Tempo fermo
9.
Estetica e Artistica.
L'operazione arte nei secoli non è cambiata, sono
solo cambiate le idee dei filosofi sull'arte.
L'Estetica occidentale, come quella parte della
filosofia che pretende di occuparsi non solo del "bello", ma
anche dell'artistico (dell'arte), nasce nel 700, non perché in quel momento
storico l'operazione arte sia cambiata o evoluta o "progredita"
al punto da necessitare e pretendere una disciplina tutta per sé, ma perché
in quel momento storico si presenta drammaticamente alla filosofia il
problema della conoscenza (giudizio) sulla realtà in generale, che contiene
ovviamente anche quello del riconoscimento di artisticità delle
opere.
E’ il momento in cui il soggetto/uomo umanista, collocato
al centro del mondo come misura di tutte le cose, comincia a rendersi
conto che, distruggendo la realtà come altro da sé, gli oggetti
della realtà come valore in sé, quel valore indipendente dall'uomo e "misura"
esso stesso del valore dell'uomo (quegli oggetti che erano al di là dell'uomo,
"trascendenti", che avevano cioè un valore trascendente e uguale
per ogni singolo uomo), sta tagliando il ramo su cui è seduto.
Annullato il valore in sé degli oggetti, esso
si può ristabilire solo nei limiti di un accordo (convenzionalismo) fra
tutti (contratto sociale, maggioranza democratica, ecc.), ma così l'uomo
cammina sempre al bordo del nichilismo ultrarelativistico.
La perdita di oggettività del reale equivale
a ciò che si definisce “soggettivizzazione della conoscenza”. Per Kant
la “cosa” in sé c’é, ma per se stessa non può essere conosciuta
dall’uomo. L’uomo può conoscere della “cosa” solo il risultato del suo
rapporto con essa.
La soggettivizzazione della conoscenza in generale
implica la soggettivizzazione della conoscenza dell’artisticità. Questa,
da qualità oggettiva delle opere, all’interno di tradizioni stabili,
diventa solo soggettiva valutazione di gusto dell’interlocutore (fruitore).
Così la nuova disciplina, l’Estetica filosofica, finisce per occuparsi
solo della fruizione da parte dell’interlocutore, dove il valore artistico
(chiamato “estetico”) è un attributo conferito all’oggetto dal
soggetto interlocutore. Si tratta quindi essenzialmente di una disciplina
che tratta della percezione, della esperienza del “bello artistico” da
parte del soggetto, piuttosto che una disciplina sull’operazione arte.
Si chiama infatti Estetica (dal greco: Aisthesis, percezione, esperienza,
e Aisthanomai, sentire).
Sono pertinenti a questa Estetica le categorie estetiche
(cap. 1), che sono attributi (cap. 3) conferiti dal soggetto all’oggetto,
se non a sua discrezione certamente dipendenti in massima parte dal gusto
e dalla cultura del soggetto, e quindi relativi; ma non la qualità
di artisticità delle opere.48
Poiché il “bello artistico” non è più una proprietà
o qualità dell’oggetto, per difendersi dal relativismo
che ciò comporta, Kant ha pensato un'idea di universalità che lo neutralizzi:
il "giudizio estetico" pretende di essere universale.
Cioè, quando qualcuno dice: "questo è bello", non vuol solo
dire "questo mi piace", “è bello perché piace a me”, ma pretende
proprio di dire che “è bello per tutti”, perché “piace universalmente
a tutti”. Ciò sarebbe possibile, perché è un giudizio disinteressato.
Più che disinteressato, si potrebbe definirlo
un giudizio obbligato antropologicamente. Se a un oggetto viene
conferito lo stesso attributo da tutta l’umanità (se cioè tutta
l’umanità è nella stessa situazione esistenziale rispetto a quell’oggetto,
cap. 10), questo attributo può diventare di fatto una proprietà.
“E’ bello perché piace a me” (attributo relativo) diventa “è bello
perché piace a tutti” (attributo universale): per cui si può dire
“piace a tutti perché è bello” (proprietà). Si prenda, per esempio,
l’archetipo formale “simmetria”. La simmetria è utile alla specie, perché
facilita il movimento e l’equilibrio. Pertanto piace a tutti, è desiderata
inconsciamente da tutti, diventa un archetipo formale della psiche di
tutti (cap.3): per cui diventa “bella” per se stessa. La simmetria è “bella”
(dove “bella” è ora una proprietà).
Questo argomento sarà approfondito nel capitolo seguente,
dove il “bello” esibito alla contemplazione dell’uomo con bisogno di
forma sarà una qualità, come risultato di un processo di
formazione dell’oggetto (cap. 3).
Essendo l'Estetica di derivazione kantiana non una
disciplina del “bello” di un oggetto, ma una disciplina della esperienza
del “bello” da parte del soggetto, cioè una Estetica soggettiva, essa
si è poi sempre più trasformata, nell'imporsi della sociologia del progresso,
in sociologia dell'arte, che tratta della ricezione e uso dell'arte da
parte della società, dal punto di vista dell'interlocutore. Essa
si è ridotta sempre di più a studio sulla esperienza artistico/estetica
di un’opera da parte dell'interlocutore sociale, dove appunto l'artistico
e l'estetico continuano a confondersi e dove nulla si impara della sostanza
dell'arte.
Da allora questa Estetica soggettiva della ricezione
si è imposta, dicendo anche cose molto importanti, ma importanti più per
la filosofia che per l'arte (o per l’artisticità).49
Dell’arte ha condizionato sempre di più l'operatività, al punto che,
nella seconda metà del 900, quella che era la normale (nella storia) difficoltà
del giudizio, è stata prima ridotta dalla “dialettica del nuovo” a
impossibilità del giudizio e quindi addirittura a non pertinenza
del giudizio nella Postmodernità. E quello del giudizio, o meglio del
riconoscimento, è diventato ormai per l'arte un problema di importanza
vitale, "il problema" della sua sopravvivenza.
Alla confusione fra bello e arte aveva già tentato
di opporsi C. Fiedler (1841-1895), separando l’Estetica dall’Artistica,
cioè da una scienza dell’arte (Kunstwissenschaft). Scrive G. Carchia:
“Partendo dalla Critica del Giudizio, infatti, secondo Fiedler,
non è possibile in alcun modo arrivare ad una teoria dell’arte, bensì
solo ad una teoria del bello, ad una estetica”. E ancora: “L’errore delle
impostazioni idealistico-romantiche consiste, per Fiedler, nell’aver frainteso
la sfera degli effetti e della recezione, tematizzata dalla riflessione
kantiana sul bello, come un dominio attinente immediatamente all’orizzonte
artistico. Conseguenza immediata di questa confusione fra estetica e arte
sarebbe, allora, il “contenutismo” delle costruzioni teoriche romantiche,
dal momento che, fondate sulla dialettica fra essenza e apparenza, esse
pongono il “bello” come una parvenza, un contenuto transeunte, destinato
a lasciare il posto a una superiore verità. Ogni tematizzazione del sentimento
(del bello) come contenuto dell’arte non può non sfociare, al limite,
nell’ipotesi di una futura ‘morte dell’arte’”. 50
In breve, se l’arte si occupa solo del “bello”,
nel senso classico di proporzioni ecc., (cosa assolutamente non vera),
deve, nel progredire dell’uomo umanista, togliersi di mezzo e lasciare
il posto alla filosofia, che si occupa di qualcosa di ben più importante,
la “verità” (Hegel). E per toglierla di mezzo, basta inserire nell’arte
(irrazionale) il principio sociologico (razionale) del progresso, che
conduce per forza alla sua autonegazione, cosa poi avvenuta per quella
parte dell’arte del 900 che appartiene al procedimento avanguardista.51
Questo procedimento avanguardista è stato una necessaria e affascinante
avventura, ma purtroppo non compresa in questo suo essere piuttosto una
operazione filosofica che una operazione artistica (e quindi politica,
scientifica, semiotica, ecc.), e in ciò differente da quella operazione
contemporanea artistica che è stato invece il procedimento modernista
(cap.2 ).
Questa Estetica soggettiva della ricezione, quasi una
sociologia dell’arte, dominante lungo tutto il 900, non poteva non portare
alle estreme conseguenze il relativismo con il corollario che “l’arte
è ciò che gli uomini chiamano arte”.52
E’ opportuno allora riprendere lo studio sull’arte
dal punto di vista della produzione, sulle orme di Fiedler e della Allgemaine
Kunstwissenschaft di Max Dessoir e del post-strutturalismo di J. Mukarovsky
e M. Bachtin, fino a L. Pareyson, in una scienza dell’arte che si chiami
Artistica. Si tratta di analizzare anzitutto il "per cosa"
l'opera d'arte è stata inventata, la sua psicogenesi e il modo di produzione
dell'opera, ponendosi dal punto di vista dell'Autore. L'Artistica
si deve occupare di cosa l'opera sia per l'Autore, per poter così anche
intuire cosa l'opera sia per l’interlocutore, per intuire, dal punto di
vista di questo interlocutore, il “perché” di quella prima esperienza
esistenziale della artisticità dalla quale non si può prescindere
per una ulteriore corretta esperienza interpretativa della ermeneutica
formale o contenutistica delle opere.
Nell'Artistica si deve intendere per opera d'arte
solo l'opera riuscita. E' un approccio difficile, che comporta coraggio.
Ma è l'unico che possa tentare di riconoscere l'artisticità nella confusione,
nella ambiguità, nella “quantità” contemporanea. Se si accetta l'affermazione
che un “brutto” poema è pur sempre un'opera d'arte52a,
nella concezione dell’arte come istituzione, bisogna poi ammettere
che tutta l'infinità di oggetti prodotti nell'arte come istituzione
sono opere d'arte. Mentre è invece proprio nella immensa quantità di oggetti
estetici non artistici prodotti all’interno della arte come istituzione,
che la qualità di artisticità rischia di perdersi. Se un poema
scritto è certamente sempre un poema (all’interno del linguaggio specifico
letteratura), non sempre è un'opera d'arte. E' opera d'arte solo quando
è un poema riuscito come opera d'arte.
Se l’affermazione che si deve intendere per opera
d’arte solo l’opera compiuta e perfetta (riuscita) può sembrare troppo
rigida, al punto magari da poter essere contestata come sbagliata, si
tenga presente la sua assoluta verità in linea di principio. Che vuol
dire che non c’è Autore (di opere d’arte) che non senta fortemente la
necessità di compiutezza e perfezione. E vuol dire anche che fra le opere
non compiute o non perfette (nel senso che sono passibili di ulteriori
modificazioni verso la compiutezza e perfezione (cap. 12)), quelle in
cui si sente prepotentemente la tensione alla compiutezza possono
essere considerate opere d’arte; ma le altre, dove è invece evidente la
fiacchezza e l’impotenza, no. Senza la “necessità psichica” alla compiutezza
e perfezione, né artisti né arte sarebbero mai esistiti.
10. Relativismo.
Approccio antropologico. Conferimento di senso.
Se tutto è relativo, come si può affermare che
tutto è relativo? Se si vuole affermare che l'affermazione "tutto
è relativo" è una affermazione vera, vuol dire che essa stessa non
è relativa e che allora non tutto è relativo.
Questa confutazione, l'applicazione del relativismo
a se stesso, si chiama elenchos, è un procedimento aristotelico.53
Il relativismo è una ovvietà. Ogni uomo "sa"
che la stessa cosa è grande relativamente a un bambino e piccola relativamente
a un gigante, facile a farsi per l'esperto, difficile per l'inesperto.
Si tratta del relativismo “debole” dell’esperienza comune.
Meno ovvia è l'affermazione radicale che "tutto
è relativo". Infatti, per il senso comune di tutti gli uomini, non
tutto è relativo. La notte, il dolore, il ridere, il morire, il pensare
sono, in prima istanza, la stessa cosa, hanno lo stesso significato per
tutti, da un punto di vista antropologico.
La differenza sta in ciò, che l'affermazione "tutto
è relativo" implica un ragionamento. Si esce cioè dal senso comune
per entrare nelle argomentazioni della razionalità filosofica. “Tutto
è relativo” è una affermazione che appartiene, all’interno della razionalità
metafisica, al principio dei valori, e si riferisce ai giudizi di valore,
che sono relativi. Il senso comune di tutti invece, per quanto qui interessa,
può conferire lo stesso significato a un infinità di cose. In ciò l’uomo
riconosce un oggetto, anche usando la ragione, ma senza esprimere
un giudizio di valore nell’ambito del principio metafisico dei valori.
Riconosce, dà un significato, ma nella dimensione dell’essere,
senza dover giudicare nella dimensione della utilità, dell’avere.
Per questo, mentre il giudizio di valore sulle opere
d’arte è relativo, il riconoscimento della artisticità di un’opera
non è relativo, ma antropologico e uguale per tutti.
Socrate e Platone e Aristotele, volendo superare
il relativismo razionalista dei sofisti54
e inventare invece una episteme (un sapere che stia sopra
(epi-steme) di tutto, capace di svelare il senso ultimo della realtà),
cercarono di dimostrare, con argomenti altrettanto razionali ma inesorabili,
la fallacia del relativismo, inventando così la “metafisica” e il potere
assoluto della razionalità (razionalità come verità ultima). E
ora questo potere assoluto della razionalità e il relativismo “forte”
che ne fa parte (non certo la razionalità come strumento costitutivo dell’uomo)
sono da tempo “la questione” (Scilla e Cariddi) della filosofia occidentale.
Metafisica e relativismo si fronteggiano all’interno del razionalismo
occidentale.
Alcuni tentato di porre il relativismo al di là della
razionalità, nell'affermazione che la razionalità stessa è un prodotto
relativo a una certa cultura e a un certo tipo di uomo nella storia. Tuttavia,
quando questa affermazione vuole essere dimostrata, si rientra di nuovo
nelle convincenti argomentazioni antirelativistiche della razionalità:
convincenti perché questo relativismo, tutto interno alla razionalità,
non può vincere non essendo che un argomento della razionalità contro
se stessa per celebrare se stessa.
Ciò che conta invece, al di fuori di questa razionalità,
é che, se l'umanità è sopravvissuta alla angosciante "esperienza
esistenziale" del relativismo del senso comune, vuol dire che il
relativismo è comunque perdente nella struttura del linguaggio dell’homo
sapiens sapiens.55
Dunque il relativismo “forte” filosofico è un problema
del razionalismo della filosofia occidentale, ma è non un problema dell'umanità.
E non è certo un problema dell'arte, disciplina che l'uomo ha inventato
molti millenni prima della filosofia occidentale.
Ma da quando, con l’egemonia della scienza alla fine
dell’800, questo razionalismo ha invaso i territori dell’arte, il relativismo,
che non era mai stato un problema nel sistema antropologico dell’arte
(procedimenti tradizionalista e modernista), lo è diventato invece
(se ne è parlato nel cap. 8) per quella parte dell'arte (procedimento
avanguardista) ossessionata dalla ideologia razionalistica del progresso.
Quando sul finire del XIX secolo si aggrava la crisi della razionalità
umanistica e anche della scienza sua figlia prediletta, e il relativismo
“forte” (radicale) mina la metafisica, mentre una parte della filosofia
rivolge l'attenzione all'arte come disvelamento di quella verità ultima
che la ragione non riesce a cogliere, un'altra parte invece, quella "dependence"
della razionalità in crisi che è la sociologia (dove il relativismo “forte”
alberga vincente), "invade" gran parte dell'arte contemporanea
relativizzandola (procedimento avanguardista). Cioè spiazzandola
dall’ambito antropologico, con il suo relativismo “debole”, nel capogiro
dell’ambito storicistico e sociologico con il loro relativismo “forte”,
nella curiosa idea di un progresso dell'arte, dove al riconoscimento
di artisticità subentra il riconoscimento del “nuovo”. Ciò comporta l’innovazione
continua, quindi un criterio di valutazione sempre nuovo, sempre relativo
all’ultimo modo culturale: di fatto, l’annientamento di ogni possibilità
di un riconoscimento della qualità di artisticità delle
opere.
Ecco così verificarsi l'avventuroso scompiglio di
parte dell'arte contemporanea, che da più di un secolo turba gli interlocutori,
e che ora, nel suo riprodursi ormai senza senso, li esaspera, consumandone
forse lo stesso bisogno fondamentale (referente antropologico) di artisticità
(procedimento postmodernista,).
Rispetto all’identità si è detto (nel cap. 6) della
invenzione della trascendenza, cioè del pensiero che trascende la dimensione
dei singoli e li accomuna (denominatore comune) in quello che è il primissimo
significato della divinità. Nel caos del relativo l’uomo (antico
e del senso comune) inventa una sua cosmologia, scopre i denominatori
comuni, le costanti56
per le quali riesce a convivere con le “cose” e gli altri. Si tratta di
quel conferimento di senso alle “cose” per cui, appunto, non tutto
è relativo.
Ci sono due aspetti del conferimento di senso.
Nel primo ci si chiede come può un individuo, nella quantità indifferenziata
della esperienza sensibile delle “cose” del mondo, riconoscere un oggetto,
come può definirlo nel suo significato: conferimento di senso a una “cosa”
da parte di un soggetto.
Nel secondo ci si chiede come possono due o più individui
riconoscere in una “cosa” lo stesso oggetto, definirlo nello stesso significato:
conferimento di uno stesso senso (significato) a una “cosa” da parte di
più soggetti, superando il relativismo.
Quindi: 1. Come può un interlocutore riconoscere
un oggetto come opera d’arte. 2. Come più interlocutori possono riconoscerlo
allo stesso modo, come opera d’arte.
Parte 1. L’atteggiamento fenomenologico consiste nel
cogliere nella coscienza i fenomeni (dal greco phainesthai: manifestarsi,
apparire), “mettendo fra parentesi” (epoché / Husserl) una loro
preliminare esistenza fuori dalla coscienza, in una realtà esterna.
Chiamiamo qui ”cosa” il fenomeno, ciò che si manifesta
originariamente alla coscienza, alla percezione. La percezione è percezione
di “vaghe cose”, dalle quali emerge “quella cosa” rispetto alla quale
abbiamo una intenzionalità, un bisogno, un interesse. Questa emersione
vuol dire darle un senso, oggettivarla in un oggetto con un senso,
un significato. Perciò l’atto della percezione non è mai separato
dall’oggetto percepito (gli oggetti non sono già là, e noi
li percepiamo (Cartesio); ma noi “li facciamo”). E dunque la percezione
è percezione di un oggetto, solo in quanto noi, percependo, diamo
alla “cosa” un significato (la oggettiviamo in oggetto), secondo
la nostra intenzionalità rispetto alla “cosa”.
Le “cose” sono. Gli uomini le oggettivano in oggetti
differenti secondo le loro differenti intenzioni (bisogni e interessi:
vedi per l’arte il bisogno di forma, cap. 3). Possono dunque conferire
alle “cose” significati differenti. Una “cosa” come un temporale può essere
oggettivata come “fisica perturbazione atmosferica” o come “ira degli
dei”. Dipende dal modo dell’incontro dell’uomo con la “cosa”. Della
sua intenzione e azione rispetto alla “cosa”.
Le “cose” del mondo sono “qualcosa” solo quando l’uomo
le incontra veramente, cioè quando esse lo interessano, per cui
l’uomo stabilisce con la “cosa” un suo rapporto intenzionale (situazione
esistenziale rispetto alla “cosa”).57
Solo secondo questa situazione esistenziale
la “cosa” acquista un preciso significato, diventa un preciso oggetto,
e l’uomo (empirico, psicologico) diventa il soggetto in questo
rapporto soggetto-oggetto.
Soggetto e oggetto non sono dunque due entità separate,
da una parte il soggetto che conosce, dall’altra l’oggetto che viene conosciuto,
ma sia l’oggetto che il soggetto si costituiscono nel rapporto, formando
un sistema di relazioni.
L’uomo diviene, è divenire. Si costituisce come apertura
al mondo delle “cose”, all’altro da sé. L’uomo ec-siste.
L’uomo “sta fuori” dalle “cose”, è differente dalle “cose” per avere coscienza
delle “cose” e di sé. Heidegger: “Solo l’uomo esiste. La roccia è, ma
non esiste...”. Le “cose” in-sistono nel mondo, l’uomo ec-siste
dal mondo. Se non si differenziasse dalle “cose” e non le oggettivasse
in oggetti, egli non esisterebbe, non avrebbe coscienza della propria
identità.
Insomma il riconoscimento oggettivo degli oggetti
è reale, in quanto presupposto allo stesso esistere dell'uomo.
L'uomo oggettivizza le “cose” in oggetto, le "fa"
oggetto, semplicemente per poter esistere, per esser "Io",
per essere “coscienza”.
L'uomo (l'Io) c'è, in quanto l'oggetto c'è.
E se l'uomo (l'Io) c'è, l'oggetto oggettivamente c'è.58
Quando l’uomo incontra le “cose” del mondo, esse lo
interessano in differenti modi. Egli si trova di fronte alle “cose” in
una certa situazione esistenziale (rapporto intenzionale).
Certamente al pensiero razionale dell’uomo esse interessano
principalmente in quanto sono quantificabili, quindi misurabili, quindi
utilizzabili, in una situazione esistenziale di intenzione di autoaffermazione
e potenza. Oggettivare, conoscere razionalmente le “cose” del mondo serve
all’uomo per emanciparsi dalle incertezze e angosce dello stato naturale,
e per accrescere il suo potere sulla natura e sugli altri. Per far questo
egli inventa tecniche, che sono dunque strumenti della razionalità (v.
cap.11: Tecnica). Poiché l’uomo è costretto a questo per la sua
“carenza istintuale” (l’avere cioè istinti insufficienti a garantire,
come negli animali, la sopravvivenza della specie (Gehlen)), l’uso della
tecnica come strumento del pensiero razionale è costitutivo dell’homo
sapiens sapiens.
Ma c’è un’altra dimensione del rapporto con le “cose”,
altrettanto costitutiva, quella del pensiero simbolico. La “cose”
piacciono o non piacciono, sono simpatiche o antipatiche, amate o odiate,
ammirate o temute, sono affascinanti o orrende, sacre o diaboliche, belle
o brutte, simboli o estetizzazioni, ecc. E’ garanzia dell’equilibrio psicofisico
l’accompagnarsi all’uso della tecnica del pensiero razionale (l’avere)
la pratica (l’essere) degli “irrazionalismi” del pensiero simbolico.
Ad esso appartengono tutte quelle “cose” di cui l’uomo ha bisogno, ma
che il pensiero razionale non riesce a “contenere”, e sfuggono quindi
al suo dominio di misurazione: contraddizioni, assurdità, sentimenti,
emozioni, sensazioni, stati d’animo, partecipazioni affettive, la “partecipazione
mistica” (Levy-Bruhl), l’inconscio, le istanze del sacro, del bello, dell’estetico,
dell’artistico, ecc.: tutto l’Altro dalla razionalità non quantificabile,
non misurabile, non matematicamente calcolabile. 59
Parte 2. Se una “cosa” è oggettivata in un preciso
oggetto secondo la situazione esistenziale del soggetto verso di
essa, come possono più soggetti oggettivare una “cosa” nello stesso oggetto?
Se l’oggetto è in fondo solo una interpretazione da parte dei soggetti,
come può l’interpretazione della “cosa” essere la stessa per due differenti
soggetti? Per uno la “cosa” potrebbe essere solo il “temporale, come perturbazione
della natura”, e per l’altro essere solo l’”ira degli dei”.
Bisogna allora che i due soggetti/uomini siano nella
stessa situazione esistenziale rispetto a quella “cosa”, per cui
essa sarà da entrambi oggettivata (interpretata) come lo stesso oggetto.
Quando tutti gli uomini la oggettiveranno (interpreteranno) nello
stesso modo, essa sarà universalmente riconosciuta da tutti nello stesso
modo, avrà per tutti lo stesso significato, sarà per tutti lo stesso oggetto.
Bisogna dunque anzitutto prendere in considerazione questi “tutti”, questi
soggetti/uomini, questa umanità, questo homo sapiens sapiens.
L’homo sapiens sapiens siamo noi: in Europa,
l’Uomo di Cro-Magnon.
Siamo noi in quella che in questo testo si definisce
la nostra "dimensione (“eternità”, “storia totale”) antropologica":
circa 40.000 anni. E’ avvenuta nell’Africa tropico-australe una rivoluzione
nell’evoluzione degli ominidi (una mutazione antropologica): è nata dall’homo
sapiens (100.000 anni) la famiglia dell’homo sapiens sapiens.59a
Paleolitico superiore, mesolitico, neolitico, veneri in calcare e dipinti
parietali, ecc..
Il termine “eternità” non va qui inteso in senso religioso
o metafisico, ma in senso “antropico” (nella dimensione antropologica),
cioè come durata esclusiva dell’homo sapiens sapiens. Quindi “eternità”
vuol dire “tutto il tempo” dell’h.s.s.: dai circa 40.000 anni fa
fino alla prossima mutazione antropologica.
Il concetto e il problema della eternità (la
presa di coscienza della contraddizione tempo e morte//eternità) sono
invenzioni di quest’uomo. Pertanto, se quest’uomo dovesse mutare in un
essere altro, per questo nuovo ominide le contraddizioni sarebbero altre.
A meno che questo nuovo essere non fosse un homo sapiens sapiens 2,
che pur nelle differenze, conservasse in sé quella contraddizione. Ma
ciò non è dato sapere, anche se è molto improbabile, poiché quella è proprio
la contraddizione costitutiva dell’homo sapiens sapiens 1, il suo
“peccato originale”, l’invenzione di sé: del come siamo noi.
Quando dunque qui si parla di “eternità” dell’arte
(“eternità” della citazione di Baudelaire), si parla della sua durata
per tutta la durata dell’homo sapiens sapiens (in quanto dopo la mutazione
il nuovo ominide non avrebbe più bisogno dell’arte). In tutto ciò è implicito
che si parla dell’arte come pulsione umana all’artisticità, nelle dimensioni
psichica e biologica del corpo.
Si intende per oggetto artificiale ogni oggetto prodotto:
dal pensiero al canto, dalla sedia all'aeroplano, dal testo di un libro
al suono della musica, da un'azione al sentimento.
Come già indicato parlando all’inizio della qualità
di artisticità, ogni oggetto artificiale ha: 1. proprietà oggettive,
perlopiù misurabili (altezza, peso, colore, durata, durezza, intensità,
e anche simmetrie, armonie ecc. che possono definirsi oggettive in quanto
riconosciute come archetipi formali universali della psiche); 2. attributi,
che sono soggettivi in quanto conferiti all'oggetto dal soggetto uomo
quasi a sua discrezione (bello, inquietante, simpatico, ecc.); 3. qualità,
che l’oggetto ha quando assolve la funzione per cui è stato inventato
e prodotto (cap. 3).
Come il temporale (oggetto naturale in quanto oggetto
= perturbazione nella natura) l'oggetto artificiale prodotto dall'uomo
è uguale per tutti nella sua consistenza fisica: è misurabile quantitativamente
nelle sue proprietà fisiche immanenti.
Ma non è questo il suo primissimo significato qualitativamente:
il suo primissimo significato (la sua qualità), per cui
viene dagli uomini riconosciuto, è il compimento della funzione per cui
esso è stato inventato e prodotto, come oggetto artificiale. Il primissimo
senso di una sedia, al di là delle proprietà fisiche misurabili (altezza,
peso, colore, armonie, ecc.) è la sua funzione di oggetto per sedersi
(come della macchina, al capitolo 3, era il correre a 300 km all’ora).
L’oggetto artificiale è prodotto dalla intenzionalità
di un uomo con un primissimo significato (funzione). In quanto
assolve questa funzione, l’oggetto ha qualità. L’oggetto prodotto
da un uomo con la funzione di oggetto per sedersi, in quanto assolve questa
funzione, ha la qualità di sedia, è un oggetto riuscito come sedia.
La qualità è dunque conferita dall’uomo all’oggetto,
ma non a sua discrezione (come l’attributo), bensì in quanto assolve
la sua funzione (cap. 3). E non può non essergli conferita e riconosciuta,
se l’oggetto assolve la sua funzione. La qualità è il rapporto
fra le proprietà dell’oggetto e la intenzionalità (bisogno) dell’uomo
che lo ha prodotto (se poi l’oggetto sedia si rompe, e non assolve più
la sua funzione, non funziona, e non si può più riconoscere in
esso la qualità di sedia, non è più un oggetto riuscito come sedia).
Ma un altro uomo, che non ha prodotto l’oggetto (sedia),
può riconoscere o non riconoscere quella qualità (qualità
di sedia). Ora, il fatto che un altro uomo possa non riconoscere la “cosa”
come oggetto = sedia, non elimina le sue proprietà fisiche immanenti,
per le quali su di esso ci si può sedere. Quindi basterebbe che il primo
uomo le facesse riconoscere al secondo e questo si siederebbe, riconoscendo
l’oggetto come sedia, oggettivando la “cosa” come oggetto sedia.
Ma può succedere che il secondo uomo non riesca a
riconoscere la “cosa” come oggetto strumento per sedersi, e insista a
considerarla un altare per pregare. Dunque per il primo uomo la “cosa”
ha il significato di sedia (oggetto per sedersi), per il secondo ha il
significato di altare (oggetto per pregare). Per cui, se la “cosa” è la
stessa e i due uomini hanno con essa rapporti differenti (essa è due oggetti
differenti), vuol dire che sono fra loro differenti i due uomini. Stanno
evidentemente in differenti situazioni esistenziali rispetto a
quella stessa “cosa”. Per cui, oggettivandola in significato, le danno
significati differenti, facendone due oggetti differenti (sedia e altare).
Se prima si trattava di sapere come fa un uomo a costituire
una “cosa” in oggetto, e quindi come fa a riconoscere altre “cose” come
oggetti "affini" al primo, in modo che appartengano allo stesso
sistema ("affinità" degli oggetti fra loro rispetto a un soggetto
uomo), ora si tratta di sapere come questi oggetti "affini"
fra loro rispetto a un uomo possano essere "affini" rispetto
a tutti gli uomini ("affinità" degli uomini fra loro rispetto
a un oggetto).
Certamente si pone allora il problema che anche gli
uomini siano "affini" fra loro. E infatti tutti gli uomini sono
"affini" fra loro rispetto a certe “cose”, e non lo sono rispetto
ad altre.
Si è detto di un uomo che identifica una “cosa” come
oggetto sedia, e di un altro che non riconosce la “cosa” come oggetto
sedia. Questi due uomini non sono "affini" fra loro rispetto
a quella “cosa”. Solo quando anche il secondo riconosce alla “cosa” il
significato di sedia, sono "affini" rispetto alla sedia, e formano
un sistema. Formano il sistema degli uomini che riconoscono in quella
“cosa” il primissimo significato di sedia, per i quali quella “cosa”
è anzitutto un oggetto sedia.
Ora, ci sono “cose” rispetto alle quali tutti
gli uomini sono per forza "affini", in un primissimo
significato che loro sono costretti a dare a queste “cose”. In
altre parole, rispetto a queste “cose”, essere homo sapiens sapiens
è già di per se stessa una situazione esistenziale precisa e uguale
per tutti.
Così la “cosa morire" ha lo stesso primissimo
significato per tutti gli uomini, indistintamente. Si possono dare al
"morire" ulteriori significati, come essere una liberazione
o essere una condanna. Ma tutti gli uomini stanno nella stessa "situazione
esistenziale" rispetto alla “cosa morire", nel suo primissimo
significato di cessare di vivere del corpo, nella dimensione psicofisica.
Questo suo primissimo significato è la qualità
del morire, uguale per tutti.
Morire è dunque una “cosa” oggettivata (un oggetto)
nello stesso primissimo significato universale da ogni homo
sapiens sapiens, in un riconoscimento intersoggettivo
Ci sono molte “cose” che sono oggettivate nello stesso
primissimo significato da ogni homo sapiens sapiens fin
dalla nascita, e sono costanti per tutti. Al di là delle loro differenze
occasionali hanno un denominatore comune, e in questo sono costanti,
con la stessa qualità per tutti. Sono certamente tali: nascere,
crescere, vivere, invecchiare, dormire, mangiare, bere, morire ecc. (natura),
ma anche ("seconda natura") la coscienza di sé, il pensiero
simbolico, il pensiero razionale, la logica, la Grammatica universale
(cap. 5), l’operazione formativa e la sua riuscita60,
i concetti di vero, utile, bello, bene, giusto, (v. bisogno di forma,
cap. 3); e parlare, conoscere, cantare, danzare, giocare, narrare, mentire,
socializzare, mitizzare, curiosare, studiare, innamorarsi, odiare, estetizzare,
fare "matematica", fare "geometria", ecc., ecc..
E fare artigianato.
E fare arte.
Dunque, anche se tutto sembra essere relativo, perché
tutto ciò che si pensa e si percepisce e si fa è soggettivo, si tratta
di un relativismo debole. Essendo poi il soggetto, rispetto a certi
pensieri e percezioni e fatti, non più l'individuo singolo ma l'umanità
intera, questi pensieri e percezioni e fatti sono oggetti antropici
(comuni e prerogativa di ogni homo sapiens sapiens = umanità intera).
Allora all'interno di questa antropia ("seconda natura")
non sono più soggettivi e relativi, ma sono diventati “universali” di
fatto.
Nessun animale che non avesse posseduto certe prerogative
(che sono di tutti gli uomini sapiens sapiens ovunque) avrebbe
potuto produrre certi oggetti, fisici o mentali, che sono per lui costitutivi.
Rispetto a tutti questi oggetti, nel loro primissimo
significato, tutti gli uomini, essendo tutti homo sapiens sapiens,
sono nella stessa situazione esistenziale, per cui formano uno
stesso unico sistema. Tutti questi oggetti hanno in questo sistema un
primissimo significato uguale per tutti, universale. Perché questi
oggetti, nel loro primissimo significato, sono costitutivi
dell'uomo, cioè rispondono a un suo bisogno fondamentale (referente antropologico):
sono una sua "seconda natura" (sono antropici).
In altre parole, per tutti gli uomini di tutte le
culture di tutti i tempi, questi oggetti hanno uno stesso primissimo
significato (e quindi una stessa riuscita = qualità). Anche
l'artigianato. Anche l'arte. O meglio l'"artisticità" (del cui
significato si tratta nel cap. 12) .
Infatti il bisogno della artisticità (l’invenzione
dell’arte), se non si manifesta contemporaneamente in ogni luogo sulla
terra, certamente si manifesta in tutte le presenze dell’homo sapiens
sapiens.61 Per cui
l'artisticità e l'homo sapiens sapiens formano un sistema, il sistema
dell'artisticità antropologica, intendendosi per “antropologica” l'arte
da sempre in tutte le culture, in tutti i linguaggi specifici (letteratura,
pittura, scultura, musica, danza, mimo, canto, cinema, teatro, video,
fumetto, ecc., ecc.).
Il conferimento di senso (oggettivazione di una “cosa”
in oggetto) non avviene certamente ogni volta ex-novo. Ogni soggetto
uomo è una entità biologica e psichica che già alla nascita è “gettata”
(Heidegger) in un mondo di simboli e significati (Linguaggio), cioè di
“cose” già oggettivate in oggetti dai predecessori, in una dimensione
antropologica e non metafisica. Egli è un organismo che già pre-comprende
il mondo alla nascita grazie al sapere sociale da esso mnesticamente registrato.
“Questo organismo è infatti capace di registrare e memorizzare, e quindi
di perpetuare nel tempo, e di rievocare, se utili, quelle esperienze originali
e quei modelli culturali che permettono l’opera di conferimento di senso.
Non si tratta dell’ipostasi metafisica di un ente formale, logico o grammaticale,
chiamato io o soggetto, ma di una realtà scientificamente attestata da
ricerche sperimentali condotte secondo le regole e le procedure dovute,
i cui risultati noi possiamo far valere in questo contesto di problemi,
che per la loro complessità sono irriducibili alla sola forma logica del
pensare, in quanto si tratta di problemi antropologici, nei quali viene
investito l’uomo con tutto se stesso, corpo compreso.” 62
Ciò che ogni uomo ricorda (eredita) è la facoltà
di operare nell’ambito della artisticità, facoltà innata, come è innata
la Grammatica Universale (Chomsky, cap 5). Come il bambino, data la innata
Grammatica Universale, impara a parlare le differenti lingue, così l’interlocutore
dell’arte impara a riconoscere la riuscita/qualità artistica delle
differenti opere.
Ma anche se tutti gli uomini si trovano nella situazione
esistenziale di bisogno di forma, solo coloro che ne sono coscienti
si impegnano in questo imparare a riconoscere la qualità di artisticità
(cap. 5). Sono coloro che, nel loro innato bisogno di forma, hanno
percepito nell’oggetto loro proposto la cura della forma con cui
è stato formato. E quindi preso atto della sua funzione genetica prima,
che è quella di esibire questa forma (cap. 3). Hanno quindi imparato
a riconoscerne la riuscita o meno, hanno acquisito cioè la competenza,
non quella dei soli critici, ma quella di tutti coloro che la vogliono
ottenere, e che si ottiene con la frequentazione assidua delle opere.
Coloro che hanno questa competenza, veri interlocutori dell’arte, sono
quasi sempre d’accordo nei loro riconoscimenti, nonostante i differenti
gusti e condizionamenti psichici e culturali (cap. 5).
Ha bisogno di forma, cioè bisogno di “eternizzare”
gli oggetti psichici e fisici (per far fronte all’angoscia del divenire
e della morte; v. cap. 12. “psicogenesi dell’arte”) chi è più avanti di
altri nel processo di individuazione: chi ha più forte il senso individuale
della propria vita, e quindi della propria morte. Questa è la condizione
esemplare dell’homo sapiens sapiens compiuto, di cui si è detto
nel cap. 5. Fra i primitivi, più il processo di individuazione va avanti,
più si producono oggetti con la cura della forma.
Per la psicologia della forma (Gestalt) “...i
processi mentali della conoscenza, e in particolare della esperienza percettiva,
si organizzano in configurazioni unitarie la cui totalità, come già sostenevano
Platone e Aristotele, è qualitativamente differente dalla somma dei singoli
elementi che la compongono e irriducibile a essi”. 63
Con ciò si ribadisce la intenzionalità della coscienza
(una precisa situazione esistenziale) rispetto alla “cosa” che
viene oggettivata in oggetto. E’ intenzione (tendenza) della coscienza
il raggruppare gli elementi che si presentano alla percezione secondo
forme mentali (figure) compiute, “configurazioni unitarie” che nel loro
raggrupparsi e strutturarsi (cioè oggettivarsi in forme precise) sono
qualitativamente differenti dalla somma delle singole forme/”cose” percepite
che le costituiscono. Vengono dalla coscienza intuite come parti di una
forma (figura) compiuta. In altre parole ancora, è la coscienza
che tende a formare una forma (figura) compiuta, perché in questa
compiutezza prova piacere (per esempio, guardando il cielo stellato, si
tende istintivamente a organizzare le forme non strutturate delle stelle
in figure/strutture/costellazioni). Ciò è possibile perché la strutturazione
di certi elementi in una figura non esclude la strutturazione di quegli
elementi in altre figure: si tratta del processo creativo (creatività)
in generale, e del processo di formazione in particolare dell’opera
artigianale e dell’opera artistica fino alla loro riuscita (compiutezza,
cap. 12).
Essendo la pulsione alla compiutezza una “seconda
natura” dell’uomo (universale), si può dire che egli sente l’opera
stessa pretendere di essere compiuta, riuscita, per cui, come Autore,
egli è lo strumento della riuscita dell’opera (protagonista della operazione
“arte” è sempre la riuscita artistica dell’opera, cap. 2).
La qualità di artisticità è dunque una costante,
in quanto oggettivata nello stesso primissimo significato da ogni
homo sapiens sapiens. E’ il risultato riuscito di una operazione
costante, sempre uguale nei secoli e in tutte le culture. Nella
differenza delle opere, c’è un denominatore comune, che è la qualità
di artisticità di una narrazione, narrazione in cui
sempre è consistita l’opera d’arte (cap. 4.). Per esempio: si dice che
per gli scultori greci e per i pittori del Rinascimento l’arte era rappresentare
la bellezza ideale (oggettiva), mentre per i contemporanei l‘arte è un’altra
cosa, è inventare e narrare se stessi in universi soggettivi. La verità
è che anche per i greci e i rinascimentali fare arte era inventare e narrare
universi, narrare mondi soggettivi: infatti non facevano che inventare
e narrare il loro Mythos, cioè se stessi, nella la loro possessione per
la “bellezza”, intesa (da loro) come armonia, proporzione, equilibrio
ecc.. Non rappresentavano una “bellezza” oggettiva, ma narravano una loro
idea di bellezza.
Mimesis non è copiare, ma narrare (cap.4).
L’operazione arte è narrazione di qualcosa
(è sempre e non può non essere narrazione di qualcosa (cap. 4),
quello che cambia è solo questo qualcosa (il Mythos). Greci e rinascimentali
narravano se stessi come “bellezza”, come volevano essere (l’ideale),
i contemporanei narrano se stessi, così come sono (che in fondo non è
altro che ciò che i contemporanei vogliono essere, il loro ideale, quello
di un uomo che non crede di fatto nella metafisica e vuole essere libero
di cambiare, di “fare i cavoli suoi”, senza dover attenersi a un ideale
precostituito, metafisico o religioso ecc.). Insomma, tutti hanno sempre
solo narrato ciò che per loro è il “meraviglioso”.
Ma hanno sempre voluto narrare qualcosa che sta al
di là dell’artistico. Non esiste un’autonomia dell’arte, né “l’arte per
l’arte”.
Nella coniugazione di Mythos e Poiesis (narrazione
e formazione) in cui consiste l’operazione arte, l’operazione è
sempre la stessa, il suo fine sempre la riuscita dell’opera (la qualità
di artisticità dell’oggetto), che è una costante. Ciò che muta
è il Mythos narrato: esso muta sempre in ogni cultura e tempo e in ogni
singolo artista. Nel mondo contemporaneo questa mutazione è esasperatamente
voluta (il “nuovo”), negli antichi era quasi temuta, dovendo
essi rimanere fedeli alla tradizione. Ma se l’operazione arte è sempre
la stessa, il Mythos è sempre differente: se così non fosse, gli scultori
e pittori antichi sarebbero stati tutti identici. Invece tutti narravano,
inventavano il proprio personale e originale mondo (Mythos), nonostante
l’ideologia della immutabile tradizione (il mondo inventato da Raffaello
non è il mondo inventato da Perugino).
11. Tecnica e mutazione
antropologica.
Parlare di arte e del riconoscimento della
qualità di artisticità, nei tempi in cui il mondo occidentale affronta
uno dei momenti più cupi della crisi della Modernità, si rivela necessario,
se solo ci ricordiamo che l’arte non è quell’optional decorativo
in cui è stata ridotta dalla società dei consumi, ma è da 40.000 anni
un bisogno fondamentale, cioè costitutivo, dell’homo sapiens sapiens
(quali l’immaginare, il rappresentare, il narrare, il ragionare, il far
di conto, il sacralizzare, il giudicare, l’estetizzare, il fare artigianato,
ecc.). Si intende per costitutivo qualcosa che l’uomo, come specie,
sa, è capace di fare, e pertanto gli è necessario fare, non
può non fare (“seconda natura”). E che l’individuo può imparare
a fare (l’umana specie sa parlare, l’individuo impara
a parlare. Ma non sa, né può imparare, a volare).
Costitutivo vuol dire che è elemento necessario e
insostituibile di un organismo, che cioè se l’uomo non facesse più arte,
non sarebbe più quell’uomo (quell’organismo) che noi sappiamo di essere.
Ecco allora che sotto questo aspetto parlare di arte e artisticità diventa
subito pertinente e attuale, in quanto le disavventure dell’arte rispecchiano
le disavventure dell’uomo, nella sua dimensione antropologica. E’ in questa
dimensione infatti che ormai si deve leggere condizione dell’uomo occidentale,
e anche non occidentale, in questo inizio di secolo.
Non si può infatti non essere consapevoli che
proprio la situazione esistenziale di bisogno di forma,
e anzitutto di forma artistica, potrebbe, dopo decine di migliaia
di anni, mutare. C'è infatti da chiedersi se la "situazione"
stessa di homo sapiens sapiens non abbia iniziato, a ridosso del
secolo scorso (900), a trasformarsi in una "situazione" nuova,
se l'umanità non sia costretta ormai dal dominio della Tecnica a una mutazione.
Si sa che un sistema (homo sapiens sapiens)
può trasformarsi al suo interno solo fino al punto di rottura, oltre il
quale passa a essere un altro sistema (homo sapiens sapiens 2°).
In questa mutazione il "sistema arte” scomparirebbe, o si trasformerebbe
anch’esso in un altro sistema, in qualcosa d'altro utile ai nuovi bisogni
del nuovo ominide.
C'è in giro infatti il sospetto che i tormenti dell'arte
e della filosofia negli ultimi 150 anni non siano che l'annuncio di questa
mutazione, cha va ben al di là di una pur straordinaria evoluzione storico
sociale (che, per se stessa, non potrebbe comunque intaccare il bisogno
antropologico di arte). Per questo il problema dell'arte, tanto ignorato,
dovrebbe essere oggetto delle riflessioni anche degli scienziati e dei
sociologi e degli storici e dei politologi. C’è infatti da chiedersi se
al di là delle incomunicabilità generazionali, dei cambiamenti delle strutture
economiche e produttive, della morte della famiglia e della religione,
dei mutamenti nei modelli di conoscenza da una “visione alfabetica” a
una “visione non alfabetica”, del ritorno della Grande Madre ancestrale
(non più l’uomo “forte” che protegge la donna “bella” ma la donna “madre”
che mangia l’efebo uomo “bello”), della crisi della stessa democrazia,
ecc., il grande cambiamento non investa alcuni degli stessi bisogni fondamentali
(referenti antropologici), fra cui i bisogni di forma e di artisticità.64
Il bisogno di artisticità ha circa 40.000 anni, e si è concretizzato
in opere in tutti i luoghi della terra dove e quando questo homo sapiens
sapiens è arrivato, e solo in quelli. Il venir meno di questo bisogno
indicherebbe dunque una sua (di quest’uomo) mutazione antropologica.
In una visione meno “apocalittica”, alcuni dicono
che il Postmoderno sia solo una provvisoria "stanchezza" della
Modernità. Una "stanchezza" per cui l'uomo abbandonerebbe solo
per un certo tempo l'arte, come si abbandona l'avventuroso treno in cui
sia finito il carbone, e liberando i cavalli impazzerebbe sulle praterie
senza confini. Potrebbe ogni tanto tornare al museo immobile su migliaia
di anni di rotaie, ma per turismo e consumo, senza averne antropico bisogno.
Quest'uomo avrebbe dimenticato solo provvisoriamente
l'"artisticità", che è un sistema abbastanza chiuso (ma in cui
d'altra parte si accede alla massima libertà umana fin'ora possibile,
appunto perché costretto su binari di regole: un sistema considerato difficile,
specializzato, elitario) e sua prateria sarebbe invece l'"esteticità",
un sistema vastissimo, facile, "democratico", adatto cioè ai
"tutti" della cultura globale e del nomadismo erratico della
civiltà digitale.
Sarebbe il destino di un passeggero ormai esausto
di sé, costretto a svestire l'eroica maschera del "genio sfida agli
dei" per un “ritorno a casa, dalla mamma", a ritroso in una
comunità materna e sicura, fatta ancora di riti. E in una probabile (e
non nuova nella storia degli ominidi) regressione, sarebbe ancora una
volta solo produttore rituale di oggetti rituali (oggetti rituali essendo
infatti le odierne innumerevoli narrazioni estetizzate retoriche)
propri di un tempo in cui la riuscita dell'opera (oggetto artistico) “non
era ancora stata inventata” (cap. 12), e in cui valeva ancora solo la
protettiva materna comunicazione rituale reciproca della esteticità (oggetto
estetico testimoniale).
Se l’estetizzazione forzata della vita, affievolendo
l’esperienza psichica della sofferenza e della morte, rende indifferenti
all’arte (che della sofferenza e della morte è la più “stupenda”, proprio
nel senso che stupisce, controparte), si tratta allora di cercare di capire
cosa sta succedendo.
E’ a tutti noto che è in atto un processo di colonizzazione
totale (la globalizzazione) da parte della nostra cultura occidentale,
ma è meno noto che, paradossalmente, ciò avviene quando questa cultura
occidentale attraversa una crisi profondissima e probabilmente definitiva
(di cui gli ultimi 150 anni di storia dell’arte sono una mirabile rappresentazione).
Infatti, non è tanto all’insegna dei valori di progresso esistenziale
propri dell’Umanesimo che si sta imponendo l’egemonia globale, quanto
all’insegna dei valori mercantili di profitto propri del Capitalismo.
Ora, il Capitalismo non è l’Umanesimo. Il Capitalismo non è che l’aspetto
economico della Tecnica, di quella entità che, figlia del razionalismo
umanista, oggi da strumento si sta trasformando in fine. Si ta trasformando
cioè da strumento dell’uomo (e in modo privilegiato dell’uomo umanista)
in condizionamento e trasformazione dell’uomo in suo strumento: ciò che
vuol dire, in definitiva, la fine dell’uomo umanista stesso.
La tecnica è da sempre l‘ovvio strumento dell’uomo
per produrre cose secondo i suoi bisogni. Ma se il mondo si fa così complicato,
per le invenzioni tecniche, che per produrre qualsiasi cosa occorre una
speciale tecnica, ecco che il sapere tecnico diventa esso stesso il primo
bisogno. Solo la tecnica può produrre le tecniche che a loro volta servono
a produrre le cose di cui si ha bisogno. Se c’è dunque sempre bisogno
di una ulteriore tecnica, per produrre qualsiasi cosa, la tecnica diventa
il primo bisogno. Allora la Tecnica (con la T maiuscola) non può smettere
di riprodurre altra Tecnica, cioè se stessa. Così sviluppando e riproducendo
se stessa, essa sfugge al controllo dell’uomo. Infatti, per riprodurre
e sviluppare se stessa, finisce per imporre, come un demiurgo, nuovi bisogni
all’uomo, modificandolo a sua immagine e somiglianza. Cioè: la Tecnica
da strumento è diventato fine.
In altre parole, l’uomo sta perdendo il potere ideologico
o etico di controllo per impedire alla Tecnica di fare tutto quello che
tecnicamente può fare, anche contro l’uomo.
Nei secoli della produzione artigianale il fine, il
protagonista della operazione, era la qualità dell’oggetto prodotto, e
il denaro era un mezzo per questo fine. Ma quando la grande quantità degli
oggetti prodotti, grazie al progresso della tecnica, ha reso più appetibile
il denaro ricavato che non la qualità degli oggetti, il denaro da mezzo
è diventato il fine, il protagonista della operazione. Se prima l’uomo
produceva un “buon” coltello, la riuscita del coltello era la protagonista
dell’operazione. Quando la tecnica ha permesso di fare facilmente moltissimi
coltelli, il denaro ricavato dalla vendita di questi coltelli è diventato
più interessante della qualità dei coltelli. I coltelli si sono trasformati
da fine in mezzi per fare denaro, e il denaro è diventato il fine, il
protagonista della operazione. La produzione è diventata anzitutto produzione
di denaro, suo potenziamento come “capitale”.
Il denaro è da sempre un mezzo, uno strumento per
comperare qualcosa per soddisfare un bisogno. Ma in un contesto mercantile,
dove tutto si può e si deve comperare con il denaro, il bisogno primario
diventa il denaro stesso. In questo contesto, che si chiama il Mercato,
è necessario anzitutto avere il denaro, come capitale per produrre altro
capitale. Così il denaro, da strumento per l’acquisto di un oggetto (protagonista
dell’operazione: l’acquisto), diventa il fine (protagonista dell’operazione:
il denaro). In questo senso il Capitalismo non è altro ormai che l’aspetto
economico della Tecnica, cioè Tecnocrazia. Come Tecnocrazia esso potenzia
se stesso, non può che potenziare se stesso. nonostante l’uomo, e anche
contro l’uomo.65
Non altrimenti l’Autore, da strumento della riuscita
dell’opera, è diventato fine, protagonista dell’operazione per la propria
riuscita nel procedimento avanguardista (cap. 2).
Fino a quando il nostro sistema psicosomatico potrà
reggere le trasformazioni sempre più rapide e radicali indotte dalla Tecnica
per potenziare se stessa, il perdurare e anzi l’accelerare del “produrre
e distruggere” tecnico, questo divenire sempre più incalzante della Tecnica,
non si sa. Ma si sa che il divenire, il nascere e il morire, insomma la
coscienza del tempo che passa, è il trauma esistenziale più proprio dell’uomo,
quello che veramente lo costituisce come sapiens sapiens. Infatti
la cultura non è che un sistema di operazioni inventate per vincere il
divenire, il tempo e la morte, e l’arte non è altro che un artificio per
fermare nella psiche il tempo (cap. 12). Ma si tratta del tempo con cui
l’uomo è vissuto per millenni, non del “nuovo tempo” accelerato della
Tecnica. Vivere questo “nuovo tempo” può apparire affascinante, per le
seduzioni di benessere che promette, ma è anche molto rischioso. Esso
infatti corrode ciò che l’uomo ha di più prezioso: l’identità.
Lo sviluppo senza meta, cui ormai è ridotto il progetto
umanistico di progresso, provoca lo sradicamento della coscienza dalle
istanze più profonde della psiche, la perdita del senso dell’origine,
la perdita del mondo inconscio immaginifico della memoria ancestrale,
la distruzione del pensiero simbolico. In definitiva la perdita della
parte più profonda, ultima della identità. Si tratta, in fondo, e semplicemente,
della perdita di quella fiducia in se stesso e nelle capacità di autentico
progresso, su cui l’uomo umanista occidentale aveva fondato le sue architetture
mentali illuminate. Ed è in questa paura della perdita di identità che
avviene il degrado del pensiero simbolico nelle varie forme dell’irrazionalismo,
della violenza, del fanatismo, del terrorismo.
E’ a questo punto che incontriamo l’arte, che di questo
pensiero simbolico è in massima parte il prodotto.
Infatti, se l’arte è il luogo privilegiato
di incontro e sintesi di pensiero simbolico e pensiero razionale, lo stesso
non avviene in altri ambiti. Nei secoli che qui ci interessano, quell’equilibrio
si è sbilanciato prima per gli eccessi del pensiero simbolico istituzionalizzato
nel potere intollerante delle religioni monoteistiche patriarcali della
“verità scritta”, ebraica, cristiana e mussulmana. Poi, nella risposta
della razionalità greca e occidentale: risposta che è diventata a sua
volta un eccesso totalitario. La proposizione cogito ergo sum (penso
dunque sono) di Cartesio (1637), al di là della soggettivizzazione
della filosofia, cioè del fatto che l’Essere è la rappresentazione di
un Io che pensa (l’Io come fondamento della rappresentazione della verità),
esprime in fondo questa convinzione: che uno è veramente se stesso solo
quando pensa, cioè ragiona, e non quando è “fuori di sè” dalla gioia,
o emozionato, o adirato, o innamorato, o eccitato, o in estasi o in ammirazione
di un’opera d’arte (cioè nel pensiero simbolico).
E’ all’interno di questo razionalismo occidentale
che alcuni scienziati e filosofi possono affermare che il pensiero simbolico
è oggi solo un pensiero arcaico, non evoluto, e superato rispetto al pensiero
razionale, e che l’identificazione totale con l’efficienza della Tecnica
è il destino dell’uomo occidentale, e quindi ormai dell’umanità. “Si
sta andando dunque verso un tempo dove il contenuto primario che
viene trasmesso dalle tecniche della comunicazione......è sempre meno
lo specifico ed escludente messaggio ideologico che si intendeva trasmettere,
e sempre più l’annuncio della capacità della tecnica di trasmettere qualsiasi
messaggio”.
Questa proposizione di E. Severino66
può essere qui tradotta: “Si sta andando verso un tempo dove ciò che viene
trasmesso dalla tecnica della operazione arte è sempre meno la qualità
di artisticità delle opere che si intendeva trasmettere, e sempre più
la testimonianza della capacità della Tecnica di ognuno, cioè l’esteticità
di ognuno, di trasmettere qualsiasi esteticità” .
Si può dire dunque che è la Tecnica che sta dissolvendo
la qualità di artisticità in esteticità diffusa.
O si può anche dire che la qualità di artisticità,
invenzione antichissima dei pochi contro l’angoscia del divenire
(cap.12), del tempo che passa e della morte (come anche l’invenzione della
trascendenza/divinità, del sapere, dell’etica, della tecnica strumentale,
ecc.) è stata proposta ai molti nella produzione di opere d’arte,
ma ora i molti si sottraggono alla potenza della artisticità, non
avendone più bisogno, in quanto si difendono da quell’angoscia (e appagano
se stessi) con la propria potenza, che è l’esteticità intersoggettiva,
espressione sempre più della Tecnica del pensiero razionale e sempre meno
della invenzione del pensiero simbolico.67
E qui bisognerebbe aprire il discorso (ma lo spazio
non lo permette) sull’”intellettuale collettivo” (P. Lévy) e sull’“intelligenza
connettiva” (D. de Kerckhove), dove si prevede una intelligenza moltiplicata
nell’interattività del ciberspazio, nel primato della razionalità. “...il
soggetto è ciò che sa” 67.
“Il pensiero non è un linguaggio silenzioso dentro la testa, ma una forma
di linguaggio cognitivo, di connessione di persone.”68
Ma ci sono nell’uomo due momenti, quello individuale
privato della riflessione e della creazione, e quello collettivo pubblico
della comunicazione. I due momenti sono costitutivi dell’uomo, per cui
privilegiare quello “connettivo” (come “una delle forme dell’organizzazione
all’interno della intelligenza collettiva”) può voler dire perdere la
dimensione profonda delle riflessione e creazione, per ridurre tutto a
superficiale comunicazione, senza magari niente da comunicare, se non
appunto “la capacità della tecnica di trasmettere qualsiasi messaggio”.
Invece di trasmettere a tutti una artisticità inventata nel momento singolare
privato, si comunica fra tutti in una superficiale esteticità.
Il pensiero simbolico è il luogo del dinamico
scaturire di immagini, che è la matrice originaria del pensiero razionale.
Ed è qui, dove il Linguaggio, che è al di là della ragione, ci parla,
che fioriscono le intuizioni di ogni creatività, intuizioni che sono tali
perché impreviste e imprevedibili.
Ora, è proprio questa imprevedibilità, considerata
angosciante, che la razionalità tende ad annullare nella prevedibilità
assoluta del calcolo di causa ed effetto della Tecnica, considerata rassicurante
nella dimensione temporale della vita di ognuno. Ma non è vero che l’imprevedibilità
sia angosciante. Lo è solo nella dimensione claustrofobica di una ragione
totalizzante che non riesce a scoperchiare se stessa. L’imprevedibile
è invece il fondamento di ogni avventura del pensiero (simbolico
e razionale), avventura che è la prerogativa del pensiero dell’homo
sapiens sapiens al di là della piatta parziale logica razionale che
viene imitata dalle macchine elettroniche. Nel lungo periodo anche le
invenzioni dell’Apparato scientifico-tecnologico sono imprevedibili e
casuali. E non c’è nulla di più imprevedibile e meno angosciante della
avventura della riuscita artistica di un’opera.
L’homo sapiens sapiens, come stadio di una
evoluzione degli ominidi, si caratterizza per questa coesistenza in fragile
equilibrio di pensiero simbolico (che organizza il processo inconscio)
e pensiero razionale (che organizza il processo conscio). Questa sintesi
è di tale livello da permettergli di legittimare la sua presenza sulla
terra e la differenza dagli altri animali nella invenzione di un “Dio
creatore”. Un Dio che esiste “per creare lui”. Ma se l’evoluzione continuerà
secondo l’imperio della Tecnica, più forte dell’uomo, nonostante l’uomo
e contro il suo voler perdurare in questo suo “stadio legittimato da Dio”,
quest’uomo affronterà suo malgrado una mutazione antropologica e scomparirà.
E’ evidente che, in una simile contingenza, il pensiero
simbolico merita una speciale attenzione. Non tanto quello statico del
sacro e delle religioni, quanto quello dinamico e laico della immaginazione
e della creatività, che del pensiero razionale è fratello e non nemico.
Quel pensiero simbolico dove si celano le verità più vere, nel senso che
veramente svelano a noi stessi quello che siamo. Che ci fanno sentire
il sentimento del tempo in cui viviamo, in modo da dargli un senso.
“E sotto la convergenza delle discipline antropologiche
il mito e l’immaginario, ben lontani dall’apparirci come un momento superato
nell’evoluzione della specie, si sono manifestati come elementi costitutivi
e- pensiamo di averlo mostrato: instaurativi- del comportamento specifico
dell’homo sapiens.”70
E una specialissima attenzione meriterebbe allora
l’arte, proprio quest’arte che invece, nel suo senso di risposta a un
bisogno fondamentale costitutivo dell’uomo, si sta da decenni dissolvendo
sotto l’incalzare della Tecnica, che fa regredire l’artisticità a esteticità.
E la domanda che ci si pone è proprio questa: in che misura possa sopravvivere
quel bisogno di artisticità, che è uno dei bisogni fondamentali antropologici,
in questa fase della nostra cultura in cui la crisi dell’Umanesimo provoca
un forte indebolimento del pensiero simbolico e la prevaricazione su di
esso del relativismo e della Tecnica del pensiero razionale.71
Dunque l’umanità sembra essere giunta a un bivio.
Può abbandonarsi al percorso obbligato del razionalismo occidentale fino
alle estreme conseguenze di una mutazione antropologica, oppure istanze
più profonde possono indurla a opporre resistenza a questa deriva per
salvaguardare la sua identità di homo sapiens sapiens. 72
Da un lato la Tecnica, trasformandosi
da strumento dell’uomo in dominio sull’uomo, come esito ineluttabile della
prevaricazione del pensiero razionale occidentale sul pensiero simbolico,
tende a mutarlo antropologicamente. Dall’altro la resistenza del pensiero
simbolico alla Tecnica si esprime oggi nelle istanze identitarie dell’antiglobalizzazione
o nei fondamentalismi religiosi, manifestandosi come lotta al Capitalismo
(Tecnocrazia) e alla estetizzazione standardizzata, che del dominio della
Tecnica sono espressioni.
E ovvio che nell’avverarsi del primo caso il bisogno
di artisticità (e quindi l’operazione arte) sarebbe destinato a estinguersi,
in quanto residuo di un pensiero simbolico arretrato rispetto al pensiero
razionale.73 L’attuale
dissolversi nell’Occidente contemporaneo della artisticità nella esteticità
come espressione della Tecnica, non sarebbe che il sintomo di questa mutazione
antropologica in atto.
Se invece il pensiero simbolico dovesse opporre resistenza,
l’operazione arte acquisterebbe nuovo valore, come Antitecnica per antonomasia,
per ristabilire l’equilibrio nella psiche fra pensiero simbolico e pensiero
razionale. 74 Infatti,
se il sacro è l’espressione più immediata e comune del pensiero simbolico,
l’artisticità, come straordinario artificio intellettuale, inventato dall’uomo
nella sua “agonia” (lotta) contro il tempo, la morte e il nulla, rappresenta
il punto di incontro più alto, di sintesi più riuscita fra pensiero simbolico
laico e pensiero razionale.
E’ in questo equilibrio che l’arte, nei confronti
di una Tecnica che tende ad accelerare il tempo e il cambiamento mettendo
a repentaglio d’identità, diventa Antitecnica, in quanto tende a fermare
il tempo nella forma e a salvaguardare l’identità. Ed eccoci allora
finalmente al concetto di tempo fermo, che è la sostanza dell’opera
d’arte.
12. Psicogenesi
dell’arte. Il tempo fermo.
“Cos’è dunque il tempo? Se nessuno me lo chiede,
lo so; se a chi me lo chiede voglio spiegarlo, non lo so”. Sant’Agostino,
Confessioni.
Tutto ciò che s’è detto fin’ora presuppone la qualità
di artisticità in alcune opere prodotte dall’uomo, definite perciò
opere d’arte. Si sa che questa qualità c’è, ma non è possibile
spiegarla: “se nessuno me lo chiede, lo so; se a chi me lo chiede voglio
spiegarlo, non lo so”. E se si potesse spiegare, non esisterebbe (cap.
7).
Ma se l’uomo l’ha inventata, producendo oggetti in
cui la riconosce, non può non esserci un motivo, un bisogno.
La contraddizione costitutiva dell’uomo, l’”assurda”
condizione umana, è la consapevolezza del tempo che passa e della inevitabilità
della morte. L’uomo è l’unico essere che sa di dover morire. Egli vive
non nella natura, ma nella cultura, le cui infinite operazioni altro non
sono che artifici per combattere l’angoscia di quella consapevolezza,
definita “angoscia del divenire”.
Si è detto (cap. 3) di come l’uomo può produrre oggetti
con una speciale cura della forma, per cui la funzione genetica
prima di questi oggetti è quella di esibire questa forma all’uomo,
che di questa forma ha bisogno. E l’uomo ne ha bisogno appunto,
anzitutto, per combattere l’angoscia del divenire.
La cura della forma di un oggetto è l’artificio
principe che l’umanità usa contro l’angoscia del divenire.
Quando qualcuno produce un oggetto con una speciale
cura della forma, non lo fa solo perché quella forma “ben fatta” è
funzionale al buon funzionamento dell’oggetto, ma anche perché, per se
stessa, la forma “ben fatta” ha una corrispondenza nella psiche come antidoto
all’angoscia del divenire, dell’inesorabile scorrere del tempo.
Partendo dalla potenza della forma nei dispositivi
di scatto degli animali (cap. 3 e 5), l’uomo ha trasferito questa intensità
emotiva della forma nella dimensione del tempo, come spazio anti-tempo.
Riprendiamo la proposizione: ”l’oggetto non è la forma
dell’oggetto” dal cap. 4. Si intende per oggetto il suo significato. Per
cui la proposizione è: il significato dell’oggetto non è la forma
dell’oggetto. In una sedia, il suo significato “sedia = oggetto per sedersi”
non coincide con la sua forma. Il significato “sedia” può avere
differenti forme (ci sono sedie con infinite forme). Così come
una forma concreta di sedia può avere differenti significati: essere
per qualcuno una sedia, per altri, che non vi riconoscono il significato
di oggetto per sedersi, essere un altare per pregare.
Una narrazione qualsiasi, ogni narrazione,
narra, significa qualcosa: ha un significato. E’ il significato.
E ha una forma. E anche qui il significato è separato dalla forma:
una narrazione (il significato) può avere differenti forme.
Ma si consideri l’oggetto opera d’arte, che, a qualsiasi
linguaggio specifico appartenga, letteratura, musica, pittura, scultura,
danza, cinema, teatro, fumetto, video, ecc., è una narrazione.
Ora, questa narrazione opera d’arte ha invece una unica forma,
è la sua forma. Nell’opera d’arte il significato (la narrazione)
coincide con la forma.
Si è dunque operata una rivoluzione in un processo,
per cui l’oggetto (il significato, la narrazione) coincide ora
con la forma.
Si tratta di spiegare questo processo (che è poi il
processo di formazione dell’opera d’arte).
Nella psiche, il significato è sentito come qualcosa
che appartiene alla vita, al tempo che scorre e va, al “divenire”. La
forma invece, il modo come il significato è formato, è sentito
nella psiche come spazio che sta, qualcosa che è fuori dalla vita, dal
tempo che va, dal “divenire”: qualcosa che è fermo così come è.
Il significato è tempo che va, la sua forma è spazio
che sta.
Dunque il significato è tempo che va, non si
ferma, è continuo inesorabile mutamento, divenire. La forma è invece
spazio che sta, ed è fermo perché è dappertutto, pervasivo, infinito;
e se è dappertutto e infinito è immobile; e se è immobile è immodificabile,
e quindi perfezione, e quindi “eternità”.
Il tempo va. La forma sta.
Ciò corrisponde alla coscienza che l’uomo ha di sé:
egli è vita, significato, mutamento, divenire, tempo che va e non si ferma,
ma aspira a essere immutabile, spazio immoto, forma perfetta, “eternità”.
Sottratto al divenire del tempo (e alla morte).
Il tempo irrimediabilmente muove, modifica, sconvolge
lo spazio: lo muta, lo rende imperfetto, instabile, modificabile, non
“eterno”. Vivere è introdurre il tempo nella forma, destabilizzare
lo spazio/forma, distruggerne l’“eternità”.
Ma si può anche, all’opposto, introdurre la forma
nel tempo. Affinché lo immobilizzi, lo fermi, lo “eternizzi”.
L’uomo lo fa da sempre, e appunto in questo è sapiens
sapiens. Perché la “buona forma” (v. Gestalt), la forma riuscita (che
“trova pace nel suo compimento”, B. Bachtin) dura di più nella memoria,
ferma il tempo.
Allora curare, assecondare, esaltare in un oggetto
la forma, avere insomma in esso la cura della forma (cap.
3), vuol dire cercare di “eternizzare” l’oggetto, di fermare il suo significato/tempo
in una forma “ben fatta”. La cura della forma è parte di
un più generale processo di estetizzazione (eccitazione, intensificazione,
rappresentazione) della vita, del comportamento, degli oggetti, praticato
a difesa dall’angoscia del divenire. Un lungo processo che culmina nell’invenzione
dell’operazione arte.
Si tratta di un processo durato millenni, sopratutto
inconscio, avendo origine nei dispositivi di scatto degli animali e poi
negli archetipi formali della psiche (cap. 3), e quindi in gran parte
involontario e inconsapevole. Non è certamente successo che una mattina
uno sciamano si sia svegliato e abbia detto: “oggi mi invento l’opera
d’arte”. Ma altrettanto certamente si è sviluppata nel tempo in alcuni
la consapevolezza della importanza psichica, esistenziale della cura
della forma nella produzione di comportamenti e oggetti, tanto
da indurli a specializzarsi in questa operazione. Certamente, per ciò
che ci mostrano le “forme ben fatte” di tantissimi antichissimi oggetti,
questi autori avevano la chiara consapevolezza che, accanto alla loro
funzione sociale (di comunicazione, di segnali, di rappresentazioni magiche,
di forme rituali, di strumenti, ecc.) i loro prodotti acquisivano la primissima
funzione di esibire la propria forma (cap. 3).
A posteriori si possono indicare alcune tappe di questo
processo di cura della forma, che qui chiamiamo “artifici”.
A. Il primo artificio è l’estetizzazione della vita
stessa. Estetizzare la vita vuol dire eccitarla, viverla “in eccesso”,
fuori misura, fuori dalla routine quotidiana, in una forma mitica.75
La vita diventa comunicazione di se stessa “in eccesso”. Vivere da
personaggio, partecipare a un evento, a una avventura, a una festa, a
un rito, assistere a una partita di calcio o a una corrida. Questo vivere
in eccesso viene istituzionalizzato in riti, cerimonie, messe, celebrazioni,
carnevali, ecc.. La festa è la più comune estetizzazione della vita.
Quando le avanguardie storiche hanno progettato di
ridurre l’operazione arte, cioè la produzione di oggetti artistici, a
una estetizzazione diffusa del sociale, hanno solo inventato nuovi modi
di una antichissima estetizzazione.
B. Ma la vita estetizzata viene pur sempre inesorabilmente
consumata dal tempo, è fragile ed effimera. Allora un secondo artificio
contro l’angoscia del divenire è il racconto, la narrazione di
questa vita estetizzata. Narrare agli altri (e ai posteri) la “memorabile”
(perché estetizzata) partita di calcio o battaglia o avventura, di cui
si ha nostalgia, vuol dire farla durare nel tempo, cercare di non lasciarla
morire.
Se è vero, come sembra dimostrato, che la fortuna,
l’imporsi ovunque dell’homo sapiens sapiens su tutti i suoi cugini,
e sullo stesso Uomo di Neanderthal europeo che di lui era culturalmente
più avanzato, si deve alle sue superiori capacità di comunicare, è evidente
che questa è la principale prerogativa che lo distingue dagli altri animali.
Ora, il tipo più originale e esclusivo della sua comunicazione è la narrazione.
C’è un salto di qualità immenso fra comunicare dando un segnale (dispositivi
di scatto) e comunicare narrando, e fra le rispettive funzioni che assolvono.
E fra le funzioni del narrare la più umana, in quanto costitutiva dell’homo
sapiens sapiens, è quella di opporsi, nella consapevolezza della morte,
al tempo che passa e all’oblio, e quindi alla perdita dell’altro da
sé che si dissolve nel tempo, come perdita di identità.
La narrazione è un “dire” per mezzo di oggetti
esposti agli altri. Si definiscono oggetti in quanto oggettivazioni della
narrazione. E sono le parole dette e cantate e scritte, e i suoni
e i disegni e le pitture e le sculture, e le danze e le rappresentazioni
e i gesti dei mimi ecc., ecc.; insomma l’insieme dei linguaggi specifici
della narrazione.
Sembra che il linguaggio si sia formato con suoni/parole
che esprimevano l’emozione dell’incontro dell’uomo con le cose del mondo.
Ma questi suoni/parole, una volta emessi, diventavano anch’essi “cose”
del mondo, suscitando quindi a loro volta altri emotivi suoni/parole.
Per cui dall’incontro di questi suoni/parole, emancipandosi dall’essere
solo espressione immediata emotiva (dell’incontro con le “cose” del mondo
= vita estetizzata), si sarebbe costituito il linguaggio, con suoni/parole
diventati sempre più parole/suoni, cioè trasformate da emotive in significative
(segni di qualcosa = narrazioni), strutturandosi quindi in Grammatica
universale (Chomsky) nella ragionevole vita normale.
C. Ma ecco che queste parole/suoni (significati/forme)
riacquistano di nuovo un valore come suoni/parole (forme/significati,
senza comunque perdere quello di parole/suoni) nella estetizzazione della
narrazione, che è il terzo artificio contro l’angoscia del divenire.
Il terzo artificio è la narrazione estetizzata
della vita estetizzata. Si introduce anzitutto nella narrazione
normale la cura della forma per “eternizzarla”. La “forma ben
fatta”, la “buona forma” o “bella forma”, che fa sentire in se stessa
l’“eternità” come spazio/forma, è così efficace nel conservare
la memoria da indurre alla sua istituzionalizzazione. La “buona forma”
viene allora prescritta nelle feste, nelle cerimonie, nel salmodiare rituale,
nei mandala e nelle danze terapeutiche, in tutte le manifestazioni della
vita estetizzata, per cui queste narrazioni estetizzate, costruite
secondo formule e regole retoriche precise, rendono “straordinari” e quindi
indimenticabili non solo i fatti e i personaggi raccontati, ma anche le
narrazioni stesse, che diventano nella memoria collettiva tradizione
e mitologia. Ne sono un esempio le recite di preghiere e i testi sacri,
le danze e le musiche in onore degli dei e degli eroi e degli atleti,
gli inni nazionali, fino alle moderne narrazioni pubblicitarie.
La cura della forma è solo uno dei modi della
estetizzazione degli oggetti, e quindi delle narrazioni. Anche
nell’ambito del significato agli oggetti possono essere conferite “risonanze”,
attributi che li estetizzano in oggetti estetici (si veda la nota
11).
Le narrazioni estetiche non sono ancora narrazioni
artistiche, cioè opere d’arte. Infatti nelle narrazioni, normali
e estetiche, il significato è ancora separato dalla forma, un significato
può avere differenti forme. Perché in queste narrazioni
il significato si impone ancora perentorio sulla forma (nel cap.
4: “L’oggetto non è la forma dell’oggetto”).
Queste narrazioni sono il più delle volte allegorie:
per esempio, una donna con la bilancia è (per convenzione) l’allegoria
della giustizia. Essa può essere rappresentata nelle più differenti tecniche
e stili e da differenti Autori, pertanto in differenti forme, ma
il suo significato non cambia. Ed ecco che appunto alla allegoria si contrappone
storicamente76 il simbolo
sintetico che è l’opera d’arte, in cui invece niente si può cambiare
della forma senza che il significato cambi. Perché qui il significato
coincide con la forma.
D. Ora il significato è la forma dell’oggetto.
Si tratta del quarto artificio: l’artisticizzazione della narrazione,
l’invenzione dell’opera d’arte, come simbolo sintetico (cap. 7).
Avviene qui una rivoluzione, un capovolgimento. Qui è la forma
che si impone perentoria sul significato, tanto da diventare essa stessa
il nuovo, fondamentale significato. Per cui significato e forma
coincidono. Nella narrazione/opera d’arte il significato è la sua
forma.
Si tratta della stupefacente invenzione di una operazione
nuova, qualcosa che ha certamente richiesto migliaia di anni per consolidarsi,
ma che ogni Autore, nel suo proprio modo, ripercorre ogni qualvolta produce
un’opera d’arte. NUOVA NOTA XXX L’immagine mentale (cap.
4) che sta alla base del processo di formazione dell’opera d’arte,
viene tras-formata in questo processo di formazione in una
forma definitiva e necessaria, l’unica possibile e “giusta” per
quella immagine mentale.
Ogni opera d’arte è il risultato di un processo
di formazione riuscito: ed è in questa riuscita che avviene la sintesi
(simbolo sintetico) di significato e forma.
Tutto ciò richiede la massima attenzione. Partiamo
da un esempio tratto dai linguaggi visivi, perché più semplice. Si prenda
una normale fotografia “documentaria” ma “ben fatta” di una casa, e un
quadro riuscito di Van Gogh con la stessa casa, dallo stesso punto di
vista. La prima è l’illustrazione di una casa, è un significato
(narrazione) “casa” con una forma “ben fatta”. In essa il
significato si impone sulla forma. Infatti la forma può
anche essere modificata senza che si modifichi il significato “casa”.
A meno che non si lavori sulla foto fino a snaturarne la consistenza di
documento (fino a distruggere la visibilità del significato “casa”), il
significato (documento) si impone comunque sulla forma. Si tratta
di una narrazione “ben fatta”, cioè estetizzata, di un oggetto
estetico.76
La casa dipinta nel quadro di Van Gogh invece non
è un significato “casa” ben dipinto, un significato “casa” con una forma
”ben fatta”. Ma è anzitutto una forma formata nello stile di
Van Gogh e in modo tale da essere per se stessa un nuovo, forte significato,
che si impone sul significato originale “casa”. E’ l’invenzione di un
mondo altro.
Succede che, mentre nella fotografia si impone la
casa reale, troppo vera nel mondo vero, cioè il significato originale,
e la forma può anche essere modificata senza che il significato
cambi, nel quadro si impone invece una forma, che è la invenzione
di una forma di casa nello stile di Van Gogh, cioè
nel mondo altro inventato da Van Gogh, che è così “forte” come invenzione
originale di un mondo da imporsi esso come il nuovo vero significato.
Il significato che ora si impone non è più la casa vera (che è stata il
modello per Van Gogh): questa casa vera viene “cancellata”, fatta dimenticare,
da questa nuova forma/casa inventata da Van Gogh.
Questa forma/casa inventata da Van Gogh è anzitutto
una forma, ed è una forma così assolutamente unica, da essere
essa stessa un nuovo significato, un nuovo mondo. E’ dunque una forma
che è un significato, nel suo essere forma.
Allora la differenza fra una narrazione normale
o anche estetica, e la narrazione artistica (opera d’arte) sta
in ciò, che nelle prime il significato si impone sulla forma, nell’altra
invece la forma si impone sul significato, in quanto è essa stessa
il fondamentale significato.
Per meglio capire riprendiamo il discorso partendo
dal processo di formazione.
Van Gogh vede una casa, decide di fare un quadro con
quella casa. Accingendosi a dipingere, si forma automaticamente nella
sua mente una immagine mentale (cap. 4), cioè una narrazione
mentale nel suo stile, della casa. Da questa immagine mentale
parte il processo di formazione dell’opera. Il processo di formazione
viene inventando la forma/casa di Van Gogh, di pennellata in pennellata.
Il processo continua finché l’Autore sente che esso è compiuto, e qui
si ferma.
L’immagine mentale è narrazione che
viene tras-formata in un’altra narrazione: in questa metamorfosi
si forma, quando riuscita, la qualità di artisticità.
Dunque Van Gogh inventa nel suo stile la forma
del suo mondo, una sua narrazione di casa che nella realtà non
esiste, che è quindi un nuovo significato. Un significato che è anzitutto
una forma.
Questa forma si è venuta formando, nel processo
di formazione, fino a essere quella giusta, unica, riuscita
per quel quadro: e perciò compiuta, immutabile, immodificabile.
Dunque la forma che Van Gogh viene inventando
nel processo di formazione non è una forma qualsiasi, o
anche “ben fatta” o “bella”. E’ invece una forma unica, imposta,
obbligata, costretta dal suo stile: quella unica forma riuscita
possibile imposta a Van Gogh dal suo stile per quella iniziale immagine
mentale.
Lo stile di Van Gogh si è realizzato al massimo delle
sue possibilità per quell’opera. Si è compiuto. Lo stile c’è anche nell’opera
non riuscita, ma incompiuto: nella riuscita dell’opera c’è lo stile nella
sua massima compiutezza.
Il processo di formazione si ferma in quella
forma compiuta, unica, giusta, definitiva, perfetta: “riuscita”.
Riuscita e pertanto non più modificabile, perché modificandola si distruggerebbe
la riuscita.77 Van Gogh,
e gli interlocutori dell’opera, la sentono immodificabile, intoccabile,
immutabile, perfetta. La sentono cioè come spazio/”eternità”.
L’immodificabilità della forma riuscita è ciò che
anzitutto si impone perentorio all’interlocutore: questa immutabilità
corrisponde nella psiche al senso dello spazio pervasivo, immobile, infinito:
spazio/“eternità”.
E’ in questa perfezione, in questa riuscita della
forma che si “eternizza” l’invenzione del mondo di Van Gogh, che
è nel suo stile nella massima compiutezza, e quindi è un nuovo intenso
significato. Ma, se è significato, è tempo.
Allora questo intenso significato, questo massimo
di significazione = di tempo, è anche massimo di forma = di “eternità”.
Questo è l’evento psichico che si compie nella esperienza dell’opera d’arte:
un tempo che si ferma in una forma immodificabile, quindi perfetta,
“eterna”, pur conservandosi come tempo.
Dunque: il processo di formazione si ferma
in un limite, oltre il quale non si deve andare, perché, come si dice
nel linguaggio comune, “va bene così, non si deve assolutamente più toccare”.
In questo limite il significato (narrazione), che è tempo, quindi
movimento, mutamento, divenire, si ferma in una forma ormai immodificabile,
perché riuscita: è il limite dove il significato (narrazione/tempo)
coincide con la forma, è esso stesso forma, pur conservandosi
come significato (narrazione/tempo). E’ anzi in questo suo fermarsi
“giusto”, in questa compiutezza (immutabilità, e quindi unicità), che
acquista il nuovo significato/forma.
Per cui:
Il tempo si ferma, pur rimanendo tempo.
Più è fermo, più è tempo/significato. Più è tempo/significato,
più è fermo.
Questo è l’evento, ciò che avviene nell’opera d’arte:
il tempo è fermato.
Ora, un tempo fermo è una contraddizione inconciliabile
nel pensiero razionale, dove il tempo mutevole è il contrario dello spazio
fermo (eternità).
Ma è invece il prodigio del simbolo sintetico
(opera d’arte), che concilia le contraddizioni nel pensiero simbolico.
Dunque:
“L’opera d’arte è tempo fermo”.
Il riconoscimento, l’esperienza della artisticità
è l’esperienza esistenziale del tempo che si ferma in un “tempo
fermo.
Ancora: un significato, che è tempo, è ora anche una
forma, che essendo unica, immutabile, perché perfetta così, è spazio/”eternità”.
Il tempo è insieme spazio/”eternità”. Ma ciò non è concepibile nel pensiero
razionale, per il principio di non contraddizione. Non è possibile nel
pensiero razionale che una cosa sia anche il suo contrario, che il tempo
mutevole sia insieme il suo contrario, spazio immutabile e “eternità”.
Ma ciò è invece possibile nel pensiero simbolico, nella sintesi del simbolo
sintetico, che è l’opera d’arte.
Il simbolo sintetico è quella entità che concilia
nel pensiero simbolico le contraddizioni che il pensiero razionale non
riesce a capire. Il simbolo sintetico (opera d’arte) concilia la
contraddizione principe, costitutiva dell’uomo: la contraddizione di vita
e morte, desiderio del vivere e consapevolezza del morire, la contraddizione
fra il tempo che passa e va, e il desiderio di eternità. Fra il divenire
del significato, e l’“eternità” della forma. Dunque fra l’oggetto
e la sua forma.
E ciò è l’evento che accade nell’opera d’arte:
ora l’oggetto (significato/tempo) è la forma dell’oggetto (mentre
s’era detto dell’oggetto qualsiasi e dell’oggetto estetico, che
“l’oggetto non è la forma dell’oggetto (cap. 4)).
Van Gogh ha inventato una forma di casa dipinta
che è insieme una forma e un significato. Mentre normalmente il
significato e la forma sono separati, e dunque il tempo e lo spazio/”eternità”
sono separati, opposti e contradditori, qui è invece avvenuta una rivoluzione,
per cui significato e forma sono un tutt’uno, il tempo e lo spazio/”eternità”
sono un tutt’uno. E’ la sfida della mente dell’homo sapiens sapiens
al suo destino, alla sua contraddizione costitutiva di vivere per morire.
Ma attenzione: se il tempo tende a consumare, rendere
mutevole modificandolo, mobilizzandolo, ciò che ha una forma
nello spazio, la forma tende a annientare immobilizzandolo
ciò che è nel tempo, il significato. Nel curare troppo la forma
trascurando il significato, la narrazione può essere dissolta e
annullata come significato. L’operazione arte si dissolve allora in operazione
artigianale o in virtuosismo nevrotico. Non c’è niente di più distruttivo
per l’arte del confondere l’artisticità con il formalismo. Per questo
si insiste sul fatto che il tempo si ferma in una forma, pur
rimanendo tempo. E’ la peculiarità dell’opera d’arte quelle di essere
assolutamente sempre narrazione, cioè tempo. Appunto per poter
essere, in modo stupefacente, tempo e insieme forma (compiuta,
immodificabile perché riuscita: cioè spazio/”eternità”).
Ci sono allora due momenti determinanti nel rapporto
della psiche con la forma: l’evento psichico della forma
ben fatta, forma “bella”, e l’evento psichico della forma
artistica. Sono due momenti cruciali del confronto fra l’Io e l’angoscia
del divenire. Fra la capacità di astrazione (formazione) e l’accadimento
(materia). Fra il bisogno di forma e la pulsione di morte e autodistruzione.
Fra lo spazio/forma che sta e il tempo che va.
Nel primo momento la cura della forma vuole
eternizzare l’oggetto nella “bella “ forma, ma in esso il significato
(che è tempo) è ancora il protagonista, anche se estetizzato, “abbellito”
in una forma che ne promuove la memoria (oggetto estetico).
Nel secondo momento invece la riuscita della forma
imprigiona il significato (il tempo) trasformandolo nella forma
di un nuovo mondo, originale e unico perché riuscito (=quello e non altro,
immodificabile), che è perciostesso un ultra-significato, ma tutt’uno
con la forma: quindi un tempo fermo.
L’homo sapiens sapiens inventa dunque, nell’opera
d’arte, un suo nuovo mondo, un ultra-significato. Cioè un suo tempo
da fermare.
Che si ferma solo quando l’opera è riuscita, perché
solo nella riuscita la forma è compiuta, immutabile, “eterna”,
ferma. Diciamo allora che nei millenni egli ha inventato l’operazione
arte con la funzione (funzione genetica prima) di inventare un
tempo tutto suo da fermare: e le opere d’arte sono le rappresentazioni
di questo “tempo fermo”. Illuminazione di un tempo vinto
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