Percorsi passionali
Daniele
Barbieri
[
PhD in semiotica. Insegna presso l'I.S.I.A. di Urbino, l'Università
di Urbino, l'Università di Bologna. Si occupa di semiotica e comunicazione,
con particolare attenzione al campo visivo. Sul tema dei fumetti ha pubblicato
"Valvoforme e valvocolori" (1990) e "I linguaggi del fumetto"
(1991). Sulla televisione "Questioni di ritmo" (1996). Sulla
comunicazione estetica ha pubblicando il volume "Nel corso del testo.
Una teoria della tensione e del ritmo" (2004). Nel campo della multimedialità
ha progettato, con altri, la struttura di "Encyclomedia. Guida multimediale
alla storia della civiltà europea: Il Seicento. Il Settecento.
L'Ottocento, Il Cinquecento" (1994-98). Ha pubblicato circa 250 articoli
su libri, periodici e quotidiani e collabora al supplemento culturale
de "Il sole 24 ore". ]
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Mangiare*
Mi sono domandato
più volte se l’esclusione della cucina dal mondo delle Arti
dipenda da uno snobismo residuo della nostra cultura, che ha storicamente
diviso i sensi in nobili e ignobili, cognitivi e non cognitivi, oppure
da ragioni più vicine alla nostra sensibilità di oggi. Ho
trovato quella che mi sembra una soluzione nel confronto tra il tipo di
piacere che è associato alla degustazione (anche olfattiva) e il
piacere legato invece alla visione, lettura o ascolto – non escludendo
qualche produttiva digressione verso il tattile.
Ho in mano un bicchierino
di whisky scozzese, un Lagavulin 16 anni. Lo guardo controluce, lo annuso,
lo assaggio. Percepisco il sapore della torba insieme con la sensazione
di apertura delle narici che dà una ventata di aria frizzante,
il calore anestetizzante dell’alcool e la persistenza di un sapore
minerale nella bocca, che dura singolarmente a lungo. Il palato continua
a essere pervaso di un fremito quasi elettrico per molto tempo dopo aver
appoggiato il bicchiere, mentre, anche se la fonte dell’odore è
ora di fatto lontana, le mie narici continuano in qualche modo a percepirlo,
probabilmente perché persiste nel cavo orale. Le sensazioni provocate
dall’aver ingerito un sorso di questo liquido prezioso si dissolvono
lentamente, lasciandomi con l’impressione di aver messo in contatto
per un attimo universi cognitivi differenti, e con il forte sospetto che
esistano relazioni più profonde, di quelle da me date per scontate,
tra il bruciore e l’aria fresca, tra il mondo minerale e quello
delle cose mangiabili, tra l’odore delle braci e il profumo del
sottobosco…
Eppure, appena la
sensazione nella bocca è finalmente svanita, tutta quella fascinosa
costruzione si dissolve con lei – a meno che, con impegno, io non
mi concentri per ricostruirla, renderla cosciente, nominabile, proprio
come sto facendo per scrivere queste righe. Sembra che la rete di rimandi
che un profumo o un sapore costruiscono sia fatta per vivere solo pochi
istanti – eccetto quelle volte in cui, per i casi della nostra storia
personale, l’odore o sapore in questione sia stato associato a qualche
evento particolarmente pregnante, e che quindi, per ragioni del tutto
sue, tenda a rimanerci in mente una volta evocato. Un effetto non dissimile
da quello che produce in noi a volte anche la musica (e molte altre cose),
e che potremmo chiamare, con riferimento a un film famoso, l’effetto
Play it again, Sam.
La buona cucina, gli
odori invitanti (tra cui certamente i profumi, ma non solo loro) segnano
la nostra vita di attimi di un godimento che non si riduce a quello dell’ingestione
di cibo, ma che nemmeno può prescindere da quello. C’è
un divertente racconto di Woody Allen
in cui viene presentata l’immaginaria recensione dei piatti di un
ristorante di New York, e le lettere di commento o protesta di alcuni
competenti lettori. Ma nel racconto recensione e lettere affrontano quei
piatti come farebbero nella nostra cultura se essi fossero dei dipinti,
e la terminologia e il tono utilizzati sono quelli della critica d’arte
– di diversa impostazione ideologica, a seconda di chi scrive. Woody
Allen stava facendo il verso alla critica, senza dubbio, e poco gli importava
davvero della cucina; ma è interessante lo stesso domandarci perché,
quando siano applicate alla cucina, le stesse valutazioni che possono
essere prese così seriamente a proposito della pittura appaiano
qui talmente fuori luogo da muovere il riso.
In altre parole, perché
accettiamo che un po’ di colore disposto su una tela possa essere
letto (poniamo) come un discorso sull’angoscia dell’esistenza
contemporanea, mentre troviamo ridicolo che lo possa fare la creazione
di uno chef? In linea di principio la cosa non dovrebbe apparire impossibile.
Per quale ragione, invece, non è contemplata dalle nostre consuetudini
estetiche?
Le ragioni elencabili
sono tante, a partire, per esempio, da un banale problema di riproducibilità
tecnica – non del tutto dissimile da quello che ha sempre avuto
la musica prima dell’invenzione del grammofono, ma molto, molto
più acuto. La musica, almeno in Occidente, era arrivata a un punto
tale di standardizzazione delle proprie componenti di base (strumenti
e modi di utilizzarli, e quindi sistema dei suoni realmente utilizzabili)
da permettere all’esecutore di concentrarsi su un insieme limitato
(seppur ancora enorme) di variabili. Ma l’interpretazione che un
cuoco dà di una ricetta dipende inevitabilmente dalla qualità
dei cibi di base a sua disposizione – e la precisione delle indicazioni
di una ricetta, così fondate sulla condivisione non scritta di
una pratica, assomiglia molto di più alla precisione della notazione
neumatica del medioevo che non a quella della notazione pentagrammatica
degli ultimi sette secoli. Insomma, ogni creazione di uno chef si avvicina
ad essere un unicum, gustabile da pochi privilegiati.
Ma non si tratta di
una ragione forte. Le arti elitarie esistono oggi e sono esistite in passato.
Se il problema fosse solo questo non avremmo una vera ragione per trovare
così divertente il racconto di Woody Allen.
Bisogna quindi fare
un passo più in là, e rendersi conto che l’associazione
del sapore dei cibi con l’atto del nutrirsi ha alcune fondamentali
conseguenze semantiche. Il nutrirsi, attività vitale per eccellenza,
ha proprio per questo una forte connotazione euforica – che si propaga,
inevitabilmente, a tutto ciò che lo accompagna. Il vedere e l’ascoltare
suoni e parole non ha, di per sé, alcuna connotazione euforica
paragonabile, giacché noi vediamo e ascoltiamo continuamente, per
tutto il tempo della nostra vita conscia. Forse se trascorressimo le nostre
giornate in una scatola buia e insonorizzata, salvo per pochi minuti al
giorno, allora anche vista e udito ci donerebbero altrettante sensazioni
positive – ma così, evidentemente, non è.
È naturale
dunque che ogni sensazione – e presumibilmente in generale ogni
significazione – associata al mangiare sia toccata da questo sottofondo
euforico, e tenda a essere interpretata in senso vitale. Ma il fatto che
il mangiare comporti l’ingerire, ovvero il fare entrare qualcosa
dentro di sé, ha ulteriori effetti semantici. Poiché il
gusto è anche la principale sentinella della commestibilità
di quello che ingeriamo, siamo decisamente più renitenti ad accettare
sapori cattivi di quanto non siamo renitenti ad accettare immagini o suoni
sgradevoli. Questo lascia fuori dal campo dell’arte culinaria qualsiasi
corrispondente gastronomico dei mostri di Goya o dei “rumori”
di Stravinsky – ovvero qualsiasi possibilità di usare lo
sgradevole a scopo estetico. E poiché l’ingresso testualmente
giustificato dello sgradevole è uno dei principali motori
della trasformazione del gusto estetico (certamente Le sacre du printemps
appare assai più consonante a noi oggi che non ai suoi ascoltatori
di inizio Novecento, compresi quelli che allora già l’apprezzavano)
il gusto gastronomico è destinato a cambiare in maniera molto più
lenta: ne è conferma l’osservazione che ben difficilmente
i miei ospiti di oggi mi accuserebbero di avere una cucina ottocentesca
anche se seguissi pedissequamente tutte le raccomandazioni dell’Artusi
(come spesso, peraltro, mi capita di fare).
Ma la presenza dello
sgradevole in un testo estetico è anche qualcosa di più,
essendo ciò che ci permette di attendere o ipotizzare una
sua risoluzione, un cambiamento: insomma, lo sgradevole è
uno dei motori tensivi che sono presenti all’interno del discorso
di un’opera d’arte.
Laddove il mangiare si presenta, al contrario, come un momento di risoluzione
della tensione assai più che di sua creazione o conduzione. È
certo vero che l’antipasto serve per stimolare l’appetito,
ma se esso non fosse già a sua volta un appagamento (per quanto
parziale), dubito che se ne farebbe un grande uso.
Ed eccoci dunque al
punto, che riguarda proprio la scarsa possibilità di sviluppo temporale
che ha il sapore, rispetto alla parola o al suono – o anche all’immagine,
nella quale, come meglio vedremo tra poco, lo sviluppo non è programmato
dall’esistenza di una sequenza preordinata, ma c’è
comunque, perché un’immagine non viene mai colta in tutto
il suo significato con un’occhiata sola, bensì in ogni caso
attraverso un percorso. A differenza di quello che accade leggendo una
poesia, un piatto di profumati tortelloni ci ripropone numerose volte
nel corso della sua fruizione – cioè ad ogni boccone –
il medesimo sapore. E persino considerando un’intera cena, anziché
un piatto solo, ci accorgiamo che i singoli elementi messi sequenzialmente
in gioco sono in numero enormemente minore che nel più elementare
pezzo di musica…
Dunque, la cucina
non è un’arte, o almeno non lo è nel senso in cui
lo sono pittura, musica, poesia e tutte quelle forme di comunicazione
che hanno la capacità di produrre discorsi a cui riconosciamo la
qualifica di estetico o artistico. Eppure, a dispetto di questo, la cucina
è una delle principali fonti di godimento della nostra vita, e
non appare affatto estranea al mondo del significato – perché
se così non fosse essa sarebbe davvero un semplice nutrirsi. E
prima che il nostro discorso l’abbandoni del tutto, vale la pena
di capire come possano stare le cose.
Torniamo allora al
nostro Lagavulin 16 anni, e all’universo di collegamenti che ci
viene aperto dal sorseggiarlo. Di significato, in quel bicchiere di distillato
alcolico, ce n’è in realtà tantissimo; e percependo
quel liquido attraverso il senso del gusto diventiamo improvvisamente
consapevoli di una quantità di relazioni che altrimenti ci sfuggono.
Il che, in minore o maggiore misura, è vero per qualsiasi cosa
gustiamo o annusiamo – salvo che, soprattutto nel caso del mangiare,
questa consapevolezza si innesta sull’euforia di fondo dell’attività
vitale. Insomma, quando mangiamo, anzi soprattutto quando mangiamo bene,
con gusto, non stiamo solo assumendo nutrimento per il nostro corpo; stiamo
anche mangiando sapere, assumendo dentro di noi, per quanto momentaneamente,
una serie di collegamenti imprevisti, diversi, nuovi. In altre parole,
la buona cucina è una fonte di intuizioni sul mondo, di cui essa
non dà tuttavia alcuna verifica o prova. È un sistema di
suggerimenti cognitivi, su base euforica e vitale – è
la genesi (ma non l’assestamento) di nuove conoscenze sulle relazioni
tra le cose, fondata sul gesto della stessa prosecuzione della vita.
In questo senso la buona cucina è veramente l’esaltazione
del mangiare in quanto tale, perché prosegue in senso cognitivo
quel procedere dell’esistenza di cui il nutrirsi è il punto
di partenza.
E tuttavia la buona
e anche la grande cucina non va oltre questo, e non deve andare oltre,
perché la sua natura dionisiaca si basa interamente sull’incoatività
dell’attimo, cioè sull’essere punto di inizio di un
processo, della scoperta cognitiva che si sta facendo in quel momento
– spesso destinata a finire dimenticata anche solo un istante dopo.
Se già si passasse dalla fase della scoperta a quella della verifica,
entrerebbero in gioco altri fattori – insieme certo con altre soddisfazioni,
perché pure l’accertamento della scoperta ha le sue –
ma entrerebbe in gioco anche una complessità che ucciderebbe il
dionisiaco stesso, l’entusiasmo (il “dio dentro di noi”
– e veramente, fisicamente dentro) del momento della scoperta.
A questo punto possiamo
capire che la cucina non è un’arte come la pittura, la poesia
o la musica, perché tutto il suo godimento sta in una serie di
inizi, senza sviluppo, senza possibilità di costruire discorsi,
argomentazioni, percorsi complessi. Il godimento del mangiare sta in una
serie di intuizioni cognitive intense e irrelate, senza seguito, una dionisiaca
successione di illusioni.
E a questo punto possiamo
anche capire perché, se pure la cucina non può essere un’arte,
il suo valore sia tanto alto per la nostra cultura, e per quale ragione
essa debba conservare gelosamente la propria diversità, visto che
è proprio da tale diversità che dipende uno dei pochi piaceri
primitivi che ancora ci restano: il piacere di scoprire, ancor
prima della verifica, ancor prima della verità. La scoperta pura,
nel suo momento iniziale di entusiasmo – collegata alla vita, al
futuro, alla possibilità di esserci ancora e di conoscere ancora.
Non so immaginare
un piacere più elementare e diretto. Persino il fare l’amore,
che pure condivide molti aspetti cognitivi col mangiare, subisce le complessità,
le tortuosità, di tutti gli altri modi intellettuali che ci sono
dati di provare (e far provare) piacere.
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Comunicazione emotiva
E veniamo dunque a
questi altri modi intellettuali, più tortuosi e complessi, e che
fondano su questa complessità – al contrario di quello che
accade con la cucina – la ragione del loro interesse.
Ma partiamo da lontano,
da lontanissimo, cioè da quando qualche nostro antenato remoto
si rese conto che i rudimentali strumenti per comunicare di cui disponeva
non gli servivano solo per far sapere che in un certo posto c’erano
delle radici gustose, o che aveva voglia di far sesso, o che là
in fondo c’era un riparo, e così via. A una funzione banalmente
informatrice della comunicazione (che ha sempre avuto, comunque, caratteristiche
strumentali – perché comunicare è sempre e comunque
cercare di indurre nei destinatari della comunicazione un qualche atteggiamento
a noi direttamente o indirettamente favorevole) si è a un certo
punto aggiunta la consapevolezza che certe modalità comunicative
sono in grado anche di far vivere al loro fruitore delle esperienze simili
a quelle vissute (o immaginate) dall’autore. L’interpretazione
con tutto il corpo delle fasi di una battuta di caccia avvenuta il giorno
prima è qualcosa che può trascinare gli astanti in un’esperienza
emotiva che ha qualche somiglianza con quella vissuta dal cacciatore,
che ora è diventato attore. I fruitori dunque empatizzano, e attraversando
direttamente l’esperienza – per quanto in forma simulata –
sono molto più disposti a dare supporto e aiuto al suo responsabile
diretto di quanto non sarebbero se non comprendessero altrettanto a fondo
quello che lui sente.
Appartengono a queste
categoria di espressione le pitture rupestri del paleolitico, che potevano
anche avere, certamente, ulteriori funzioni magiche o religiose, ma che
prima di tutto erano un potente strumento di comunicazione emotiva. Erano,
in altre parole, macchine emotive: strumenti per produrre determinate
categorie di emozioni in chi era destinato a fruirli.
Questa comunicazione,
che potremmo chiamare emotiva, o passionale, è evidentemente
alla base di tutto il nostro universo di comunicazioni estetiche o artistiche
– e non solo. Essa si basa su una componente cruciale, che è
la creazione e successiva gestione dell’attesa.
Le emozioni, è ovvio, non sono i fatti: le emozioni sono le nostre
disposizioni in attesa o in conseguenza dei fatti, ovvero come ci disponiamo
nei confronti di ciò che presumiamo debba accadere o che sappiamo
che ci è successo. Ma questa disposizione nei confronti dei fatti
è talvolta talmente importante per noi, che accade persino che
del fatto vero e proprio ci importi solo nella misura in cui sappiamo
che scatenerà in noi delle emozioni interessanti. È questo,
per esempio, che rende tanto interessante l’attrazione amorosa o
anche, più semplicemente, quella sessuale.
Sulla capacità
di ricreare in noi il percorso di attese e delusioni e soddisfazioni di
una passione erotica si basa il successo comunicativo di una quantità
enorme di testi di ogni tipo, che vanno da Madame Bovary alle più
laide foto pornografiche, dai romanzi rosa ai nudi di Modigliani, Goya,
Tiziano, da Lulu di Pabst alle canzoni del Festival di Sanremo.
Non solo palliativi della reale esperienza, perché se la reale
esperienza è fatta sostanzialmente di emozioni, inevitabilmente
avremo appreso gran parte di queste emozioni attraverso queste ricostruzioni
– ed esse determinano il nostro modo di sentire non meno delle esperienze
reali, specialmente quando le esperienze reali sono di tipi che probabilmente
non vivremo mai in prima persona.
La comunicazione emotiva
ci forma, quindi, né più né meno (anzi, probabilmente
di più, almeno in una prospettiva individuale) dell’esperienza
reale. La comunicazione emotiva è il modo per condividere le emozioni,
per socializzarle, per far sì che tutti abbiano un’idea di
come sia quello che solo qualcun altro ha provato di persona.
E poiché la
comunicazione emotiva è così importante, non possiamo pensare
di ritrovarla solo in casi specifici. Di fatto essa è presente,
in varia misura, pressoché in ogni tipo di comunicazione –
anche se si trova nascosta, talvolta, nelle più astratte formule
organizzative del senso.
Per sgombrare il campo
da fraintendimenti, questa comunicazione emotiva non coincide con quella
che Roman Jakobson,
riprendendola da Bühler, chiamava funzione emotiva. La funzione
emotiva di Jakobson è quella che permette all’emittente di
un messaggio di trasmettere le proprie emozioni, e ha come fenomeno
paradigmatico le interiezioni. Noi stiamo parlando invece di qualcosa
che è in grado di produrre emozioni nel destinatario della
comunicazione.
Preferiamo chiamarla,
perciò, funzione estetica – non lontani da un atteggiamento
dello stesso Jakobson (ma nemmeno coincidenti con esso), che preferisce
però parlare di funzione poetica. Diremo dunque che in qualsiasi
comunicazione umana è presente, in diversa misura, una funzione
estetica, ovvero il tentativo di produrre un qualche tipo di emozione
nel proprio fruitore.
Entrando nello specifico,
la funzione estetica è quella che ci permette di trovare interessante
una comunicazione, indipendentemente dall’interesse a priori che
potevamo avere per le informazioni che ci trasmette.
Partiamo dal livello
infimo, e pensiamo ai testi di carattere burocratico-amministrativo, e
tra questi al caso, tipicamente raso terra, della relazione di un amministratore
di condominio. Mi perdonino gli amministratori di condominio che sanno
scrivere – tuttavia, mediamente, la relazione di un amministratore
di condominio non è un testo che noi leggiamo se non ci aspettiamo
di trovarvi informazioni che ci renderanno meno complicata la vita. In
fin dei conti, sapere che la signora del piano di sotto ha intenzione
di chiedere di far dipingere le imposte di tutte le finestre della casa
di color rosa shocking mi può permettere di correre ai ripari prima
che sia troppo tardi. Se non fosse per questo, né io né
nessuno leggerebbe la relazione – la quale, d’altra parte,
è stata scritta da un autore ben consapevole che solo chi vi sia
costretto dai fatti la leggerà, e dunque non ha compiuto il minimo
sforzo per assecondarne la lettura.
Ora ascoltiamo un
quartetto d’archi, di Beethoven, poniamo. A priori, non ho alcuna
ragione di interesse per le informazioni che mi può procurare:
anzi, il caso è esemplare proprio perché, tipicamente, alla
fine dell’ascolto io non sarò nemmeno in grado di dire quali
informazioni mi abbia passato. Eppure, la presentazione iniziale del tema
tipicamente risveglierà il mio interesse e mi farà domandare
come le cose proseguiranno, attendendo ogni successiva risoluzione tonale,
stupendomi per la differenza e insieme parentela formale che presenta,
al suo arrivo, il secondo tema, tendendomi quando il tempo si fa improvvisamente
più lento o l’armonia più incerta, esaltandomi quando
il tema ritorna gloriosamente ed emerge con la sua cristallina riconoscibilità
in un mare di divagazioni in cui il piacere dell’allontanamento
da una sponda certa si mescola vagamente con la sottile angoscia della
perdita di un punto di riferimento… e così via. La ragione
per ascoltare il quartetto di Beethoven è unicamente emotiva. Non
so se la musica trasmetta emozioni: certamente le produce
in me. L’interesse che provo per il brano musicale è tutto
fondato su ragioni interne al testo musicale stesso e alla sua struttura,
mentre, al contrario, l’interesse che provo per la relazione dell’amministratore
del mio condominio è tutta fondata su ragioni esterne al testo
e al modo in cui è realizzato.
Un testo argomentativo,
o anche semplicemente informativo, che sia ben scritto, è un testo
che mescola le due componenti: non solo mi trasmette le informazioni che
cerco, ma è in grado di suscitare in me delle aspettative, ovvero
degli altri interessi. Il testo, in altre parole, non si limita a informarmi,
ma lo fa costruendo in me anche un percorso emotivo, facendomi attendere
ulteriori informazioni, facendomi sospettare che mi possano interessare
pure argomenti che non mi avevano interessato sinora – insomma,
conducendomi per mano come fa un bravo insegnante, che non si limita a
trasmettere informazioni ai suoi allievi, ma produce in loro l’interesse
e il desiderio di andarne a cercare altre per conto proprio.
La funzione estetica
è questa caratteristica, comune a tutti i testi, a tutte le comunicazioni,
di gestire il nostro percorso di aspettative ed emozioni nel fruirli.
In questo senso, persino nella relazione dell’amministratore di
condominio è presente una larva di funzione estetica, visto che
comunque, per quanto noiosa e mal scritta essa sia, qualcosa le sarà
rimasto dalla frequentazione da parte del suo autore di testi di maggior
interesse interno. Lasciamo comunque al suo destino questo estremo, infimo,
della comunicazione emotiva, e occupiamoci dell’altro estremo, dove
la funzione estetica ha un ruolo cruciale.
Voglio chiamare testi
estetici quei testi che vengono fruiti principalmente in virtù
della qualità della loro funzione estetica. Non appartengono a
questa categoria tutti i testi (tutte le comunicazioni) che hanno un’evidente
finalità pratica, per esempio di carattere informativo o persuasivo:
per esempio, il saggio che state leggendo in questo momento, anche se
doveste trovare affascinante il mio stile e appassionante la lettura,
non è un testo estetico perché viene prodotto e recepito,
prima di tutto, per trasmettere delle opinioni. Appartengono alla categoria
dei testi estetici invece tutte quelle comunicazioni che sono fatte per
dilettare, nel senso più generico (e meno ideologico) del
termine: che vanno, dunque, dalla Divina Commedia ai varietà
televisivi, dai dipinti di Pollock all’arredo urbano, da Le marteau
sans maitre ai canti goliardici. Non è che queste comunicazioni
siano prive di contenuti: tutt’altro. Ma non sono fruite
prima di tutto per cercare delle informazioni specifiche su qualche argomento.
Naturalmente, anche
se non sono fruiti a questo scopo, i testi estetici possono essere stati
prodotti a questo scopo. Non dimentichiamo, per esempio, che la grande
pittura dei secoli passati ha avuto molto spesso funzioni palesemente
propagandistiche; e, passando a un ambito più profano, non si fruisce
la pubblicità per cercare informazioni o persuasioni, eppure la
si produce proprio per questo. La pubblicità, proprio in
virtù di queste caratteristiche, rappresenta un esempio emblematico
di testo estetico: un testo che il suo destinatario cerca di evitare di
fruire, e che riesce a imporre la propria stessa fruizione unicamente
in virtù del modo in cui si presenta – trasmettendo alla
fine delle informazioni a cui non solo il fruitore non era interessato,
ma che avrebbe volentieri ignorato!
Come i prodotti della cucina di cui si parlava
sopra, i testi estetici sono prodotti cognitivi. Il percorso emotivo su
cui ci conducono è comunque fatto per farci apprendere qualcosa
sul mondo – non foss’altro sul mondo delle nostre stesse emozioni.
I varietà televisivi ci conducono attraverso il rassicurante percorso
della nostra mediocrità quotidiana, confortandoci sul fatto che
il sistema delle piccole scoperte di ogni giorno, delle emozioni basate
sul riconoscimento del già noto e della memoria delle passioni
dell’infanzia è del tutto sufficiente a costruire una realtà
emotiva completa e un mondo degno di essere vissuto – sino, nei
casi più eclatanti, a renderci emotivamente e moralmente accettabile
un mondo, non meraviglioso ma il nostro, in cui si può essere tranquillamente
governati da persone sospettate di truffa, corruzione e una quantità
di altri reati; e la cosa ci appare del tutto naturale! Non meraviglia
il fatto che i varietà televisivi appaiano noiosi a chi non riconosca
questi valori e non ne senta la fascinazione: meglio, in questi casi,
la relazione dell’amministratore di condominio; almeno mi aiuterà
ad evitare le tapparelle rosa.
D’altro canto,
l’assenza di contenuti identificabili non impedisce a un brano di
musica di condurre il suo fruitore verso una serie di scoperte che iniziano
forse in maniera simile a quello che succede con il cibo (cioè
tramite associazioni inaspettate o riscoperte) ma che attraverso il modo
in cui poi continuano e vengono condotte possono produrre innumerevoli
ulteriori associazioni, non solo tra elementi del mondo percepito, ma
anche tra questi ed elementi della nostra stessa condotta emotiva. La
musica costruisce un mondo astratto, che noi impariamo a esplorare con
l’ascolto: è questa esplorazione che ha in qualche modo relazione
con la nostra esplorazione del mondo reale. Se c’è qualche
tipo di mimeticità nella musica, è solo a questo livello
che la possiamo trovare: tra il modo in cui essa ci conduce a conoscerla
e il modo in cui conosciamo il mondo reale.
C’è poi
sempre, ovviamente, la componente dell’effetto Play it again,
Sam. La canzone, il sapore, il profumo, il gesto che ci ricordano
un momento felice, o comunque un momento emotivamente forte – e
sono indissolubilmente legati a quello. Idiosincrasie individuali, certamente.
Eppure la possibilità di queste idiosincrasie è progettata
con attenzione nella struttura di tanti prodotti estetici, buttati sul
campo in massa con la certezza che qualcuno di questi riuscirà,
in molti di noi, a suscitare questo effetto. Per questo, in fin dei conti,
le canzoni commerciali si assomigliano un po’ tutte, e noi godiamo
nel mangiare per la millesima volta un medesimo e identico piatto di tortellini.
Ma pure sapere che il mondo è saldo attorno a noi, e non ci scivola
via troppo sotto i piedi, è una componente cognitiva importante.
E siamo grati che ci venga ribadita – anche se, assetati di sapere
e di novità, ci annoiamo o infastidiamo quando si esagera.
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Testi artistici
I testi artistici,
dunque, sono un sottoinsieme dei testi estetici. Ma cosa caratterizza
questo sottoinsieme? Non è troppo difficile distinguere i testi
estetici da quelli che estetici non sono (per quanto, certamente, esistano
ampie aree incerte), ma il passaggio dall’estetico all’artistico
appare molto meno chiaro, molto più aleatorio.
Renato Calligaro,
nel primo numero di questa rivista,
contesta l’affermazione che sia arte quello che gli uomini (che
hanno il potere di farlo) chiamano arte. E va alla ricerca di una caratteristica
intrinseca dell’opera d’arte, qualcosa che permetta di riconoscerla
immediatamente, direttamente.
Dice, e sottoscrivo
con tutto il cuore questa dichiarazione, che si dovrebbe riservare l’appellativo
“opera d’arte” alle opere davvero riuscite. Questa proposta
di uso va contro alla vulgata, che identifica un “mondo dell’arte”,
di cui fanno parte anche i pittori e gli scrittori mediocri, e che definisce
“artista” pure un pessimo cantante; però è conforme
a un altro uso dell’espressione, quello per cui quando qualcosa
ci colpisce davvero, anche se non si tratta di un prodotto delle Arti
canoniche, persino se non si tratta di un prodotto dell’opera umana,
siamo tentati di definirlo un’opera d’arte.
È questo secondo
atteggiamento che vorrei privilegiare nella mia riflessione, anche se
la ragione mi suggerisce di non dimenticare il primo, che è comunque
fortemente presente nell’uso di fatto della parola arte,
e che in qualche modo, di conseguenza, influenza l’altro.
Vi sono comunicazione
estetiche, testi estetici, in grado di produrre in me forti e prolungate
emozioni. Fruendone, scopro collegamenti tra le cose. Mi accorgo che un’attesa
che ritenevo fastidiosa produce frutti insospettati, e mi insegna qualcosa
sullo scorrere del tempo. Collego emozioni con eventi che non avevo mai
messo in relazione.
Jacques Geninasca
ha analizzato cosa succede quando le previsioni del fruitore vengono smentite,
prendendo a esempio quello che lui chiama il sintagma seriale a tre
termini, come il raciniano “Je le vis, je rougis, je pâlis
à sa vue”, o il rousseauiano “au bord de l’eau,
sur la grève, dans quelque asile caché”.
1. L’attesa. Ammettiamo
la presenza di una regola implicita in virtù della quale la percezione
di una ripetizione (di qualsiasi natura siano le configurazioni reiterate:
fonica, sintattica, fonico-sintattica o figurativa) basti a introdurre
– all’insaputa dell’attore stesso in cui si verifica
– l’attesa di una triplicazione. Come se, compiendo due volte
lo stesso gesto o le stesse operazioni, si soddisfacessero le condizioni
per una terza attualizzazione, percepita come la più probabile
(secondo il principio del minimo sforzo) rispetto al compimento di qualsiasi
altro gesto o operazione. Poiché si fonda su un oggetto definito,
lo stato tensivo che qui chiamiamo “attesa” equivale a una
forma di conoscenza in atto.
Due sequenze, due relazioni
formalmente simili (una permutazione o un’inversione, ad esempio)
sono necessarie e sufficienti a suscitare lo stato di attesa che inaugura
il sintagma ritmico.
2. La sorpresa. L’oggetto
virtuale dell’attesa non si attualizza. Chiamiamo “sorpresa”
lo stato di tensione disorientata, dalla sfumatura disforica, provocata
da un’attesa delusa. Il fallimento dell’attualizzazione dell’oggetto
atteso determina nel soggetto una crisi di sicurezza nel rapporto con
se stesso e con un “mondo” che non rispetta i principi di
regolarità apparentemente necessari ad assicurarne l’intelligibilità.
3. La soluzione euforica.
La crisi aperta dalla fallita attualizzazione dell’oggetto atteso
ha una duplice conseguenza, cognitiva e patemica: non immediatamente intelligibile,
il mondo degli oggetti diventa opaco per un Io che, proprio per questo,
si sente dolorosamente estraneo al mondo. La crisi è tuttavia destinata
a risolversi in un momento di distensione euforizzante. È sufficiente
che la scoperta inattesa di un nuovo principio ordinatore, superiore a
quello che sembrava reggere l’ordine delle cose, venga a ribaltare
il senso delle tensioni accumulate. L’euforia con cui si conclude
una sequenza ritmica nasce sotto l’effetto congiunto di due sentimenti
di natura propriocettiva: uno di sovrabbondanza di energia disponibile;
l’altro di repentina rivelazione di un principio di ordine e di
intelligibilità più potente di quello delle regolarità
lineari (o del loro principio combinatorio).
Il brano di Geninasca
ci spiega la ragione del senso di euforia che pervade la fruizione di
un oggetto estetico riuscito: è l’euforia della conoscenza
acquisita, che apre comunque nuove prospettive nella nostra vita. È
l’euforia dell’apertura di qualcosa di nuovo e invitante davanti
a noi, di un’aspettativa di maggiore controllo del mondo. È
l’euforia di un’abbondanza di energia a disposizione, perché
siamo protesi, e il mondo ci ha risposto.
Quando un testo estetico
riesce a condurre la nostra attenzione mantenendoci in uno stato di euforia
di questo genere, lo definiamo, tipicamente, bello.
Si noti che la presenza
di questo stato euforico non esclude, anzi talvolta richiede, il passaggio
attraverso emozioni anche negative, non esclude la tristezza, persino
la disperazione. Le storie che finiscono male, che pure ci fanno
piangere, o sentire negativi nei confronti del mondo, possono comunque
indurci a tornare a frequentarle. L’euforia cognitiva del lettore
di Edipo re non interferisce con il senso di cupa disperazione
e di impotenza che pure siamo portati con intensità a provare nel
leggerlo. Presumibilmente l’aristotelica catarsi è
proprio un fenomeno di intreccio di questo genere di emozioni disforiche
ed euforiche, in cui comunque le prime, per quanto forti e intense, sono
funzionali alle seconde, anche quando queste appaiano marginali e sullo
sfondo. E se così non fosse, non torneremmo a leggere le tragedie
greche!
Ma se il bello,
nel senso che si è ora detto, è una condizione necessaria,
non appare essere ancora una condizione sufficiente per conferire l’appellativo
di opera d’arte. Mi è capitato molte volte di dire
bello e poi, alla seconda visita, di non trovare più alcun
motivo di interesse in uno specifico testo estetico. Non che la prima
esperienza fosse stata falsa, o sbagliata: semplicemente quella prima
esperienza ha esaurito le potenzialità comunicative del testo.
Le frequentazioni successive non ci aggiungono niente di nuovo.
Mi colpisce sempre
il fatto che quando si propone di andare a vedere un film ci sia qualcuno
che dice “L’ho già visto”. Lo faccio anch’io,
ovviamente, eppure ci sono film che ho visto decine di volte, e che continuerò
a rivedere. Di solito, certo, non ci si aspetta tanto da un film. Quando
la tensione dominante in un testo è quella della trama narrativa,
una volta che si sa come va a finire la storia è come assistere
a un rito di cui si conosce a memoria l’andamento. Si va al cinema
per essere intrattenuti; non, di solito, a cercare opere d’arte.
Quando un film vale
la pena di essere rivisto, e magari rivisto ancora, e ancora e ancora,
è perché a ogni visione ci rivela degli angoli insospettati
di sé. Paradossalmente, certe volte, è proprio perché
conosco a memoria tantissimi aspetti, che sono in grado di coglierne uno
in particolare che sino a ora mi era sfuggito, a vantaggio di altri, più
evidenti. E magari proprio questa scoperta mi costringe a reinterpretare
tutto, ad accorgermi che quello che ho davanti è un discorso molto
diverso da quello che mi era apparso prima, talvolta persino a dover decidere
che la storia stessa che mi viene raccontata è in realtà
diversa da quello che sembrava prima.
Vi sono testi filmici,
poetici, narrativi, fumettistici, musicali, visivi, su cui mi è
accaduto di lavorare un sacco di tempo, dei quali ho analizzato un’enormità
di aspetti, scena per scena, parola per parola, segno per segno. Ho scritto
analisi di questi testi e ne ho discusso con altre persone che hanno fatto
la stessa cosa. Eppure la fascinazione che questi testi hanno su di me
non solo non è calata con queste operazioni invasive, apparentemente
anatomiche, ma è anzi di solito enormemente aumentata, insieme
con la consapevolezza che il vasto insieme delle mie scoperte non bastava
a comprendere – anche nel senso di circondare, avvolgere –
l’opera. A ogni rilettura successiva, l’opera mostrava di
avere ancora risorse per catturare la mia attenzione.
-
Guardare
Quando si arriva a
questo livello di conoscenza di un testo, il fatto che esso si snodi nel
tempo anziché essere già tutto lì davanti a me, come
sono i dipinti o le fotografie, diventa una componente molto meno cruciale
di quanto non accada nelle prime letture. In questa situazione il lettore
o spettatore ha davanti a sé continuamente l’intero testo,
proprio come succede a chi guarda un dipinto: e così come chi guarda
un dipinto focalizza l’attenzione ora sull’intero ora su qualche
dettaglio, anche l’attenzione di questo fruitore sarà focalizzata
ora sul tutto, da lui ben conosciuto, ora sulla parte che ha effettivamente
sotto gli occhi, o che gli sta arrivando alle orecchie.
Che cosa resta di
tensivo, di attesa, in una situazione così apparentemente detemporalizzata?
In realtà, moltissimo, e tutto ciò che conta. La fruizione
di un dipinto, o di qualsiasi prodotto visivo statico, anche se non prevede
un percorso di fruizione predeterminato – come invece nel caso della
letteratura, del cinema ecc. – prevede comunque che la fruizione
richieda del tempo, e che il fruitore la organizzi in qualche modo. A
un primo livello, nonostante l’immagine stia tutta davanti a me,
il mio occhio passerà dalla visione del tutto a quella dei dettagli
seguendo dei percorsi di rilevanza; per cui, per esempio, tipicamente
cercherò di vedere e riconoscere le figure in primo piano prima
di quelle sullo sfondo, le figure maggiormente contrastate rispetto a
quelle che lo sono in misura minore, le figure centrali rispetto a quelle
laterali, quelle grandi rispetto a quelle piccole, e così via.
E proprio perché l’autore delle immagini conosce queste consuetudini
visive, egli può giocare a “nascondere” le cose di
maggior rilievo in posizioni meno forti, oppure a distruggere la possibilità
stessa di giocare percettivamente su queste opposizioni – insomma
a creare delle sorprese che non sono dissimili da quelle prodotte da un
romanziere o da un poeta, autori che possono contare sull’andamento
sequenziale.
Un’immagine
che rivedo per la centesima volta, però, non mi conduce più
secondo questi percorsi. Ora è la mia conoscenza precedente dell’immagine
che guida la mia attenzione. Sono i percorsi cognitivi della mia interpretazione
a condurre il mio occhio. A un secondo livello, infatti, il percorso emotivo
prodotto da un dipinto non è particolarmente diverso da quello
di una poesia: ci sono infatti delle acquisizioni cognitive che faccio
immediatamente, attraverso la stessa primissima visione, ma è solo
sulla base di queste prime acquisizioni che posso arrivare a delle seconde
acquisizioni cognitive, e solo sulla base di queste posso procedere oltre.
E a ogni livello di acquisizioni cognitive un’immagine che sia un’opera
d’arte rivelerà alla visione nuovi dettagli, nuove corrispondenze,
nuove relazioni, costringendomi a ripensare, reinterpretare, ricondurre.
Insomma, anche qui
viene messa in opera una macchina emotiva, basata su un percorso, solo
che il percorso viene scatenato non da una sequenza, ma da un oggetto
su cui si continua a tornare, come una falena attratta da una lampada.
Quando ci bruciamo, e ciononostante continuiamo a bruciarci, siamo probabilmente
di fronte davvero a un’opera d’arte.
5. Complicazione
Sembra quindi che
la complessità sia un altro requisito dell’opera d’arte.
L’opera d’arte è complessa, nel senso specifico della
parola, ovvero non è mai riconducibile a uno schema definito, e
continua a restare cognitivamente ed emotivamente produttiva anche alla
millesima fruizione.
Complessa non significa
complicata. Complessità e complicazione sono due nozioni
del tutto indipendenti, pur avendo, in italiano, il medesimo antonimo,
cioè semplice. È importante capire che l’opera
d’arte non può essere semplice, se intendiamo la parola nel
senso di non-complesso; ma può invece essere semplice oppure complicata,
più o meno facilmente abbordabile dal pubblico, in maniera piuttosto
indipendente dal suo valore.
C’è quindi,
a partire da qui, un’altra componente potenziale dell’opera
d’arte, che ha a che fare con la sua complicazione, e che rende
problematica la ricerca di Calligaro di una caratteristica intrinseca
all’opera d’arte.
Mentre un testo complesso
può essere comunque facilmente accessibile a chiunque, almeno a
un livello di base, perché la complessità potrebbe dispiegarsi
anche solamente in seguito, un testo complicato è un testo che
richiede, sin dal primo livello di fruizione, un’attenzione e una
competenza che potrebbero essere appannaggio di pochi – vuoi perché
pochi possiedono davvero le competenze richieste, vuoi perché i
più non ritengono cognitivamente (o emotivamente) remunerativo
fare quello sforzo, e dunque non lo fanno nemmeno quando hanno le competenze
per farlo.
Il problema del testo
complicato è che richiede, da parte del suo fruitore, una forte
ipotesi di fiducia. Il testo complicato è, in questo, l’opposto
del testo pubblicitario, che funziona mantenendo forzatamente attento
un fruitore che tende a distrarsi: il testo complicato richiede un’attenzione
volontaria, che non necessariamente produce dei risultati positivi sin
dall’inizio.
Molto spesso, purtroppo,
i risultati positivi non arrivano nemmeno alla fine. Se la musica colta
della seconda metà del Novecento fosse tutta del livello de Le
marteau sans maitre, probabilmente i suoi ascoltatori sarebbero molti
di più. Ma si tratta di un controfattuale dell’impossibile:
è ovvio che ogni ambito produce i propri capolavori proprio perché
a fianco di quelli vi sono una quantità di lavori di interesse
minore, o proprio nullo. E a questo punto si capisce bene perché
dovendo scegliere tra l’ascolto di un musicista contemporaneo e
quello di un Romantico, l’ascoltatore medio sceglie il Romantico:
oltre al fatto, innegabile, che il Romantico arriva a noi già selezionato
dalla Storia (che ha scartato da tempo le opere mediocri), mentre il contemporaneo
non gode di questo vantaggio, resta il fatto che pure se potessimo ipotizzare
una probabile qualità simile delle due opere, l’investimento
in termini di attenzione e attività cognitiva per recepire il contemporaneo
resterebbe decisamente maggiore di quello che sarebbe richiesto per il
Romantico. Insomma, la musica del passato presenta un rapporto qualità/prezzo
decisamente più conveniente della musica di oggi.
Certo la musica contemporanea
ha altri pregi, primo tra tutti quello di essere contemporanea, e quindi
di esprimerci molto più di quanto non possa fare la musica del
passato. E questo spiega come, nonostante il rapporto qualità/prezzo
sfavorevole, essa abbia per fortuna comunque i suoi 25 ascoltatori.
Pur considerandomi
tra loro, non posso fare a meno di pensare che la scarsità dei
fruitori rappresenti davvero un problema, per l’opera d’arte.
Non si tratta solo di un problema di sopravvivenza: è evidente
che la mancanza di pubblico può decretare la fine di qualsiasi
tipo di comunicazione, perché non si resiste a lungo comunicando
solamente a se stessi. C’è dell’altro, io credo, che
ha a che fare con un problema di competenza e credibilità –
e qui, come previsto, rientra dalla finestra quel mondo dell’arte
istituzionale che avevamo cercato di lasciare fuori dalla porta.
Siamo bombardati di
produzioni estetiche, e anche di produzioni che si dichiarano artistiche.
Per comprendere il valore di un’opera, e per goderne davvero, non
è sufficiente uno sguardo distratto, la lettura del titolo. Se
l’opera è complicata, è richiesta una fruizione attenta,
e magari ripetuta più volte. Se non si determinano queste condizioni,
nessun capolavoro potenziale diventa un capolavoro reale; ovvero nessun
prodotto dell’ingegno umano viene riconosciuto come opera d’arte.
Come ci muoviamo,
in questa moltitudine di proposte? Evidentemente, seguendo le indicazioni
degli altri, e sviluppando le ipotesi che facciamo (se siamo nella condizione
di impegnarci in questo) nel seguire delle intuizioni e dei sospetti.
Solo se ci riteniamo sufficientemente sicuri del nostro gusto, proveremo
a proporre ad altri le nostre preferenze. Comunque, in ogni caso, ci faremo
influenzare dalle preferenze dichiarate dagli altri, anche quando poi
il nostro gusto personale confermerà o meno quelle dichiarazioni.
Queste non sono vie
traverse della conoscenza dell’arte, ma l’unico modo in cui
sia possibile conoscere opere e autori. La complessità è
per definizione un tema scivoloso: è del tutto normale che vi sia
chi la vede di più e chi la vede di meno in un’opera. A volte
la vede una quantità sufficiente di persone da suscitare un consenso
generalizzato: e l’opera in oggetto diventa un classico. Se non
c’è, attorno a un autore o un’opera, un consenso diffuso
almeno all’interno di un ambiente specifico, quell’autore
e quell’opera semplicemente non esistono – nemmeno se l’autore
si chiama Amedeo Modigliani. E di fatto, almeno finché Modigliani
è stato vivo, pare che le cose siano davvero andate così.
Quando si aggiunge
il fattore della complicazione, e la difficoltà forte di arrivare
a una comprensione di base dell’opera, o il consenso nei suoi confronti
si basa su un reale possesso da parte del pubblico di competenza e interesse,
tipicamente presenti solo in ambienti ristretti, oppure, godendo della
fortuna di avere intorno a sé dei forti interessi di mercato, il
consenso viene costruito ad hoc con operazioni di marketing, operazioni
per le quali il reale valore estetico dell’opera è una variabile
di scarsa importanza.
La crisi della pittura
contemporanea, di cui parlava anche Gillo Dorfles nel primo numero di
questa stessa rivista,
ha caratteristiche molto diverse dalla crisi della musica colta –
e io credo che la differenza si basi in buona parte proprio nella diversa
entità degli interessi economici in gioco, molto grandi nel primo
caso e molto piccoli nel secondo. Da un lato c’è un contesto
di produzione estetica dominato dalle leggi del mercato, in cui si approfitta
della complicazione delle opere e della scarsa (e non confessabile) competenza
del pubblico per far passare le interpretazioni più incredibili.
Dall’altra c’è un contesto decisamente elitario, arroccato
nella propria apparenza di resistenza al mercato, che tenta di fare della
propria complicazione un valore di purezza, e non contaminazione.
Anche se credo sia
abbastanza evidente la mia maggiore sintonia con questo secondo contesto,
non posso fare a meno di domandarmi che senso abbia una produzione di
opere d’arte destinate così a pochi. A dispetto della speranza
di trovare un’essenza dell’opera d’arte che sia indipendente
dal suo pubblico, io non posso fare a meno di pensare che a un’opera
non basta essere bella e complessa per essere un’opera d’arte,
ma che deve avere anche un pubblico che ne parla e ne discute, che si
scambia pareri ed emozioni, che ne fa oggetto di una comunicazione.
Il cinema, da questo
punto di vista, si trova in una situazione storica straordinaria –
ed è stato davvero l’Arte del Ventesimo secolo. Ha potuto
raggiungere pressoché tutti, e farsi discutere e amare da tutti.
Persino i film più complicati, come certi di Jean-Luc Godard, hanno
sicuramente raggiunto un pubblico molto più vasto di quanto sia
accaduto ai migliori musicisti colti.
Questo non fa di per
sé il cinema un arte migliore della musica, ammesso che
abbia un senso l’idea di un’arte migliore di un’altra,
e nemmeno fa sì che le opere d’arte cinematografica siano
preferibili a quelle musicali colte. E tuttavia c’è qualcosa,
in questa ritirata sull’Aventino della musica colta, che rende giustificatamente
diffidenti nei suoi confronti – soprattutto oggi che di borghesi
da spaventare non ce ne sono più, e al massimo si produce noia,
anziché indignazione.
Non so se davvero
le avanguardie siano nate come operazione di carattere sociale, piuttosto
che artistico, come sostiene ancora Calligaro.
La componente sociale è spesso molto presente, ma altrettanto spesso
le operazioni dell’avanguardia sono andate comunque alla ricerca
di nuove maniere di comunicare, di nuove maniere di costruire macchine
emozionali complesse, cioè opere d’arte. Qualche volta ci
sono riuscite, qualche volta no. Una forte distinzione va tenuta presente,
a mio parere, tra le dichiarazioni di poetica e le opere effettivamente
prodotte.
Se leggo per esempio
quello che scrive Pierre Boulez nel 1961,
nel testo più influente che sia stato scritto sul fare musica nella
seconda metà del Novecento, non posso che ritrovarmi in radicale
disaccordo con quello che dice. L’idea che si possa costruire una
musica (e in generale una produzione artistica) basata unicamente sulle
regole semantiche definite al proprio interno è radicalmente sbagliata
– come già faceva notare Levi-Strauss due anni dopo;
e anche Adorno
aveva già scritto il suo saggio sull’invecchiamento della
musica contemporanea, dove con un linguaggio diverso da quello degli strutturalisti
a venire, muoveva a Boulez delle critiche molto simili a quelle che avrebbero
mosso loro. Boulez appare non consapevole del fatto che comunque l’ascolto,
qualsiasi ascolto, non può mai prescindere dagli ascolti fatti
in precedenza, che ci hanno formato, che ci hanno resi gli ascoltatori
che siamo oggi. Una non consapevolezza talmente sospetta, in un autore
di quello spessore, da far pensare che sia programmatica, decisa a tavolino
– come un passo necessario di un metodo che si propone di ottenere
degli effetti, e il cui valore va valutato sull’efficacia dei risultati
anziché sulla credibilità delle premesse.
E i risultati, nella
musica di Boulez, si vedono, apparentemente a conferma delle sue parole.
È solo quando si confrontano quei risultati con quelli di altri
musicisti che hanno seguito le sue raccomandazioni, con risultati ben
lontani dai suoi, che ci si accorge che i risultati Boulez sembra averli
ottenuti non grazie ma quasi a dispetto delle sue posizioni metodologiche.
In altre parole, con tutta la sua complicazione, la musica di Boulez funziona
(e funziona davvero) perché, con una logica certamente nuova ma
non incompatibile con quella che arriva dalla tradizione, egli è
riuscito a costruire delle musiche che producono attese e tensioni e godimenti
nel proprio pubblico. Se le togliamo dunque tutta la componente ideologica,
peraltro cruciale per l’operazione avanguardia, la musica di Boulez
appare semplicemente come quella di un grande innovatore, come già
erano stati anni prima, in quel medesimo ambiente francese, Debussy e
Stravinsky.
6. Innovazione
Così, se vogliamo
trovare un valore nella tecnica seriale, è forse proprio quello
– come suggeriva Lévi-Strauss
– di averci traghettati verso un modo diverso di concepire e percepire
la musica, lasciandoci fondamentalmente alle spalle l’Ottocento
musicale e il post-romanticismo. Una tecnica, dunque, cruciale per il
rinnovamento linguistico della musica, che le ha aperto una quantità
di soluzioni destinate a restare insospettate sinché si rimaneva
nell’ambito del linguaggio che ci arrivava dalla tradizione.
Ma non davvero un’estetica.
Forse un modo di progettare ma certamente non di recepire la musica –
e che comunque, nonostante le dichiarazioni di Boulez di voler escludere
dalla musica la soggettività, riducendola a una sorta di meccanismo,
non ha esentato affatto il compositore dal porsi i medesimi problemi formali
che si poneva prima, pure se rinnovati nell’aspetto. Per quanto
rigido possa apparire il metodo seriale, i gradi di libertà che
esso lascia all’artista sono ancora enormi – non meno di quanto
le rigide architetture del canone permettessero a Bach piuttosto che ad
altri di esprimere il suo genio.
Resta quindi centrale
la questione dell’innovazione. Il Novecento ha fatto dell’innovazione
una specie di proprium dell’arte, talvolta arrivando a vedere
nell’innovazione l’unico o il principale valore. Certo il
sospetto che le leggi del mercato abbiano avuto il loro peso in questa
esagerata considerazione ha ragioni per essere forte: visto che la novità
è più facilmente visibile della qualità, e quindi
anche più facilmente vendibile. Ma la pittura non è tutta
l’arte; e vi sono altri ambiti, primo tra tutti la musica, in cui
la regola di mercato sembrerebbe essere l’opposta – e della
novità il pubblico diffida…
Come dobbiamo considerare
l’innovazione, nella nostra prospettiva? Leonard Meyer
ci ha dato a suo tempo una descrizione convincente del perché e
del come gli stili si evolvono. Possiamo considerare uno stile come un
insieme di regole di comunicazione; non regole scritte, semmai consuetudini
accettate, modi di comunicare condivisi tra i testi e il loro pubblico.
La comparsa, all’interno di un testo che appartiene a uno stile
assestato, di una forma nuova è spesso un fatto vantaggioso: lo
è a patto che il suo pubblico sia in grado di inferire il significato
della nuova forma e la ragione dell’innovazione. A queste condizioni
essa rappresenta sicuramente un punto di forza, qualcosa che attrae l’attenzione,
che colpisce, che dà corpo a un’esigenza espressiva che d’improvviso
tutti i fruitori si accorgono di aver sempre avuto.
Ma il successo di
una nuova forma fa sì che essa venga usata ben presto anche in
altre occasioni, e anche da altri autori. Dopo qualche tempo, la forma,
pur non perdendo sostanzialmente la propria valenza comunicativa, perde
però di novità, smette di stupire, entra a far parte dello
stile; il quale, intanto, anche a ragione di questa innovazione, è
cambiato. Ma si è anche riassestato, pronto ad essere sfidato da
altre invenzioni formali ancora.
In una descrizione
come questa dell’evoluzione degli stili, l’innovazione è
indubbiamente presente, ma è, per così dire, un sottoprodotto
del principio centrale, che è quello dell’efficacia comunicativa.
Verrebbe voglia di dire che una comunicazione estetica efficace e complessa
(un’opera d’arte, insomma) è sempre implicitamente
innovativa – se non fosse che si rischia di dire una banalità,
che è la conseguenza di un’ovvietà. Perché
qualsiasi comunicazione al mondo ha elementi di novità, così
come qualsiasi coppia di oggetti nell’universo presenta delle differenze
e delle somiglianze.
Il problema non è
la differenza, o la novità, che si trovano ovunque a prezzo stracciato.
Il problema sono la differenza o la novità pertinenti o
rilevanti. La novità che percepiamo come veramente tale
è quella che ci fornisce la soluzione a un problema per cui prima
la soluzione non c’era – e che sentivamo già come problema.
È un fatto noto nella storia della musica, che il grande Bach per
i musicisti del Settecento non è stato Johann Sebastian, bensì
suo figlio Johann Christian – perché fu lui a indicare la
via maestra dello stile galante, con le innovazioni giuste, quelle che
da tutti furono allora sentite come le risposte adeguate al problema di
una musica adatta al momento. Suo padre, all’epoca, era, nella considerazione
diffusa, solo un vecchio parruccone, legato a una concezione trapassata
della musica – buono al massimo da studiare per imparare il contrappunto!
Quando ascoltiamo
oggi la musica di Johann Sebastian, essa ci appare ben più innovativa
di quella dei suoi figli rispetto a tutta la musica della sua epoca, ma
evidentemente i problemi musicali che ci siamo posti da Felix Mendelssohn
in poi (fu proprio lui a riscoprire Bach) non erano quelli della metà
del Settecento. La musica di Bach non rispondeva in maniera innovativa
a nessuna domanda importante per un musicista galante – e infatti,
al momento, face assai poca storia.
L’innovazione,
per apparire, insomma, deve inserirsi nella tendenza, deve rispondere
a dei bisogni diffusi. Altrimenti può essere percepita addirittura
come regressiva, volontà di riaffermare dei valori considerati
vecchi. Ma questo non significa che sarà davvero sempre percepita
così.
Ed ecco quindi il
problema del Ventesimo secolo, ereditato da quello precedente, ma perseguito
con impegno enormemente maggiore: in una società fortemente innovativa,
come pensare che la comunicazione artistica, ovvero la punta qualitativa
estrema della comunicazione emotiva, non possa essere a sua volta fortemente
innovativa? E l’idea di progresso, di sviluppo, ha nel Novecento
un termine di paragone chiaro ed evidente, rappresentato dal progresso
scientifico e tecnologico.
Possiamo dunque considerare
ragionevolmente che l’innovazione artistica determini un progresso
nel fare artistico, paragonabile in qualche modo a quello tecnologico-scientifico?
7. Progresso
A questa domanda spesso
il mondo dell’arte si inalbera con orgoglio e risponde sdegnosamente
no, salvo confermare con i fatti la fiducia in un atteggiamento progressista
che vuole essere smentito a parole. Non c’è peggior accusa
per un artista che quella di essere passatista, di appartenere al passato.
Io voglio sostenere
invece che il progresso nell’arte è presente e importante,
ma tutt’altro che lineare e facilmente individuabile, al contrario
di quello scientifico (almeno in apparenza).
Pensiamo infatti comunemente
al progresso scientifico come a un accumulo di conoscenze sulla natura
e sull’uomo – e anche se arriva ogni tanto un Feyerabend
a farci sorgere il sospetto che si tratti di un’illusione prospettica,
l’evidenza dei fatti (o l’illusione stessa) è talmente
forte da farci escludere con tranquillità l’idea che si tratti
di semplici cambiamenti di paradigma. Il fatto è che i cambiamenti
di paradigma ci sono stati, certamente, ed è forse davvero un’illusione
prospettica che la gravitazione newtoniana sia risolvibile come caso particolare
di quella einsteiniana,
ma è difficile negare che la quantità di nozioni specifiche
e la capacità di controllo su queste stesse nozioni è radicalmente
aumentata dai tempi di Newton a oggi.
Ancora più difficile è negare
l’esistenza del progresso tecnologico, visto che ciascuno di noi
tocca con mano, anno dopo anno, la maggiore facilità con cui può
fare delle cose. La tecnologia facilmente appare innovativa perché
fornisce risposte a dei bisogni chiari – e poco importa che questi
bisogni possano essere indotti: a parte quelli biologici elementari, quale
bisogno non lo è? E se non posso negare che la tecnica abbia progredito,
visto che l’innovazione tecnica si basa sulla conoscenza scientifica,
come potrei negare che sia progredita anche questa?
Nei termini semplificati
di aumento di conoscenza sul mondo o di aumento della facilità
del controllo, l’evoluzione scientifica e tecnologica è facilmente
comprensibile e accettabile. Ma l’arte è una cosa diversa.
Se tuttavia la consideriamo nei termini che abbiamo esposto nelle pagine
che precedono, e ne esploriamo le conseguenze, le cose iniziano forse
ad apparire più chiare.
Intanto, che succede
con la comunicazione emotiva, cioè con la funzione estetica? C’è
progresso in questo campo? Le cose non sono così lampanti come
con la tecnica, ma il progresso sembra esserci comunque – anche
perché pure qui è in gioco una tecnica, una tecnica comunicativa.
L’invenzione
della pittura a olio da parte dei fiamminghi non è solo una conquista
tecnica degli ultimi anni del Medioevo: essa rappresenta infatti la possibilità
di fare delle cose che in pittura non si potevano fare prima. La pittura
a olio allarga il campo del possibile. Prima della sua invenzione dipingere
a tempera non era una scelta: era l’unico modo per dipingere su
tavola. Dopo l’invenzione della pittura a olio, la pittura a tempera
non scompare; si limita a cambiare di significato.
L’invenzione
dell’armonia tonale, in musica, non è un semplice cambiamento:
è un’acquisizione di possibilità che prima non esistevano.
È di nuovo un allargamento del campo del possibile. L’armonia
tonale ha permesso la nascita e lo sviluppo di una musica strumentale
in grado di costruire dei discorsi autonomi.
E l’abbandono, nel Ventesimo secolo, di quella medesima armonia
tonale, non è un ritorno al passato, ma un nuovo allargamento del
campo delle possibilità espressive – che contemplano, ora,
sia la presenza della tonalità che la sua completa assenza.
Dal punto di vista
della comunicazione emotiva, insomma, la storia ha portato una serie di
ampliamenti della competenza che permettono oggi di giocare con registri
che i nostri antenati non erano in grado di utilizzare. E quello che abbiamo
perso dei registri antichi (perché qualcosa, indubbiamente, è
andato perso) non è comparabile con quello che è stato acquisito
– tant’è vero che noi possiamo ancora godere (bene
o male) delle produzioni estetiche del passato, mentre un uomo di qualche
secolo fa avrebbe sicuramente dei problemi a comprendere le comunicazioni
emotive di oggi. Gli sembrerebbero, infatti, come minimo, aliene: mentre
noi siamo stati formati anche da quelle comunicazioni, e quindi, comunque,
ci appartengono.
Si tratta di un’evoluzione
meno evidente e di meno facile riconoscibilità di quella tecnologica
– ma se si prendono in considerazione periodi di lunga durata la
differenza appare comunque evidente. Sono certo di provocare grida di
sgomento se asserisco che l’arte greca classica è più
primitiva della nostra – ma nessuno mi può convincere che
non è vero che mentre io posso godere dell’arte di Fidia
come di quella di Picasso, a Platone era concessa solo la prima, e dovrebbe
compiere oggi un lungo percorso per godere della seconda (anche se, presumibilmente,
vista la statura del personaggio, potrebbe anche, con molto tempo a disposizione,
riuscire a percorrerlo). Il percorso che dovrebbe compiere Platone è
quello che noi abbiamo fatto dalla sua epoca alla nostra.
Nell’ammirazione
per l’arte greca classica, e nelle emozioni che essa è ancora
in grado di farci provare, sono insite comunque una serie di componenti
che non possono che essere assenti nella fruizione dell’arte di
oggi. C’è sicuramente, per esempio, l’emozione di guardare
il prototipo, ovvero il modello di espressione a cui tutta la comunicazione
espressiva dell’Occidente ha fatto riferimento, per riaffermarlo
o per negarlo. C’è l’emozione del percepire un discorso
che ci arriva da così lontano, e che nonostante le condizioni della
sua produzione ci appaiano così aliene, continua a parlarci –
segno che, forse, c’erano una serie di aspetti di quelle condizioni
che non erano davvero così alieni. C’è l’emozione
della traccia che ha superato il tempo, e tutte le sue avversità.
E c’è,
indubbiamente, anche se limitata da un campo di possibilità espressive
molto più ridotto del nostro, una capacità costruttiva che
continua a stupire. Credo che chi nega la presenza del progresso nell’arte,
lo faccia perché riduce l’arte alla capacità costruttiva.
In questo, in effetti, è difficile pensare che ci sia stato progresso,
se non per quel minimo che l’evoluzione biologica della specie uomo
possa avere apportato in un periodo filogeneticamente così breve.
Ci stupiamo e ci emozioniamo
di fronte alle invenzioni comunicative di Fidia non meno che di fronte
a quelle di Picasso. Ci stupiamo ed emozioniamo cioè di fronte
al genio comunicativo – e il genio è comunque genio, cioè
sorprendente capacità di fare ciò che sembra impossibile
fare.
Se avesse senso ridurre
la scienza al genio, come si cerca di fare con l’arte, potremmo
allora tranquillamente sostenere che la scienza non ha progresso –
perché comunque l’intuizione di base che sta alla radice
di ogni scoperta segue le stesse leggi da sempre; e il genio di Einstein
non è più progredito di quello di Galilei!
Sarebbe una riduzione
evidentemente ingenua, perché nessuno pensa la storia dell’evoluzione
scientifica come una serie di mosse geniali avulse dal contesto in cui
accadono – mentre tanti concepiscono la storia della arti esattamente
così. A fianco delle intuizioni cruciali di qualche genio, la conoscenza
scientifica richiede un lavoro enorme e capillare di ricerca e confronto,
senza il quale non vi sarebbe nemmeno la possibilità di quelle
intuizioni. La differenza tra la conoscenza della natura prima e dopo
Galilei e Descartes, è la differenza tra una serie di colpi di
genio basati sostanzialmente su osservazioni individuali, difficilmente
confrontabili con quelle fatte da altri, e il costituirsi di un reticolo
di confronti e controlli, metodologicamente regolati, che è stato
la base di un sapere collettivo fondato sostanzialmente sulla sua pubblica
verificabilità. Senza gli errori (e la serietà metodologica)
di Michelson e Morley, non avremmo avuto la teoria della relatività
di Einstein.
Se consideriamo l’arte
come un susseguirsi di capolavori, è semplicemente insensato cercare
qualsiasi parallelismo con la scienza. Potrà avere senso, come
abbiamo fatto sopra, definire opera d’arte solo un prodotto
riuscito, ma allora perderà di senso l’espressione storia
dell’arte, perché nessun artista vive in un contesto
di soli prodotti riusciti – anzi, questi costituiscono proprio le
eccezioni. Nelle due espressioni, quindi, la parola arte ha un
significato profondamente diverso.
Dovremmo parlare,
per non rischiare di essere fraintesi, di storia delle produzioni estetiche,
o di storia della comunicazione emotiva. Cioè della storia
della ricerca di soluzioni comunicative efficaci, una storia che, come
abbiamo visto, disegna un progresso che è diverso ma comparabile
a quello scientifico – e che vive, come quello, seppure con modalità
un po’ più anarchiche, anche di intuizioni geniali, ma basate
sul lavoro quotidiano di tanti che comunque la ricerca la fanno.
All’interno
di due storie progressive – come sono quindi la storia delle
produzioni estetiche e la storia della scienza – la storia delle
opere d’arte, proprio come la storia delle grandi scoperte e invenzioni,
non è che il semplice elenco degli eventi cruciali, e di come ciascuno,
a modo suo, sia potuto emergere rispetto all’insieme delle conoscenze
e consuetudini in cui ha avuto origine. Un’indagine importante sull’operare
del genio umano – ma non davvero una storia.
8. Della tecnica
Infine, la tecnica.
Disprezzare la tecnica e minimizzare la sua importanza nelle produzioni
estetiche va di pari passo col pensare che solo il genio abbia valore.
Viceversa, l’esaltazione della tecnica è una tipica posizione
demagogica volta a farci credere che tutti possiamo essere artisti a basso
prezzo.
Quello della tecnica
è un tipico falso problema teorico, almeno finché ci occupiamo
della sua produzione. Noi stiamo parlando di arte, e cioè
di comunicazione emotiva, e cioè certamente di una tecnica comunicativa.
Ma stiamo parlando anche della sua evoluzione, e cioè delle invenzioni
che la mutano. La dialettica tra competenza e innovazione è tipica
di qualsiasi attività umana: non si può innovare se non
si è competenti; e la competenza è pura prassi esecutiva,
se non tenta le vie dell’innovazione.
Ma l’innovazione
non è lo scopo, e la competenza tecnica (con i relativi strumenti)
è solo l’insieme delle condizioni di produzione. Lo scopo
è l’efficacia della comunicazione emotiva – che si
tratti della pubblicità di una saponetta o di Meriggiare pallido
e assorto.
Quello della tecnica
è spesso, tuttavia, un reale problema pratico, perché la
scelta degli strumenti condiziona il discorso – e non esistono discorsi
in astratto, al di là della loro realizzazione concreta con qualche
tecnica. Non esiste una Morte a Venezia astratta, un ur-text
che stia dietro sia al racconto di Thomas Mann che al film di Luchino
Visconti; e nemmeno il racconto di Mann sta dietro al film di Visconti,
se non in senso strettamente genetico. Il film conduce piuttosto un discorso
che è autonomo e differente da quello del racconto, e non potrebbe
mai essere ricondotto interamente a esso (come nemmeno viceversa, peraltro).
Pure se riconduciamo
la scelta dello strumento ad ambiti più limitati, interni a un
solo linguaggio, ogni creatore sa bene che il discorso che otterrà
dipenderà profondamente dalla sue scelte comunicative, scelte tecniche
in senso stretto. E non esistono scelte che siano equivalenti da tutti
i punti di vista.
Se una delle caratteristiche
dell’opera d’arte è quella di essere complessa, ovvero
di prestarsi a innumerevoli riletture, nell’atto di produzione è
proprio la scelta delle tecniche a essere cruciale per questo. Ogni errore,
ogni scelta che non sia la più felice, limita la riuscita del risultato.
Chiamiamo opere d’arte solo le produzioni il cui autore ha affrontato
felicemente tutte le scelte tecniche – e se anche dovesse parerci
che in ciascuna tecnica utilizzata non ci sia un briciolo di innovazione,
se l’opera funziona è perché l’innovazione da
qualche parte c’è, magari proprio nella scelta e combinazione
stessa delle tecniche.
Quando prendiamo in
considerazione il fatto che la tecnica permette anche la ri-produzione
delle opere d’arte, allora il problema della tecnica diventa pure
un serio problema teorico. Un problema che porta alcune interessanti somiglianze
con il problema teorico della traduzione tra lingue diverse.
La traduzione di una
poesia, infatti, è un espediente necessario per permettere la sua
fruizione a coloro che parlano una lingua diversa. Il lettore della traduzione
sa di non avere davanti l’originale; ma sa anche che una serie di
aspetti cruciali sono stati riprodotti nella maniera migliore possibile
nella sua, diversa, lingua – migliore almeno relativamente alle
capacità del traduttore. È evidente che qualcosa è
andato perso, ma questo è il prezzo da pagare per poterne fruire
ugualmente. Se non intendessimo pagare questo prezzo, l’unico modo
per fruire della poesia sarebbe imparare (molto bene) la lingua in cui
è stata scritta.
Nella riproduzione
tecnica di un dipinto, di una scultura, di un pezzo di musica, manca la
figura umana del traduttore, e quindi la valutazione e la richiesta fiducia
nelle sue capacità. Ma, a parte questo, ci troviamo di nuovo in
una situazione in cui sappiamo che qualcosa è andato perso, e accettiamo
volentieri di pagare questo prezzo piuttosto di dover a tutti i costi
trovarci di fronte all’originale.
Non si tratta di una
questione di purezza estetica. La riproducibilità tecnica ha messo
in grado tutti noi di conoscere e di godere di una quantità di
opere che in sua assenza nessuno potrebbe mai arrivare a conoscere in
una vita. È evidente che fruire dell’originale è meglio
che fruire di una copia, ma in quanti casi possiamo realisticamente permetterci
di farlo?
Cosa distingue la
copia dall’originale? Esistono due tipi di differenze: quelle che
dipendono dalla raffinatezza degli strumenti tecnici di riproduzione,
e quelle che dipendono dal contesto di fruizione. Le prime sono quelle
che l’evoluzione della tecnica renderà sempre più
lievi – permettendoci di ascoltare dal nostro impianto stereo suoni
sempre più simili a quelli originali, permettendoci di guardare
immagini con una dovizia di dettagli persino superiore a quella che potremmo
godere dell’originale. Ma alle differenze del secondo tipo non c’è
rimedio: prima dell’invenzione del grammofono, la musica era qualcosa
che poteva essere fruita solo in presenza dell’esecuzione
– e come sostenere allora che la gestualità (e lo sforzo
fisico) degli interpreti non ne fosse, all’epoca, una parte costituente,
visto che non esisteva musica senza qualche suonatore impegnato a produrla
davanti a noi? La riproduzione tecnica della musica ha reso non pertinente
tutto ciò che non è suono, limitando la comunicazione musicale
alla sua essenza sonora, ed escludendo le componenti visive, d’ambiente,
persino tattili e olfattive. Ma i capolavori del passato sono stati davvero
composti solo per l’essenza sonora?
La fruizione di un
film in televisione riduce a venti pollici di luce in un ambiente casalingo
con eventuali rumori di sottofondo e sicure interruzioni pubblicitarie
qualcosa che era stato progettato per essere visto su uno schermo di diversi
metri in un ambiente apposito e in religioso silenzio, senza alcuna interruzione.
Eppure il cinema è nato come arte tecnicamente riproducibile. Qui
il problema dunque non è la tecnica in sé, bensì
le conseguenze sociali sulla fruizione che la sua evoluzione produce.
Il fatto di essere
soverchiati dalla musica in ogni situazione, per esempio, ci ha abituato
a non ascoltarla – ma a sentirla e basta, con un frammento della
nostra attenzione. Che cosa diventa una sonata di Beethoven quando fa
da tappeto sonoro a un supermercato? Nella migliore delle ipotesi si conservano
nella percezione le relazioni armoniche e melodiche di breve e brevissima
portata, le frasi, i temi – ma tutto ciò che è macrostruttura
è inevitabilmente perduto. Chi è abituato ad ascoltare musica
in questo modo non ha alcuna possibilità di recepire ciò
che possiamo chiamare un discorso sonoro, a meno che esso non sia
brevissimo, e sufficientemente pregnante da distogliere l’attenzione
dagli altri stimoli contemporaneamente presenti.
La musica jazz è
nata con caratteristiche di questo tipo; il rock, che ne è figlio,
le ha esaltate ancora di più. Questo non comporta un’automatica
svalutazione delle produzioni musicali che appartengono a questi generi:
tanto il rock quanto (e molto di più) il jazz ha i suoi capolavori,
le sue opere d’arte. Ma il discorso condotto con questi mezzi,
se deve tener conto di un’attenzione limitata da parte dell’utente,
ha inevitabilmente il fiato corto. E questo spiega perché la produzione
media del rock sia di qualità infima, e quella del jazz non ne
sia lontano. Tuttavia chi denigra a priori questi generi musicali farebbe
bene ad ascoltare con attenzione e a lungo quello che c’è
da sentire, per non ripetere, e a un grado peggiore, l’errore dei
cattivi ascoltatori a cui tanta di questa musica si rivolge.
La riproduzione tecnica
modifica dunque le condizioni di fruizione, e alla lunga modifica i fruitori.
L’aura di benjaminiana memoria è qualcosa di intimamente
legato alle condizioni di fruizione originarie, qualcosa che viene tagliato
via nella traduzione, tecnologica o meno, su un supporto diverso. Di una
scultura fotografata non scompare solo la terza dimensione, ma anche la
possibilità (e il conseguente desiderio) di toccarla – pure
se non lo faremmo mai, per rispetto dell’integrità dell’opera.
Di un dipinto, scompaiono la dimensione e la collocazione – e pure
l’unicità, questa caratteristica così antipaticamente
antidemocratica, e ciononostante costitutiva dell’operazione pittorica.
Con loro scompare l’emozione di trovarsi di fronte all’oggetto
specifico – un po’ come scompare l’emozione di trovarsi
di fronte a una persona desiderata quando ne vediamo soltanto la fotografia.
Di queste cose, evidentemente,
l’opera d’arte può anche fare a meno. Non amo in misura
minore la pittura di Picasso anche se non ho mai visto Guernica
dal vero. Mi piacerebbe, senza dubbio, avere l’occasione di vederlo
dal vero ogni volta che ne ho il desiderio. Ma Guernica funziona
grandiosamente lo stesso, e persino in una cattiva riproduzione riesce
a dispiegare il proprio terribile fascino. Le riproduzioni sono filtri,
che distorcono e impoveriscono l’originale da una quantità
di punti di vista. Non ogni opera d’arte regge a questo impoverimento:
vi sono anche quelle che scompaiono, diventando irrilevanti. Vi sono quelle
che ce la fanno solo a patto di una tecnica di riproduzione elevata. Molte,
moltissime, reggono abbastanza da condurci ugualmente per mano su quel
percorso passionale complesso e intricato che ce le fa riconoscere come
opere d’arte.
E l’arte fatta
a macchina? È divertente scoprire che già Mozart (e con
lui chissà quanti altri) pubblicava dei manuali di istruzioni per
comporre sonate, che facevano uso di metodi così semplici, meccanici
e rigorosi, che potremmo facilmente oggi implementarli informaticamente.
Persino la Microsoft ha prodotto oggi, quindi, programmi per la composizione
automatica di musica. I risultati di queste operazioni automatiche sono
prodotti estetici, al di là di ogni possibile dubbio. Sono fatti
per condurre l’ascoltatore lungo un percorso emozionale, e di solito
funzionano pure. La tecnica, da questo punto di vista, ha fatto passi
da gigante dall’epoca di Platone – e non solo per quanto riguarda
la possibilità di costruire in maniera sintetica delle successioni
sonore, ma anche rispetto alla retorica della loro organizzazione.
Quello che manca,
inevitabilmente, alle produzioni estetiche fatte a macchina, è
quel guizzo di diversità che risveglia il nostro interesse, che
fa sì che ci venga voglia di incominciare a scavare nell’opera,
per scoprire ulteriori novità e relazioni nascoste. Dove tutto
è sufficientemente prevedibile, solo un’attenzione non piena
può reggere a lungo.
Per concludere il
discorso sulla tecnica vale la pena di accennare al fatto che, certo,
si può fare comunicazione emotiva anche avendo la tecnica per oggetto,
si può far grande arte avendo (anche) la tecnica come oggetto del
discorso. Spesso, ascoltando Boulez, mi sembra di percepire una quantità
di asserzioni sul fatto che la musica dovrebbe venir costruita in un certo
modo anziché in un altro – e di Ballets Mécaniques
è piena la pittura del Novecento. Ma la tecnica è un aspetto
importante della nostra vita, ed è un fatto ovvio che noi abbiamo
delle emozioni al suo riguardo.
9. Toccare
Ho iniziato parlando
del gusto. Vorrei terminare con qualche riflessione sul tatto.
Esiste, può
esistere un’arte basata sul tatto? O almeno un’arte basata
sostanzialmente sul tatto? Teoricamente, perché no? Sculture
da percorrere al buio con le mani. Percorsi tattili – ancora al
buio. Ma sembra che, se si accende la luce, il tatto non possa che finire
sullo sfondo, immediatamente soverchiato dalle sensazioni della vista.
Forse è proprio
per questo che, di fatto, nella nostra cultura un’arte del tatto
non esiste. Ma esiste, eccome, la comunicazione emotiva basata sul tatto!:
ne facciamo un uso frequentissimo, accarezzandoci, abbracciandoci, giocando…
Ne facciamo un uso sapiente quando facciamo l’amore, quell’attività
in cui si cerca, non solo ma fondamentalmente attraverso il tatto, di
indurre nell’altro un percorso emotivo, mentre l’altro fa
lo stesso con noi, e i due percorsi, inevitabilmente –poiché
si influenza anche il modo in cui l’altro cercherà di influenzare
il nostro – tendono ad avvitarsi e a esistere solo per la relazione
strettissima che si determina tra loro.
Ma il tatto è
privato, intimo, ha a che fare con i confini del proprio corpo ancora
più del gusto. Farne la storia è difficile, anche se sono
certo che un qualche tipo di progresso – lento e faticoso perché
non ve n’è comunicazione pubblica – ci sia stato anche
qui. Esistono sicuramente i genii delle comunicazioni emotive basate sul
tatto: ma non c’è modo per cui la loro arte possa diventare
pubblica, e quindi essere definita tale. L’unico augurio che ci
si possa fare è di conoscerne qualcuno, intimamente, perché
è questo il solo modo in cui lo potremmo scoprire.
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