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Procedimenti
tradizionalista e modernista
Renato Calligaro
[Pittore e scrittore, grafico, fumettista e
vignettista di satira politica. Ha collaborato a vari periodici fra cui
Linus, ABC, l'Espresso, Panorama, Reporter, La Repubblica, Il Manifesto,
Tango, Cuore, Le Monde. Ha pubblicato, tra gli altri, i libri "Rosso e
no", "Cambia, non cambia", "Ridateci il nemico" (Feltrinelli)
e "Il meglio di Donna Celeste" (Rizzoli); i poemi illustrati
"Montagne", "Henriette/Casanova", "Oltreporto",
"Deserto", "Lirica 4", "Zeppelin", "Poema
Barocco"; i video "Deserto" e "Le streghe di
Germania". Ha collaborato con articoli e saggi, tra gli altri, a
Alfabeta, Linus, Grafica e Disegno, Les cahiers de la bande dessinée".]
Non è vero che “é arte ciò che
gli uomini chiamano arte”.
Senza le arti la psiche umana
rimarrebbe nuda davanti alla propria estinzione. ....In questo senso
immensamente significante, le arti sono ancora più indispensabili agli esseri
umani della scienza e della tecnologia più eccelse (di cui innumerevoli
società hanno fatto a meno per lungo tempo”). (1)
Si
intende qui per “procedimento” il modo di produrre dell’Autore, direttamente
determinato dalla funzione prima che egli, consciamente o inconsciamente,
riconosce alla operazione tradizionalmente definita “arte”: in altre
parole dal suo atteggiamento come persona nei suoi confronti.
In verità, durante i circa
40.000 anni di storia della operazione arte, dalle origini fino alla metà
dell’800, c’è stato un unico procedimento, quello che qui si definisce procedimento
tradizionalista, e che pertanto coincide con il sistema antropologico
dell’arte. Solo dalla seconda metà dell’800 si sono inventate procedure
differenti, come risposta a una crisi epocale della cultura occidentale, come
risposta a interrogativi radicali sul perché e sul come della operazione
arte.
Sono nuovi il procedimento
modernista, il procedimento avanguardista, e, dal secondo dopoguerra, il procedimento
postmodernista.
I procedimenti sono dunque
quattro:
1. Il procedimento
tradizionalista è quello dell’arte storica da circa 40.000 anni. La funzione
prima di questa operazione è quella di donare all’uomo una esperienza
esistenziale (che noi oggi chiamiamo della compiutezza, della riuscita
artistica dell’opera) che è il soddisfacimento di un suo bisogno fondamentale
(referente antropologico), e che è quindi costitutiva dell’homo sapiens
sapiens. Il procedimento tradizionalista opera pertanto
all’interno del sistema antropologico dell’arte (e coincide di fatto con
esso), dove il protagonista della operazione è la riuscita artistica
dell’opera. L’Autore è strumento di questa riuscita. Il nuovo è dato
solo dalla originalità dell’Autore, ed è quindi, anche se non voluto o
cercato, ineluttabile nonostante le resistenze opposte dalle ideologie
storiche tradizionaliste.
2. Il procedimento
modernista appartiene anch’esso al sistema antropologico dell’arte,
in quanto anche qui la funzione prima della operazione è la riuscita
artistica dell’opera. Ma qui il nuovo è invece voluto e cercato, e
investe, come innovazione del Linguaggio, i differenti modi di
formare. Il protagonista della operazione rimane comunque la riuscita artistica
dell’opera. Il marchio di questo procedimento è la proposizione di Baudelaire
del 1860: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la
metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”.2
3. Il procedimento avanguardista
propriamente detto trascina invece l’operazione arte del tutto fuori dalla
“immutabilità” e “eternità” del sistema antropologico dell’arte, e invece
all’interno della dialettica razionalista e sociologica del progresso.
Infatti qui la funzione prima dell’operazione non è più quella di
procurare all’uomo l’esperienza esistenziale della artisticità, ma, come
strumento privilegiato per la sua emancipazione, quella di indurlo alla
rivoluzione estetico/sociale. Il protagonista della operazione non è allora
più la riuscita artistica dell’opera, ma la riuscita estetica dell’Autore
(società). Nel suo progredire l’arte deve tendere a coincidere con la vita
(Autore/società), annullando ogni distanza originaria tra arte e vita. Come
strumento della rivoluzione, l’operazione arte deve dunque progredire (e
quindi in extremis negarsi, in quanto ogni progresso ha una fine,
anche quello della scienza), essere sempre all’”avanguardia” per quel fine (a
prescindere dalla qualità artistica dell’opera). Il nuovo diventa un
valore per se stesso: il valore di novità subentra al valore di artisticità.
4. L'identificazione,
all'interno della Postmodernità, che già per se stessa è difficile da
definire, di un procedimento postmodernista dell'arte è
possibile, ma solo tenendo presenti le approssimazioni inevitabili nella
sistemazione di un fenomeno in corso. Molto sinteticamente, si può dire che
esso pretende di conciliare la "dialettica del nuovo" con il
consumismo di massa (il "nuovo per il sempreuguale" del mercato).
Mentre i procedimenti tradizionalista e modernista pretendono
di produrre oggetti artistici (opere d'arte) e il procedimento
avanguardista pretende di abolire tali oggetti (in quanto
irrimediabilmente oggetti del mercato) in una estetizzazione della società,
il procedimento postmodernista recupera la produzione di oggetti, ma
non si preoccupa che essi siano artistici, in quanto lo stesso concetto di
artisticità è ormai irrilevante. Potrebbero anche essere artistici, ma ciò è
ininfluente rispetto alla produzione di oggetti che devono essere anzitutto oggetti
estetici testimoniali della esteticità dell'autore, diffusi nella società
proprio attraverso il mercato, inteso ora come mezzo privilegiato della
comunicazione di esteticità.
1. Il procedimento tradizionalista
Il procedimento
tradizionalista non è dunque altro che il modo unico in cui il sistema
antropologico dell’arte si è oggettivato nella storia (unico fino quasi alla
fine dell’800). Per cui, prima di passare ad analizzare le caratteristiche
che lo differenziano dal procedimento modernista, è opportuno
riassumere cosa si intenda qui per arte come qualità di artisticità
dell’opera (arte del sistema antropologico, in opposizione all’arte come
istituzione), tema svolto nel primo numero di questa rivista, nel testo
“Tempo fermo”.
Da quel testo si possono
ricavare sinteticamente, fra altre, alcune proposizioni:
1. L’opera d’arte è sempre una narrazione,
non può non essere una narrazione, in quanto è prodotta partendo dalla
“intenzione di dire” qualcosa, un significato, da parte dell’Autore (anche
l’antico concetto di mimesis si risolve in quello di narrazione).
2. Ogni narrazione
qualsiasi (nei linguaggi specifici fin’ora usati dall’uomo: parola detta e
cantata, il mimo, la musica, la danza, la pittura, la scultura,
l’architettura, la letteratura, il teatro, il cinema, il fumetto, gli ibridi
contemporanei, ecc.), se l’Autore pretende di farne un’opera d’arte, deve
essere sottoposta a un processo di formazione, che, se è riuscito, la
fa diventare una narrazione opera d’arte.
3. L’opera d’arte è una narrazione
dove il significato coincide con la forma = il significato è la forma
(definizione strutturale).
4. L’opera d’arte è “tempo
fermo”: se nella psiche il significato è sentito come tempo (che va), e la forma
è sentita come spazio/eternità (che sta), la riuscita artistica è tempo =
spazio/eternità: tempo fermo (definizione psicologica).
5. L’opera d’arte concilia
dunque nel pensiero simbolico, come simbolo sintetico produttivo, la
contraddizione inconciliabile nel pensiero razionale fra il tempo (che va) e
il suo contrario eternità (che sta) (definizione antropologica).
6. L’artistico appartiene al
pensiero simbolico, e non al pensiero razionale, e pertanto non si può
spiegare. Se si potesse spiegare, apparterrebbe al pensiero razionale, e
allora non esisterebbe, essendo stato inventato appunto per produrre una
esperienza che la ragione non può produrre.
7. Un Autore è artista solo
quando riesce a creare un suo stile, che è il suo personale, unico,
irripetibile, inconfondibile, modo di formare: il “suo mondo”.
8. Un’opera è opera d’arte solo
quando, in quello stile, è artisticamente riuscita.
9. L’esperienza
esistenziale della artisticità dell’opera non è contemplazione passiva, con
perdita della personalità da parte del soggetto fruitore (Schopenhauer), ma
contemplazione attiva (che esalta l’identità del soggetto): cioè e-stasi
attiva (greco: ek-sistemi): stare fuori di sé nell’artisticità
dell’opera. La fruizione dell’opera é composita (R. Ingarden) in quanto dopo
l’”estasi” (in cui il soggetto accoglie in sé l’oggetto) c’é
l’interpretazione (in cui il soggetto è co-produttore dell’oggetto).
10. Il bisogno della forma
“bella” e il bisogno della forma “artistica” (che sono due cose
diverse) sono bisogni inconsci, innati e universali, che diventano operativi
quando diventano consci. In questa coscienza l’uomo cerca e produce il
“bello” e l’“artistico”.
11. Tutti possono imparare a
fare l’esperienza estatica dell’artisticità (e questo riconoscimento della
artisticità dell’opera avviene anche fra differenti culture e differenti
epoche), ma solo se o quando il bisogno di forma artistica è conscio.
12. L’arte non ha progresso, è
sempre “contemporanea” per l’interlocutore, anche se appartiene a epoche e
culture differenti: infatti la sua funzione genetica prima è produrre
(comunicare) una emozione (“estasi”), che è sempre la stessa e non
progredisce, anche se progrediscono le tecniche per produrla. Invece la funzione
genetica prima della scienza moderna è produrre (comunicare) una
conoscenza (che progredisce). L’opera d’arte ha valore in quanto
costitutivamente conchiusa (unica e compiuta per se stessa) nel pensiero
simbolico; l’opera scientifica ha valore in quanto costitutivamente
non-conchiusa, ma invece “aperta”, progressiva (e progredisce in altre opere
successive) nel pensiero razionale. Giotto non è meglio (più
progredito) di Prassitele in quanto più “nuovo” in un progresso nel tempo
dell’arte, mentre Einstein è meglio (più progredito) di Newton in
quanto più “nuovo” nel progresso nel tempo della scienza moderna.3
13. L’estetizzazione della vita
(esteticità diffusa) è una operazione differente dalla operazione arte. E’
pertanto scorretto comprenderla nel concetto di arte e definirla con la
parola “arte”, solo perché conserva (ancora per poco) un carisma che permette
di sfruttarla per scopi di lucro, potere, successo, politica ecc.
14. L’arte è anche una risposta
al bisogno di identità. La creazione artistica instaura una forte identità
per differenza. Il processo di formazione (e conseguente riuscita
dell’oggetto artistico) è un processo di differenziazione dell’Autore che
instaura una sua forte individuazione (il suo “nuovo”, il suo “originale”)
nella differenza dagli altri oggetti artistici. Inoltre l’opera d’arte è un
fortissimo Altro che esalta l’ientità dell’inerlocutore.4
15. La “morte dell’arte” non è
un problema di cui possa occuparsi la metafisica filosofica. La “morte
dell’arte” concerne l’antropologia, implica una mutazione dell’homo
sapiens sapiens in un altro ominide. Se la mutazione antropologica in
atto, determinata dalla Tecnica, muterà il rapporto dell’uomo con la morte,
il bisogno della esperienza dell’arte (inventata per conciliare come simbolo
sintetico, come “tempo fermo”, la contraddizione vita/morte) verrà meno e
l’artisticità si dissolverà definitivamente nella esteticità diffusa.
Parlando del sistema
antropologico dell’arte, il problema primo che ci si pone non è quello di
come si crea un’opera d’arte, di quando un’opera sia un’opera d’arte, e anche
quindi se un’opera sia un’opera d’arte in una cultura e non lo sia in
un’altra (relativismo culturale). Il problema primo è capire perché l’umanità
ha bisogno della esperienza esistenziale della qualità di artisticità,
e quindi di produrre opere d’arte. Che una persona senta l’artisticità
di un’opera, e un’altra persona non la senta, e la senta invece
in un’altra opera, è un problema enorme, ma secondo, che può essere risolto
(e deve essere risolto, pena la scomparsa stessa della operazione arte) solo
dopo aver risolto il primo. Che è assolutamente antropologico e psicologico,
e non storico o filosofico.
Bisogna anzitutto cercare di
capire cosa sia l’esperienza della artisticità che gli uomini (coloro che ne
hanno bisogno) perseguono. E dunque perché sia stata inventata l’operazione
arte che quella esperienza provoca (e il cui bisogno soddisfa).
1. 1. Il bello. La forma.
La cura della forma.
O Beauté monstre énorme, effrayant, ingènu... (Baudelaire)
Tutti gli uomini usano la
categoria bello/brutto. Vuol dire che tutti gli uomini hanno bisogno della
esperienza esistenziale del bello. Si tratterà poi di sapere se tutti gli
uomini hanno anche bisogno della esperienza esistenziale dell’artistico,
essendo l’artistico altra cosa dal bello (dice Herbert Reed che
“l’identificazione di arte e bello sta alla radice di tutte le nostre
difficoltà nella valutazione della prima: questo non si ripeterà mai troppo
spesso, né troppo forte”).
L’uomo usa indifferentemente la
parola “bello” nel linguaggio comune per l’esperienza di tre oggetti
differenti: l’oggetto naturale (un bel tramonto, una bella donna, un bel
paesaggio); l’oggetto artificiale artigianale (un bel vaso); l’oggetto
artificiale artistico (un bel quadro, una bella sinfonia).
Gli oggetti vengono definiti
belli quando hanno una forma bella. La percezione della forma bella, a
prescindere da altre funzioni che possa avere la forma, è bisogno e
prerogativa dell’homo sapiens sapiens (che è la definizione
dell’ultima presente fase dello sviluppo della coscienza dell’Io).
L’uomo ha dunque un bisogno
fondamentale, costitutivo della forma bella: per semplificare, ha bisogno
di forma. Questo bisogno può essere conscio, o solo inconscio. Quando il
bisogno è conscio, egli si trova nel situazione esistenziale di bisogno di
forma, di predisposizione alla forma, e quindi di consapevole ricerca
della forma: egli è allora interlocutore della forma.
Il bisogno di forma ha
origini nel mondo animale. Gli animali sono sensibili a certe organizzazioni
formali (ottiche, olfattive, tattili, mobili, acustiche) che funzionano come
segnali. Sono state definite da K. Lorenz “dispositivi di scatto”, in quanto
determinano movimenti automatici di risposta, istintivi e innati. Così, per
esempio, certi movimenti ritmici e certe molto regolari organizzazioni di
colori forti, sono dispositivi di scatto ottici. La loro proprietà generale è
l’improbabilità”: in una natura che si presenta all’occhio molto irregolare,
la loro regolarità è visibile appunto perché improbabile. Se la natura fosse
tutta più regolare, la quantità di informazione del segnale svanirebbe.
La regolarità dei dispositivi
di scatto è affine a quella degli archetipi fomali4a della psiche umana, e annuncia la
sensazione estetica del bello nell’uomo (dal bello della simmetria,
proporzione e ordine di Aristotile fino al bello decorativo (senza narrazione)
dell’artigianato).
Nell’uomo, che è povero di
istinti (“carenza istintuale”, A. Gehlen) ma ricco di prestazioni
intellettuali, il dispositivo di risposta automatica al segnale è venuto
meno, per cui fra il bisogno indotto dal segnale e il suo adempimento si è
aperto uno spazio (uno “iato”) disponibile all’intelletto per un uso
differente, non più automatico, del segnale. E’ in questo “deficit di
adempimento” (il piacere dell’adempimento è differito) che si fissano le
pulsioni umane, che sono altra cosa dagli istinti animali.
In questa sospensione del
piacere, il segnale sessuale (per esempio) “labbra dipinte” diventa ora solo
un riferimento al piacere sessuale, che viene differito. Queste
“labbra dipinte” piacciono a X, perché si riferiscono al piacere
sessuale. Per questo le dice “belle”. Questo bello è qui un attributo che
X conferisce loro: sono belle perché gli piacciono (sessualmente), le
desidera.
Non sono ancora un “bello come
contemplazione”, sono ancora un “bello” come desiderio.
E qui si apre, non risolta, la
questione del paesaggio dal “è bello perché mi piace” (bello come attributo
che si conferisce all’oggetto) al “mi piace perché è bello” (bello come proprietà
nell’oggetto naturale e come qualità nell’oggetto artificiale,
artigianale e artistico).
Come può il bello soggettivo e
relativo (“per me è bello perché mi piace”, invece “per me non è bello perché
non mi piace”) diventare un bello oggettivo (che deve per forza piacere a
tutti perché oggettivamente bello)?
Si può supporre che è nel
“deficit di adempimento” che quelle labbra, perdendo la prerogativa di
segnale sessuale, diventano belle per se stesse, da contemplare. Ma, a questo
punto, perché (e quando) dovrebbero essere considerate belle, e non magari
brutte? Infatti alcune labbra sono considerate belle, e altre brutte, ma in
base a quale criterio? Cosa fa “bello” un oggetto, quando non è più un
oggetto del desiderio (sessuale)? Anzi, quando ridiventa oggetto del
desiderio (ma estetico), appunto perché è bello?
C’è in questo passaggio
certamente uno scatto nella evoluzione della coscienza dell’Io, che inventa
le categorie di “bello e brutto”. Certamente, per rientrare in queste
categorie, l’oggetto deve possedere ora sue intrinseche caratteristiche
“disinteressate di bellezza”, e non caratteristiche di interesse estrinseco
(desiderio sessuale e altro). Già i dispositivi di scatto hanno
caratteristiche intrinseche, secondo archetipi formali (simmetria, ordine, iterazione,
ritmo, ecc.), e questi archetipi formali incidono senz’altro sull’essere
oggettivamente bello dell’oggetto, anche se non esauriscono certo la sua
bellezza.
Ma a questo punto bisogna fare una
distinzione fra gli oggetti: quelli naturali e quelli artificiali. I
dispositivi di scatto sono oggetti naturali. Gli oggetti dell’artigianato e
dell’arte sono oggetti artificiali. Negli oggetti artificiali gli archetipi
formali della psiche hanno una grande importanza, di più in quelli
artigianali (senza narrazione), meno in quelli artistici (con
narrazione) (vedi capitolo 1. 2.). Ma le difficoltà si presentano già
negli oggetti naturali. Forse un “bel tramonto” o “il fuoco, sempre bello da
guardare” obbediscono ad archetipi formali? E che dire della “bellezza” di
quell’oggetto naturale (naturale anche se visto in video) che è l’impatto
degli aerei e il crollo delle Twin Towers?4a
E’ difficile questo discorso
sul bello, ma non si può eluderlo. Tanto più oggi, quando la Tecnica
interferisce ormai con tanta rapidità sul processo della crisi
dell’Umanesimo, da interromperne bruscamente ogni possibilità di riflessione
autocritica, incalzata dalla mutazione antropologica in atto. C’è infatti chi
vede in questa mutazione un ripresentarsi del bello come desiderio.
Nell’epoca della comunicazione digitale e dei new media, si ipotizza
la bellezza “come energia espressiva capace di sottrarsi elusivamente ai
poteri e alle istituzioni della scrittura e di radicarsi profondamente nella
corporeità illetterata e desiderante dei consumatori dei media. Da quando
esiste la tradizione del pensiero estetico, la bellezza, come l’essere
aristotelico, si dice ed è stata detta in infiniti modi. I media, in
particolare i nuovi media, non fanno altro che dare corpo a una qualità della
bellezza che, sia pure in forma sotterranea, gli uomini hanno da sempre
somaticamente percepito e vissuto, ovvero la sua originaria tangenza con gli
abissi inauditi del desiderio”.4b
“Forse nelle forme rassicuranti e asettiche della bellezza tradizionale
si sono inesorabilmente sviluppati gli embrioni di una nuova civiltà, di un
nuovo modo che i soggetti hanno maturato di intrattenersi con gli oggetti e
con gli altri soggetti”. 4c
Il pensiero di Abruzzese “è nella convinzione che nei fluidi ed espansivi
territori sociali determinati dall’incessante innovazione tecnologica del
sistema della comunicazione si coaguli un insieme di pulsioni individuali e
collettive del tutto spontanee e imprevedibili, nonché storicamente del tutto
inedite perché finalmente non più contaminate dalle culture e dalle ideologie
dell’Occidente; insomma, un campo di energie allo stato puro- che
sbrigativamente mi permetto di sintetizzare simbolicamente nella figura
archetipa del “nuovo barbaro analfabeta”-, che per ora si offre come naturale
terreno di sfruttamento alla destra berlusconiana, ma su cui una politica
realmente capace di usare tutte le potenzialità del linguaggio cibernetico
può far leva per attuare non so quale rivoluzione della moltitudine dei
consumatori desideranti”. 4d
Si tratta insomma di un ritorno
al “è bello perché mi piace”, alla identificazione del “bello” con il
desiderio. La categoria bello/brutto disinteressata, sarebbe in fondo una
imposizione culturale, una prigione. Il punto cruciale del passaggio
evolutivo dal “è bello perché mi piace” al “mi piace perché è bello” non
viene risolto, capito, ma eluso e superato dalla mutazione antropologica
incombente, che ne cancella la stessa esistenza. Eppure quel passaggio sembra
essere un gradino irrinunciabile nel processo di evoluzione della coscienza
dell’Io. Si tratta allora certamente di una involuzione, di una regressione,
di un’altra perdita di “sapere”4e:
senza il quale sapere l’arte non sarebbe neppure esistita. Anche da queste
brevi considerazioni, che sfiorano appena il grande argomento attuale della
“cultura cibernetica”, emerge la profonda contraddizione fra Tecnica e arte
(vedi cap. 2. 4).
Ma ritorniamo al passaggio dal
“è bello perché mi piace” al “mi piace perché è bello”. Ci stiamo occupando
di come un oggetto perde ogni riferimento al desiderio e la sua forma
viene apprezzata per se stessa secondo le categorie “bello/brutto” (e da qui,
infine, secondo le categorie “artistico/non artistico”). E di come dunque a
quel desiderio subentra tutt’altro desiderio, quello della contemplazione
della sua forma.
Ora, se questo avviene, è
perché l’uomo ha bisogno di sentire la bellezza della forma: ha,
sinteticamente, bisogno di forma. E questo bisogno di forma
(bella) è disinteressata, non ha più niente a che vedere col bello come
desiderio (=è bello perché mi piace, lo desidero”). Questo bisogno di
forma non solo produce oggetti la cui funzione prima è quella di
esibire la propria forma, ma fa anche riconoscere negli oggetti
naturali prerogative per cui sono oggettivamente belli. E non importa se per
alcuni sono belli, e per altri meno, o per niente, secondo il gusto. Ciò che
conta è l’esistenza comunque del bisogno, universale, antropologico, della
contemplazione di una forma oggettivamente bella: l’universale
antropologico bisogno di forma.
Allora la domanda più
pertinente è: perché l’uomo ha un così forte bisogno di forma (visiva,
sonora, testuale, olfattiva, tattile ecc.)?
Perché sente che la forma
bella è immodificabile. E’ perfetta così com’è (se si modifica, si
perde la sua perfezione, la sua bellezza). E questa sensazione è ineffabile e
desta meraviglia. E anche sicurezza. E’ la Grande Madre.
L’uomo inventa il bello, la
bellezza, come sfida alla morte. Alla angoscia del divenire.
Infatti ciò che modifica le
cose è il tempo.
Se il tempo modifica la forma
bella, la sua bellezza si perde.
La forma bella è bella in
quanto si sottrae al tempo.
La psiche sente il bello
fuori dal tempo.
La psiche sente il bello
come “eternità”.
Essere in presenza del bello è
un’estasi (dal greco ek-sistemi, essere, stare fuori di sé): è
stare fuori di sé in una bella forma. Cioè nella eternità.5 Assolutamente uno stare:
non un mutare (essere modificati) nel tempo.
Se sentire il bello è
dunque un bisogno fondamentale costitutivo dell’uomo, anche produrre il
bello, per poterlo sentire, in un oggetto artificiale (artigianale e
artistico) è un suo bisogno fondamentale costitutivo.6
Così nel produrre certi
oggetti, l’uomo rincorre la forma bella: che in questo caso si chiama forma
riuscita, risultato di un processo di formazione riuscito. Egli ha
un tale bisogno della forma riuscita (nel linguaggio comune: “bella”,
“ben fatta”) da interferire nella forma funzionale, d’uso degli oggetti,
addirittura a volte deformandoli fino a vanificare la loro normale funzione,
per conferire loro la funzione, che genericamente si dice estetica, di
esibire la propria forma.
Quando l’uomo produce
l’oggetto, può cercare di ottenere una forma “ben fatta”, nel senso di
funzionale al buon funzionamento dell’oggetto. Oppure può cercare di
ottenere, con la cura della forma, una “forma bella”, che può
anche contrastare il buon funzionamento dell’oggetto8
Ma allora appunto l’oggetto
cambia funzione, che ora è quella di anzitutto esibire la propria forma.
Allora il bello è ora una qualità,
esibita nell’artigianato e nell’arte, risultato di un processo di
formazione riuscito, opera dell’uomo.
E la parola chiave di questo
processo è: eternità.
La contraddizione prima
costitutiva dell’homo sapiens sapiens è quella di vivere sapendo di
dover morire, per cui il superamento di questa contraddizione è stato da
sempre la sua principale preoccupazione, sia nel pensiero razionale
(filosofia, scienza), sia nel pensiero simbolico (religione, artigianato,
arte).
La cura di una forma bella
(“riuscita” nell’artigianato e nell’arte) è l’artificio per eccellenza del
pensiero simbolico profano, non sacro, contro questa “angoscia del divenire”,
per far sentire l’uomo partecipe della eternità. 7
Partendo dalla potenza della forma
nei dispositivi di scatto degli animali, l’uomo ha trasferito così questa
intensità emotiva della forma nella dimensione del tempo, come spazio
anti-tempo.
Nella dimensione euclidea della
psiche la forma viene dunque sentita come spazio “che sta”, che è
fermo perché è dappertutto, è pervasivo, infinito; e quindi immobile, e
quindi immodificabile, e quindi perfezione, e quindi eternità. “Sta” in
opposizione al tempo che “va”, che è continuo inesorabile mutamento e
divenire.
Produrre un oggetto con cura
della forma vuol dunque dire cercare di “eternizzare” l’oggetto.
Fra innumerevoli tipi di
oggetti, con differenti funzioni, l'uomo ha prodotto oggetti artigianali e
artistici, la cui funzione prima è quella di esibire la propria forma,
per cui sono stati prodotti con cura della forma (ciò non succede per
altri oggetti prodotti dall'uomo, che hanno anzitutto altre funzioni,
pur ovviamente avendo una qualche forma). Negli oggetti artigianali e
artistici, la funzione prima per cui sono stati prodotti è assolta anzitutto
dalla forma.
Ci sono altri oggetti prodotti
con una certa cura della forma, ma la cui funzione genetica prima
non è esibire la propria forma, in quanto in essi il significato (il
contenuto) si impone comunque sulla forma. Sono gli oggetti
estetici e estetici testimoniali.9
Dunque la funzione prima
di un oggetto artigianale o artistico è quella di esibire la riuscita delle
rispettive forme artigianale o artistica. Un oggetto si riconosce come
oggetto che pretende di essere riuscito, quando mostra con tutta evidenza la
cura della forma con cui è stato prodotto.
Colui che in presenza di un
oggetto è nella situazione esistenziale di bisogno di forma,
percepisce immediatamente se l’oggetto preso in considerazione è stato
prodotto con la cura della forma. Allora egli si fa immediatamente
“interlocutore” della forma dell’oggetto, e può imparare a
riconoscere la riuscita della forma (o la sua non riuscita), sia
come oggetto artigianale che come oggetto artistico. Infatti, percepita la cura
della forma, colui che ha bisogno di forma si pone automaticamente
dal punto di vista dell’Autore (che, con lo stesso bisogno di forma,
ha formato l’oggetto). Egli si rende conto che la cura della forma (la
formazione dell’oggetto) è stata la preoccupazione prima dell’Autore
in quell’oggetto: e quindi che la funzione prima dell’oggetto è quella
di mostrare all’interlocutore questa forma artigianale o artistica
(mentre tutte le altre compresenti possibili funzioni sono secondarie).
E’ della massima importanza
questo riuscire a porsi dal punto di vista dell’Autore. E’ in fondo il
semplicissimo segreto di una corretta fruizione delle opere.
1.2. Artigianato e arte.
Sia l’artigianato che l’arte formano
oggetti che inducono alla esperienza della forma riuscita. Ma c’è tra
loro una profonda differenza. Descrivere qui, anche se brevemente, questa
differenza, serve a meglio definire ancora una volta l’arte storica (del procedimento
tradizionalista).
Nell’artigianato l’uomo cerca
l’eternità nel mondo. Nell’arte l’uomo cerca l’eternità in se stesso.
Più precisamente, l’opera
riuscita artigianale è il risultato di un processo di formazione di
qualcosa che è per se stessa, nel mondo, fuori dall’uomo.
L’opera riuscita artistica è il
risultato di un processo di formazione di qualcosa che l’uomo dice, è
sua espressione; che è dentro l’uomo, fa parte dell’uomo (un suo
esprimersi, dire qualcosa, narrare): più propriamente una immagine
mentale (una narrazione, una significazione).
Allora, nell’artigianato
cercare l’eternità nel mondo vuol dire creare forme belle in un
processo di “distillazione di essenze” formali dall’apparente caos della
natura. Ci si affida, pur trasgredendoli, agli archetipi formali che affiorano
dalle profondità della psiche, dall’inconscio individuale e collettivo, cioè
a quelle costanti dove l’uomo ritrova la comunione con l’”eternità” della
natura. Che sono l’organicità, l’unità, la compiutezza, la simmetria,
l’equilibrio, la proporzione, la sintesi, la ortogonalità, le parallele, il
centro, il cerchio, il ritmo, l’iterazione, ecc., ecc. (vedi anche le figure
della Gestalt). Questi archetipi formali sono ciò che “sta”: appartengono
alla dominante psichica “il femminile” (“il femminile sta, il maschile
diviene”). Appartengono alla Grande Madre protettiva, pur nella sua ambiguità
di Madre creatrice e distruttrice (distruttrice in quanto essere “divorati
dagli archetipi” vuol dire distruggere ogni forma nel virtuosismo
nevrotico).
Nell’arte cercare l’eternità in
se stesso vuol dire intraprendere un processo di formazione di
un’immagine mentale della realtà.
Il processo di formazione
di un’opera d’arte parte infatti sempre da una immagine mentale della
realtà, realtà che può essere la realtà esterna “vera” quanto un sentimento o
una immaginazione, insomma tutto il vissuto. Tutto il vissuto, che è
all’origine dell’opera d’arte, è filtrato da una immagine mentale di
esso, che si pone all’inizio de processo di formazione (se ne farà un
esempio più avanti parlando di Van Gogh).
Conclude queste brevi note
sulla differenza fra artigianato e arte un testo pubblicato sul quotidiano
“Il Messaggero Veneto” di Udine/8 marzo 2003: “L’artigianato cos’é? Non certo
la disciplina che produce a mano, o comunque in modo non industriale e
seriale, oggetti d’uso. Se così fosse, un oggetto artigianale “riuscito”
sarebbe quello che assolve meglio la sua funzione d’uso. Ma ciò appartiene
alla categoria del funzionale, mentre gli oggetti artigianali vengono
giudicati secondo la categoria del “bello/brutto”. Occorre allora una
definizione più corretta, partendo dalle origini.
Nel neolitico l’uomo inventa
oggetti che sono strumenti d’uso, ma non si limita a “formarli” secondo la
funzione. Li pretende anche “belli”. Li decora, li deforma, al punto che
questa loro nuova forma può addirittura disturbare o far perdere del tutto la
loro funzionalità. In altre parole, li produce con una “cura della forma”
tale che la loro funzione prima, che era quella di essere strumenti funzionali
d’uso, è ora diventata quella di anzitutto esibire la propria forma “bella”.
Un vaso può diventare un oggetto bellissimo, e inadeguato alla funzione
originale.
Ma questa di esibire la propria
forma, non è la funzione prima dell’oggetto artistico? Certamente. E si parla
infatti di artigianato artistico. Ma ancora una volta è una definizione
impropria, addirittura un ossimoro. Perché l’artigianato, anche inteso ora
come produzione di “oggetti inutili e belli”, è tutt’altra cosa dall’arte.
Se affrontiamo la questione da
un punto di vista psicologico e antropologico, ci vengono subito incontro le
categorie del “maschile” e del “femminile”. Qui i due termini non indicano un
carattere sessuale, ma una dominante psichica. ”Maschile” e “femminile” sono
simboli di una condizione psichica, stanno in commistione nella psiche di
ogni individuo, donna e uomo. E diciamo subito che l’arte appartiene più al
“maschile”, e l’artigianato più al “femminile”.
Al di là di ogni gerarchia di
valori (questo è meglio di quello), propria degli schemi mentali della
cultura patriarcale, si tratta di riconoscere le “differenze”, che spiegano
la necessità antropologica (il soddisfacimento di bisogni fondamentali) dei
differenti oggetti artigianali, estetici e artistici.
Si sa che all’origine
dell’opera d’arte sta sempre un’urgenza umana di “dire” qualcosa, di comunicare
un significato. Anche nell’astratta musica, o nella scultura e pittura
non rappresentative, si riconosce la narrazione che scorre nelle vene
dell’opera. Le opere d’arte sono sempre narrazioni, ma narrazioni
prodotte con una “cura della forma” tale per cui la funzione di “dire” si è
trasformata anche qui nella funzione di esibire la propria forma. E così in
esse il significato coincide con la forma. Ora, poiché nella psiche il
significato è sentito come vita, tempo che scorre e va, inesorabile
mutamento, “divenire”; e la forma è sentita invece come spazio che sta, che è
dappertutto, è pervasivo e infinito, e perciò immobile e fermo e
immodificabile, cioè perfezione, “eternità”; ecco allora che la coincidenza
nell’opera d’arte di significato e forma fa che il tempo (il significato) sia
anche eternità (la forma). Ma questa è una contraddizione inconciliabile nel
pensiero razionale, in quanto in esso una cosa (il tempo) non può essere
anche il suo contrario (eternità). Ma è appunto quella contraddizione
fondamentale che viene conciliata nel pensiero simbolico dal simbolo
sintetico che è l’opera d’arte (tempo fermo).
Dunque, fondamentalmente,
l’opera d’arte è anzitutto un “dire”: un “grido” di rivolta, di non
accettazione della contraddizione fondamentale di vivere per morire, da parte
della coscienza dell’Io (“maschile”), ad un certo punto della sua evoluzione.
Un “grido” che si placa nella forma riuscita dell’opera, “trova pace nel suo
compimento” (Bachtin).
L’opera dell’artigianato invece
non “grida”. Si mostra soltanto, perché viene prima del “dire”. Il
“femminile” artigiano non è ancora condannato al “dire”. Il “femminile” è
l’origine, e si appaga della sua compiutezza, che è la bellezza in sé. Solo
nella nostra cultura patriarcale la parola (il Verbo) è l’origine, e per
questo in essa la bellezza, la forma non sono una condizione umana, ma solo
un ornamento. Invece la forma, nel suo accettarsi così com’è, in quanto spazio
infinito, immobile, “eterno”, è condizione del “femminile”, che accoglie e
contiene in sé ogni parola detta o da dire: il “femminile” “sa” già.
L’operare artigiano appartiene
dunque al “femminile”, nel suo sottrarsi al richiamo potente del “maschile”
(parole, narrazione, Mythos, Spirito, padre). L’operare artigiano,
ancora incontaminato da ogni necessità di un senso, si compie tutto nella sua
libera innocente virginale bellezza.
Il femminile artigiano è
l’inconscio che disegna libero le forme, è il corpo che si compiace della
proria forma. Non “dice”: si manifesta nella silente pura forma della
bellezza. Ed è forse concesso all’uomo qualcosa che “dica” di più del
silenzio della bellezza?
Bisogna allora fermarsi, e
ritrovare nelle opere artigiane, come in un mirabile specchio, il nostro
“femminile”, la coscienza matriarcale: “...se si tien conto delle debolezze e
dei pericoli psicologici della cultura patriarcale, la cui forma estrema ha
portato nel moderno occidente a una crisi che minaccia l’intera umanità, si
potrà evitare l’errore di considerare la `coscienza matriarcale´ solo come
una eredità arcaica e il femminile come `relativamente non sviluppato´” (E.
Neumann). Fermiamoci dunque a specchiarci, e rientriamo in noi stessi”.
1.3 Narrazione, stile, riconoscimento,
“tempo fermo”.
Nell’arte l’umanità, nella sua
dominante psichica “maschile”, cerca dunque l’eternità in se stessa.
“Eternizza” una propria espressione, l’immagine mentale della realtà
che dice nell’opera. L’immagine mentale ha un significato, è
una narrazione: L’opera d’arte è sempre una narrazione, non può
non essere una narrazione.
Questo è fondamentale: l’arte è
narrazione di un mondo unico inventato dall’Autore. Sempre. 10
Le narrazioni possono
essere: 1. narrazioni qualsiasi, di comunicazione. 2. narrazioni
estetizzate, prodotte con una certa cura della forma, ma dove, essendo
il significato ancora separato e prevalente sulla forma, si possono
avere differenti forme senza che il significato cambi 11. 3. narrazioni artisticizzate/opere
d’arte, prodotte con una cura della forma tale, per cui il significato
coincide con la forma.
Dunque nell’uso dei linguaggi
specifici (letteratura, pittura. musica, cinema, danza, teatro, fumetto ecc.)
avviene la trasformazione di una narrazione con una forma qualsiasi, che è
solo comunicazione di qualcosa, in una narrazione con una certa forma,
che esibisce se stessa. Una narrazione qualsiasi (bisogno di dire) la cui
funzione prima è comunicare qualcosa si trasforma in una narrazione la
cui funzione prima è esibire la propria forma, a colui che ha bisogno
di forma.
Una narrazione può
tendere ad avere la funzione prima di esibire la propria forma solo
quando la cura della forma tende a inventare uno stile. Non c’è cura
della forma riuscita senza uno stile.
Lo stile è il modo di
formare di ogni Autore/artista.
Dice Pareyson: “In questo modo
di formare è presente tutta la spiritualità dell’artista, nel senso che
questa, una volta che si è posta sotto il segno della formatività, esige il
suo modo di formare, anzi si fa, essa stessa, quel determinato modo di
formare. E’ dunque il modo di formare, cioè lo “stile”, quello che tascina
nell’arte l’intera vita spirituale dell’artista, perché questi nel suo
formare segue un modo singolarissimo e inconfondibile, ch’é unicamente suo e
non d’altri, ch’é il suo modo di formare, il modo che non può esser che suo,
e ch’è la sua stessa spiritualità fattasi tutta, modo di formare: stile”.12
Non si dà opera d’arte senza
uno stile.
La riuscita di un processo di
formazione presuppone sempre uno stile.
Lo stile è il modo di
formare originale, personale, irripetibile, unico, il “suo mondo” di ogni
Autore/Artista.
Ma se tutte le opere d’arte
hanno per forza uno stile, non tutte le opere che pure hanno uno stile, sono
opere artisticamente riuscite, cioè opere d’arte.
Allora diciamo:
1. Un Autore è Artista solo
quando riesce a inventare il suo stile “unico” (l’unico originale
riconoscibile “suo mondo”).
2. L’opera d’arte è tale solo
quando in quello stile è artisticamente riuscita.
Dunque, tutto ciò avviene se
l’Autore ha inventato una narrazione con uno stile che è il “suo
mondo” (una realtà altra, originale, unica). Poiché questo “mondo”
esiste solo in quanto forma, la funzione prima di questa narrazione
è esibire la propria forma. Forma che riesce veramente a essere
un “mondo” solo se artisticamente riuscita.
Per cui è assolutamente
primaria nella ricezione di un’opera d’arte l’esperienza della sua riuscita
(il riconoscimento), rispetto a tutte le conseguenti infinite
interpretazioni possibili della ermeneutica.
Il riconoscimento è
l’esperienza esistenziale immediata (non mediata dalla ragione) della riuscita
della forma dell’opera (della riuscita di tutto l’insieme di forme
di cui è composta l’opera), riuscita per cui quella forma non deve in
nessun modo essere modificata, essendo sentita “perfetta” così come si
presenta. Il riconoscimento o “esperienza esistenziale” della
artisticità è dunque un sentire immediatamente la qualità
artistica dell’opera in una intuizione prerazionale del pensiero simbolico.
L’esperienza della artisticità è uno “star fuori” (dal greco: ek-sistemi)
dalla razionalità, in un incantamento che non è un’estasi (ek-stasis)
passiva, bensì un’estasi attiva, attenta: uno stare del sé
fuori di sé nell’opera. Così intensa da essere una massima presenza del sé
nell’opera: un essere se stessi al massimo grado. Una fortissima costituzione
di identità.13
Dunque il riconoscimento,
o “esperienza esistenziale” della qualità di artisticità nel pensiero
simbolico, non esaurisce l’esperienza dell’opera, ma è la conditio sine
qua non di ogni ulteriore corretta ragionata interpretazione con
conseguente soggettivo giudizio di valore di essa (in una razionale
ermeneutica formale e contenutistica). Il riconoscimento è infatti
quella parte della esperienza dell’opera in cui si sente ciò che fa la
differenza fra un’opera qualsiasi (comunque sempre oggetto di possibile
interpretazione) e un’opera artisticamente riuscita (che è invece
l’unica a permettere l’esperienza della artisticità).
Il riconoscimento della qualità
di artisticità è transtorico e transculturale, si può solo sentire
(nel pensiero simbolico) e si manifesta al di là e nonostante i condizionamenti
culturali e di gusto, mentre l’interpretazione (esperienza ermeneutica e giudizio
di valore) è in gran parte soggettiva, condizionata dalle variazioni di
gusto nel tempo, nelle culture e negli individui, non essendo i “valori”
valori universali, ma solo valori di una certa cultura. L’interpretazione,
che appartiene al pensiero razionale, è dunque storica e culturale e
relativa. Il riconoscimento, che appartiene al pensiero simbolico, è
transtorico e transculturale.
L’esperienza esistenziale (riconoscimento)
dell’artisticità non è affatto una esperienza elitaria: può essere di tutti
coloro che ne sentono il bisogno e la vogliono fare (vogliono imparare
a farla). Si impara a farla nella frequentazione assidua e reiterata delle
opere. L’”esperienza ermeneutica” (l’interpretazione dei significati e il
ragionato giudizio di valore) è invece solo di coloro che per la
situazione sociale e culturale la possono fare.
Distinguere fra riconoscimento
dell’artisticità e interpretazione dei significati è essenziale per
l’interlocutore dell’opera.
La Capria: “Quando dico che per
il senso comune Les Demoiselles d’Avignon è un brutto quadro, non
parlo solo del bello e del brutto (soggetti a mutamenti nel tempo e alle
oscillazioni del gusto), e non parlo solo de Les demoiselles d’Avignon.
Parlo di tutte quelle opere
d’arte che non mi comunicano un’emozione artistica paragonabile allo stupore
e alla meraviglia. Capire i motivi per cui è stata creata un’opera d’arte, e
capire i significati che contiene, non dovrebbe aver nulla a che fare col coup
de foudre che l’assoluta bellezza suscita in noi. Se ho visto la bellezza
non desidero altro, la bellezza mi basta. Così fu quando vidi i Bronzi di
Riace. Chi mai si sarebbe sognato di domandarsi, quando numinosi essi ci apparvero
sorgendo dal mare, cosa significavano?” 14
Dunque può imparare a
riconoscere l’artisticità solo chi ne ha coscientemente bisogno. Per questo
moltissimi, che ne hanno solo un bisogno inconscio, sono sordi alla
artisticità. “Non vedrà mai il sole l’occhio che non sia divenuto solare e
nessun’anima vede il bello prima che essa stessa non sia divenuta bella “ 15
Dunque, rispetto alle
narrazioni qualsiasi e alle narrazioni estetizzate, avviene nell’opera d’arte
una rivoluzione, un capovolgimento. Se nelle narrazioni qualsiasi e in quelle
estetizzate si impone il significato sulla forma, qui è la forma che
si impone sul significato, tanto da diventare essa stessa un nuovo,
fondamentale significato. Per cui significato e forma coincidono.
Nella narrazione/opera d’arte il significato è la sua forma.
Si tratta della stupefacente
invenzione di una operazione nuova, molto differente dalle altre narrazioni,
che ha certamente richiesto un percorso di migliaia di anni per consolidarsi,
ma che ogni Autore, nel suo proprio modo, ripercorre ogni qualvolta produce
un’opera d’arte. L’immagine mentale che sta alla base del processo
di formazione, viene tras-formata in questo processo in una forma
definitiva e necessaria, l’unica possibile e “giusta” per quella immagine
mentale.
Ogni opera d’arte è il
risultato di un processo di formazione riuscito: ed è in questa
riuscita che avviene la sintesi (simbolo sintetico) di significato e forma.
Qui viene riproposta, per
completare il discorso sul procedimento tradizionalista, una parte del
testo dal titolo “Tempo fermo” pubblicato sul primo numero di questa rivista.
“ Tutto ciò richiede la massima
attenzione. Partiamo da un esempio tratto dai linguaggi visivi, perché più
semplice. Si prenda una normale fotografia “documentaria” ma “ben fatta” di
una casa, e un quadro riuscito di Van Gogh con la stessa casa, dallo stesso
punto di vista. La prima è l’illustrazione documentaria di una casa, è
un significato (narrazione) “casa” con una forma “ben fatta”.
In essa il significato si impone sulla forma. Infatti la forma
può anche essere modificata senza che si modifichi il significato “casa”. A
meno che non si lavori sulla foto fino a snaturarne la consistenza di
documento (fino a distruggere la visibilità del significato “casa”), il significato
(documento) si impone comunque sulla forma. Si tratta di una narrazione
“ben fatta”, cioè estetizzata, quindi di un oggetto estetico.16
La casa dipinta nel quadro di
Van Gogh invece non è un significato “casa” ben dipinto, un significato
“casa” con una forma ”ben fatta”. Ma è anzitutto una forma
formata nello stile di Van Gogh e in modo tale da essere per se stessa un
nuovo, forte significato, che si impone sul significato originario “casa”. E’
l’invenzione di un mondo “altro”.
Succede che, mentre nella
fotografia si impone la casa reale, troppo vera nel mondo vero, cioè il
significato (originario), e la forma può anche essere modificata senza
che il significato cambi, nel quadro si impone invece una forma, che è
la invenzione di una forma di casa nello stile di Van Gogh,
cioè nel mondo “altro” inventato da Van Gogh, che è così “forte” come
invenzione originale di un mondo da imporsi esso come il nuovo vero
significato. Il significato che ora si impone non è più la casa vera (che è
stata il modello per Van Gogh): questa casa vera viene “cancellata”, “fatta
dimenticare”, da questa nuova forma/casa inventata da Van Gogh.
Questa forma/casa
inventata da Van Gogh è anzitutto una forma, ed è una forma così
assolutamente unica, da essere essa stessa un nuovo significato, un nuovo
mondo. E’ dunque una forma che è un significato, nel suo essere forma.
Allora la differenza fra una narrazione
normale o anche estetizzata, e la narrazione artistica (opera d’arte)
sta in ciò, che nelle prime il significato si impone sulla forma,
nell’altra invece la forma si impone sul significato, in quanto è essa
stessa il fondamentale significato.
Per meglio capire riprendiamo
il discorso partendo dal processo di formazione.
Van Gogh vede una casa, decide
di fare un quadro con quella casa. Accingendosi a dipingere, si forma
automaticamente nella sua mente una immagine mentale, cioè una narrazione
mentale nel suo stile, della casa. Da questa immagine mentale
parte il processo di formazione dell’opera. Il processo di
formazione viene inventando la forma/casa di Van Gogh, di
pennellata in pennellata. Il processo continua finché l’Autore sente che esso
è compiuto, e qui si ferma.
L’immagine mentale è narrazione
che viene tras-formata in un’altra narrazione: in questa
metamorfosi si forma, quando riuscita, la qualità di artisticità.
Dunque Van Gogh inventa nel suo
stile la forma del suo mondo, una sua narrazione di casa che nella
realtà non esiste, che è quindi un nuovo significato. Un significato che è
anzitutto una forma.
Questa forma si è venuta
formando, nel processo di formazione, fino a essere quella
giusta, unica, riuscita per quel quadro: e perciò compiuta, immutabile,
immodificabile.
Dunque la forma che Van
Gogh viene inventando nel processo di formazione non è una forma
qualsiasi, o anche “ben fatta” o “bella”. E’ invece una forma unica,
imposta, obbligata, costretta dal suo stile: quella unica forma
riuscita possibile imposta a Van Gogh dal suo stile per quella iniziale immagine
mentale.
Lo stile di Van Gogh si è
realizzato al massimo delle sue possibilità per quell’opera. Si è compiuto.
Lo stile c’è anche nell’opera non riuscita, ma incompiuto: nella riuscita
dell’opera c’è lo stile nella sua massima compiutezza.
Il processo di formazione si
ferma dunque in quella forma compiuta, unica, giusta, definitiva,
perfetta: “riuscita”. Riuscita e pertanto non più modificabile, perché
modificandola se ne distruggerebbe la riuscita.17 Van Gogh, e gli interlocutori dell’opera, la sentono
immodificabile, intoccabile, immutabile, perfetta. La sentono
cioè come spazio/”eternità”.
L’immodificabilità della forma
riuscita è ciò che anzitutto si impone perentorio all’interlocutore: questa
immodificabilità corrisponde nella psiche al senso dello spazio pervasivo,
immobile, infinito: spazio/“eternità”.
E’ in questa perfezione, in
questa riuscita della forma che si “eternizza” l’invenzione del mondo
di Van Gogh, che è nel suo stile nella massima compiutezza, e quindi è un
nuovo intenso significato. Ma, se è significato, è tempo.
Ma allora succede che questo
intenso significato, questo massimo di significazione = di tempo, è anche
massimo di forma = di “eternità”. Questo è l’evento psichico che
accade nella esperienza dell’opera d’arte: un tempo che si ferma in una forma
immodificabile, quindi perfetta, “eterna”, pur conservandosi come tempo (in
quanto significato).
Dunque: il processo di
formazione si ferma in un limite, oltre il quale non si deve andare,
perché, come si dice nel linguaggio comune, “va bene così, non si deve
assolutamente più toccare”. In questo limite il significato (narrazione),
che è tempo, quindi movimento, mutamento, divenire, si ferma in una forma
ormai immodificabile, perché riuscita: è il limite dove il significato (narrazione/tempo)
coincide con la forma, è esso stesso forma, pur conservandosi
come significato (narrazione/tempo). E’ anzi in questo suo fermarsi
“giusto”, in questa compiutezza (immutabilità, e quindi unicità), che
acquista il nuovo significato/forma.
Per cui:
Il tempo si ferma, pur
rimanendo tempo.
Più è fermo, più è
tempo/significato. Più è tempo/significato, più è fermo.
Questo è l’evento, ciò che
accade nell’opera d’arte: il tempo è fermato.
Ora, un tempo fermo è una
contraddizione inconciliabile nel pensiero razionale, dove il tempo mutevole
è il contrario dello spazio fermo (eternità).
E’ invece il prodigio del simbolo
sintetico (opera d’arte), che concilia le contraddizioni nel pensiero simbolico.
Dunque:
“L’opera d’arte è tempo fermo”.
Il riconoscimento,
l’esperienza della artisticità è l’esperienza esistenziale del tempo
che si ferma in un “tempo fermo”.
Riprendendo: un significato,
che è tempo, è ora anche una forma, che essendo unica, immutabile,
perché perfetta così, è spazio/”eternità”. Il tempo è insieme
spazio/”eternità”. Ma ciò non è concepibile nel pensiero razionale, per il
principio di non contraddizione. Non è possibile nel pensiero razionale che
una cosa sia anche il suo contrario, che il tempo mutevole sia insieme il suo
contrario, spazio immutabile e “eternità”. E’ invece possibile nel pensiero
simbolico, nella sintesi del simbolo sintetico, che è l’opera d’arte.
Il simbolo sintetico è
quella entità che concilia nel pensiero simbolico le contraddizioni che il
pensiero razionale non riesce a “capire”. Il simbolo sintetico (opera
d’arte) concilia la contraddizione principe, costitutiva dell’uomo: la
contraddizione di vita e morte, desiderio del vivere e consapevolezza del
morire, la contraddizione fra il tempo che passa e va, e il desiderio di
eternità. Fra il divenire del significato (il maschile), e l’“eternità” della
forma (il femminile).
Van Gogh ha inventato una
forma di casa dipinta che è insieme una forma e un nuovo significato.
Mentre normalmente il significato e la forma sono separati, e dunque
il tempo e lo spazio/”eternità” sono separati, opposti e contradditori, qui è
invece avvenuta una rivoluzione, per cui significato e forma sono un
tutt’uno, il tempo e lo spazio/”eternità” sono un tutt’uno. E’ la sfida della
mente dell’homo sapiens sapiens al suo destino, alla sua
contraddizione costitutiva di vivere per morire.
Ma attenzione: se il tempo
tende a consumare, rendere mutevole modificandolo, mobilizzandolo, ciò
che ha una forma nello spazio, la forma tende a annientare immobilizzandolo
ciò che è nel tempo, il significato. Nel curare troppo la forma
trascurando il significato, la narrazione può essere dissolta e
annullata come significato. L’operazione arte si dissolve allora in
operazione artigianale o in virtuosismo nevrotico. Non c’è niente di più
distruttivo per l’arte del confondere l’artisticità con il formalismo. Per
questo si insiste sul fatto che il tempo si ferma in una forma, pur
rimanendo tempo, cioè significazione. E’ la peculiarità dell’opera d’arte
quelle di essere comunque sempre narrazione-significazione, cioè
tempo. Appunto per poter essere, in modo stupefacente, tempo e insieme forma
(compiuta, immodificabile perché riuscita: cioè spazio/”eternità”).
Ci sono allora tre momenti
determinanti nel rapporto della psiche con la forma: l’evento psichico
della forma “ben fatta”, forma “bella” per se stessa (oggetto
artigianale), l’evento psichico della narrazione con cura della
forma, ma dove la forma è separata dal significato/narrazione
(oggetto estetico) e l’evento psichico della narrazione con cura
della forma in cui la forma coincide col significato (oggetto
artistico). Sono tutti momenti cruciali del confronto fra l’Io e l’angoscia
del divenire. Fra la capacità di astrazione (formazione) e l’accadimento
(materia). Fra il bisogno di forma e la pulsione di morte e
autodistruzione. Fra lo spazio/forma che sta e il tempo che va.
Tra il “femminile” e il “maschile”.
L’homo sapiens sapiens non
fa che creare, nell’opera d’arte, un suo tempo da fermare.
“Possiamo adesso avanzare un
postulato centrale. Due sole esperienze permettono agli essere umani di
partecipare alla finzione-verità, alla metafora pragmatica dell’eternità,
della liberazione dai decreti di annientamento del tempo storico-biologico,
vale a dire dalla morte. La prima è quella della fede religiosa autentica,
per coloro che sono aperti a essa. La seconda è quella estetica. E’ la
produzione e ricezione di opere d’arte, nel senso più lato, a permetterci di
condividere la durata, il tempo senza confini. Senza le arti la psiche umana
rimarrebbe nuda davanti alla propria estinzione”18
1.4 Il paradosso
Tutto ciò appartiene alla
psiche, si sente nella psiche. Secondo la razionalità non c’è niente,
a rigore, di perfetto, ma noi viviamo l’arte anzitutto secondo i sensi e non
secondo ragionamenti. Come viviamo un sole che sorge e tramonta, e gira
intorno alla terra, e non una terra che gira intorno al sole. 18a
Ciò che conta è allora la
“tendenza alla perfezione” implicita nell’operazione. Ogni Autore sente
l’opera tendere alla sua compiutezza, come se egli fosse “condotto per mano”
verso di essa da una forza che lo trascende. Ogni Autore ha fatto
l’esperienza della compiutezza di un’opera. Può succedere che dopo un certo
tempo egli non senta più quella compiutezza nell’opera, e sia indotto,
sempre da quella pulsione, a intervenire ancora sull’opera, per correggerla.
Oppure che pensi che avrebbe potuto finire l’opera in altro modo. Per questo conserva
le annotazioni e i progetti di altre soluzioni, magari per usarle in un’altra
opera.19. Ma è la
compiutezza, la perfezione del “tempo fermo”, ciò che l’Autore e
l’interlocutore hanno bisogno di sentire e sentono nelle opere
d’arte. Per questo sentire l’umanità si è prodigata con una dedizione
stupefacente ovunque da sempre.
1.5 L’unità di stile
La caratteristica principe del
modo di formare del procedimento tradizionalista (cioè dell’arte storica)
è l’unità di stile. E’ il modo di narrare una realtà forte, un altro da sé
forte, che è sempre, nella sostanza, uguale a se stesso, e di cui pertanto ci
si può fidare. Un altro da sé che è la realtà del “senso comune”.20 L'unità di stile risponde a una
esigenza profonda di fiducia in questa realtà, è garanzia della conservazione
di un rapporto stabile con essa, stabilità di rapporto che è a sua volta
garanzia di identità.
L'unità di stile è la
prerogativa del modo di formare storico che si può definire in senso
molto lato "classico"21.
Si tratta di un modo di sentire e di produrre molto influenzato dagli
archetipi formali della perfezione e della compiutezza: l'oggetto deve essere
generalmente ben finito, anche nel dettaglio. Nel ben finito viene soddisfatto
il bisogno di sicurezza, di stabilità, di identità dell'Autore e
dell'interlocutore tradizionalisti. Questa compiutezza é prerogativa di tutta
l"arte storica in generale, ma in particolare di quella classica (nel
senso di opposta a romantica), ed è il risultato di un progetto forte (che
vuol dire molto definito): quanto più il progetto è forte, tanto più
l'oggetto è ben finito. Quanto più il progetto è invece debole (o addirittura
assente) e prevale l'improvvisazione, tanto più l'oggetto può rimanere non
finito, volutamente incompiuto o frammentario o disarmonico o disorganico,
perché non c'è un progetto forte che a priori imponga quando e come debba
essere ben finito.
Il procedimento
tradizionalista, che fa parte di una cultura della sicurezza e della
stabilità, tende ad avere un progetto forte, mentre i procedimenti
modernista e avanguardista (e ovviamente anche quello postmodernista),
che fanno parte di una cultura problematica o nihilista, tendono ad un
progetto debole e alla improvvisazione, proprio perché in questa
improvvisazione c'è più possibilità di inventare forme totalmente nuove (procedimento
modernista).
Le prerogative fondamentali del
procedimento tradizionalista (la narratività costitutiva dell’arte e
l’unità di stile, categorie universali pur nelle loro differentissime
manifestazioni), si evidenziano proprio nella loro messa in discussione da
parte dei procedimenti modernista e avanguardista, in cui è
influente l’ideologia sociologica del progresso.
1.6 Altre considerazioni.
Ma l'ideologia del progresso
non ha cancellato il procedimento tradizionalista. Sono mutate in esso
alcune funzioni sociali, come la committenza, il pubblico, le tecniche, gli
stili, ecc., ma il procedimento rimane sostanzialmente lo stesso, finché dura
la fiducia del senso comune nella stabilità delle cose del mondo, nel reale
esistente per sé stesso, nel suo essere un altro da sé forte (come
nella cultura di massa).
Nella società di massa del
Capitalismo, l'arte del procedimento tradizionalista resiste in quella
parte che non è ridotta del tutto a merce, poggiando principalmente su
funzioni sociali estranee al mercato, e in quella parte di società non
nihilista, che vive di solidi valori tradizionali cristiani o umanistici.
Per l'arte storica
contemporanea del procedimento tradizionalista è improponibile, a
rigore, il problema del nihilismo e del valore di scambio, perché, nonostante
la mercificazione capitalistica la assalga da ogni parte e nonostante la
maggior parte dei suoi prodotti sia anche "per le masse", tali
prodotti non sono ancora "della massa": sono cioè opere d'arte
tradizionali prodotte da élites per le masse, e non ancora prodotte
dalle élites delle masse (del marketing), come nel procedimento
postmodernista. Sono infatti pur sempre un prodotto di minoranze che, sul
piano psicologico/antropologico "scelgono di essere infelici nelle
grandi cose piuttosto che essere felici nelle cose piccole", che è
invece ciò che sembrano volere le élites sui generis del procedimento
postmodernista.
L'arte tradizionale storica è
senz'altro il prodotto della élite “maschile” di una cultura
patriarcale, che si è sempre sentita "accessorio" rispetto alla
donna/madre/natura. Questa coscienza infelice l’ha indotta a fare la
"storia" e le "grandi" cose (dalle piramidi alle guerre,
dai capolavori ai lager), anche sacrificando, oltre a se stessa, popoli
interi la cui cultura popolare chiedeva invece non di essere infelici nelle
"grandi" cose, ma di essere felici nelle cose "piccole".
L'arte storica è stata ed è una
di quelle "grandi" cose. Raccontava il “maschile” che si uccideva,
i maschi che "morivano per non morire", per essere eternizzati
nella Kléos (gloria) e nell'arte.
Il procedimento
tradizionalista, nonostante le più appariscenti manifestazioni dei procedimenti
modernista e avanguardista, rappresenta pur sempre, nell’arte
contemporanea, la normalità (qualitativamente) e la maggioranza
(numericamente). E' normale in quanto erede diretto del procedimento di tutta
l'arte storica, di contro alla anormalità dei procedimenti modernista
e avanguardista (nel senso che questi ultimi procedimenti non sono
affatto l'ultima tappa di uno sviluppo lineare (normale) dell'arte storica,
bensì una devianza dalla norma). E' poi maggioritario come numero di opere,
se si considera che appartengono ad esso non solo singoli "artisti"
che si definiscono tradizionalisti, ma la maggior parte della letteratura,
del cinema, del jazz e dintorni, del fumetto e della illustrazione editoriale
e dei video e delle vignette e della pubblicità, ecc. ecc., insomma tutta
quella parte della produzione che, pur appartenendo alle comunicazioni di
massa, ha qualità di artisticità.
Infatti il termine
"cultura di massa" è, rispetto ai problemi dell'arte, abbastanza
improprio: si dovrebbe parlare semplicemente di "cultura
tradizionalista", cioè di una cultura in cui, per il rapporto dei
soggetti con una realtà che è ancora un altro da sé forte, vige il procedimento
tradizionalista. Può infatti sembrare strano dire che il discendente
diretto di Raffaello non è il modernista Picasso, ma un illustratore o un
regista; ma lo è molto meno se si pensa che oggi Raffaello si sarebbe molto
probabilmente dedicato alla regia filmica, ottenendo gli ottimi risultati di
tantissime opere del cinema, che è il linguaggio specifico più significativo
della nostra epoca come lo era la pittura nell'epoca di Raffaello.
La cultura di massa comprende
ormai quasi tutta la cultura, ed è al suo interno che vengono prodotte, fra
innumerevoli oggetti non artistici, anche tante opere d'arte, nel procedimento
tradizionalista. Certamente queste opere risentono della pressione della
cultura di massa, ma non altrimenti di come sempre tutte le opere risentivano
della pressione del potere imperante.22
Se si prendesse per vera la
proposizione sociologia dello storicismo relativistico per cui "l'arte è
ciò che gli uomini chiamano arte", l'arte storica (del procedimento
tradizionalista) sarebbe, in definitiva, solo una "impostura"
di pochi potenti (una élite di committenti e Autori) sui popoli. Ma
questa proposizione non è vera. Ciò che sorprende è che nel corso dei secoli
le opere che piacevano ai potenti (élite di committenti e Autori) di
una cultura, piacevano anche alla élite delle altre culture. Le
differenze di giudizio sulle opere non esistono tanto fra culture diverse
nello spazio e nel tempo, quanto fra competenti e non competenti all'interno
di una stessa cultura. Vuol dire che esiste nella storia, a un certo livello
di competenza, una costante dell'artistico, effetto di una qualità di
artisticità dell'oggetto. L'opera d'arte attraversa il tempo e "...non
si rivolge soltanto a una personalità determinata dallo stato momentaneo
della società, bensì a ciò che nell'uomo è generalmente umano: una tale opera
fornisce le prove del suo rapporto con l'essenza antropologica
dell'uomo".23
Si dice che non esiste lo
“sguardo innocente”, non condizionato dal proprio gusto e dalla propria
cultura. Sembra, nel nostro mondo, una ovvietà. Eppure, imparare a riconoscere
l’artisticità di un’opera, nella “esperienza estatica”, vuol dire sopratutto
imparare a liberarsi da quei condizionamenti, “affidandosi” alle opere, le
più differenti nel tempo e culturalmente, in un approccio “il più innocente
possibile”. Semplicemente frequentandole assiduamente. Si tratterebbe
comunque del “senso comune”24
di coloro che hanno coscientemente bisogno della forma artistica. Solo
se si tien conto di ciò, si può anche ammettere che “Quando guardo Giotto o
Masaccio, Piero o Leonardo sempre c’è una interferenza culturale tra me e il
dipinto che sto guardando. Non può essere altrimenti, perché il puro sguardo,
innocente e insieme conoscente, non esiste”.25.
Ma di certi autori “santificati” si può anche giustamente affermare: “Come si
leggono meglio se si finge di ignorare la concettualizzazione sommersa e il
commento che si è quasi sostituito al testo originale! Che senso di
liberazione si prova a stare in superficie! E come più abbagliante questa si
rivela, tanto che essi stessi, quegli autori, sembrano liberati! E liberato
il testo dal sottotesto soverchiante!”26
Si deve insistere su questa
"unicità" dell'operazione arte nelle diverse culture e nel tempo,
anche se appare "scandalosa" al relativismo storicistico e
sociologico e alla Ermeneutica, discipline protese a studiare il fenomeno
arte solo dal punto di vista del contenuto e dell'interlocutore. Perché
l'Autore "sa" tutto ciò che di "eguale" c'è nel fare suo
e in quello di un "primitivo" e di un egizio e di un Bach e di un
Joyce.
Si sa che il nostro concetto di
opera d'arte è recente, e il fatto di estendere questo nostro concetto a
oggetti di altri tempi e altre culture è stato considerato una operazione di
acculturazione, una forma di imperialismo culturale. Per esempio si sarebbe
piegato lo statuto religioso cultuale di una scultura lignea primitiva a
quello nostro, "prevaricante", di opera d'arte. Questo
eurocentrismo sarebbe stato il frutto della ignoranza della vera funzione
originale dell'oggetto, e sarebbe mistificante della sua vera identità. Non è
così.
Le funzioni sociali (funzioni
genetiche terze27
accompagnano la funzione genetica prima delle opere contemporanee nello
stesso esatto modo che l’accompagnavano nelle opere antiche. La funzione
"cultuale" oggi più diffusa è quella di intrattenimento, che
accompagna la maggior parte della narratività (nei romanzi, film, fumetti
ecc.), non altrimenti di come il culto magico o religioso accompagnava le
opere d'un tempo (ciò è pacifico, a meno che non si voglia negare per
principio, a priori, a tutte le opere di intrattenimento la qualità di
artisticità; ma allora sì, si tratterebbe di imperialismo culturale). Invece
ciò che conta è che la funzione genetica prima, di procurare l’esperienza
della artisticità, è sempre la stessa.
Il fatto che altre culture non
abbiano analizzato l'operazione produttiva dei loro oggetti come ha fatto il
razionalismo occidentale, non vuol dire che quegli oggetti non abbiano la
stessa qualità di artisticità dei nostri. Anzi, l'analisi di quegli
oggetti dal punto di vista moderno dell'artisticità ha aiutato a comprenderli
e decifrarli meglio, a sviluppare le nostre teorizzazioni sull'arte e
finalmente ha influito sulla nostra arte stessa.
Tutte le culture hanno prodotto
oggetti che la nostra cultura oggi considera artistici, anche senza che esse
li considerassero tali, ma solo oggetti del culto o della celebrazione ecc..
Vuol dire semplicemente che l'attenzione per quegli oggetti da parte degli
"interessati" (addetti ai lavori) di quelle culture si è limitata
alle loro funzioni genetiche terze (sociali), esattamente come fanno oggi
tutti gli addetti ai lavori della sociologia, che sono la maggioranza,
perché, come allora, come sempre, si occupano solo degli interessi della
committenza e del pubblico. Se per ipotesi fra qualche millennio qualcuno
dovesse basarsi su ciò che dice la maggior parte degli addetti ai lavori
attuali, non riuscirebbe a capire nulla della situazione dell’arte
contemporanea.
Alcune culture hanno prodotto
oggetti artistici senza nemmeno destinarli alla fruizione: per esempio le
opere degli egizi contenute nei sepolcri. Molto probabilmente quelle opere,
nella loro funzione sociale (genetica terza), dovevano essere
"fruite" dagli dei o dal morto. Ma anche se ciò non fosse vero, non
cambierebbe nulla. La formazione di quegli oggetti è da sempre, e per tutte
le culture, la stessa operazione. Gli oggetti sono differenti, ma
l'operazione è la stessa, e quindi anche il modo corretto di sentirli e di
giudicarli è lo stesso.
Per rendersi conto che quegli
oggetti non differiscono nella loro qualità di artisticità dalle
nostre opere d'arte, basta calarsi nei panni dell'Autore. I problemi
linguistici che un Autore deve affrontare e risolvere oggi sono gli stessi
che ha dovuto affrontare sempre. Le soluzioni sono diverse (come lo sono
anche fra contemporanei) per le differenze del Myhtos, ma
"imparentate" nella Poiesis. E succede spessissimo che una
soluzione dell’arte storica antica sia riproposta da un contemporaneo del procedimento
modernista, anche senza che egli conosca quella antica.
E si dice anche di opere
antiche che sono attuali: ciò, dal punto di vista strettamente artistico, é
tremendamente ovvio: l'opera d'arte è sempre attuale, per il semplice fatto
che non ha progresso. Le opere d’arte sono tutte sempre contemporanee.
Quindi non è vero che oggi
"tutto" è cambiato, che l'arte si è liberata dalla funzione
genetica seconda, quella per cui un artista è indotto a fare arte. Per l'arte
del procedimento tradizionalista la funzione genetica seconda rimane
sempre quella di narrare un altro da sé forte. Nell'ambito del procedimento
tradizionalista (ma queste considerazioni valgono anche per il procedimento
modernista e pertanto, di fatto, per tutta l'arte), nessun Autore si
mette al lavoro veramente con l'intenzione: "ora faccio un opera
d'arte". Lo fa sempre, anche inconsciamente, ma inesorabilmente, con
l'intenzione: "ora "dico" questo o quello" (narrazione).
E soltanto dopo, se è Autore28,
subentra la consapevolezza di fare un'opera d'arte.
Nel saggio "La fine della
Modernità" 29, Vattimo
scrive: "...la morte dell'arte significa due cose: in senso forte, e
utopico, la fine dell'arte come fatto specifico e separato dal resto della
esperienza, in una esistenza riscattata e reintegrata; in senso debole o
reale, l'estetizzazione come estensione del dominio dei mass-media".
Questi due argomenti verranno trattati nel numero 3 di questa rivista, il
primo punto nel capitolo sul procedimento avanguardista, il secondo
nel capitolo sul procedimento postmodernista, facendo riferimento
all'estetica filosofica del Pragmatismo americano e all'arte come "fatto
estetico integrale". Ma rispetto al secondo punto va detto subito che
l'estetizzazione come estensione del dominio dei mass-media, non comporta
affatto automaticamente la morte dell'arte del procedimento
tradizionalista. Neppure l'immensa quantità degli oggetti prodotti dal procedimento
tradizionalista (che pure abbassa lo standard medio della produzione)
annulla l'artisticità, che si perpetua e rinnova. Si tratta piuttosto di
individuare, fra i diversi linguaggi specifici, quelli oggi più funzionali
alla narratività tradizionalista, come il cinema, e quelli meno funzionali ad
essa, e pertanto forse "moribondi", come la pittura. Ogni epoca e
cultura ha avuto il suo linguaggio specifico privilegiato.
Dunque il procedimento
tradizionalista non è ancora investito direttamente dalla problematica
della morte dell'arte; presenta invece ben altri limiti. Anzitutto il suo
essere tradizionale comporta la narrazione dell'esistente (sistema
sociale ecc.), garantendone la durata. L'arte per se stessa non è mai stata immediatamente
rivoluzionaria, ma solo mediatamente, come evoluzione dell’Io in una
totale obbligata esposizione di sé. Anche quando assume funzioni critiche,
per esempio di satira politica e di costume, il procedimento
tradizionalista non è di fatto eversivo. L’eversione sta solo nel nuovo
della forma, e ciò è senz'altro il grande merito dei procedimenti
modernista e avanguardista. Inoltre il procedimento tradizionalista
è molto esposto da un lato alla produzione del Kitsch, dall'altro alla
salvaguardia della cultura accademica e di potere. Ma, a questo proposito, si
deve dire che la maggior parte del pubblico "progressista" e
"antitradizionale", che fa mostra di apprezzare le opere del
Modernismo e dell'Avanguardismo, usa in verità quotidianamente in massima
parte opere del procedimento tradizionalista, nel cinema e nei romanzi
e nel teatro e nei concerti ecc., poiché è in queste opere che questo
pubblico trova quella sicurezza e legittimazione, che poi gli permettono
"il lusso" di farsi "progressista, antitradizionalista e
rivoluzionario" nella fruizione degli altri procedimenti. In altre
parole, c'è un pubblico che fa esperienza contemporaneamente di procedimenti
diversi (così come ci sono Autori che producono contemporaneamente in
procedimenti diversi), ma il cui punto di riferimento principale rimane pur
sempre il procedimento tradizionalista.
Scrive ancora Vattimo:" Alla
morte dell'arte per opera dei mass-media, gli artisti hanno risposto spesso
con un comportamento, che si colloca anch'esso sotto la categoria della morte
in quanto appare come una sorta di suicidio di protesta: contro il Kitsch e
la cultura di massa manipolata, l'estetizzazione a livello basso, debole,
dell'esistenza, l'arte autentica si è spesso rifugiata in posizioni
programmaticamente aporetiche, rinnegando ogni elemento di fruibilità
immediata delle opere- il loro aspetto "gastronomico" -, rifiutando
la comunicazione, scegliendo il puro e semplice silenzio. E' questo il senso
esemplare che, come è noto, Adorno vede nell'opera di Beckett, e che in gradi
diversi ritrova in molta arte d'avanguardia." Quasi tutto vero,
purtroppo. "Purtroppo" perché, anzitutto, solo una enorme
presunzione pari ad altrettanta mediocrità e ignoranza ha permesso agli
artisti autodefinitisi "autentici" di considerare tutta la
produzione del procedimento tradizionalista della cultura di massa un
enorme Kitsch, tale da indurli al "nobile" gesto del suicidio
(totalmente fasullo nei fatti) per protesta. In verità, i grandi veri
avanguardisti della "morte dell'arte" come Duchamp o Malevic non
hanno "ucciso" l'opera d'arte solo per difenderla dal mercato della
cultura di massa, come pretenderebbe la sociologia, ma per ben più profondi
motivi linguistico-esistenziali personali.
Né la storia ha dato ragione
alla "estetica negativa" di Adorno per cui "il criterio in
base a cui si valuta la riuscita dell'opera d'arte è la sua maggiore o minore
capacità di negarsi": la negazione dell'opera d'arte ha fatto parte
soltanto del progetto, molto coerente, delle Avanguardie storiche, ma non del
Modernismo (e meno ancora ovviamente del Tradizionalismo) che invece alla
"riuscita" dell'opera d'arte ha sempre strenuamente tenuto.
Queste imprecisioni si devono
alla perdurante confusione, in gran parte voluta e interessata, potremmo dire
ideologica, fra i concetti di Modernismo e Avanguardia. Infatti Beckett non è
un Autore del silenzio e della incomunicabilità nel senso avanguardista della
morte dell'arte, ma un grande Artista modernista che ha "gridato il
silenzio".
Dice ancora Vattimo 30: "...accanto a questi fatti,
bisogna non dimenticarne altri, che anzi costituiscono la -per molti versi
sorprendente - sopravvivenza dell'arte nel suo senso tradizionale,
istituzionale. Ci sono ancora infatti, teatri, sale da concerto, gallerie; e
artisti che producono opere che si lasciano collocare in modo non
conflittuale entro queste cornici; ciò, sul piano teorico, significa però:
opere la cui valutazione non può rifarsi sopratutto e esclusivamente alla
loro capacità di autonegazione. Di fronte a fenomeni di morte dell'arte,
cioè, si pone, come fenomeno alternativo e ad essi irriducibile, il fatto che
si danno ancora "opere d"arte" nel senso
istituzionale........A questo deve riflettere con accanita attenzione la
teoria, per la quale il discorso della morte dell'arte può rappresentare
anche una comoda scappatoia, comoda in quanto semplificante e tranquillizzante
nella sua metafisica rotondità".
Se quello di Vattimo può
considerarsi il riconoscimento della esistenza di un procedimento
tradizionalista, deve tuttavia essere chiaro che fra queste opere d'arte
che perdurano ci sono anche quelle del procedimento modernista, che
rappresentano una strenua resistenza degli Autori alla morte dell'arte e che
non si valutano affatto per la "maggiore o minore capacità di
negarsi" di Adorno (che appartiene invece al procedimento avanguardista).
2. Il procedimento modernista.
"...un fare che, mentre
fa, inventa il modo di fare." Pareyson.
Procedimento modernista
e procedimento avanguardista, Modernismo e Avanguardismo, sono
risposte differenti alla crisi della Modernità umanista. Ma l'origine comune
comporta a volte affinità che rendono difficile definire esattamente se e
quando un Autore sia modernista o avanguardista; a volte invece comporta
differenze così sostanziali, per cui si rimane sbalorditi da come certi
Autori possano essere stati accomunati in una confusa e generica categoria di
Avanguardia. Pertanto le differenze saranno qui definite "in
extremis", in modo da renderle più comprensibili.
Il procedimento modernista
viene chiamato modernista, e non moderno, perché ripropone istanze della
Modernità, ma in un'ottica assolutamente problematica. Non va confusa la
Modernità, che é un concetto che definisce tutta una cultura, una visione del
mondo, con il procedimento modernista di cui si parla, che è invece la
più significativa testimonianza e denuncia, nell'arte, della crisi, forse
definitiva, di quella Modernità.
Il procedimento modernista
è l’avventura della “discesa agli inferi” nell’inconscio individuale e
collettivo, come altro da sé forte, intrapresa da un certo numero di
artisti, per reinventarsi una identità, senza la quale non si può creare
l’opera d’arte.
Questa definizione illustra il
punto di vista dell’Autore, in un’ottica antropologica e psicologia. Essa
esige pertanto una digressione in due capitoli sul problema della identità:
1. L’identità. L’Altro. L’arte come Altro.
2.1. L’identità. L’Altro. L’arte come Altro.
“Il desiderio dell’uomo trova
il suo senso nel desiderio dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le
chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto è di
essere riconosciuto dall’altro”. (Lacan) 31
L'identità, come identità
personale dell'Io, o meglio come psicologica "prima consapevolezza del
senso di essere" 32, è qualcosa che sembra non
abbandonarci mai. E' invece a volte intensa e presente, a volte rarefatta.
Paradossalmente, essendo in fondo l'identità la prima cosa che per l'homo
sapiens sapiens veramente conti
Succede a tutti,
"primitivi" e contemporanei, di perdere il senso di sé. Secondo De
Martino 33 le pratiche magiche dei primitivi altro non sono
se non terapie istituzionalizzate dalla comunità, gestite dagli sciamani,
contro questa "crisi della presenza", questo rischio di
dissoluzione dell'Io.
L’identità si sente sia nella uguaglianza
con le cose e con gli altri (nella “partecipazione mistica” primitiva,
nell’inconscio, nell’infanzia, nella fede ecc.: identità inconscia)
sia nella differenza dalle cose e dagli altri (dove il riconoscimento
della propria identità implica il riconoscimento dell’altro da sé,
cosa o persona: identità conscia). Ciò accade nello stesso individuo,
da sempre, secondo le occasioni. E da sempre artigiani e artisti (nonché
sciamani, capi, sacerdoti, ecc.) hanno chiara la loro identità non solo per uguaglianza,
ma anche per differenza. Quando fra i primitivi un artigiano o un
artista inventa un nuovo modo di formare (anche se l’ideologia della
tribù gli impone la continuità nella tradizione, anzi proprio a ragione di
questo) è ben conscio della propria identità per differenza dal modo
di formare degli altri (originalità di Autore).
L’identità per uguaglianza
e l’identità per differenza si intrecciano.
Un individuo, fisicamente come
corpo e psichicamente come Io e inconscio, è in continuo mutamento, ma
conserva la memoria di sé, la propria identità come uguaglianza. Da
un punto di vista fisiologico la memoria individuale è racchiusa nei miliardi
di molecole di DNA, ricche di informazioni ereditarie che nella vita vengono
utilizzate solo in minima parte, e sono informazioni che riguardano tutta la
specie. 34 Da un punto di vista psicologico, la memoria di sé e
della specie è racchiusa nell'inconscio individuale e collettivo.
Ma la memoria di sé si spegne
in assenza dell'altro da sé. Mentre è rafforzata dal continuo
incontro/scontro con gli infiniti altro da sé.
Un Io senza l'altro da sé
non esiste. Sarebbe allo stato arcaico, indifferenziato. L'uomo non riesce a
vivere, sentire se stesso se non in rapporto con un altro da sé, da
lui oggettivato in oggetto. Se un uomo dice: "Io sono un uomo",
questo essere "uomo" vuol dire veramente qualcosa come differenza
da una “cosa” oggettivata in oggetto altro che egli non è: l’altro
individuo, pianta, insetto, scimmia, casa, nuvola, idea, amore, morte, Dio,
mistero, l'ignoto, ecc. ecc..
Un uomo solo in modo assoluto
non è concepibile. Un uomo che si venisse a trovare in un'isola deserta dopo
un certo tempo "esaurirebbe se stesso" con l'esaurirsi della
memoria della persona, dell'Io che era. Solo un altro da sé fortissimo,
resistentissimo nella memoria, come forse l'idea di Dio, potrebbe
permettergli di conservarsi in memoria per l'intera vita. Non si sa
cosa sarebbe stato di Robinson Crusoe, se non fosse apparso Venerdì. Si sa
invece dell'indebolimento dell'identità in una situazione di prigionia o
segregazione, dove non c'è l'esperienza del mutevole altro.
Dice Baudrillard 35:
"Si parla di alienazione. Ma la peggior alienazione non è di essere
spossessato dall'altro, ma spossessato dell'altro, di dover
produrre l'altro in assenza dell'altro, e quindi di essere rinviato
continuamente a se stesso e all'immagine di se stesso".
Dunque l’identità, se tende
alla uguaglianza nella sicurezza della memoria di sé, tende anche a
mutare in "tutti i possibili Io", in una autocreazione continua nel
continuo differente rapporto con gli altro da sé sempre differenti.
L’identità è riconosciuta e
mantenuta "costante" proprio nell'essere il soggetto continuamente
"modificato" nell'incontro/scontro con le altre identità. La
comprensione di sè del soggetto avviene proprio in queste variazioni,
perché è nel percepire le variazioni di sè che il soggetto può
percepire di più un sè costante e fisso, implicito, presupposto,
"vero", sottostante le variazioni. E' come un nudo, che può essere vestito
di differentissimi, infiniti panni che sono le sue variazioni, ma che sotto
percepisce se stesso sempre come lo stesso nudo.
Esso riesce a percepirsi, a
riconoscersi, appunto perché è vestito sempre con mutevoli differentissimi
panni.
L'identità è un nudo/memoria
che si veste continuamente di panni differenti.
Una condizione di fissità del
"nudo", senza variazioni di panni, si chiama routine. La routine
è il non succedere dell'incontro/scontro con l'altro da sè.
L'incontro/scontro è una rottura della routine quotidiana. Essa
produce anzitutto stupore, meraviglia. Ci si stupisce, e si esce dalla
routine quotidiana, quando ciò avviene. E più l'altro da sè è
"stupefacente", più esso rafforza l'identità del soggetto, con
tutte le connotazioni date dagli infiniti altro da sé possibili.
L'identità dell'Io non si
rafforza dunque nel “cogitare” l’uguaglianza "io sono io",
ma nell'incontro/scontro con l'altro da sé che è sempre differente, e
che mi fa sempre differente, e perciostesso più costantemente Io. La differenza
che esiste fra le identità non le distrugge, anzi le rende più forti e
identificabili.36 Anche il
tempo, che modifica continuamente la vita, se vissuto come vita estetizzata37 e come narrazione estetizzata
(retorica e riti), rafforza l'identità.
L'uomo sente se stesso come narrazione
degli altri uomini. Egli ha un significato in quanto significato
della narrazione degli altri uomini.
E c'è chi dice, fra gli
scienziati38, che: "Il mondo è un enigma che Dio ha creato
per difendersi dalla sua terribile solitudine e dalla paura della
morte". Dio avrebbe creato un altro da sé, il mondo, per poter
esistere. Per poter avere la sua identità di Dio. Neppure Dio (concepito
dalla mente umana) può dire: "Io sono Io" (cioè Tutto), ma esiste
solo in rapporto con un altro da sé che è il mondo.
Dunque l’Io soggetto si
riconosce come identità nelle variazioni indotte dall'incontro/scontro con le
altre identità. Ma l'Io non potrebbe mantenere l'identità se con le altre
differenti identità che la determinano non avesse in comune una
commisurabilità (una uguaglianza). Aristotele39:
"...ciò che è differente da qualcosa è sempre differente per qualche
cosa, tanto che necessariamente ci deve essere qualcosa di identico, per cui
sono differenti". Gli uomini possono avere differenti identità,
possono essere differenti, perché hanno fra loro una uguaglianza: sono
uguali nell’essere uomini, formano un sistema.
Per poter
incontrarsi/scontrarsi come altro da sé per rafforzare l’identità e
riconoscersi come differenze, le differenti identità devono far parte
di un sistema, che è la loro uguaglianza. Il “sistema” impedisce
allora l'assurdo del relativismo estremo in cui le cose diventano
"niente", perché non riconoscibili.
Reciprocamente, i sistemi (le uguaglianze,
gli universali) possono essere riconosciuti soltanto nell'incontro/scontro
delle differenze. E' ciò che intende Levi-Strauss quando afferma che
le sottostanti costanti universali antropologiche (strutture) si individuano
nelle relazioni delle differenze dei fatti sociali.
Anche l'arte (l'artisticità) è
una costante universale antropologica (sistema antropologico dell'arte)
sottostante alle differenze, che sono le opere. E’ proprio la
molteplicità e differenza delle opere d’arte a fondare l’esistenza oggettiva
della qualità di artisticità come loro denominatore comune.
Si può dire allora che
l’identità per differenza è veramente “un processo di invenzione di
identità”.
Si indica qui con il termine altro
da sé (corsivo con la a minuscola) ogni “cosa” oggettivata in
oggetto, e con il termine Altro (corsivo con la A maiuscola)
l’altro dalla razionalità, intesa sia come strumento sia come razionale
fondamento dell’essere nella metafisica occidentale.
Tutto può essere altro da sé
che dà identità, se percepito in un certo modo. Ma quando lo si “possiede”
nel “cerchio di luce della razionalità metafisica”, lo si può anche
distruggere: quando è spiegato, misurato, calcolato, matematizzato,
logicizzato, ecc. (e non è più allora stupefacente e meraviglioso). Quando
insomma è consumato dalla routine quotidiana.
Questo non vuol dire che le
“cose” non possano essere investite dalla ragione strumentale, che le
riconosce senza distruggerle come altro da sé. “Significa ragione come
metodo e non come sistema, uso dell’intelligenza critica”.40
L’Altro dalla
razionalità è ciò che la razionalità non ha, non sa, non è: ciò che la
razionalità desidera.
Questo desiderio dell’Altro
è anch’esso un desiderio di identità, che si esprime in tutte
le manifestazioni immediate possibili (dall'al di là della genesi
dell'universo (nella fisica occidentale) alla Legge Mistica nel Buddismo,
dall'Altro come "avventura" all'Altro come differenza
sessuale, dall'inconscio senza spazio/tempo al tempo fermo che è
l'opera d'arte.
Questo Altro è ovunque, nel
presente come l'”altrove” (l'inconscio) da cui vengono le immagini della
immaginazione, nel futuro come l'"avventura" e nel passato come
l'"origine".
La scienza lo chiama l'evento,
unico, irriducibile alla spiegazione: la "discontinuità tra natura inerte
e biosfera", 41 cioè l'Altro definitivo, che non si
può spiegare. La scienza è ben consapevole che tutto ciò che essa può
spiegare è sempre "misurato" (matematizzato) all’interno della
prigione della razionalità.
Si tratta allora di uscirne, e
di recuperare la dimensione immaginifica (che ha poco a che fare col
misticismo, ma è invece memoria 42), ma senza con questo buttare i
doni acquisiti della razionalità e della scienza, come strumenti. Si tratta
di recuperare l’inquietante, l’enigmatico, l’avventura, la differenza, la
pluralità. E tutto ciò è nell’arte come artisticità.
Si intende per immagine della
immaginazione la "presenza" di una “cosa” nella mente. Presenza non
certo solo visiva, o tattile, o uditiva, ma pienamente mentale (immagine
mentale).
C'è nella psiche un fluire di
immagini, ma queste immagini della immaginazione sono soggettive solo dal
punto di vista della logica razionale. Dal punto di vista psicologico sono consonanze
del soggetto uomo con una più profonda consistenza delle “cose” del mondo,
una consistenza antropica, in rapporto alla storia di tutta l'umanità. Queste
immagini non sono arbitrariamente interpretabili in un modo o nell'altro per
la mediazione del linguaggio concettuale relativo alle singole culture, ma
sono immediatamente l'"immagine del mondo" dell'homo sapiens
sapiens. 43
Per questo alcuni filosofi, di
fronte alle insufficienze e alle aporie della ragione, che non può conoscere
l’Essere, perché si morde la coda solo razionalmente interpretandolo, per sentire
l'Essere si affidano all'Altro dalla ragione. Per esempio, appunto,
all'arte, dove l'Essere si manifesterebbe attraverso quella apertura
sull'Essere (l’Altro) che è l'opera d'arte.
L'arte è uno stupendo, nel
senso che stupisce, altro da sé. Per quel tanto che sfugge a ogni
spiegazione del pensiero razionale, è un Altro.
Si tratta di recuperare la
consapevolezza che l'arte, l’artisticità, è anzitutto Altro: una
esperienza dell'Altro.44
Questo luogo dove il pensiero
razionale non può arrivare è il luogo che si definisce: il prerazionale, il
sacro, il dio, la follia, l’inconscio, la Grande Madre, l’”Aperto”, il non
senso, ecc.: cioè l’Altro dalla ragione. La riuscita artistica di
un’opera non dipende tanto dalla volontà della ragione del singolo, quanto da
questo Altro. Ciò è molto importante perché, nella produzione da parte
dell’Autore e nella ricezione da parte dell’interlocutore della riuscita
dell’opera, c’è la lucida coscienza della presenza dell’Altro, e di
creare qualcosa insieme all’Altro.45 Da qui la dimensione
trascendente il singolo (pertanto sacra e divina per gli antichi) di una
operazione che la ragione da sola non può fare, e non può spiegare.
Allora ai filosofi
dell’estetica si deve porre questa domanda: "perché guardi e non
vedi?" In genere la filosofia, nella sua razionalità, interroga se
stessa, "guarda" solo se stessa, non "vede" l'arte di cui
si occupa.
Così fu la prima volta di
Orfeo, quando si volse a guardare con l'occhio della curiosità razionale
l'Arte/Euridice, perdendola. Eppure alle porte dell'Ade il cànide Cerbero
l'aveva fermato, mostrandogli la contraddizione: se l'arte è Altro
dalla razionalità, come può lo sguardo della ragione possederla senza farla
morire?
Le forme della verità si
vedono solo con la coda dell'occhio.
Se l'arte è un Altro,
viene da altrove. Non si dice forse: "mi è venuta una idea",
da questo altrove? Non è così che guardando una folla, o il cielo, o i
treni, si può invece vedere con la coda dell'occhio una immagine di
idea, e coglierla, e narrarla, prima che infedelissima ci sfugga? Non è per
questo che Joyce e Sartre e Pessoa e Borges sedevano nei caffé di Trieste e
Parigi e Lisbona e Buenos Aires a cogliere l'Altro che dall'altrove
entrava e nell'altrove usciva, e imprevedibilmente se na stava, e poi
di nuovo andava?
E' da questo altrove che
l'Arte/Euridice si manifesta e ci parla.
C'è in giro il sospetto, da
tempo, che sempre meno gli uomini riescano a innamorarsi dell’Arte/Euridice,
sia come Autori, sia come interlocutori. Il disamore è implicito nella stessa
proposizione: "l'arte è ciò che gli uomini chiamano arte". Se tutto
può essere arte, l'arte non è niente. Niente di cui ci si possa innamorare.
Ciò che noi facciamo, come mera espressione della razionalità della Tecnica, per
noi ma da soli, senza rapporto con l’Altro, finisce per essere
“niente” e distruggere la nostra identità.
Essere niente vuol dire: gli
uomini non credono che l’arte possa ancora loro raccontare il mondo (la vita)
da fuori. Il mondo (la vita) essendo ormai così complicato e confuso
da non poter più essere raccontato da fuori della razionalità, cioè da
quella parte di noi che trascende l’individuo, in quanto Altro come
inconscio collettivo e memoria antropologica. Non un fuori metafisico
o mistico, al di là del mondo (la vita), ma solo un fuori dalla
razionalità, nel mondo (nella vita) di tutti.
Gli uomini non riconoscono più
nell’arte l'Altro dalla propria coscienza individuale, e nell'opera
d'arte l'immagine dell'Altro. Il loro Io si esaurisce tutto intero nel
mondo individuale, nella mondanità del singolo. Per cui è solitudine. Senza
identità.
Da decenni l'arte come Altro,
la “cosa” nella distanza che dà identità, si perde. Come se i mortali non
sapessere più amare Euridice, avere bisogno di lei.
2. 2. La perdita d’identità. La solitudine dell’Occidente.
“Da quando la scienza ha
dimostrato che la terra è rotonda, e che non è vero che il sole gira intorno
alla terra ma è vero il contrario, è come se tra i sensi e il mondo esterno
si fosse rotto un patto secolare, e fosse subentrato il sospetto. Sì, è vero,
i sensi mi dicono che la terra su cui cammino è piatta, ma in realtà non è
così, essi mi ingannano. E se non è più vero quello che l’esperienza mi
faceva apparire vero vuol dire che tra me e il mio corpo, tra me e me stesso,
si è aperta una frattura incolmabile, e che a un io naturale, dotato di senso
comune e di percezione immediata, è subentrato un io concettuale che
continuamente lo contraddice e lo corregge. Resta comunque vero, però, che il
primo è radicato dentro di noi sin dalla preistoria mentre il secondo è
relativamente giovane, ha appena qualche secolo. E a volte mi pare che il
millenario senso comune, soggiogato dall’appena secolare intelletto
concettualizzatore, si ribelli in certe occasioni e lanci appelli e segnali
disperati per affermare la sua verità evidente ma non riconosciuta contro
quello che a torto o a ragione a lui sembra un sopruso, un’astratta e
ingiusta sopraffazione.” (...)“Non c’è più nulla cui può appoggiarsi, nessun
punto di riferimento sicuro: se dei sensi non ci si può più fidare si è
obbligati, per arrivare a comprendere una verità, a seguire le vie complicate
di concetti, che svolgono ragionamenti astratti, a volte difficili da seguire
fino in fondo, e che non tutti sono in grado di fare. E dunque non solo tra
me e me stesso si è creata quella frattura che gli psicanalisti hanno
chiamato l’io-diviso (conseguenza di tale situazione), ma anche tra una
categoria di persone, e anche tra gruppi di nazioni: quelli che hanno la
possibilità di impadronirsi del sapere scientifico trasformandolo in
tecnologia, e quelli che non sono in grado di farlo. Quando questo avviene
vuol dire che l’uomo, l’uomo comune, non è più in grado di controllare le
forze da cui è dominato, nemmeno con l’immaginazione. Tale è la situazione in
cui ci troviamo oggi.” (R. La Capria, “La mosca nella bottiglia”, Rizzoli
1996, p. 7)
"Mentre Dio andava
lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l'universo e il suo
ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso a ogni cosa, Don
Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo.
Questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all'improvviso in una
temibile ambiguità; l'unica Verità divina si scompose in centinaia di verità
relative, che gli uomini spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi
moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello.
Intendere, come fa Descartes,
l’io pensante come il fondamento di tutto, essere dunque soli di fronte all’universo,
è un atteggiamento che Hegel, a giusto titolo, giudicò eroico.
Intendere, come fa Cervantes,
il mondo come ambiguità, dove affrontare, invece che una sola verità
assoluta, una quantità di verità relative che si contraddicono (verità
incarnate in una serie di io immaginari chiamati personaggi), possedere
dunque come una sola certezza la saggezza dell’incertezza, richiede una forza
altrettanto grande.
Cosa vuol dire il grande
romanzo di Cervantes? Sull’argomento si è scritto molto. C’è chi pretende di
vedere in questo romanzo la critica razionalista del fumoso idealismo di Don
Chisciotte. Altri vi vedono l’esaltazione di questo stesso idealismo.
Entrambe le interpretazioni sono sbagliate, perché vogliono trovare alla base
del romanzo non un interrogativo, ma un assunto morale.
L’uomo sogna un mondo in cui il
bene e il male siano nettamente distinguibili, e questo perché, innato e
indomabile, esiste in lui il desiderio di giudicare prima di aver capito. Su
questo desiderio sono fondate le religioni e le ideologie. Esse possono
conciliarsi con il romanzo solo traducendo il suo linguaggio di relatività e
di ambiguità nel loro discorso apodittico e dogmatico. Religioni e ideologie
esigono che qualcuno abbia ragione: o Anna Karenina è vittima di un despota ottuso,
o Karenin è vittima di una donna immorale; o K., innocente, è schiacciato da
un tribunale ingiusto, o dietro il tribunale si nasconde la giustizia divina
e K. è colpevole.
In questo “aut-aut” è racchiusa
tutta l’incapacità di sopportare la sostanziale relatività delle cose umane,
l’incapacità di guardare in faccia l’assenza del Giudice supremo. Ed è questa
incapacità che rende la saggezza del romanzo (la saggezza dell’incertezza)
difficile da accettare e da capire.
Don Chisciotte partì per un
mondo che si spalancava davanti a lui. Poteva entrarvi liberamente e tornare
a casa quando voleva. I primi romanzi europei sono viaggi attraverso il
mondo, un mondo che sembra illimitato. L’inizio di Jacques le Fataliste
sorprende i due eroi già in cammino: non sappiamo né da dove vengono, né dove
vanno. Si trovano in un tempo che non ha né principio né fine, in uno spazio
che non conosce frontiere, al centro di un’Europa per la quale il futuro non
potrà mai finire.
Mezzo secolo dopo Diderot, in
Balzac, il lontano orizzonte è scomparso come un paesaggio dietro a quegli
edifici moderni che sono le istituzioni sociali: la polizia, la giustizia, il
mondo d |