, cioè i linguaggi specifici (pittura, letteratura,
scultura, musica, teatro, fumetto, danza, video, ecc.) , i procedimenti,
gli stili, ecc., e quindi la capacità di sentire (riconoscere)
la “costante” di artisticità in quelle differenze per eccellenza
che sono le opere, in quanto uniche.
Dunque il riconoscimento della qualità di artisticità
si impara. Ma impara a riconoscere e quindi sente la qualità
di artisticità di un’opera solo chi ne ha coscientemente bisogno.
L’assidua frequentazione delle opere è la sola garanzia
per imparare a riconoscere la loro artisticità. Se, frequentando opere
d’arte, l’individuo non sente la loro artisticità, vuol dire che
certamente non ne ha, a livello conscio, bisogno. Ma, poiché altrettanto
certamente ne ha bisogno a livello inconscio (essendo l’”esperienza esistenziale”
della artisticità il soddisfacimento di un bisogno fondamentale della
specie), egli è turbato dalla presenza dell’arte, mostrando tutta la frustrazione
per una esperienza insufficiente (quando, con rammarico, è costretto a
dire: “non me ne intendo”).
Nessuno che abbia fatto l’esperienza della artisticità
si preoccupa del fatto di non poterla dimostrare. Egli “sa benissimo”
che l’artisticità c’è, è una qualità oggettiva. Che poi un interlocutore
senta l’artisticità in un’opera e non in un’altra, mentre un altro
interlocutore la sente in questa e non in quella (argomento caro ai relativisti)
dipende da fattori soggettivi e culturali che interferiscono nella esperienza
delle opere, ma che si possono superare nella frequentazione assidua di
esse. Più la frequentazione è assidua e iterata, più ci si avvicina alla
competenza, più gli apprezzamenti tendono a corrispondere. E’ il passaggio
dall’apprezzamento estetico soggettivo (mi piace/non mi piace)
al riconoscimento (riuscito/non riuscito), fino al punto di poter
dire: “Quest’opera a me piace, ma riconosco che non è artisticamente riuscita”
oppure “a me non piace affatto, ma riconosco che è artisticamente riuscita”.
Un piccolo disegno è ritenuto normalmente (nella esperienza
ermeneutica dei giudizi di valore) meno importante di una sinfonia,
ma, nella esperienza del riconoscimento, può essere perfettamente
riuscito (opera d’arte) (mentre la sinfonia, nel suo insieme, può
non essere affatto riuscita, non essere un’opera d’arte).
Il riconoscimento della artisticità comporta
l’attenzione nella distanza fra l’interlocutore e l’opera. L’arte
non è la vita, non è estetizzazione della vita (progetto delle Avanguardie
storiche), ma la narrazione artisticizzata della vita. “Essere
dentro” l’opera, per esempio nel senso di ”essere dentro la musica”,
comportamento della cultura giovanile dagli anni 60 del 900, non vuole
essere un ascolto per un riconoscimento della artisticità dell’opera,
ma è solo un atto rituale, una estetizzazione della vita (cap 12).25
L’opera d’arte invece è un fortissimo altro da sé che rafforza
l’identità.
6. L’identità
In psicologia vengono distinte una identità conscia
e una identità inconscia.
L’identità conscia deriva dalla distinzione tra il
sé e l’altro da sé, ed è continua come memoria nonostante
il rapporto sempre mutevole con gli altro da sé. Un altro da
sé forte esalta l’identità del sé. L’artisticità di un’opera,
il cui riconoscimento avviene con attenzione nella distanza, è
un fortissimo altro da sé, che esalta l’identità dell’interlocutore.
E’ invece identità inconscia quella in cui non c’è
distinzione tra il sé e l’altro da sé, ma c’è una eguaglianza
con gli oggetti altri, come nella prima infanzia, nell’inconscio dell’adulto,
nella “partecipazione mistica” dei “primitivi”, nel rituale “essere dentro
la musica”, ecc..
Il piacere (la comprensione e il compiacimento di
sé, l’affermazione della propria identità, dell’appartenenza a una cultura
e a un campo di conoscenza) che prova colui che frequenta l’arte con competenza,
prima nel riconoscimento con attenzione nella distanza e
poi nella conseguente interpretazione e nel ragionato giudizio, è di gran
lunga più intenso del piacere di colui che non può che limitarsi al “mi
piace/non mi piace”. Coloro che di qualcosa sono competenti, esprimono
sempre un riconoscimento della qualità (o non qualità)
dell’altro da sé, provando in ciò un prolungato e profondo compiacimento,
dovuto anche al rafforzamento della propria identità.
Ad un certo punto della evoluzione l’Ominide inventa
la trascendenza. Il termine non ha qui alcuna connotazione sacra
o metafisica. E’ trascendente quel pensiero che nella sua capacità di
astrazione, riesce a concepire una entità astratta che supera (trascende)
i singoli, diventando un loro denominatore comune. Questa entità che i
singoli pensano in comune, e che in certe occasioni i singoli possono
sentire tanto importante se non più importante di se stessi, questa trascendenza
che vive e si inventa nell’individuo è, nel suo primissimo significato,
la divinità. La divinità consiste in questa invenzione del
pensiero dei singoli, che li accomuna in un comune pensiero, trascendendo
il loro egoismi. Essi sono ora parte di una “comunità di pensiero”.
Questa divinità non è tanto una separazione
di anima e corpo, quanto un denominatore comune nella mutevolezza dei
corpi. E’ anzitutto esperienza della costante nel processo del divenire.
Questa costante/trascendenza/divinità è l’Altro. Un altro
da sé molto più forte dell’altro da sé rappresentato solo da
un altro individuo o oggetto, e quindi fonte di una fortissima identità.
L’arte, per il suo essere una fortissima costante, un fortissimo Altro,
è sempre stata nell’antichità considerata “divina”.
L’homo sapiens sapiens che ha in
toto la capacità di inventare e sentire la trascendenza, è un homo
sapiens sapiens compiuto (e prova in ciò un compiacimento intellettuale
maggiore che in un comportamento egoistico). Quello invece che non ha
questa capacità, e si limita a coltivare solo interessi personali egoistici,
è incompiuto, in quanto ha meno capacità intellettuale di astrazione.
Questa compiutezza (o incompiutezza) non è una peculiarità stabile, per
cui si possa pensare a una aristocrazia di compiuti rispetto ad altri
incompiuti. E’ una condizione temporale mutevole. Un uomo (o un popolo)
incompiuto può ad un certo punto rapidamente progredire, e viceversa.
Un uomo (e un popolo) compiuto, può regredire, in certe situazioni,
a incompiuto, quando l’interesse individuale ricomincia prepotente
a prevalere, e la comunità si sbriciola. Dovendo allora comunque, a livello
istintuale, sopravvivere, l’uomo degrada l’idea a ideologia, si affida
ad essa, per la mediazione di un capo carismatico. Così la comunità si
riduce a massa. Così la divinità diventa ideologia nelle
religioni monoteiste patriarcali, dove non è più l’uomo che inventa per
la propria emancipazione l’idea del dio, la divinità (la “trascendenza”),
ma ora è il “Dio” che inventa l’uomo, “crea l’uomo a sua immagine e somiglianza”,
ed è il potere e la giustificazione di ogni potere sull’uomo.
Così l’arte come qualità di artisticità,
invenzione del singolo come qualcosa di trascendente (“divino”) comune
per tutti, si trasforma in arte come istituzione, potere che a
sua discrezione impone all’uomo qualsiasi cosa come “arte” (a “immagine
e somiglianza” del potere della esteticità diffusa come consumismo e mercato).
Quando un artigiano o un artista inventa un
nuovo modo di formare (anche se l’ideologia gli impone, come nel
passato, la continuità nella tradizione, anzi proprio a ragione di questo)
è ben conscio della propria identità per differenza dal modo di
formare degli altri (originalità di Autore).
Oggi, il mondo dell’impossibilità del riconoscimento
della qualità di artisticità, dell’anything goes (procedimento
postmodernista), del “mi piace/non mi piace”, è proprio il mondo dei
“tutti uguali”, cioè la negazione di ogni possibilità del formarsi della
identità degli Autori.26
La riduzione della artisticità delle opere a esteticità diffusa (arte
come istituzione) è una regressione dove non c’è più l’opera d’arte
come Altro (divinità che accomuna) ma solo l’esteticità
senza trascendenza di un individuo in rapporto egoistico con quella di
un altro individuo. E ciò comporta un indebolimento della identità.
L’altro da sé, che dà identità nel processo
di differenziazione, deve essere un altro da sé forte: come, appunto,
la consapevolezza della riuscita della propria opera. Ma gli innumerevoli
oggetti, estetici e non artistici dell’arte come istituzione, non
riescono a essere un altro da sé forte, costituente identità (nonostante
le intenzioni), perché gli altri a cui il soggetto autore si offre nel
mercato della comunicazione (testimoniando la propria esteticità) sono
pochissimo diversi da lui: pertanto il soggetto autore non può “vedere”
negli altri che l’immagine di se stesso. E in ciò egli non è niente, in
ciò l’identità si perde.
Perdendo il vero interlocutore, colui che sa sentire
e riconoscere con competenza la qualità dell’opera, costituendola
in forte Altro, un Autore è nella condizione di un animale domestico
che non ha più il codice per farsi capire dall’uomo: impazzisce di solitudine.
E’ per sfuggire a questo annullamento di sé nella
uniformità della cultura di massa, che si formano sempre nuovi gruppi
e piccole comunità, all’interno delle quali poter ripristinare, anche
provvisoriamente, (effimere) poetiche e gerarchie e riconoscimenti e giudizi
(“questo vale, questo non vale”), e quindi un Altro, e quindi un’identità.
D’altra parte è improbabile che un giovane, nel lungo
periodo, possa applicarsi con rigore in una disciplina (produzione di
oggetti con qualità di artisticità), quando a priori sa già che
nessuno mai potrà giudicare gli oggetti da lui prodotti, che nessuno potrà
esprimere, al di là del soggettivo e per l’Autore frustrante apprezzamento
estetico (mi piace/non mi piace) degli interlocutori senza competenza
e dell’inaffidabile opinione dei critici, un credibile riconoscimento
della loro artisticità (riuscito/non riuscito).
Non si tratta tanto di un mancato successo, quanto
della perdita di identità propria della incertezza di ogni giudizio su
ciò che si fa, in una angosciante solitudine. Se un Autore può (non sempre)
misurare da solo la riuscita della sua opera all’interno di una tradizione
(che garantisca un codice di giudizio funzionante), difficilmente può
farlo nel dissolvimento di ogni tradizione, anche se egli si sforza di
inquadrare l’opera in una poetica (effimera) di gruppo.
Qualsiasi apprezzamento che, pur superando il gratuito
“mi piace/non mi piace”, si riduca al “valore di scambio” variabile nel
mercato, è effimero. Per cui anche gli oggetti prodotti per il mercato
non possono che essere effimeri, e pertanto condannati al degrado qualitativo,
non avendo alcun senso produrre con impegno oggetti che pretendono di
durare nel tempo se il loro valore è effimero, non può durare nel tempo.
E’ in questo valore effimero di ogni operazione che si determina la “perdita
del futuro”.26a
Un uomo, costretto alla produzione effimera, non può
produrre arte, che serve in quanto dura.
7. Pensiero simbolico.
Il simbolo.
L’”esperienza esistenziale” (riconoscimento)
della qualità di artisticità appartiene al pensiero simbolico.
Si sente.
L’esperienza ermeneutica (giudizio di valore
e interpretazioni) appartiene più al pensiero razionale. Si pensa.
Nel pensiero o esperienza razionale l’uomo usa i
concetti, e per loro mezzo conosce e oggettiva le “cose” (cap. 10), per
poterle usare. Per poterle usare, l’uomo deve possederle: avere
.
Nel pensiero o esperienza simbolica l’uomo usa i simboli,
e per loro mezzo conferisce alle “cose” oggettivate un valore (un significato)
al di là della loro utilità. Dando un valore alle “cose”, l’uomo dà un
valore a se stesso e alla propria vita. Per vivere, l’uomo deve darsi
un valore, cioè essere.
Dunque per essere, e non solo avere,
egli conferisce alle “cose”, e a sé, i valori del bello, del giusto e
del buono; e altri valori.
Il pensiero simbolico è difficile da definire, essendo
quell’Altro dalla ragione, il “pre-logico”, 27
che guida la maggior parte della nostra vita, e che ci fa sentire
il divino, il sacro, il bene, il giusto, l’etico, il bello, l’estetico,
l’artistico, ecc.. In esso l’emozione, l’intuizione, l’invenzione, la
creazione, insomma il sentire (il sentimento che istituisce valori)
si nutrono di qualcosa che, secondo le differenti discipline, viene chiamato
l’inconscio individuale e collettivo, la memoria ancestrale, l’immaginario,
la follia, le Muse, la Grande Madre (Uroboros)28,
o, finalmente, il Linguaggio. Quel Linguaggio che ci parla (secondo la
psicoanalisi), e che (in arte) conduce per mano l’autore alla riuscita
dell’opera. Ciò vuol dire che la riuscita artistica di un’opera dipende
in massima parte da questo Altro, piuttosto che dalla volontà e
razionalità dell’autore.
Nel loro complesso di inferiorità rispetto alla razionalità
vincente degli scienziati, molti Autori del 900 non hanno voluto accettare
che l’artisticità di un’opera dipenda poco dalla volontà e razionalità
e molto da una pulsione che appartiene all’inconscio, all’Altro.
Ma non c’è furbizia della razionalità che possa sostituire l’affidarsi
all’Altro che conduce per mano nel processo di formazione
alla riuscita dell’opera, e che inesorabilmente espone l’Autore nudo nel
mondo (ben lo sapeva l’astuto Duchamp, che, disprezzando nella sua presunzione
razionalista il “piacere volgare” del processo di formazione, decretò
la non pertinenza del giudizio e della stessa qualità di artisticità).
Questo Altro dalla razionalità governa invece la gran parte della
invenzione dell’opera. E ciò vale per Dante: “Allora dico che la mia lingua
parlò quasi come per se stessa mossa, e disse: Donne ch’avete intelletto
d’amore. Queste parole io ripuosi ne la mente con grande letizia,
pensando di prenderle per mio cominciamento”, come per Rimbaud: “E’ falso
dire: Io penso. Si dovrebbe dire: Mi si pensa... Io è un altro”.
Rispetto alla “esperienza esistenziale” della artisticità
(riconoscimento) si possono fare due similitudini.
1. Appartengono al pensiero simbolico i valori del
bene, del bello, del giusto. Cos’è, per esempio, il bene? Viene subito
da rispondere che ciò che è bene per qualcuno può essere un non bene per
un altro, che quindi il bene è relativo, e pertanto non c’entra col discorso
della qualità di artisticità, che si vuole universale per tutti.
Ma bisogna intendere il bene nella sua essenzialità psicofisica: il bene
è star bene. E star bene è una condizione esistenziale uguale per tutti.
Uno può star bene mangiando molto, un altro digiunando.
Ma lo star bene è uguale per entrambi. Mangiare molto e digiunare sono
scelte culturali differenti. Lo star bene è invece una qualità
uguale di entrambi. Come si riconosce questa qualità comune, al di là
della differenza culturale del mangiare molto e del digiunare? La qualità
la riconosce un interlocutore attento, qualcuno che per quelle due persone
abbia interesse, a cui quelle due persone stiano a cuore. In breve, qualcuno
cui interessa il loro star bene: cioè qualcuno che ha bisogno del
loro star bene. Non altrimenti l’interlocutore che ha bisogno di forma
(cap.3) impara a riconoscere la qualità di artisticità delle opere
(lo “star bene” delle opere). La riconosce in due opere differenti, perché
è comune a entrambe, anche se una è pittorica e cubista e l’altra musicale
impressionista.
2. Quando sentiamo che una persona è innamorata di
noi, sentiamo che in quella persona accade qualcosa, un evento, che a
noi si manifesta. In quel momento l’innamoramento è una qualità
di quella persona. Come la qualità di artisticità è la qualità
di un’opera che a noi si manifesta, così l’innamoramento è la qualità
di quella persona che a noi si manifesta. Si potrebbe anche non rendersene
conto. Ma il soggetto attento se ne rende conto. Chi ha bisogno
di amore (e quasi tutti abbiamo sempre bisogno di amore) la riconosce,
così come chi ha bisogno di forma (cap. 3) riconosce l’artisticità
dell’opera. Può essere che la persona di noi innamorata non ci piaccia,
ma non possiamo non riconoscere (sentire) che è innamorata di noi,
cioè la sua qualità di essere innamorata. Non altrimenti possiamo
dire di un’opera che non ci piace (“mi piace/non mi piace”), ma non possiamo
non riconoscere (“riuscito/non riuscito”) la sua qualità
di artisticità (se c’è).
Come non si può spiegare la qualità dello “star bene”
e la qualità dell’innamoramento, così non si può spiegare la qualità
di artisticità. Ma se c’è, e ne abbiamo bisogno, non possiamo non riconoscerla,
non sentirla. Si può “nominare l’incomprensibile”.
Dunque la qualità di artisticità si sente,
ma cosa essa "sia" in essenza non è dato sapere. Non appartenendo
al pensiero razionale, essa non può da questo essere spiegata e capita:
"posseduta". Ma neppure interessa. Anzi (e ciò è fondamentale),
se l'artisticità fosse cosa che si potesse "in toto" razionalmente
spiegare, non esisterebbe neppure, perché non sarebbe stato necessario
inventarla come operazione del pensiero simbolico per esprimere qualcosa
che il pensiero razionale non riusciva a esprimere, là dove il pensiero
razionale non poteva arrivare (v. più avanti l’opera d’arte come simbolo
sintetico produttivo).
Dunque certe cose si sentono, sono assolutamente reali,
e sono tanto più reali in quanto non si possono del tutto spiegare. Non
si possono dimostrare, né quantitativamente misurare. Si può solo girare
loro intorno, per cogliere con la coda dell’occhio alcuni frammenti dei
loro segreti che si rivelano nelle intuizioni (affidandosi a quella parte
di noi che è propria del femminile della coscienza matriarcale).29
L'immaginazione è la fabbrica delle metafore e l'originaria
universale radice degli umani pensieri, da cui per necessità deriva la
razionalità. E per fioritura deriva invece l'artisticità.
Ora l’immaginazione è tanto rara quanto poco metafisica:
le idee, le immagini, vengono da un "altrove" dalla ragione,
dall’Altro.
E questo Altro è la memoria: Mnemosine, madre
delle muse, cioè della creatività. Memoria che sbriciola in un “eterno”
antropologico (la durata dell’ homo sapiens sapiens) il tempo lineare,
progressivo, cumulativo della razionalità. La creatività non appartiene
al tempo lineare, cumulativo, progressivo della razionalità, ma all’”eterno”
presente dell’inconscio.
La memoria è memoria dell’origine, delle esperienze
dalle origini che, nel conscio e nell'inconscio individuale e collettivo,
alle immagini assomma i desideri. Sono desideri che, come immaginazione
del possibile, inventano il “non ancora conscio”.
Accostamenti di immagini improvvisi e imprevedibili
(ma desiderati e coltivati), che popolano normalmente i sogni, irrompono
nella veglia in illuminazioni, intuizioni creative, prevalendo sul pensiero
logico ripetitivo. Inventano. E' nell'incontro/scontro dei diversissimi
e opposti e susseguenti contenuti di questa memoria “eternamente presente”
che sgorga l'invenzione imprevedibile di nuove immagini dell'immaginazione.
L’opera d’arte accoglie in sé la memoria che irrompe
improvvisa, che è il “perturbante”, l’inquietudine immensa del creare,
redimendola nella forma.
L’infelicità, il “perturbante” dell’irrompere di questa
memoria, si risolve in quella felicità che è la riuscita dell’opera.
Alla base del pensiero simbolico c'è il simbolo,
dal greco sym-ballo, metto insieme, che può essere inteso in due
modi: come simbolo sostitutivo e come simbolo sintetico produttivo.
Il simbolo sostitutivo opera una sostituzione.
Il simbolo sintetico opera una sintesi, unisce
due elementi contraddittori, antinomici, “assurdi” (convivenza dei contrari),
e viene detto produttivo in quanto produce in questa sintesi una
entità nuova (e ha quindi in sé una tensione creativa).
Nell'ambito della psicologia del profondo un simbolo
è sostitutivo quando sostituisce un significato (ancora) ignoto. Per esempio,
nel sogno ci sono immagini che simbolizzano/sostituiscono altre, cioè
si manifestano alla coscienza al posto di altre, come simboli di
significati ignoti da interpretare.
Sempre nella psicologia del profondo un simbolo
è invece sintetico produttivo quando opera la sintesi o conciliazione
delle antinomie (delle contraddizioni, delle incongruenze) che non sono
"logicamente" conciliabili dalla razionalità.
Nel primo caso aliquid stat pro aliquo = qualcosa
sta in luogo di qualcos'altro.
Nel secondo caso per symbolum aliquid aliud fit
= attraverso il simbolo qualcosa si muta in qualcos'altro.
Nel primo caso il simbolo è in fondo un segno
(o una metafora), come nella semiotica e nella linguistica, e come tale
può essere interpretato, spiegato, decodificato secondo una convenzione
razionale culturale: bilancia/giustizia, aquila/potenza, olivo/pace, cane/fedeltà,
ecc..
Nel secondo caso "...il simbolo...prima ancora
di poter essere aggettivato come storico, matematico, linguistico, poetico
ecc., è "evento psichico" che solo secondariamente si riveste
(si aggettiva) nei panni convenzionali delle varie discipline in cui opererà".30
Questo simbolo è al centro del pensiero simbolico e non può essere del
tutto spiegato nel pensiero razionale, in quanto appunto è stato inventato
per conciliare e esprimere ciò che il pensiero razionale non riesce a
capire. Ha sempre un residuo irriducibile e indicibile, che desta "meraviglia
e stupore".
Se fosse spiegabile e spiegato, questo simbolo "morirebbe",
31 diventerebbe da simbolo
"vivo" un simbolo "morto", si ridurrebbe da
simbolo sintetico produttivo a simbolo sostitutivo, a segno
e metafora spiegabile (se dico la metafora "tu sei il bastone della
mia vecchiaia" posso del tutto spiegarla con "tu sei il sostegno
e la cura della mia vecchiaia").
I fenomeni che si presentano alla nostra esperienza
vengono collegati fra loro da una logica, che è una struttura del nostro
pensiero razionale. Questa razionalità è però solo una delle interpretazioni
del reale. Con essa i fenomeni vengono "capiti", introdotti
in relazioni governate dalla logica (principio di identità, non contraddizione,
terzo escluso...). Ma non sempre i fenomeni sono immediatamente, automaticamente
"capiti". Possiamo anche essere presi alla sprovvista, di sorpresa,
da rapporti “illogici” di fenomeni. E la reazione precisa a questa situazione
è la domanda smarrita: "...cosa c'entra?" Questo può avvenire
all'interno di un dialogo ragionato come di fronte a fenomeni incongruenti
("assurdi") come il fulmine a ciel sereno oppure un orinatoio
in una galleria d'arte (readymade di Duchamp).
E' il trauma del "non c'entra".
L’uomo arcaico il bambino, il malato mentale sono
molto traumatizzati dalle incongruenze che la loro razionalità (ancora
o definitivamente debole) non riesce a conciliare, a "capire",
a contenere, a esprimere. E l'esperienza di una realtà così complicata
tende a disgregare l'unità dell'Io.
La psicologia analitica (Jung) addebita le
nevrosi alla incapacità del malato a inventarsi il simbolo sintetico
per comporre le antinomie che lo lacerano. Anzi, considera il vero dramma
della condizione esistenziale dell' homo sapiens sapiens non tanto
la perdita del paradiso perduto (Freud), quanto questo "patire"
le lacerazioni prodotte dalle antinomie inconciliate.
La vita psichica dell'uomo è una continua attività
simbolica, invenzione di simboli sintetici produttivi (funzione
simbolica) che servono a comporre le contraddizioni (le antinomie, gli
opposti) rendendo sopportabili le lacerazioni psichiche continue che tali
incongruenze provocano. I simboli sintetici produttivi servono
a dare un senso nel pensiero simbolico a cose che si contrappongono come
non-senso nel pensiero razionale. Nel momento della comunicazione, tale
simbolo serve a esprimere in modo immediato e sintetico e recepibile
dagli altri qualcosa che si sente, ma è difficile da spiegare nella
logica della ragione.
Fra le contraddizioni che l’uomo è costretto a patire,
ce n’è una “costitutiva”, nel senso che egli è uomo appunto per questa
sua fondamentale contraddizione: la coscienza di dover morire.
A difesa da questa lacerazione psichica per questa
incongruenza, per questa contraddizione costitutiva, l’homo sapiens
sapiens ha inventato due simboli sintetici stupefacenti: la
divinità e l’artisticità. Del prodigio dell’opera d’arte come simbolo
sintetico si tratta nel cap. 12.
Il pensiero simbolico, la cui prerogativa è di non
obbedire alle regole della logica razionale, convive, anche nell’uomo
contemporaneo, con il pensiero razionale. Esso è legato all’archetipo
matriarcale dell’origine (uroboro e Grande Madre), agli stadi psichici
del femminile e del maschile nell’inconscio, alla dinamica
conscio/inconscio, ma ciò non lo contrappone, ne fa anzi un elemento complementare
costitutivo della coscienza razionale. Non è un “pensiero arretrato”,
residuo del passato in un processo in cui il pensiero razionale rappresenta
il progresso e il pensiero simbolico solo un irrazionalismo retrogrado.32
Eppure molta parte della filosofia occidentale l’ha
considerato tale. E’ uno degli argomenti dello Storicismo, per il quale
la storia è “Storia”, ha cioè un senso, una direzione, una teleologia,
un fine, verso il quale conducono le leggi metafisicamente necessarie
del processo storico. E poiché questa metafisica della Storia è una invenzione
del razionalismo occidentale, questo fine ultimo non può che essere il
trionfo di questo razionalismo (dall’Idealismo di Hegel allo Storicismo
di Croce al Materialismo Storico di Marx, ecc.). Non per nulla un Croce
poteva, in pieno secolo XX°, considerare i primitivi “canagliume” fuori
della Storia.
E’ chiaro che, se la Storia ha un senso, e la conoscenza
è solo la conoscenza di questo processo storico, una volta individuato
questo senso, tutti i fenomeni acquistano significato solo in rapporto
ad esso (se tutto è storico, tutto è relativo). Se il senso del processo
è il “progresso della razionalità” (e non, per esempio, come nelle escatologie
delle religioni monoteistiche patriarcali, l’instaurazione del regno di
Dio), tutto ciò che esula del tutto o in parte dalla razionalità (come
l’arte) ha il significato di irrazionalismo subalterno, di arretratezza
o marginalità.
Ora, questa concezione metafisica della Storia è solo
una favola smentita dalla storia stessa. E’ una favola nel senso che è
come se si fosse convinti di essere su un treno alla volta, per esempio,
di Roma. L’organizzazione, il bagaglio, i vestiti, gli indirizzi, gli
appuntamenti ecc., sarebbero allora conformi al senso ultimo del viaggio,
avrebbero un significato solo in funzione della meta del viaggio (essere
a Roma). Ma se a un certo punto ci si rendesse conto che quel treno non
va affatto a Roma, ma semplicemente “va”, tutto il “bagaglio” perderebbe
quel suo significato e ne pretenderebbe un altro. Perché non ci sarebbe
nessuna Roma dove andare.
Bisogna allora ritornare al punto di partenza, e riconsiderare
il viaggio. E rendersi conto che il viaggio della vita dell’umanità non
è un procedere “verso Roma” (trionfo della razionalità), ma che,
se è un progredire della razionalità, è anche insieme uno “star fermi”
nell’origine, nella memoria dell’origine. Rendersi conto che la memoria
sbriciola, in un “eterno” antropologico (la durata dell’ homo sapiens
sapiens), il tempo lineare, progressivo, cumulativo della razionalità.
Rendersi conto che la creatività non appartiene al tempo lineare, cumulativo,
progressivo della logica razionale, ma all’”eterno” presente dell’inconscio.
Che il pensiero razionale (in progresso) convive in contemporaneità e
complementarità con il pensiero simbolico, che lo lega all’origine, alla
Natura, alla Grande Madre, all’inconscio, alla Follia, alla identità prerazionale
della specie (e ciò fino a quando la specie/sistema homo sapiens sapiens
non trapasserà per mutazione in un altra specie/sistema di ominide). Insomma,
rendersi conto che pensiero razionale e pensiero simbolico sono ambedue
forme della conoscenza della realtà necessarie alla sopravvivenza della
specie.
Allora, in questo altro “andare”, dove il pensiero
simbolico è complementare del pensiero razionale e non un residuo arretrato,
i fenomeni che al pensiero simbolico appartengono (come l’arte) acquistano
in esso tutt’altro significato.
Infatti l’opera d’arte, che rappresenta nella sua
riuscita la sintesi più straordinaria di pensiero simbolico e pensiero
razionale, se la si considera all’interno del “viaggio a Roma”, processo
di progresso della razionalità, ha un significato; ne ha invece un altro
se la si considera all’interno della contemporaneità e complementarità
dei pensieri simbolico e razionale. Ha un significato di arte come
istituzione nel processo di progresso della razionalità (andare a
Roma), e di arte come qualità di artisticità (sistema dell’arte)
all’interno del sistema antropologico homo sapiens sapiens, in
cui vigono la contemporaneità e complementarità di pensiero simbolico
e pensiero razionale (l’andare e basta).
E questo è il significato che si esplicita nella nota
proposizione di Baudelaire: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo,
il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”.33
Dove la modernità è appunto il processo di progresso della razionalità,
e l’eterno e l’immutabile sono la dimensione del pensiero simbolico che
non progredisce. E dove si rintracciano le tracce delle opposizioni complementari:
Mythos/Poiesis, narrazione/formazione, tempo/spazio (eternità), conscio/inconscio,
maschile/femminile, cultura/natura, razionale/irrazionale, Dioniso/Apollo,
ecc..
Nell’attuale decadimento del “viaggio a Roma della
razionalità” rimane un nostro ”andare” comunque, sviluppando, producendo,
cambiando, rendendo tutto merce, ecc.. Si dice che siamo, nella estetizzazione
diffusa, più attenti al “come” che al “cosa” si fa; ma non è vero, perché
se non c’è una “cosa da fare” (che implichi l’idea della sua compiutezza/perfezione/”bellezza”),
importa poco, anzi non si sa proprio “come” si deve fare.
Nella operazione arte, avendo come chiara meta la riuscita dell’opera,
cioè sapendo chiaramente “cosa si fa”, si sa benissimo come si deve fare,
“come” si fa.
Dunque, non c’è esperienza che renda tanto evidente
la contemporaneità e la complementarità dei pensieri simbolico e razionale,
quanto l’esperienza della artisticità. Ma durante tutto il novecento c’è
stata nei confronti dell’operazione arte una fortissima pressione della
razionalità filosofica e scientifica per ridurla a strumento, a semplice
“bagaglio del viaggio a Roma”. Essa ha acquisito quindi un preciso significato
(con relative pratiche) tutto in funzione di quel viaggio, cioè del progresso
della razionalità. Questa è stata la violenza sull’arte (e sul pensiero
simbolico) commessa dallo Storicismo, dalla sociologia e dallo scientismo
razionalisti.34
8. Il progresso
e l’arte
La società è una entità che tende per forza di cose
a mutare e progredire, essendo un insieme di individui che pretendono
di migliorare la loro condizione sociale. Della sociologia (che, come
scienza della società e dell'agire sociale, è soltanto "moderna")
è prerogativa la nozione di mutamento e progresso. Si può dire che la
sociologia è la scienza del mutamento sociale.
La sociologia confina infatti con lo Storicismo filosofico
che concepisce la storia come un processo di mutamento soggetto a leggi
precise di progresso. Essa è la segretaria tuttofare di quello Storicismo.
Essendo "oggetto" della sociologia il mutamento
e il progresso (“il viaggio a Roma”), è ovvio che i suoi valori non
siano quelli antropologici universali (metastorici) e che in ogni studio
sociologico si debba anzitutto tenere in massimo conto (come d'altronde
in qualsiasi scienza) i valori culturali mutevoli dello studioso stesso.
Ma ciò che qui ci interessa rispetto all'arte è che le scienze sociali
sono talmente "immerse" nel mutamento (progresso), che, dal
punto di vista sociologico, qualsiasi oggetto, anche l’arte, "progredisce",
in quanto mutano (progrediscono) i suoi effetti sulla società che muta.
Anche quando un "oggetto" nella sostanza
è sempre lo stesso (come la natura, il mangiare, l'amare, il pensare),
se muta la società in cui opera, muta il suo rapporto con questa
società. Così l'artisticità, che nella sostanza è sempre la stessa, perché
è prodotta anzitutto (nella sua funzione genetica prima)
per lo stesso bisogno fondamentale antropologico, è sempre stata usata
nella società in rapporti mutevoli, a livelli differenti e secondo differenti
funzioni (funzioni sociali). Ma questo non giustifica la negazione, da
parte della sociologia, della funzione principale (la funzione genetica
prima antropologica), negazione che porta all’errore di considerare
l’arte essenzialmente, costitutivamente, in progresso.
Ciò deriva dal fatto che la sociologia si preoccupa esclusivamente dei
rapporti e degli effetti dell’arte sulla società che muta, del momento
della fruizione da parte della società, e non anche del momento
della produzione da parte dell'umanità (che non muta) e dell'Autore.
Già dal secolo scorso l'arte è violentata dall'idea
di progresso. Il corpo sociale storico che muta (i rapporti economici
di produzione) è considerato più concreto e reale del corpo psicofisico
del singolo. Per cui anche l'arte, pur strettamente legata al corpo psicofisico
del singolo, non è considerata un prodotto di questo, ma solo del corpo
sociale. E poiché il corpo sociale è in progresso, nella gabbia della
sociologia anche l'arte è in progresso. E così l’arte come qualità
di artisticità, che non muta, si riduce lentamente a arte come
istituzione, che muta e può progredire.
Solo una grande presunzione del pensiero razionalista
può pensare di introdurre la categoria di progresso (di redenzione, di
salvezza) nell’arte, un territorio dell’anima riuscito a rimanere immune
per secoli da ogni escatologia delle religioni patriarcali monoteiste
e dal tempo come “Storia”.35
Una presunzione del razionalismo moderno, che non si è invece mai veramente
chiesto perché l’uomo antichissimo abbia inventato l’operazione arte.
Ci si sarebbe accorti che essa nasce proprio dalla umanissima e cosciente
accettazione, da parte dell’ homo sapiens sapiens,
della “tragicità della vita senza progresso” e della sua costitutiva
contraddizione (vita/morte; tempo/eternità).
Da quella ignoranza della funzione genetica prima
antropologica dell’arte sono derivati alcuni malintesi.
Certamente l’arte come istituzione muta nel
tempo e nelle culture, cioè nelle sue funzioni sociali, determinate dalle
idee e teorie dei filosofi e teorici e critici. Sono stati costoro a decidere
che l’arte doveva essere strumento del processo di miglioramento dell’uomo
(Umanesimo), e che, nella tarda Modernità, doveva addirittura “progredire”
essa stessa, come strumento, per accompagnare il progresso della società.
Ma tutti costoro non si preoccupano della sostanza dell’arte, della riuscita
e della qualità di artisticità dell’opera, ma solo della filosofia
e dell’arte come istituzione, in funzione di una ideologia o di
un potere, sul terreno della sociologia e della politica.
La sociologia (la storia sociale dell’arte) dice anche
che produrre opere d'arte come lavoro indipendente, cioè con la coscienza
di produrre qualcosa di specifico e unico (che noi chiamiamo qualità
di artisticità), è una idea del Rinascimento, un "progresso"
del Rinascimento. Ma è un luogo comune che non vale neppure per le arti
figurative. Il fatto che pittura e scultura avessero prima del Rinascimento
una forte funzione sociale definita magari "artigianato", è
solo questione di definizioni. Si possono nominare come si vuole, ma certe
sculture greche o egizie o “primitive” sono opere di Autori che avevano
assoluta consapevolezza della differenza del proprio operare da quello
di un decoratore o di un fabbricatore di oggetti utili (per quanto formati
in modo speciale). Basta a provarlo una semplice analisi degli specifici
problemi linguistici, espressivi, formali affrontati e risolti nelle opere.
Non c’è alcuna differenza di "progresso"
fra la riuscita dell’operare (scrivere poesia) di un lirico greco e la
riuscita dell'operare di un lirico contemporaneo. Quelli che ovviamente
mutano nel tempo sono i modi di formare, ma non c’è nessun progresso,
nessuna differenza qualitativa fra la funzione prima della riuscita
di un’opera d’arte di 4000 anni fa e la funzione prima della riuscita
di un’opera d’arte contemporanea. La stessa qualità di artisticità
è ottenuta sia nella cultura occidentale, dove il tempo è provvisto di
senso, è Storia, sia nelle altre culture dove il tempo è sprovvisto di
senso, non è Storia (vedi anche nota 21).
La sociologia si perde in considerazioni marginali.
Non ha grande importanza per una scienza dell’arte che Michelangelo sia
stato il primo a voler lavorare senza allievi. Oggi ci sono artisti che
lavorano in collaborazione con altri, e non solo quando il linguaggio
specifico lo impone (cinema, teatro, danza ecc.). E i poeti greci e Dante
hanno ovviamente scritto opere da soli, ben prima della idea rinascimentale
del “genio”. E tutti, a volte, operavano su commissione, come tranquillamente
lo fanno oggi, specialmente i musicisti.
La sociologia (Hauser, Benjamin) ha poi il vizio di
pretendere di parlare dell'arte in generale, e di legittimare invece le
proprie tesi adducendo esempi parziali che si contraddicono, che valgono
cioè per la letteratura ma non per la pittura, o per la musica ma non
per il cinema, e così via.36
La sociologia analizza i condizionamenti socio/economici
sulla produzione artistica, i committenti, i mediatori, i critici, il
pubblico, il reclutamento degli artisti, le istituzioni, le innovazioni
tecnologiche, le ideologie e le mode, insomma tutti quei fattori che interferiscono
nel modo di produrre. Ma di ciò che, in prima istanza, induce gli autori
a perseguire la riuscita di un'opera, secondo il bisogno fondamentale
(referente antropologico) di artisticità, non si preoccupa.
Dunque nel processo del “progresso moderno” le tradizioni
storiche hanno accelerato i loro cicli fino ad annullarsi in quella che
è ormai chiamata paradossalmente la "tradizione del nuovo".
Fin dal Rinascimento il "nuovo" ha acquisito un valore per se
stesso, assente nelle altre tradizioni storiche. Nell'accelerazione dei
tempi successivi, le tradizioni hanno perduto la loro prerogativa di essere
fondamento "di fatto" di giudizi “di valore”, e questi si sono
relativizzati, finché, nella "dialettica del nuovo" del 900,
il valore del "nuovo" ha sostituito ogni altro valore, anche
quello di artisticità. L'opera qui ha finito per valere di più per la
sua novità che per la sua artisticità (che ora diventa sempre meno riconoscibile
e si perde, non più legittimata da tradizioni stabili). Ma ciò non ha
niente a che fare con un “progresso dell’arte”.
Costringere l'arte nella scatola della dimensione
sociologica del progresso (che è la dimensione del concetto di "avanguardia")
comporta una contraddizione devastante, perché l'arte non ha progresso.
L'arte, come produzione di opere con qualità
di artisticità, è sempre identica a se stessa, senza progresso (come aveva
già detto il poco ascoltato C. Fiedler, 1841/1895).
L'arte funziona in modo diverso dalla scienza. La
scienza moderna è in progresso e pertanto "finisce". "...quanto
più rapidamente la scienza avanza, tanto più raggiungerà i suoi limiti
estremi e ineluttabili". 37
La fine della scienza è nel suo successo. L'arte non ha progresso, e pertanto
non può "finire", ma soltanto "morire".
Nella scienza moderna Darwin "corregge"
Lamarck, e Einstein "corregge" Newton, ma nell'arte Giotto non
"corregge" Prassitele, e Picasso non "corregge" Dante.
Einstein è meglio (è più progredito) di Newton in quanto più nuovo
nel progresso nel tempo della scienza moderna. Giotto non è meglio
(non è più progredito) di Prassitele in quanto più nuovo in un progresso
nel tempo dell'arte. 38
I modi (i metodi, gli stili, i sistemi...) dell'arte mutano ma non
progrediscono "in meglio", come invece "in meglio" progrediscono
i modi della scienza. Il modo dodecafonico non è meglio, perché
più nuovo, del modo armonico, il romanticismo non è meglio, perché
più nuovo, del classicismo. 39
L’arte non ha progresso perché partecipa della “eternità
antropologica” dell’Altro , (l’”altra metà dell’arte” di Baudelaire,
l’immutabile inconscio). Se la scienza migliora se stessa nel tempo,
l'arte non migliora se stessa nel tempo.40
Non si può dire “i progressi dell’arte”, mentre si può dire “i progressi
della scienza” (anche se ora fra gli scienziati e i filosofi della scienza
si discute aspramente: mentre per i positivisti, i realisti e i pragmatisti
la scienza ha un progresso in quanto i suoi tentativi di conoscenza stanno
"facendo progressi" nel raggiungere gli obiettivi, per i relativisti
"forti" il progresso non c'è neppure nella scienza, in quanto
non misurabile, non essendo nessuna teoria più vera di un'altra. Si tratterebbe,
come per l'arte, soltanto di un succedersi di modi differenti di interpretazione
(narrazione) del mondo).
Nessuna opera d'arte è più progredita rispetto a
una precedente, anche se all'interno di precise poetiche (progetti) certe
opere raggiungono risultati che opere precedenti non hanno raggiunto.
All'interno della specifica poetica quattrocentesca della prospettiva,
non come forma simbolica, ma solo come scientifica rappresentazione
del reale, Piero della Francesca può essere più "progredito"
di Giotto, ma non è certo una caratteristica che renda le opere di Piero
della Francesca più artistiche o meno artistiche di quelle di Giotto.
Giotto (anche architetto) certamente conosceva la prospettiva, ma come
pittore ha inventato la “sua” prospettiva, che era parte della sua narrazione,
del suo “fantasma”, del suo Mythos, in cui l’uomo non era “al centro”
del mondo, così come i pittori rinascimentali hanno inventato il loro
“fantasma”, il loro Mythos, la “loro” prospettiva in cui l’uomo
è “al centro” del mondo. La “prospettiva rinascimentale” non è certo una
legge fondamentale della pittura, per cui Giotto, non conoscendola, fosse
artisticamente inferiore, arretrato.41
Contro questa ”ossessione progressista” valgono le
parole di Glenn Gould: "Nel caso di Schoenberg è sin troppo facile
tracciare una distinzione fra facoltà inventive (le sue qualità di precursore)
e realizzative (le sue effettive doti di compositore). Tale distinzione
si rende necessaria soltanto in periodi di transizione e di grande confusione,
come quelli traversati nel corso del nostro tempo. Molti riconosceranno
l'importanza determinante di Schoenberg come protagonista storico, ma
rifiuteranno decisamente la sua musica, e dimostrare che egli ha avuto
nella nostra epoca una funzione essenziale e indispensabile è certo molto
più facile che dimostrare la sua profondità e la sua grandezza. Questa
tendenza del pubblico a scindere le teorie cui egli cercò di dar corpo
dalla sua effettiva produzione musicale divenne per Schoenberg un'ossessione
che lo tormentò per gran parte della vita. Egli si considerava soltanto
un compositore, ed era convinto che i principi da lui formulati valessero
unicamente per le sue musiche".42
"La grande arte non procede sempre verso ciò
che, analiticamente parlando, potremmo chiamare emancipazione: a me sembra,
anzi, che si possano benissimo riconoscere grandi anche opere composte
da artisti considerati dai loro contemporanei come pericolosi reazionari.
Basta pensare a Richard Strauss...".43
"Per chiarire meglio l'assurdità di queste ipotesi
progressistiche proviamo a immaginare i diversi giudizi che si potrebbero
dare di un unico fatto artistico presentato sotto diverse etichette. Supponiamo
che qualcuno improvvisi al pianoforte una sonata nello stile di Haydn,
spacciandola dapprima per opera di questo compositore. Il valore che l'ignaro
ascoltatore attribuirà al pezzo (che supporremmo di ottima fattura e di
perfetto stampo haiydniano) dipenderà in gran parte dall'abilità truffaldina
dell'improvvisatore: se riuscirà a convincere il pubblico che il brano
è davvero di Haydn, esso verrà giudicato in base alla fama di Haydn.
Supponiamo ora che l'improvvisatore decida invece
di annunciare al pubblico che il pezzo, pur somigliantissimo allo stile
haydniano, non è di Haydn ma di Mendelssohn. A questo punto il commento
degli ascoltatori sarà qualcosa come: 'Una cosetta graziosa...un po' all'antica,
naturalmente, ma che dimostra comunque una notevole padronanza dello stile
del passato ' (in altre parole, un Mendelssohn per signorine di buona
famiglia)".44
L'ideologia del progresso nell'arte generalizza ed
estende impropriamente a tutta l’arte ciò che è invece solo del procedimento
avanguardista. Ma i più grandi Autori degli ultimi 150 anni
appartenevano al procedimento modernista (cap. 2) e non apprezzavano
affatto il termine “avanguardia”, a cominciare da Baudelaire (cap. 2).
Solo all'interno del procedimento avanguardista è coerente sostenere
il relativismo e l'impossibilità di un riconoscimento di artisticità,
appunto perché l'Avanguardismo nega l'opera d'arte.45
Nel procedimento avanguardista le opere vogliono avere solo un
valore di "segnale" (nel processo di trasformazione dell'opera
d'arte in esteticità diffusa) e non un valore artistico in sé. Ma l'estensione
generalizzata di questo criterio sociologico di progresso a tutta l’arte
ha enormemente accresciuto la difficoltà, già per se stessa congenita,
del riconoscimento di artisticità. Da quando il "nuovo"
(o "consono ai tempi") si è imposto come valore al posto del
valore di artisticità, quasi ogni giudizio contemporaneo è viziato dal
pregiudizio del progresso dell'arte. Giudicando le opere e gli autori
secondo la loro conformità al momento storico, all'interno della concezione
di progresso dell'arte, la concezione avanguardista ha emesso giudizi
che ora, per forza di cose, venendo meno quel presupposto progressista,
dovranno essere rivisti.
Ancora Glenn Gould: "E' indubbio che in avvenire
l'interesse generale verterà in gran parte sui fatti del momento, ma non
ci sarà da stupirsi se molti giudizi verranno modificati retroattivamente
in base alla nuova concezione dell'arte. Se ciò avverrà, come credo, parecchie
importanti personalità del passato prossimo e remoto saranno oggetto di
un radicale ripensamento, e in tal caso il verdetto non si fonderà più
su concetti banali e angusti come quello del confronto sociocronologico".
46
Tutto ciò che il procedimento avanguardista
produce implica la concezione sociologica, ed è considerato e giudicato
in base a questa concezione di progresso relativista, invece che in base
alla costante di artisticità. Il significato della operazione arte è attribuito
all’interno del “treno che va a Roma”: in funzione del processo di progresso
dello Storicismo razionalista. E’ pertanto più contenutista che formalista.
L'avanguardia è a tal punto sociologicamente contenutistica da temere
che il contenuto/idea rivoluzionaria venga "diminuito" dalla
forma (artisticità), che è considerata allora per se stessa conservatrice.
Questa concezione sociologica progressiva dell'arte
deriva dal dominio della scienza e della tecnologia. Pretendendo di essere
l'esclusiva chiave della verità, la scienza ha piegato ai propri modi
altre forme di conoscenza, come l'arte. L'arte deve così partecipare al
modo progressivo della scienza, relegata in una dimensione sociologica
di mero oggetto funzionale al progresso.
Gli avanguardisti si sono posti all’inseguimento degli
scienziati, per avere anch’essi un ruolo come “salvatori” dell’uomo. Presi
dal panico per la perdita della tradizione e della funzione romantica
(esagerata) dell'arte (ridotta dalla borghesia capitalista ad assolvere
una mera funzione edonistica e commerciale), messi in ombra ormai dalla
egemonia della scienza, gli avanguardisti hanno scelto il destino degli
scienziati. Sempre più spesso si sono sostituiti a quelli, in una voluta
confusione fra arte e scienza, in una "ricerca" fine a se stessa
(arte di ricerca e sperimentale: termini presi dalla scienza), producendo
oggetti che invece di opere d’arte vogliono essere strumenti di conoscenza
del linguaggio, della percezione, della psiche ecc., e quindi "giudizi
assoluti di verità" sulla realtà.
Gli scienziati sono costretti, nel progredire delle
loro difficilissime teorie e ricerche, a essere sempre di più degli iniziati,
sempre più lontani nelle loro esperienze dalla comune esperienza sensibile.
Essi sono veramente "avanguardie" di un sapere che progredisce
facendosi sempre più difficile per gli altri, e come tali sono ormai sacerdoti
e unici interpreti di questo loro sapere, che per gli altri è "enigma".
Gli "artisti" che pretendono di ridurre l'arte a oggetto funzionale
al progresso per ritrovare, come Autori, la funzione sociale prestigiosa
che hanno perso, pensano di essere anche loro iniziati, sacerdoti di un'"arte"
per iniziati che solo loro capiscono, in quanto "vera" avanguardia
del progresso. Ma si illudono e mostrano che il loro "enigma"
è solo in gran parte manifestazione di potere (l'"enigma" come
potere nelle Avanguardie), "rilasciando al pubblico, per così dire
a priori, un brevetto di incompetenza".47
La proposizione relativistica "l'arte è ciò che
gli uomini (che hanno il potere di farlo) chiamano arte" è stato
lo strumento per l'esercizio del potere di questi sacerdoti.
Dice Günther Anders che nell’epoca del progresso della
tecnica ciò che domina è la competizione: “fare meglio” per vincere la
competizione è la caratteristica del progresso inteso come concorrenza.
Si ha quindi la vittoria del “comparativo” (meglio di) sul “superlativo”
(il meglio). Il “superlativo” è ciò che ottimo, per cui non può
essere modificato, migliorato in meglio per competere nella concorrenza
del progresso. In questo progresso, riconoscere dunque qualcosa come “superlativo”
vuol dire interrompere la competizione, il progresso: pertanto il “superlativo”
deve essere abolito.47a
Ora, la riuscita artistica (l’opera d’arte) è un “optimum”,
un “superlativo” per definizione: non può essere modificato, migliorato
in quanto perfetto, assoluto, “immobilità”, “eternità”, ”atemporalità”
(vedi cap. 12). La sua quintessenza è la durata. Pertanto la riuscita
artistica (superlativa) è in contrasto con la competizione (comparativa,
e quindi effimera) del progresso della tecnica.
Ora che il progetto di progresso integrale umanistico
si sta rivelando una illusione, in quanto la storia ha rivelato di non
avere alcun un senso determinato da leggi metafisiche, e il progresso
dell’uomo si riduce a solo sviluppo economico e tecnologico; ora che il
destino dell’uomo non è più la felicità sulla terra come risultato delle
sue libere scelte, ma nel migliore dei casi una mutazione antropologica
in un altro Ominide imposta dal predominio della Tecnica (cap. 12.); ora
dunque che il “viaggio a Roma” si srotola su un binario che poggia su
sabbie mobili, ora quest’uomo (pretendendo comunque ancora di viaggiare,
nella presunzione di aver tagliato i ponti con le “arretratezze” del pensiero
simbolico), si trova alla mercé del relativismo più forte e radicale,
in quel mare di nichilismo in cui la scienza e la filosofia tentano disperatamente
di non naufragare. E ora più che mai, allora, l’esperienza della artisticità
(propria del pensiero simbolico compresente e niente affatto arretrato)
è utile all’uomo, nella sua ricerca di senso.
|