Tempo fermo
NOTE
1. A. Gehlen, in “Estetica e antropologia”, Rosenberg
e Sellier, 1980, p. 5
2. A. Hauser, “Sociologia dell’arte-III”, Einaudi, 1977,
p. 128.
3. M. Duchamp: “La ruota non ha nessuno scopo, se non
quello di liberarmi dell’aspetto convenzionale dell’opera d’arte. E’ stato
un capriccio. Non l’ho definita opera d’arte. A dire il vero non l’ho
definita per niente. Volevo farla finita col concetto della creazione
di opere d’arte”. Catalogo “Duchamp”, Bompiani, 1993, “1/7/66”
4. L’Occidente razionalista patriarcale è da tempo soggetto
a un processo di femminilizzazione sotto differenti aspetti: l’apporto
della donna in ogni attività anche tradizionalmente maschile, finché perdurano
i presupposti di necessità della sua emancipazione; la stanchezza del
razionalismo maschile per l’insuccesso del suo ambizioso progetto umanistico
(da Socrate a Cartesio a Marx); la crisi della idea razionalistica di
progresso e la svalorizzazione dell’idea di futuro, con una forte valorizzazione
del presente; la inconfessata speranza da parte del dilagante infantilismo
maschile che una “mamma” gli aggiusti le cose; l’emancipazione dalla tirannia
sacerdotale del “peccato” in una convivenza “consapevole del dolore” con
la natura; la superiorità “naturale” di fatto della donna nel
momento in cui la crisi del potere patriarcale rende vulnerabile la fortezza
storica culturale dell’uomo; la consapevolezza del carattere androgino
del Sé (Io e inconscio), di contro alla separazione estrema di coscienza
e corpo/inconscio nel razionalismo patriarcale occidentale; la riappropriazione
del corpo; l’affermazione della psicologia del profondo e dell’antropologia.
Infine l’estetizzazione diffusa, da un lato come emancipazione dalla tirannia
patriarcale, dall’altro come soddisfacimento dei bisogni dei “figli e
figlie” da parte della “società dei consumi”, intesa come la Grande Madre
nella sua forma negativa, cioè in una regressione all’uroboro femminile
divorante determinata dalla inerzia psichica dei soggetti. In questo caso
l’estetizzazione si manifesta anche come svalutazione dell’operazione
arte, nel suo essere momento più alto di conciliazione e equilibrio tra
femminile e maschile (intesi come stadi psichici) all’interno della cultura
patriarcale (la stessa Tecnica, prodotto e vittoria della razionalità
patriarcale, può essere considerata, quando da strumento diventa fine
(cap.11), un uroboro femminile divorante). Quest’ultimo argomento, in
cui l’operazione arte viene studiata come coniugazione di Mythos (maschile)
e Poiesis (femminile), come bisessualità (ambiguità) psicologica non rimossa
in quanto verità psicologica della specie (nascosta invece nella convenzione
della cultura patriarcale in cui uomo e donna devono identificarsi ognuno
nella propria unilateralità) verrà trattato nei prossimi numeri di TempoFermo.
5. J. Updike, in “La rivista dei Libri”, aprile 1999,
p. 4/5/6. Questo rovesciamento, per cui il protagonista della operazione
arte non è più la riuscita artistica dell’opera, come nei secoli è sempre
stato, ma la riuscita estetica dell’Autore, dovuto alle avanguardie storiche
radicali (Duchamp, dada, surrealisti ecc.) caratterizza gran parte dell’arte
come istituzione della seconda metà del 900.
6. Ecco due esempi di uso della parola arte nel
senso di arte come istituzione: “Oggi l’idea di buon gusto sembra
essere ancora più retrograda di quella di bellezza. L’arte e la letteratura
moderniste, austere e difficili, hanno finito con l’apparire antiquate,
frutto di una congiura snobistica. L’innovazione è adesso rilassatezza;
l’arte facile di oggi dà il via libera a qualsiasi cosa”. Susan Sontag,
in “La Repubblica” ,13 luglio 2002, p. 36. Qui si definisce “arte facile”
ciò che secondo la categoria di arte come qualità di artisticità
non è arte. “E l’arte? Sicuramente è il più alto sommovimento, la più
forte baldoria che l’umanità intera abbia mai potuto partorire. Una sorta
di tripudio sfrenato, un esilio senza accordi sempre pronto a garantire-all’unissono-verità
e menzogna. Con la massima disinvoltura e col più grande impegno, extrart
scivola in questo antagonismo per vivere, come in un orgiastico carnevale.....[.......].
Fantastico! Si eccede in tutto e si supera ogni limite, ma è una lotta
che non porta al male perché a tutti è concesso, nella più sincera confusione,
di godere la “maschera” della creatività” . Editoriale da extrart n.2,
gennaio 2002.
7. “Ci sono quattro immensi romanzieri: Kafka, Broch,
Musil, Gombrowicz. Io li chiamo: la pleiade dei grandi romanzieri dell’Europa
centrale. Dopo la morte di Proust non vedo nulla di più importante nella
storia del romanzo. Senza conoscerli, non si può comprendere granché del
romanzo moderno. Molto succintamente: questi autori sono modernisti, cioè
coltivano la passione per la ricerca di nuove forme, ma allo stesso tempo
sono liberi da ogni ideologia avanguardistica (fede nel progresso, nella
rivoluzione, ecc.). Non cercano una rottura radicale; non pensano che
le possibilità formali del romanzo siano esaurite: vogliono solo allargarle
radicalmente. Non disprezzano la “tradizione”, ma ne hanno una visione
nuova: tutti sono attratti dal romanzo nato prima del XIX secolo;...”.
M. Kundera (1988), da “Il cielo stellato dell’Europa centrale”, in “Riga”n.
20, Marcos y Marcos 2002, p. 24.
8. M. Duchamp (dal Catalogo “Duchamp”, Bompiani, 1993):
“Dal 1923 mi considero un artista spretato. L’arte era un sogno divenuto
superfluo”. “...le idee del Grande Vetro sono più importanti della effettiva
realizzazione.” “... se il Grande Vetro non è nemmeno un quadro, ma un
ammasso di idee”. “... non destinato a essere osservato”.
9. Vedi nota 11
10. Si intende per costitutivo l’elemento che insieme
ad altri costituisce un organismo, per cui, se viene tolto, quell’organismo
diventa un’altra cosa.
11. Gli oggetti di cui qui ci si occupa sono gli oggetti
artigianali (cap. 4), gli oggetti estetici, gli oggetti
artistici (opere d’arte) e gli oggetti artetici (gli oggetti
artetici sono gli oggetti che, pur pretendendo di essere artistici,
non lo sono, in quanto non artisticamente riusciti).
Gli oggetti estetici si dividono in oggetti estetizzati,
oggetti estetici propriamente detti, e oggetti estetici testimoniali.
L’oggetto estetizzato è un oggetto qualsiasi, naturale o artificiale,
a cui il soggetto conferisce, a prescindere dalle sue proprietà immanenti,
una “risonanza” o attributo estetico. A un albero viene conferito
l’attributo di segno fallico o di “albero piantato da mio padre alla mia
nascita”. A una sedia, oggetto per sedersi, viene conferita una “risonanza”
se è bella/brutta, se è la “sedia della nonna”, se ricorda qualcosa, se
in una dimensione sacra è una divinità, se è collocata in modo da proiettare
un’ombra suggestiva, se è sostegno a un abito in una vetrina, se è collocata
in un luogo incoerente (decontestualizzazione) come un readymade
di Duchamp in una galleria d’arte, ecc. Anche una parola può essere caricata
di valenza estetica. Leopardi differenziava nell’italiano i semplici “termini”,
che definiscono le cose, dalle “parole”, che nella loro vaghezza chiamava
“poeticissime”: “Le parole lontano e simili sono poeticissime e
piacevoli...” (G. Leopardi, "Zibaldone di pensieri", 25 settembre
1821, Mondadori 1988, vol.2, p.650).
Si può fare un esempio limite di estetizzazione di un oggetto. Una tela
vuota appesa al muro è niente. Ma se al muro se ne appendono venti
uguali e altrettanto vuote, venti niente diventano un evento
che le estetizza.
L’oggetto estetico è una narrazione prodotta con cura
della forma, ma in cui la funzione genetica prima è ancora
quella di far “leggere” il significato/contenuto (mentre nell’oggetto
artistico la funzione genetica prima è quella di esibire la
propria forma, che è essa stessa il significato (cap. 12)). Nell’oggetto
estetico il significato/contenuto si impone comunque sulla forma.
Pertanto in esso si può modificare la forma senza che muti il significato
(mentre nell’oggetto artistico ciò non si può fare perché la
forma è il significato (cap. 12). Sono oggetti estetici
i segnali, le allegorie, la maggior parte delle “buone” fotografie e degli
oggetti pubblicitari e della musica rock, i rituali e i discorsi e canti
retorici come gli inni nazionali, ecc.. La gran parte degli infiniti
quadri della tradizione storica sono solo illustrazioni, cioè narrazioni
estetizzate, oggetti estetici dove predomina il significato sulla
forma; oppure sono oggetti artetici, che nonostante la cura
della forma non raggiungono la qualità di artisticità del
simbolo sintetico/opera d’arte. Così sono illustrazioni
gran parte dei romanzi. Ciò non impedisce che siano opere d’arte alcuni
brani di questi romanzi, così come possono essere opere d’arte solo alcuni
quadri della personale di un Autore, e solo alcuni brani di una sinfonia.
L’oggetto estetico testimoniale è un artefatto prodotto dal soggetto
allo scopo che la valenza estetica conferitagli si rifletta sul soggetto
stesso, l’autore, estetizzandolo a sua volta, rendendolo agente (portatore,
produttore) di esteticità nella società. Tale oggetto è pertanto prodotto
più in funzione del soggetto Autore che in funzione di una sua possibile
qualità: come strumento di piacere del soggetto nel suo essere
agente estetico (diletto dell’autore = Dilettante). E’ un argomento pertinente
al procedimento postmodernista, come il ready made è pertinente
al procedimento avanguardista, argomenti di cui si tratterà nel
prossimo numero di Tempo Fermo.
12. Gli archetipi formali transtorici immutabili dell’inconscio
collettivo non vanno confusi con le forme simboliche della Iconologia
(Panofsky), che mutano nella storia delle culture. Sono archetipi formali
(confrontabili con gli elementi strutturanti della Gestalt, fra
cui la “buona forma” (cap.3): l’uguaglianza, l’organicità, l’unità, la
simmetria, l’equilibrio, la proporzione, la sintesi, la ortogonalità,
le parallele, il centro, il ritmo, la iterazione, la compiutezza, la opposizione,
la stilizzazione, l’unità di stile, l’economia (il non superfluo), l’onomatopea,
la metafora, il simbolo sostitutivo, l’ossimoro, l’unissono, la tonica/dominante/tonica
(secondo E. Ansermet, in E. Fubini, “L’estetica musicale dal settecento
a oggi”, Einaudi, 1964, p.204), ecc., ecc., nonché molti ideogrammi preistorici
semplici (“Stranamente, sono tutti segni che ritroviamo pressoché identici,
migliaia di anni più tardi, negli ideogrammi delle prime scritture pittografiche-ideografiche
della Cina, della Mesopotamia, dell’Egitto e altrove”. in Anati, “I segni
della storia”, Di Renzo editore, 1997, p.51).
13. Un giudizio “disinteressato”, direbbe Kant (v. cap.
8).
14. Il “calcio” è un sistema (gioco, “insieme” di regole).
Ci sono due momenti di destrutturazione del sistema: 1. il primo momento
consiste nel “giocare male” oppure nell’“innovare il modo di giocare”
(all’interno del sistema, dell’insieme delle regole date). 2. il secondo
momento è quello in cui il difetto o l’innovazione arrivano alla soglia
di rottura, oltre la quale il sistema precipita in un altro sistema, il
calcio non è più calcio ma un’altra cosa, con un altro nome. Nel nostro
caso il sistema “artisticità” precipita nel sistema “esteticità”.
15. P. Klee: “L’arte non riproduce ciò che è visibile,
ma rende visibile ciò che non lo è”
16. Il luogo comune per cui, se uno non ha niente da
dire, è inutile che pretenda di essere artista, è assolutamente vero.
17. “Per ottenere questo l’arte si serve di due artifici:
lo straniamento delle cose e la complicazione della forma, con la quale
tende a rendere più difficile la percezione e a prolungarne a durata. Nell’arte
il processo di percezione è infatti fine a se stesso e deve essere protratto”.
V. Sklovskij, “Una teoria della prosa”, ed....., 1966, p. 16 (in Marchese,
Dizionario di retorica, p. 106).
18. L’interpretazione ragionata delle opere è l’irresistibile
passatempo dei filosofi e dei critici, in cui possono inventare chilometri
di letteratura, a volte eccelsa, a volte vuota. Non che l’esegesi sia
inutile, ma, a parte il fatto che raramente è interpretazione formale,
ma quasi sempre contenutistica, essa trascura il più delle volte ogni
preliminare esperienza esistenziale della qualità di artisticità.
Sono infatti pretesto per mirabili esegesi opere mediocrissime (vedi Heidegger
e le scarpe di Van Gogh, in: Heidegger, “Sentieri interrotti-L’origine
dell’opera d’arte”, La nuova Italia, 1968, p.18).
Molti filosofi denunciano come “retorica dell’ineffabile” l’esperienza
esistenziale della artisticità, perché l’arte è ricerca e significazione
della realtà. A parte il fatto che qualsiasi narrazione anche
non artistica è ricerca e significazione della realtà, una cosa è la forma
riuscita dell’opera d’arte, altra l’alienazione nel formalismo. Ma
come si fa a dire (Hegel) che il contenuto è l’aspetto decisivo dell’arte?
Quando poi l’interpretazione è di altri artisti (specialmente poeti),
è ispirazione per dire bellissime cose, ma specialmente per parlare di
sé. L’interprete parla di ciò che l’opera suggerisce alla sua immaginazione,
e ciò è un attributo che egli conferisce all’opera. Raramente parla
del piacere intenso che prova per l’artisticità di quell’opera.
19. E’ evidente in ciò che il protagonista della operazione
non è la riuscita dell’opera ma la riuscita dell’Autore.
20. Raffaele Simone, “La terza fase-Forme di sapere
che stiamo perdendo”, Laterza, 2000.
21. La sociologia ipotizza un progresso qualitativo non
solo della produzione artistica, ma anche della fruizione. Per esempio,
la “fruizione distratta” è un termine usato da W. Benjamin, nel 1936:
"La ricezione nella distrazione, che si fa sentire in modo sempre più
insistente in tutti i settori dell'arte e che costituisce il sintomo di
profonde modificazioni della appercezione, trova nel cinema lo strumento
più autentico su cui esercitarsi. Grazie al suo effetto di shock il cinema
favorisce questa forma di ricezione. Il cinema svaluta il valore cultuale
non soltanto inducendo il pubblico a un atteggiamento valutativo, ma anche
per il fatto che al cinema l'atteggiamento valutativo non implica attenzione.
Il pubblico è un esaminatore, ma un esaminatore distratto." (“L’opera
d’arte nell’epoca della riproducibilità tecnica”, Einaudi,1996, p. 46)
Ma non è vero che la distrazione "si fa sentire in modo sempre più
insistente in tutti i settori dell'arte e che costituisce il sintomo di
profonde modificazioni della appercezione". Le opere d'arte sono
state da sempre percepite a differenti livelli, distrattamente o con attenzione,
secondo il "sapere" dell'interlocutore, anche se da sempre pretenderebbero
di essere recepite con attenzione, per il semplice fatto che con
attenzione sono state prodotte. Anche i film che sono stati prodotti
con attenzione pretendono una ricezione con attenzione.
Nella prospettiva sociologica di Benjamin (cap. 8: il progresso e l’arte)
non c'è un fondamento antropologico dell'arte; l'artisticità degli oggetti
è solo una "qualità culturale", una qualità relativa a ogni
cultura, che ogni cultura conferisce storicamente agli oggetti come fosse
un attributo, e non una vera qualità (cap. 3). Per cui oggi
può essere definito dalla nostra cultura oggetto artistico un
oggetto che per un'altra cultura può essere tutt'altra cosa. In altre
parole "l'arte è ciò che gli uomini (di una cultura) chiamano arte",
tutta all'interno della razionalità dell'idea sociologica di progresso,
che è appunto l'ideologia artistica delle Avanguardie storiche.
Analizzando lo sviluppo dei modi di produzione, e quindi, rispetto alle
arti visive e alla loro riproducibilità tecnica, Benjamin ipotizza una
nuova migliore artisticità (come produzione e come ricezione) che sia
coerente con la rivoluzione democratica delle masse. Considera una artisticità
da fruire nella "distrazione", la "fruizione distratta",
più come piacere/standard di vita che come contemplazione o "esperienza
esistenziale" dell'opera. Un piacere diffuso per la emancipazione
delle masse, che dovrebbe corrispondere alla estetizzazione del sociale
delle Avanguardie storiche. Ma mentre le Avanguardie storiche radicali
(Duchamp, Dada...) coerentemente ipotizzano la distruzione dell'oggetto
artistico per trasformare l'artisticità dell'oggetto nella estetizzazione
del comportamento e della vita, senza alcun contraddittorio compromesso,
Benjamin pretende una fruizione nella distrazione di oggetti che
definisce "artistici", e perciostesso prodotti da specialisti
(artisti) nella attenzione. L’incoerenza di Benjamin deriva dal
fatto che neppure lui separa esteticità da artisticità.
La "fruizione distratta" di Benjamin non è altro che una esperienza
estetica di un oggetto artistico, cosa sempre avvenuta nei
secoli e per la quale non occorre ipotizzare una "nuova arte"
per l'uomo contemporaneo. Coloro che ai tempi di Giotto andavano in chiesa
a pregare accanto ai suoi affreschi, non avevano certo una "esperienza
esistenziale" (artistica) di essi, ma solo una esperienza "distratta"
(estetica).
Bisogna qui aggiungere che una fruizione corretta (attenta) di alcune
opere murali di Giotto (e tantissimi altri) non era allora possibile neppure
alle èlites dei veri interlocutori dell’arte, poiché, come si può
constatare anche oggi, sono spesso "invisibili" per la loro
collocazione fisica. Ma ciò non vuol dire che fossero prodotte distrattamente,
e senza la pretesa di essere recepite con attenzione. Giotto le
recepiva con attenzione (correttamente) nel momento in cui le produceva,
nell'alto della sua impalcatura. Se poi non ha tenuto conto della difficoltà
del comune mortale di recepire con attenzione, può essere stato
per forza maggiore o magari anche perché dovevano più essere recepite
da Dio che dai mortali (come le opere egizie sepolte con i defunti).
Anche se da sempre solo una élite ha avuto una esperienza "attenta"
delle opere d'arte, esse non sarebbero certo state mai prodotte (da un
certo numero di specialisti, da noi chiamati artisti) se non ci fosse
stato almeno da parte di questa élite (loro stessi e alcuni committenti
e altri) il riconoscimento della artisticità.
Per quanto riguarda altre obiezioni al libro “L’opera d’arte nell’epoca
della riproducibilità tecnica” si rimanda ai prossimi numeri di TempoFermo.
22. Dilettante è colui che produce un oggetto per li proprio
diletto, l’Autore è colui che produce un oggetto per la riuscita dell’oggetto.
Nell’agire del Dilettante egli è protagonista della operazione. Nell’agire
dell’Autore è protagonista la riuscita dell’oggetto.
23. De Martino, "La fine del mondo", in Contributo
alle analisi delle apocalissi culturali (a cura di C. Callini), Einaudi
1977, p. 566
24. Ci si chiede se sia vero, come sostengono gli storicisti
relativisti, che ogni cultura ha sempre dato dei suoi prodotti apprezzamenti
estetici solo relativi a se stessa, legittimati come giudizi
solo dalla propria tradizione, o se non sia vero invece che all’interno
di tutte le culture i “pochi” hanno espresso riconoscimenti artistici
"affini" ai “pochi” delle altre culture, cioè coerenti con un
sistema comune a tutte le culture (costante antropologica). Ci si chiede
se esista una differenza di apprezzamenti fra le culture, per cui
ogni cultura stabilisce ciò che per essa vale, o se non sia piuttosto
vero che la differenza esiste solo fra diverse coscienze di bisogno
di forma in individui di una stessa cultura. E che quindi non esista
fra individui di culture differenti ma con lo stesso grado di coscienza
e di competenza. Per cui tutti questi individui con lo stesso cosciente
bisogno di forma, anche se in differenti culture, sarebbero in
grado, frequentandole senza resistenze culturali, di riconoscere e sentire
l'artisticità delle opere di qualsiasi cultura
Si vuol dire che un "colto" tekè può sentire la
qualità di artisticità della Gioconda come un "colto"
rinascimentale può sentire la qualità di artisticità della
maschera teke. Dipende dalla situazione esistenziale di
ognuno rispetto alle opere, che non differisce da una cultura all’altra.
"...risponderei che, se l'arte è in qualche modo espressione di qualcosa
come la grazia o l'integrazione psichica, allora quando tale espressione
riesce, ciò si può ben riconoscere anche attraverso le barriere culturali"
(Bateson in "Estetica e Antropologia", a cura di G. Carchia
e R. Salizzoni, Rosenberg e Sellier 1980, p. 161).
25. Si può fare anche nella musica l’esempio di musica/narrazione,
da ascoltare nella distanza (“intervallo”, Dorfles), e musica formalistica
“per esserci dentro”. La prima (che sia musica di Bach o di Ravel o una
canzonetta popolare) è una narrazione (pretende di dire qualcosa),
è ciò implica un interlocutore a cui si narra, il quale ascolta nella
distanza. La seconda invece, composta per “essere dentro la musica”, è
musica rituale (da quella “primitiva” per le danze tribali al tecno-rock),
musicalmente elementare e ripetitiva (data la funzione non di dire qualcosa,
ma di essere rassicurante come ogni atto ripetitivo, e procurare insieme
all’estasi spirituale l’estasi fisico- orgiastica, specialmente nella
donna e nel maschio creativo), dove anche una possibile iniziale intenzione
narrativa si dissolve nel ritmo. Si tratta di oggetti estetici
rituali (cap. 12) che non hanno intenzione di essere oggetti artistici,
perché hanno generalmente una organizzazione formale (a volte virtuosistica)
dove la narrazione si è persa, del tutto differente dalla
danza come linguaggio specifico per l’arte. Mentre la prima “si balla”
soltanto (si è “dentro la danza”), la seconda anche si guarda/ascolta,
per il fatto appunto che è una narrazione (pretende di dire qualcosa)
e implica perciostesso un interlocutore che guarda/ascolta nella distanza.
26. “La scrittura è una forma di libertà personale. Ci
libera dall’identità di massa che vediamo formarsi intorno a noi”. “Se i
lettori seri scompariranno quasi del tutto, probabilmente vorrà dire che
ciò a cui ci riferiamo con la parola “identità” avrà smesso di esistere.”
Don DeLillo, citato in “Perché scrivere romanzi?”, di J. Franzen, in MicroMega
4/2002, p. 226
26a. Se la qualità di artisticità, di cui è quintessenza
costitutiva la durata, in un mondo di produzioni effimere non può che
scomparire, rendendosi invisibile, il degrado è invece visibilissimo,
in quanto vissuto quotidiano, nel design (oggetti artigianali).
Dice W. da’ Silva, direttore del design del gruppo automobilistico
Volkswagen, Audi, Seat e Lamborghini: “Il mondo occidentale è martellato
dall’affermarsi dei valori superficiali, non dei contenuti. Non si discute
più: si litiga subito urlando. Questo è quello che il pubblico recepisce
dalla televisione, dai giornali, dallo stesso sport. Possibile immaginare
che in uno scenario del genere ci sia ancora attenzione per il dettaglio,
per la bella forma, per le proporzioni ben equilibrate? Purtroppo no,
anche il design deve urlare per farsi sentire in questo mondo sempre più
isterico. Da designer ammetto anche che c’è chi urla con più stile e
chi, invece, in modo addirittura grossolano, con dei ritorni alla pura
decorazione, anche di marche blasonate, che personalmente trovo facciano
vomitare. La verità di fondo è che negli ultimi vent’anni il mondo occidentale
è cresciuto troppo rapidamente, a questo punto deve assolutamente fermarsi,
riflettere, meditare.” “Però, vivendo in un mondo reale che è sempre più
virtuale, l’equilibrio, il buon gusto, il rigore sono sempre più difficili.”
“Una macchina deve essere bella, conquistare per le sue forme, non per
quello che è stato aggiunto come cromature, fari spropositati e fanali
assurdi.” “Questo è design? No, decorazione.” “..... perché era la forma
a conquistare, non il dettaglio. Oggi, troppo spesso, vale il contrario:
fari e fanali sono l’immagine della vettura, grande alibi per nascondere
il fatto che non si è saputo dire nulla di particolare con il design della
lamiera. Lo stesso accade nel product design: una volta la lampadina,
che rappresenta la funzione, era la parte dominante di un lampadario,
oggi non lo è più, quasi fosse un accessorio, come se il fatto di illuminare
bene sia del tutto secondario” (intervista su “La Repubblica-Auto”, 17/12/2002,
p. 15).
27. ”Il concetto di pre-logico non designa in Levy-Bruhl
una forma di pensiero “meno perfetta” di quella designata dal termine “logico”.
Esso significa ascientifico, a-critico e non implica né l’idea di una anteriorità
temporale nello sviluppo delle facoltà mentali, e tantomeno significa “irrazionale”.
Il concetto di pre-logico indica una differenza di tipo qualitativo e non
quantitativo tra l’attività mentale del primitivo e quella del “civilizzato””.
U. Fabietti, ”Storia dell’antropologia”, Zanichelli, p. 79
28. “Il primo stadio dello sviluppo sia maschile che
femminile, lo stadio originario, è un’unità psichica che viene caratterizzata
dal simbolo dell’Uroboro, del serpente che si richiude su se stesso, che
si morde la coda. Diamo ad esso la preferenza, piuttosto che al concetto
di inconscio, perché rende evidente con immediatezza la vitalità e il
contrasto dinamico di processi non compresi nel concetto di inconscio”.
E. Neumann, La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975, p. 9. Il tema
del rapporto fra l’operazione arte e la divisione simbolica maschile
e femminile, verrà affrontato nei prossimi numeri di TempoFermo.
29. “L’attività circolare e covante della coscienza matriarcale
non va diritta allo scopo come l’atto del pensiero [razionale], la deduzione
e il giudizio. Sue caratteristiche sono il girare attorno a un centro e
l’osservare, che Jung una volta definì “render pregno”, e non come per la
coscienza maschile il colpire il bersaglio e l’acutezza di analisi. La coscienza
matriarcale è più interessata al significato delle cose che ai fatti o ai
dati e rispetto alla crescita organica è orientata più teleologicamente
che secondo la meccanica causale o la logica causale. Poiché il processo
della conoscenza è una gravidanza e il suo prodotto è una nascita, cioè
un processo al quale partecipa tutta la personalità nella sua interezza,
per la coscienza lunare [del femminile] la “conoscenza” è al di là della
affermazione, del resoconto e della testimonianza. E’ come un possesso interiore,
realizzato dalla personalità e con essa cresciuto, di una evidenza che si
sottrae facilmente alla discussione poiché il processo conoscitivo interiore,
entro il quale si trova questa conoscenza, non è esprimibile adeguatamente
e può essere trasmesso molto male a qualcuno che non lo abbia sperimentato.”
E. Neumann, “La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975, p. 70
30. L. Aversa, "Il problema dell'antinomia",
in “Fondamenti di psicologia analitica” (a cura di Aversa), Laterza 1995,
p. 61
31. Mario Trevi, "Il problema del simbolo",
in “Fondamenti di psicologia analitica” (a cura di Aversa), Laterza 1995,
p.171, 172 (vedi anche E. Neumann, “Storia delle origini della coscienza”,
Astrolabio 1978, p. 321)
32. “...se però si tien conto delle debolezze e dei pericoli
psicologici della cultura patriarcale, la cui forma estrema ha portato nel
moderno occidente a una crisi che minaccia l’intera umanità, si potrà evitare
l’errore di considerare la “coscienza matriarcale” solo come una eredità
arcaica e il femminile come “relativamente non sviluppato”. In E. Neumann,
“La psicologia del femminile”, Astrolabio, 1975, p.24. E ancora: “E ogni
teoria di taglio evoluzionistico, che vorrebbe confinare in un’era remota
l’esperienza simbolica propria dell’uomo inteso come vichiano “bestione
tutto sensi e fantasia”, non è che il prodotto di quella forma di etnocentrismo
che si fonda sull’esclusivo valore attribuito all’esperienza razionale e
logico-empirica a spese di quella simbolica”. In C. Tullio-Altan, “Soggetto,
simbolo e valore”, Feltrinelli 1992, p.86
33. C. Baudelaire, “Scritti sull’arte”, Einaudi 1992,
p. 288
34. Neppure De Martino, che aderiva allo storicismo
crociano pur essendo da antropologo in vario modo critico verso di esso,
riusciva ad accettare la contemporaneità, la convivenza di pensiero simbolico
(mitico) e pensiero razionale.
35. “Secondo gli interpreti rivoluzionari della Fenomenologia,
non esisterà arte nella società riconciliata. La bellezza sarà vissuta,
non più immaginata. Il reale, interamente razionale, potrà sedare da solo
ogni sete.” “((E Marx dirà che))...creando bellezza, al di fuori della
storia, l’arte contrasta al solo sforzo che sia razionale: la trasformazione
della storia stessa in bellezza assoluta. [......] Marx si chiede, è vero,
come la bellezza greca possa ancora essere bella per noi. Risponde che
essa esprime l’infanzia ingenua di un mondo di cui, in mezzo alle nostre
lotte d’adulti, abbiamo nostalgia. Ma come possono i capolavori del Rinascimento
italiano, come può Rembrandt, come l’arte cinese, essere ancora belli
per noi? Che importa! Il processo all’arte è definitivamente intentato
e prosegue oggi con la complicità imbarazzata di artisti e di intellettuali
votatisi alla calunnia della propria arte e della propria intelligenza.
Si noterà infatti che in questa lotta tra Shakespeare e il ciabattino,
non è il ciabattino a maledire Shakespeare o la bellezza, ma è colui che
continua a leggere Shakespeare e non sceglie di fare gli stivali che del
resto non potrebbe mai fare. Gli artisti del nostro tempo somigliano ai
gentiluomini penitenti della Russia Ottocentesca; li giustifica la loro
cattiva coscienza. Ma l’ultima cosa che un artista possa provare davanti
alla propria arte è il pentimento. Pretendere di rinviare anche la bellezza
alla fine dei tempi e, intanto, privare tutti, e il ciabattino, di quel
pane supplementare di cui abbiamo noi stessi gustato, vuol dire oltrepassare
i limiti della semplice e necessaria umiltà” A. Camus, “L’uomo in rivolta”,
Bompiani 1994, p. 278/279
36. E’ emblematico il caso di W. Benjamin, il cui libro
“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (1936), tanto
citato quanto sbagliato, sarà preso in esame nei prossimi numeri di TempoFermo.
37. J. Horgan, "La fine della scienza", Adelphi
1998, p. 43. "La scienza esiste solo da qualche centinaio di anni,
e i suoi successi più spettacolari sono stati conseguiti durante l'ultimo
secolo. Considerata in una prospettiva storica, l'epoca moderna, caratterizzata
da un rapido progresso scientifico e tecnologico, non sembra una condizione
permanente della realtà ma piuttosto un'anomalia, un colpo di fortuna,
frutto di una singolare convergenza di fattori sociali, intellettuali
e politici".
38. “C’è il progresso scientifico, per esempio, ma non
c’è quello musicale. La musica di Monteverdi non è meno progredita di
quella di Debussy” L. Berio, in “Micromega” 3/95, p. 30
39. Invece la priorità, la “novità” di una qualche invenzione
o trovata è stata, e spesso è ancora, una “ossessione”. Ironizza J. Clair:
"Ne venne fuori una mischia gigantesca. Tesi contraddittorie vennero
pubblicate per sostenere la priorità di un certo manifesto o di un determinato
gesto. Intere generazioni di storici esaminarono con amorosa sollecitudine
i quadri per stabilire non solo in che anno ma in che mese e a volte in
che giorno X. o Y. avesse introdotto nella propria opera un determinato
tema o motivo.(...) La scoperta del primo acquerello astratto fu venerata
quasi fosse il ritrovamento della vera Croce -e invidia destò il Museo che
ne accolse la reliquia, come al Medio Evo si invidiava Santa Sofia di Costantinopoli.
Anche in questo caso, come per la Croce di Nostro Signore, scoppiarono delle
dispute, quando ci si accorse che numerosi erano i musei che rivendicavano
il possesso di un simile tesoro. Veri e propri patrimoni d'ingegno, ma anche
di denari, vennero così spesi per cercare, acquistare e catalogare le grandi
icone del Novum. Gli artisti stessi soccombettero alla follia. Antidatare
un'opera divenne una pratica del tutto corrente. Quando il sotterfugio non
era abbastanza convincente, il pittore si fece scrittore, polemista, attaccabrighe;
e giù a pubblicare testi per stabilire l'anteriorità delle sue scoperte.
Solo qualche spirito salubre, come Duchamp e De Chirico, si divertirono
a imbrogliare le carte. Altri, più in disparte, presero a poco a poco coscienza
del fatto che la teoria di un'arte "moderna" forse non era stato
che un inganno". J. Clair, "Critica della Modernità", U.
Allemandi 1984, p. 45
40. “L’opera d’arte è definitiva. La teoria scientifica
è relativa e modificabile”. (V. Hugo).
41. “Ma i pittori sapevano per esperienza che nessuna tecnica
prospettica è una soluzione esatta, che non esiste proiezione del mondo
esistente che lo rispetti sotto ogni riguardo e meriti di divenire la legge
fondamentale della pittura”. “La prospettiva rinascimentale non è un “trucco”
infallibile: è solo un caso particolare, una tappa, un momento in una informazione
poetica del mondo che continua dopo di essa “ M. Merleau Ponty, “L’occhio
e lo spirito”, Ed. SE, 1989, p. 36, 37
42. Glenn Gould, "L'ala del turbine intelligente",
Adelphi 1988, p. 194
43. Glenn Gould, "L'ala del turbine intelligente",
Adelphi 1988, p.193. “Non credo affatto che un uomo come Richard Strauss,
solo perché bollato come incorreggibile passatista dal verdetto degli
esperti, sia necessariamente inferiore a un uomo come Schoenberg, che
fu per tutta la vita un capofila dell’avanguardia. Chi sceglie questo
criterio di giudizio scoprirà di dover scartare anche Johann Sebastian
Bach, altro incorreggibile passatista”. Di tutt'altro avviso è il compositore
Pierre Boulez: "Credo che una civiltà che tende a conservare sia
una civiltà che deperisce perché ha paura di andare avanti e perché attribuisce
più importanza alla sua memoria che al suo futuro. Le civiltà forti ed
in piena espansione sono senza memoria, cioè rifiutano, dimenticano. Si
sentono abbastanza forti per distruggere, perché sanno di poter sostituire".
Ma Boulez si contraddice, quando nello stesso libro, a p.78, dice: "Al
contrario, un'opera valida, anche se al momento presenta certe difficoltà,
finirà sempre per stabilire la comunicazione del compositore con un pubblico,
anche se ciò avverrà più tardi o in altre circostanze...", cosa che
implica l'eternità" antropica dell'opera d'arte, non il progresso
dell'arte. Pierre Boulez, "Per volontà e per caso", Einaudi
1977, p. 29.
44. Glenn Gould, "L'ala del turbine intelligente",
Adelphi 1988, p. 173
45. “Nell’interesse del progresso dobbiamo distruggere
l’Arte. Perché la funzione della vita moderna è più forte dell’Arte, ogni
tentativo per rinnovare l’Arte (futurismo, cubismo, espressionismo) è
stato fallimentare... Non vogliamo perdere più tempo con queste cose.
Vogliamo piuttosto creare una nuova forma di vita adeguata alle esigenze
della vita moderna”. Theo van Doesburg, “The end of art”, in “De Stijl”,
VII:73/74 (1926),pp. 29-30 (Maldonado, Il futuro della Modernità, p. 32.
46. Glenn Gould, "L'ala del turbine intelligente",
Adelphi 1988, p. 181. L’ostinazione ancor oggi nell’insistere in una pratica
avanguardistica, non è che una “legittima difesa”, perché un fondato giudizio
(antirelativista) di artisticità toglierebbe alle opere gran parte della
"fama" e del prestigio di cui godono come "fenomeni artistici",
con catastrofiche conseguenze (specialmente, per quanto riguarda la pittura)
sul mercato.
47. R. Rochlitz, "Subversion et subvention",
Gallimard 1994, p. 36
47a. “La caratteristica di questo nostro linguaggio
consiste, stranamente, nel fatto che in esso (benché le nostre bocche
siano piene di superlativi) non si comprendono né si esprimono superlativi,
ma ci si limita esclusivamente al comparativo. I superlativi sarebbero
il crollo di tutti i presupposti. Essi non debbono perciò esistere, perché
ogni “il meglio” definitivo cancellerebbe la possibilità di “fare meglio”
e di superare, eliminando dunque la possibilità tanto del “progresso”
quanto della concorrenza. Nell’interesse del progresso e della concorrenza,
“il meglio” non deve dunque esistere, neanche in futuro.” “Come già
detto, il trionfo del comparativo sul superlativo (o meglio, l’abolizione
del superlativo) è indispensabile nel nostro mondo. Infatti, se esistessero
degli “optima” definitivi, sarebbe bloccata la possibilità di migliorare,
e dunque il motore e il garante della continuazione della storia (.....).
Allora si creerebbe una situazione che ci lascerebbe senza respiro, perché
in essa, per quanto ciò possa apparire assurdo, il tempo sembrerebbe
diventato superflo (poiché il tempo, ai nostri occhi, ha senso solo
come medium dell’incremento e del progresso). Questo stato di
“immobilità”, di “atemporalità”, non lo saluteremmo dunque affatto come
qualcosa di positivo, come una specie di “eternità”, e neanche come
un’“età dell’oro” (poiché la meta sarebbe raggiunta). Al contrario: siccome
abbiamo perso la facoltà di immaginarci un nunc stans o, come i
greci, un “tempo ciclico”, lo sentiremmo come la quintessenza del negativo:
come essere morti o non esserci affatto”. Da: Günther Anders, materiale
per un incompiuto terzo volume di “L’uomo è antiquato”, pubblicato in
“MicroMega”, n.5, 2002, p. 104 e p. 109
48. “L’esperienza enfatizzata dalle più recenti estetiche
pragmatiche non è quella atemporalmente originaria del poiein, del
creare (come nella Kunstwissenschaft), bensì quella storicamente
condizionata della fruizione.” G. Carchia, “Arte e bellezza”, il Mulino
1995, p. 10
49. “Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica,
ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che
non avessero mai osservato le stelle”. J. L. Borges, “L’invenzione della
poesia”, Mondadori 2001, p. 6
50. “In una certa misura, si potrebbe dire che Fiedler
si propone di realizzare dalla parte della produzione, ovvero dalla parte
dell’arte, tutto ciò che Kant si era limitato a svolgere dalla parte della
contemplazione, ovvero dalla parte del bello”. G. Carchia, “Arte e bellezza”,
il Mulino 1995, p. 36
51. Appartiene alla ideologia del progresso (da Hegel
a Adorno) la presunzione razionalistica di imporre all’arte la negazione
della esperienza della qualità di artisticità (considerata edonistica
e retrograda), che vuol dire l’autonegazione tout court, per liberare
di sé (come suo valore di verità caro ai filosofi) solo l’idea, la razionale
utopia (v. anche Benjamin nel sostenere l’allegoria contro il simbolo,
nota 76).
52. “L’insistenza- contro le estetiche “negative”- sulla
necessità di ricomporre la frattura fra l’arte e la storia, fra l’arte e
la società (H.R. Jauss), mettendo fra parentesi la dimensione dell’origine
e della creazione sulla quale avevano insistito i teorici della Kunstwissenschaft,
ha come risultato l’adeguazione totale all’esistente, vale a dire l’accettazione
di qualunque cosa la socialità accrediti come arte”. G, Carchia, “Arte e
bellezza”, il Mulino 1995, p13.
52a. N. Goodman (citato in A. Compagnon, "Le démon
de la théorie", Ed. di Seuil 1998, p.245: "Dobbiamo distinguere
molto chiaramente (...) la domanda "Cosa è l'arte?" e la domanda
"Cos'è la buona arte?" (....) se cominciamo col definire "ciò
che è un'opera d'arte" nei termini di "ciò che è la buona arte",
(...) siamo definitivamente perduti. Perché, disgraziatamente, la maggioranza
delle opere d'arte sono cattive" (Goodman, 1984, p. 199
53. "Le teorie negative della razionalità,
espresse da enunciati come: "la verità non esiste", "non
esistono criteri universali", "ogni tesi è falsificabile",
"ogni acquisizione è contestuale, transitoria, relativa", sono
facilissime da confutare grazie al procedimento aristotelico detto "elenchos",
che consiste nell'applicarle a se stesse. E' ovvio che se "la verità
non esiste" descrive con pretese di verità uno stato di cose, allora
è autocontraddittorio; è ovvio che "non esistono criteri universali"
è l'enunciazione di un criterio universale, e che se anche "ogni
tesi e falsificabile" è falsificabile, allora non è vero (possono
esistere tesi non falsificabili), se non è falsificabile è comunque falso,
e non si vede la necessità di formulare un simile falso principio. Eppure
nichilismo, fallibilismo radicale, contestualismo, relativismo, sono posizioni
serie, che periodicamente si ripresentano nella storia del pensiero"....
Franca D'Agostini, "Dalla ragione non si esce", L'Indice, agosto
1999, p. 23
54. Protagora (491 a.C.) disse che “di tutte le cose misura
è l’uomo, di quelle che sono, per ciò che sono, di quelle che non sono,
per ciò che non sono”.
55. "La vita intellettuale moderna è imbevuta
di un relativismo che nega l'esistenza di una cosa come la natura umana
universale, mentre l'esistenza di un istinto linguistico [Grammatica universale
di Chomsky] è una sfida a questa posizione". Steven Pinker, "L'istinto
del linguaggio", Mondadori 1994, p.399
56. “In realtà l’illuminismo non inaugura la ragione
strumentale, ma semplicemente esplicita la natura strumentale che
da sempre caratterizza la ragione, anche quando questa era pensata come
“ragione del cosmo”, come “cosmo-logia”, perché, solo fissando delle costanti
nel cosmo l’uomo cura della forma poteva aver ragione delle cose e direzione
nelle proprie azioni. Le costanti cosmologiche, che nell’orizzonte mitico
si chiamavano dèi, in quello filosofico idee, in quello scientifico
leggi, sono quelle condizioni che consentono alla ragione di “aver
ragione” della natura, per cui da sempre la ragione è tecnica di dominio,
e quindi strumento di sopravvivenza che consente all’uomo di sottrarsi
alla prima radice dell’angoscia cioè l’angoscia dell’imprevedibile.” U.
Galimberti, “Psiche e techne”, Feltrinelli 1999, p. 370
57. Secondo la sua intenzionalità verso la “cosa” (Brentano,
Dewey), il suo aver cura della “cosa” (Heidegger), la sua situazione
esistenziale in rapporto alla “cosa” (Dewey), la sua relazione intenzionale
vero la “cosa” (Gadamer), il suo essere condannato a dare un senso alla
“cosa” (Merleau-Ponty), il risultato della sua azione sulla “cosa” (Gehlen).
58. Nella oggettivazione della “cosa”, la coscienza
dell’Io è completamente separata dalla “cosa” solo nella forma estrema
di oggettivazione attuata dalla coscienza patriarcale, nella razionalità
metafisica e scientifica occidentale, dove la coscienza, incentrata sull’Io
maschile, si separa dalla “cosa” nella repressione dell’inconscio. In
una cultura più equilibrata, dove la coscienza matriarcale del femminile
sia più presente (come, in Occidente, nelle donne e nei maschi creativi),
la “cosa” (e l’inconscio) non è mai totalmente separata dalla coscienza
dell’Io.
59. “E tuttavia, senza questa possibilità e capacità
di esperienza simbolica, di partecipazione, sarebbe irrealizzabile ogni
forma di convivenza fra gli uomini, che sono invece in grado di stabilire
fra di loro rapporti non mediati da un puro calcolo di utilitaria convenienza
e reciproco sfruttamento, ma anche di affetto e di solidarietà nell’impresa
del vivere in comunità sociale fra di loro”. C. Tullio Altan, “Soggetto,
simbolo e valore”, Feltrinelli 1992, p. 86
59a. Da Emmanuel Anati, “Le origini dell’arte e della
concettualità”, Jaca Book 1988, p.54: “...un nuovo tipo d’uomo, con una
capacità di accumulazione di informazioni molto superiore ai suoi predecessori,
con un periodo d’infanzia più prolungato, con un particolare insieme di
dati somatici, ma sopratutto, con capacità cerebrali molto particolari
che gli hanno dato nuova dimensione emotiva, una insaziabile esigenza
di sapere e di capire, e nuova disposizione di comunicare con il prossimo
e con la natura. I discendenti di questa “famiglia primordiale” avevano
anche ciò che chiamiamo tendenze artistiche. Infatti da allora l’uomo
è anche artista; e forse quella di produrre arte non è solo una capacità,
ma piuttosto una esigenza della natura stessa dell’uomo.” “Vi sono sicuramente
molte zone, in tutto il mondo, dove si andava espressamente per eseguire
opere d’arte e per compiervi altri atti o riti di cui non restano che
poche tracce. Ma sopratutto si può dire che vi erano aree dove viveva
poca gente e si produceva una grande quantità di opere d’arte, e zone
più densamente popolate dove la creatività artistica non era altrettanto
intensa. Per cui ci si pone la domanda se esista una relazione tra le
energie devolute al contatto sociale e quelle impegnate nella creatività
artistica” (p. 15)
60. “Solo quando l’invenzione del modo di fare è simultanea
al fare si hanno le condizioni per una qualsiasi formazione: la formazione
deve inventare la propria regola nell’atto che, eseguendo e facendo, già
l’applica; infatti il modo di fare che si tratta d’inventare è, insieme,
l’unico modo in cui il da farsi può esser fatto e il
modo in cui lo si deve fare”. L. Pareyson, “Estetica- teoria della
formatività”, Bompiani 1988, p. 60.
61. “Recenti scoperte dimostrano infatti che in varie
parti del mondo l’uomo prese a segnare, marcare, raffigurare, produrre
documenti grafici, in epoche remote, che sembrano quasi sempre coincidere
con l’apparizione dell’Homo sapiens nello stesso territorio. Si
fa sempre più strada l’ipotesi che la creatività artistica sia una delle
caratteristiche di questo nostro antenato, che sia una esternazione di
quella capacità di astrazione, sintesi e idealizzazione, che emerge come
sua contrassegno determinante”. “...questi uomini, nei vari continenti,
dimostrano di avere acquisito delle nuove capacità intellettuali che essenzialmente
sono le stesse dovunque, e di produrre un’arte che, nelle fasi iniziali,
nel mondo intero, mostra eccezionali affinità e riflette simile bagaglio
culturale, simili esigenze espressive e simili preoccupazioni”. “La capacità
di creazione artistica e, ancor prima, la capacità di concepire l’idea
di creatività artistica, implica una struttura psicologica che, su questa
Terra, per quanto ne sappiamo, è caratteristica esclusiva della specie
umana, dell’Homo sapiens.” E. Anati, “Le radici della cultura”,
Jaca Book 1992, p. 88, 89, 101.
62. Carlo Tullio Altan, “Soggetto, simbolo e valore”, Feltrinelli
1992, p. 33. Vedi anche Heidegger: “Verso dove, da dove e in quale libera
dimensione potrebbe mai muoversi ogni intenzionalità della coscienza, se
l’uomo non avesse già nell’in-sistenza la sua essenza?”
63 U. Galimberti, “Enciclopedia Garzantina di Psicologia”,
Garzanti, 1999, p. 822.
64. “Mi ricordo una cena a Parigi di circa quindici
anni fa. Un giovane, il cui brillante avvenire gli si legge in volto,
parla di Fellini con irriverente disprezzo...(.........) E’ di fronte
a quel giovane, nella Francia degli inizi degli anni ‘80, che per la prima
volta ho avuto una sensazione che non avevo mai avvertito in Cecoslovacchia,
neppure nei peggiori anni dello stalinismo: la sensazione di vivere in
un’epoca post-artistica, in un mondo dove l’arte scompare perché scompare
il bisogno di arte, la sensibilità per l’arte”. M. Kundera (1995), in
“Questa non è la mia festa”, da “Riga” n. 20, Marcos y Marcos, 2002,
p. 74
65. Vedi nel cap. 6 come la divinità, da “strumento”
inventato dall’uomo per la sua emancipazione, è diventato il “fine”, il
Dio alla cui volontà l’uomo si sottomette.
66. E. Severino, “Il destino della tecnica”, Rizzoli
1998, p. 36
67. Piere Lévy, “L’intelligenza collettiva”, Feltrinelli,
1996, p. 209
68. D. de Kerckhove, intervista su “La Repubblica”,
29/7/2002 , p. 31
69. “Eppure, in questi ultimi dieci anni, ho sentito solo
parlar male di lui [Fellini]. Non credo che ciò dipenda da una semplice
volubilità di umore e mode. Penso di scorgervi qualcosa di più grave: l’annuncio
della fine dell’arte moderna: il suo rifiuto passionale. Come se (in un
momento in cui le élites cuturali vanno perdendo ovunque la loro
influenza) la mediocrità della maggioranza avesse potuto (finalmente!) dire
quello che aveva sempre pensato e vendicarsi di quello che le era stato
imposto contro i suoi gusti”. M. Kundera (1987), in “Kafka, Heidegger, Fellini”,
da “Riga” n. 20, Marcos y Marcos 2002, p. 76
70. G. Durand, “Le strutture antropologiche dell’immaginario”,
Ed. Dedalo, 1996, p.431
71. “La visione di Kafka ha anticipato di trent’anni la
critica heideggeriana della tecnica. Inversamente, la critica heideggeriana
illumina (a posteriori e a sua insaputa) il senso di una grande corrente
(la più importante probabilmente) dell’arte moderna, quella che va da Kafka
a Fellini e che, invece di esaltare il mondo moderno (alla maniera di Majakovskij
o di un Léger), ne è l’immagine disillusa e penetrante. La critica heideggeriana
è di un radicalismo inaudito. In un testo del 1953 Heidegger svolge una
riflessione quasi intollerabile: la più grande minaccia per l’uomo non è
rappresentata da una guerra atomica; molto più pericolosa è l’evoluzione
pacifica della tecnica, poiché rischia di privare l’uomo (l’essere pensante)
della sua essenza (della sua facoltà di pensare). Ma forse ancora più importante
di questa stessa riflessione è il fatto che essa non sconvolge nessuno.(...........)
Il conformismo del non-pensiero che con accelerazione vertiginosa si sta
impadronendo del nostro mondo non può non trovare ugualmente insopportabili
Kafka, Heidegger e Fellini: dimentica Heidegger; snatura Kafka
nel discorso grottesco della kafkologia; disistima l’ultimo gigante
dell’arte moderna: Fellini.” M. Kundera (1987), in “Kafka, Heidegger, Fellini”,
da “Riga” n. 20, Marcos y Marcos 2002, p. 77
72. “La differenziazione [fra coscienza maschile e inconscio],
che culmina nella coscienza patriarcale moderna, ha portato alla nevrotizzazione
anche dell’uomo moderno, al suo estraniamento da sé e alla perdita pericolosa
della vitalità creativa della sua psiche. Perciò ristabilire il contatto
con l’inconscio è della più grande importanza anche per il maschile.”
E. Neuman, “La psicologia del femminile”, Astrolabio 1975, p. 76
73. “La maggior parte degli essere umani sarà lieta
di abbandonare il proprio corpo mortale in cambio della maggiore libertà
e dell’immortalità del cyberspazio. Ma sarà sempre possibile, congetturò
Moravec, che vi siano “dei primitivi poco socievoli che diranno: ‘No, noi
non vogliamo unirci alle macchine’. Qualcosa di simile agli Amish”. Le macchine
potrebbero consentire a questi essere arcaici di rimanere sulla Terra, in
un ambiente simile al giardino dell’Eden. Dopotutto, la Terra “è soltanto
un granello di polvere nel sistema, e ha effettivamente una importanza storica
enorme”. Ma le macchine, avide delle materie prime sulla Terra, potrebbero
alla fine costringere i suoi ultimi abitanti ad accettare una nuova dimora
nel cyberspazio. [....] In effetti la scienza sarà l’unica motivazione degna
delle macchine intelligenti. ‘Cose come l’arte, di cui a volte si parla,
non sembrano molto profonde, nel senso che sono principalmente mezzi di
autoeccitazione’. Le sue risatine si trasformarono in risate fragorose.”
J. Horgan, “La fine della scienza”, Adelphi, 1998, p. 377.
74. “La vera libertà infatti e la dignità della vocazione
ontologica delle persone non riposano che sulla spontaneità spirituale
e sull’espressione creatrice che costituisce il campo dell’immaginario.
Essa è tolleranza di tutti i regimi dello spirito, sapendo bene che il
fascio di questi regimi non è di troppo all’onore poetico dell’uomo che
consiste nel dare scacco al nulla del tempo e della morte. Ci pare dunque
che una pedagogia dell’immaginazione si imponga a fianco della cultura
fisica e di quella del ragionamento.”... “Allora si impone una educazione
estetica, totalmente umana, come una educazione fantastica sulla scala
di tutti i fantasmi dell’umanità.”... “Una volta i grandi sistemi religiosi
svolgevano il ruolo di conservatorio dei regimi simbolici e delle correnti
mistiche. Oggi per una élite colta, le belle arti, e per le masse,
la stampa, i feuilletons illustrati e il cinema, veicolano l’inalienabile
repertorio di tutta la fantastica. Così bisogna augurare che una pedagogia
venga ad illustrare se non ad assistere questa non reprimibile sete di
immagini e di sogni.”... “Attraverso l’archetipologia, la mitologia, la
stilistica, la retorica e le belle arti sistematicamente insegnate, potrebbero
essere restaurati gli studi letterari e riequilibrata la coscienza dell’uomo
di domani.” G. Durand, “Le strutture antropologiche dell’immaginario”,
Ed. Dedalo 1996, p.430, 431, 432, 433
75. Es: la vita descritta in “Sulla strada”, di Y.
Kerouac.
76. Vedi nota 11.
77. Questa concezione organica dell’opera d’arte come simbolo
sintetico è contestata dalle avanguardie e dai cultori dell’anything
goes postmoderno. L’allegoria è considerata da Benjamin la rappresentazione
obbligata della antinomia oggi inconciliabile fra significato (tempo) e
forma (eternità). Essa costituirebbe pertanto un progresso dell’arte
dal simbolo conservatore (Goethe) all’allegoria rivoluzionaria,
all’interno della concezione sociologica del progresso nell’arte proprio
delle avanguardie.
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