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Procedimenti
tradizionalista e modernista
Renato Calligaro
[Pittore e scrittore, grafico, fumettista e
vignettista di satira politica. Ha collaborato a vari periodici fra cui
Linus, ABC, l'Espresso, Panorama, Reporter, La Repubblica, Il Manifesto,
Tango, Cuore, Le Monde. Ha pubblicato, tra gli altri, i libri "Rosso e
no", "Cambia, non cambia", "Ridateci il nemico" (Feltrinelli)
e "Il meglio di Donna Celeste" (Rizzoli); i poemi illustrati
"Montagne", "Henriette/Casanova", "Oltreporto",
"Deserto", "Lirica 4", "Zeppelin", "Poema
Barocco"; i video "Deserto" e "Le streghe di
Germania". Ha collaborato con articoli e saggi, tra gli altri, a
Alfabeta, Linus, Grafica e Disegno, Les cahiers de la bande dessinée".]
Non è vero che “é arte ciò che
gli uomini chiamano arte”.
Senza le arti la psiche umana
rimarrebbe nuda davanti alla propria estinzione. ....In questo senso
immensamente significante, le arti sono ancora più indispensabili agli esseri
umani della scienza e della tecnologia più eccelse (di cui innumerevoli
società hanno fatto a meno per lungo tempo”). (1)
Si
intende qui per “procedimento” il modo di produrre dell’Autore, direttamente
determinato dalla funzione prima che egli, consciamente o inconsciamente,
riconosce alla operazione tradizionalmente definita “arte”: in altre
parole dal suo atteggiamento come persona nei suoi confronti.
In verità, durante i circa
40.000 anni di storia della operazione arte, dalle origini fino alla metà
dell’800, c’è stato un unico procedimento, quello che qui si definisce procedimento
tradizionalista, e che pertanto coincide con il sistema antropologico
dell’arte. Solo dalla seconda metà dell’800 si sono inventate procedure
differenti, come risposta a una crisi epocale della cultura occidentale, come
risposta a interrogativi radicali sul perché e sul come della operazione
arte.
Sono nuovi il procedimento
modernista, il procedimento avanguardista, e, dal secondo dopoguerra, il procedimento
postmodernista.
I procedimenti sono dunque
quattro:
1. Il procedimento
tradizionalista è quello dell’arte storica da circa 40.000 anni. La funzione
prima di questa operazione è quella di donare all’uomo una esperienza
esistenziale (che noi oggi chiamiamo della compiutezza, della riuscita
artistica dell’opera) che è il soddisfacimento di un suo bisogno fondamentale
(referente antropologico), e che è quindi costitutiva dell’homo sapiens
sapiens. Il procedimento tradizionalista opera pertanto
all’interno del sistema antropologico dell’arte (e coincide di fatto con
esso), dove il protagonista della operazione è la riuscita artistica
dell’opera. L’Autore è strumento di questa riuscita. Il nuovo è dato
solo dalla originalità dell’Autore, ed è quindi, anche se non voluto o
cercato, ineluttabile nonostante le resistenze opposte dalle ideologie
storiche tradizionaliste.
2. Il procedimento
modernista appartiene anch’esso al sistema antropologico dell’arte,
in quanto anche qui la funzione prima della operazione è la riuscita
artistica dell’opera. Ma qui il nuovo è invece voluto e cercato, e
investe, come innovazione del Linguaggio, i differenti modi di
formare. Il protagonista della operazione rimane comunque la riuscita artistica
dell’opera. Il marchio di questo procedimento è la proposizione di Baudelaire
del 1860: “La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la
metà dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”.2
3. Il procedimento avanguardista
propriamente detto trascina invece l’operazione arte del tutto fuori dalla
“immutabilità” e “eternità” del sistema antropologico dell’arte, e invece
all’interno della dialettica razionalista e sociologica del progresso.
Infatti qui la funzione prima dell’operazione non è più quella di
procurare all’uomo l’esperienza esistenziale della artisticità, ma, come
strumento privilegiato per la sua emancipazione, quella di indurlo alla
rivoluzione estetico/sociale. Il protagonista della operazione non è allora
più la riuscita artistica dell’opera, ma la riuscita estetica dell’Autore
(società). Nel suo progredire l’arte deve tendere a coincidere con la vita
(Autore/società), annullando ogni distanza originaria tra arte e vita. Come
strumento della rivoluzione, l’operazione arte deve dunque progredire (e
quindi in extremis negarsi, in quanto ogni progresso ha una fine,
anche quello della scienza), essere sempre all’”avanguardia” per quel fine (a
prescindere dalla qualità artistica dell’opera). Il nuovo diventa un
valore per se stesso: il valore di novità subentra al valore di artisticità.
4. L'identificazione,
all'interno della Postmodernità, che già per se stessa è difficile da
definire, di un procedimento postmodernista dell'arte è
possibile, ma solo tenendo presenti le approssimazioni inevitabili nella
sistemazione di un fenomeno in corso. Molto sinteticamente, si può dire che
esso pretende di conciliare la "dialettica del nuovo" con il
consumismo di massa (il "nuovo per il sempreuguale" del mercato).
Mentre i procedimenti tradizionalista e modernista pretendono
di produrre oggetti artistici (opere d'arte) e il procedimento
avanguardista pretende di abolire tali oggetti (in quanto
irrimediabilmente oggetti del mercato) in una estetizzazione della società,
il procedimento postmodernista recupera la produzione di oggetti, ma
non si preoccupa che essi siano artistici, in quanto lo stesso concetto di
artisticità è ormai irrilevante. Potrebbero anche essere artistici, ma ciò è
ininfluente rispetto alla produzione di oggetti che devono essere anzitutto oggetti
estetici testimoniali della esteticità dell'autore, diffusi nella società
proprio attraverso il mercato, inteso ora come mezzo privilegiato della
comunicazione di esteticità.
1. Il procedimento tradizionalista
Il procedimento
tradizionalista non è dunque altro che il modo unico in cui il sistema
antropologico dell’arte si è oggettivato nella storia (unico fino quasi alla
fine dell’800). Per cui, prima di passare ad analizzare le caratteristiche
che lo differenziano dal procedimento modernista, è opportuno
riassumere cosa si intenda qui per arte come qualità di artisticità
dell’opera (arte del sistema antropologico, in opposizione all’arte come
istituzione), tema svolto nel primo numero di questa rivista, nel testo
“Tempo fermo”.
Da quel testo si possono
ricavare sinteticamente, fra altre, alcune proposizioni:
1. L’opera d’arte è sempre una narrazione,
non può non essere una narrazione, in quanto è prodotta partendo dalla
“intenzione di dire” qualcosa, un significato, da parte dell’Autore (anche
l’antico concetto di mimesis si risolve in quello di narrazione).
2. Ogni narrazione
qualsiasi (nei linguaggi specifici fin’ora usati dall’uomo: parola detta e
cantata, il mimo, la musica, la danza, la pittura, la scultura,
l’architettura, la letteratura, il teatro, il cinema, il fumetto, gli ibridi
contemporanei, ecc.), se l’Autore pretende di farne un’opera d’arte, deve
essere sottoposta a un processo di formazione, che, se è riuscito, la
fa diventare una narrazione opera d’arte.
3. L’opera d’arte è una narrazione
dove il significato coincide con la forma = il significato è la forma
(definizione strutturale).
4. L’opera d’arte è “tempo
fermo”: se nella psiche il significato è sentito come tempo (che va), e la forma
è sentita come spazio/eternità (che sta), la riuscita artistica è tempo =
spazio/eternità: tempo fermo (definizione psicologica).
5. L’opera d’arte concilia
dunque nel pensiero simbolico, come simbolo sintetico produttivo, la
contraddizione inconciliabile nel pensiero razionale fra il tempo (che va) e
il suo contrario eternità (che sta) (definizione antropologica).
6. L’artistico appartiene al
pensiero simbolico, e non al pensiero razionale, e pertanto non si può
spiegare. Se si potesse spiegare, apparterrebbe al pensiero razionale, e
allora non esisterebbe, essendo stato inventato appunto per produrre una
esperienza che la ragione non può produrre.
7. Un Autore è artista solo
quando riesce a creare un suo stile, che è il suo personale, unico,
irripetibile, inconfondibile, modo di formare: il “suo mondo”.
8. Un’opera è opera d’arte solo
quando, in quello stile, è artisticamente riuscita.
9. L’esperienza
esistenziale della artisticità dell’opera non è contemplazione passiva, con
perdita della personalità da parte del soggetto fruitore (Schopenhauer), ma
contemplazione attiva (che esalta l’identità del soggetto): cioè e-stasi
attiva (greco: ek-sistemi): stare fuori di sé nell’artisticità
dell’opera. La fruizione dell’opera é composita (R. Ingarden) in quanto dopo
l’”estasi” (in cui il soggetto accoglie in sé l’oggetto) c’é
l’interpretazione (in cui il soggetto è co-produttore dell’oggetto).
10. Il bisogno della forma
“bella” e il bisogno della forma “artistica” (che sono due cose
diverse) sono bisogni inconsci, innati e universali, che diventano operativi
quando diventano consci. In questa coscienza l’uomo cerca e produce il
“bello” e l’“artistico”.
11. Tutti possono imparare a
fare l’esperienza estatica dell’artisticità (e questo riconoscimento della
artisticità dell’opera avviene anche fra differenti culture e differenti
epoche), ma solo se o quando il bisogno di forma artistica è conscio.
12. L’arte non ha progresso, è
sempre “contemporanea” per l’interlocutore, anche se appartiene a epoche e
culture differenti: infatti la sua funzione genetica prima è produrre
(comunicare) una emozione (“estasi”), che è sempre la stessa e non
progredisce, anche se progrediscono le tecniche per produrla. Invece la funzione
genetica prima della scienza moderna è produrre (comunicare) una
conoscenza (che progredisce). L’opera d’arte ha valore in quanto
costitutivamente conchiusa (unica e compiuta per se stessa) nel pensiero
simbolico; l’opera scientifica ha valore in quanto costitutivamente
non-conchiusa, ma invece “aperta”, progressiva (e progredisce in altre opere
successive) nel pensiero razionale. Giotto non è meglio (più
progredito) di Prassitele in quanto più “nuovo” in un progresso nel tempo
dell’arte, mentre Einstein è meglio (più progredito) di Newton in
quanto più “nuovo” nel progresso nel tempo della scienza moderna.3
13. L’estetizzazione della vita
(esteticità diffusa) è una operazione differente dalla operazione arte. E’
pertanto scorretto comprenderla nel concetto di arte e definirla con la
parola “arte”, solo perché conserva (ancora per poco) un carisma che permette
di sfruttarla per scopi di lucro, potere, successo, politica ecc.
14. L’arte è anche una risposta
al bisogno di identità. La creazione artistica instaura una forte identità
per differenza. Il processo di formazione (e conseguente riuscita
dell’oggetto artistico) è un processo di differenziazione dell’Autore che
instaura una sua forte individuazione (il suo “nuovo”, il suo “originale”)
nella differenza dagli altri oggetti artistici. Inoltre l’opera d’arte è un
fortissimo Altro che esalta l’ientità dell’inerlocutore.4
15. La “morte dell’arte” non è
un problema di cui possa occuparsi la metafisica filosofica. La “morte
dell’arte” concerne l’antropologia, implica una mutazione dell’homo
sapiens sapiens in un altro ominide. Se la mutazione antropologica in
atto, determinata dalla Tecnica, muterà il rapporto dell’uomo con la morte,
il bisogno della esperienza dell’arte (inventata per conciliare come simbolo
sintetico, come “tempo fermo”, la contraddizione vita/morte) verrà meno e
l’artisticità si dissolverà definitivamente nella esteticità diffusa.
Parlando del sistema
antropologico dell’arte, il problema primo che ci si pone non è quello di
come si crea un’opera d’arte, di quando un’opera sia un’opera d’arte, e anche
quindi se un’opera sia un’opera d’arte in una cultura e non lo sia in
un’altra (relativismo culturale). Il problema primo è capire perché l’umanità
ha bisogno della esperienza esistenziale della qualità di artisticità,
e quindi di produrre opere d’arte. Che una persona senta l’artisticità
di un’opera, e un’altra persona non la senta, e la senta invece
in un’altra opera, è un problema enorme, ma secondo, che può essere risolto
(e deve essere risolto, pena la scomparsa stessa della operazione arte) solo
dopo aver risolto il primo. Che è assolutamente antropologico e psicologico,
e non storico o filosofico.
Bisogna anzitutto cercare di
capire cosa sia l’esperienza della artisticità che gli uomini (coloro che ne
hanno bisogno) perseguono. E dunque perché sia stata inventata l’operazione
arte che quella esperienza provoca (e il cui bisogno soddisfa).
1. 1. Il bello. La forma.
La cura della forma.
O Beauté monstre énorme, effrayant, ingènu... (Baudelaire)
Tutti gli uomini usano la
categoria bello/brutto. Vuol dire che tutti gli uomini hanno bisogno della
esperienza esistenziale del bello. Si tratterà poi di sapere se tutti gli
uomini hanno anche bisogno della esperienza esistenziale dell’artistico,
essendo l’artistico altra cosa dal bello (dice Herbert Reed che
“l’identificazione di arte e bello sta alla radice di tutte le nostre
difficoltà nella valutazione della prima: questo non si ripeterà mai troppo
spesso, né troppo forte”).
L’uomo usa indifferentemente la
parola “bello” nel linguaggio comune per l’esperienza di tre oggetti
differenti: l’oggetto naturale (un bel tramonto, una bella donna, un bel
paesaggio); l’oggetto artificiale artigianale (un bel vaso); l’oggetto
artificiale artistico (un bel quadro, una bella sinfonia).
Gli oggetti vengono definiti
belli quando hanno una forma bella. La percezione della forma bella, a
prescindere da altre funzioni che possa avere la forma, è bisogno e
prerogativa dell’homo sapiens sapiens (che è la definizione
dell’ultima presente fase dello sviluppo della coscienza dell’Io).
L’uomo ha dunque un bisogno
fondamentale, costitutivo della forma bella: per semplificare, ha bisogno
di forma. Questo bisogno può essere conscio, o solo inconscio. Quando il
bisogno è conscio, egli si trova nel situazione esistenziale di bisogno di
forma, di predisposizione alla forma, e quindi di consapevole ricerca
della forma: egli è allora interlocutore della forma.
Il bisogno di forma ha
origini nel mondo animale. Gli animali sono sensibili a certe organizzazioni
formali (ottiche, olfattive, tattili, mobili, acustiche) che funzionano come
segnali. Sono state definite da K. Lorenz “dispositivi di scatto”, in quanto
determinano movimenti automatici di risposta, istintivi e innati. Così, per
esempio, certi movimenti ritmici e certe molto regolari organizzazioni di
colori forti, sono dispositivi di scatto ottici. La loro proprietà generale è
l’improbabilità”: in una natura che si presenta all’occhio molto irregolare,
la loro regolarità è visibile appunto perché improbabile. Se la natura fosse
tutta più regolare, la quantità di informazione del segnale svanirebbe.
La regolarità dei dispositivi
di scatto è affine a quella degli archetipi fomali4a della psiche umana, e annuncia la
sensazione estetica del bello nell’uomo (dal bello della simmetria,
proporzione e ordine di Aristotile fino al bello decorativo (senza narrazione)
dell’artigianato).
Nell’uomo, che è povero di
istinti (“carenza istintuale”, A. Gehlen) ma ricco di prestazioni
intellettuali, il dispositivo di risposta automatica al segnale è venuto
meno, per cui fra il bisogno indotto dal segnale e il suo adempimento si è
aperto uno spazio (uno “iato”) disponibile all’intelletto per un uso
differente, non più automatico, del segnale. E’ in questo “deficit di
adempimento” (il piacere dell’adempimento è differito) che si fissano le
pulsioni umane, che sono altra cosa dagli istinti animali.
In questa sospensione del
piacere, il segnale sessuale (per esempio) “labbra dipinte” diventa ora solo
un riferimento al piacere sessuale, che viene differito. Queste
“labbra dipinte” piacciono a X, perché si riferiscono al piacere
sessuale. Per questo le dice “belle”. Questo bello è qui un attributo che
X conferisce loro: sono belle perché gli piacciono (sessualmente), le
desidera.
Non sono ancora un “bello come
contemplazione”, sono ancora un “bello” come desiderio.
E qui si apre, non risolta, la
questione del paesaggio dal “è bello perché mi piace” (bello come attributo
che si conferisce all’oggetto) al “mi piace perché è bello” (bello come proprietà
nell’oggetto naturale e come qualità nell’oggetto artificiale,
artigianale e artistico).
Come può il bello soggettivo e
relativo (“per me è bello perché mi piace”, invece “per me non è bello perché
non mi piace”) diventare un bello oggettivo (che deve per forza piacere a
tutti perché oggettivamente bello)?
Si può supporre che è nel
“deficit di adempimento” che quelle labbra, perdendo la prerogativa di
segnale sessuale, diventano belle per se stesse, da contemplare. Ma, a questo
punto, perché (e quando) dovrebbero essere considerate belle, e non magari
brutte? Infatti alcune labbra sono considerate belle, e altre brutte, ma in
base a quale criterio? Cosa fa “bello” un oggetto, quando non è più un
oggetto del desiderio (sessuale)? Anzi, quando ridiventa oggetto del
desiderio (ma estetico), appunto perché è bello?
C’è in questo passaggio
certamente uno scatto nella evoluzione della coscienza dell’Io, che inventa
le categorie di “bello e brutto”. Certamente, per rientrare in queste
categorie, l’oggetto deve possedere ora sue intrinseche caratteristiche
“disinteressate di bellezza”, e non caratteristiche di interesse estrinseco
(desiderio sessuale e altro). Già i dispositivi di scatto hanno
caratteristiche intrinseche, secondo archetipi formali (simmetria, ordine, iterazione,
ritmo, ecc.), e questi archetipi formali incidono senz’altro sull’essere
oggettivamente bello dell’oggetto, anche se non esauriscono certo la sua
bellezza.
Ma a questo punto bisogna fare una
distinzione fra gli oggetti: quelli naturali e quelli artificiali. I
dispositivi di scatto sono oggetti naturali. Gli oggetti dell’artigianato e
dell’arte sono oggetti artificiali. Negli oggetti artificiali gli archetipi
formali della psiche hanno una grande importanza, di più in quelli
artigianali (senza narrazione), meno in quelli artistici (con
narrazione) (vedi capitolo 1. 2.). Ma le difficoltà si presentano già
negli oggetti naturali. Forse un “bel tramonto” o “il fuoco, sempre bello da
guardare” obbediscono ad archetipi formali? E che dire della “bellezza” di
quell’oggetto naturale (naturale anche se visto in video) che è l’impatto
degli aerei e il crollo delle Twin Towers?4a
E’ difficile questo discorso
sul bello, ma non si può eluderlo. Tanto più oggi, quando la Tecnica
interferisce ormai con tanta rapidità sul processo della crisi
dell’Umanesimo, da interromperne bruscamente ogni possibilità di riflessione
autocritica, incalzata dalla mutazione antropologica in atto. C’è infatti chi
vede in questa mutazione un ripresentarsi del bello come desiderio.
Nell’epoca della comunicazione digitale e dei new media, si ipotizza
la bellezza “come energia espressiva capace di sottrarsi elusivamente ai
poteri e alle istituzioni della scrittura e di radicarsi profondamente nella
corporeità illetterata e desiderante dei consumatori dei media. Da quando
esiste la tradizione del pensiero estetico, la bellezza, come l’essere
aristotelico, si dice ed è stata detta in infiniti modi. I media, in
particolare i nuovi media, non fanno altro che dare corpo a una qualità della
bellezza che, sia pure in forma sotterranea, gli uomini hanno da sempre
somaticamente percepito e vissuto, ovvero la sua originaria tangenza con gli
abissi inauditi del desiderio”.4b
“Forse nelle forme rassicuranti e asettiche della bellezza tradizionale
si sono inesorabilmente sviluppati gli embrioni di una nuova civiltà, di un
nuovo modo che i soggetti hanno maturato di intrattenersi con gli oggetti e
con gli altri soggetti”. 4c
Il pensiero di Abruzzese “è nella convinzione che nei fluidi ed espansivi
territori sociali determinati dall’incessante innovazione tecnologica del
sistema della comunicazione si coaguli un insieme di pulsioni individuali e
collettive del tutto spontanee e imprevedibili, nonché storicamente del tutto
inedite perché finalmente non più contaminate dalle culture e dalle ideologie
dell’Occidente; insomma, un campo di energie allo stato puro- che
sbrigativamente mi permetto di sintetizzare simbolicamente nella figura
archetipa del “nuovo barbaro analfabeta”-, che per ora si offre come naturale
terreno di sfruttamento alla destra berlusconiana, ma su cui una politica
realmente capace di usare tutte le potenzialità del linguaggio cibernetico
può far leva per attuare non so quale rivoluzione della moltitudine dei
consumatori desideranti”. 4d
Si tratta insomma di un ritorno
al “è bello perché mi piace”, alla identificazione del “bello” con il
desiderio. La categoria bello/brutto disinteressata, sarebbe in fondo una
imposizione culturale, una prigione. Il punto cruciale del passaggio
evolutivo dal “è bello perché mi piace” al “mi piace perché è bello” non
viene risolto, capito, ma eluso e superato dalla mutazione antropologica
incombente, che ne cancella la stessa esistenza. Eppure quel passaggio sembra
essere un gradino irrinunciabile nel processo di evoluzione della coscienza
dell’Io. Si tratta allora certamente di una involuzione, di una regressione,
di un’altra perdita di “sapere”4e:
senza il quale sapere l’arte non sarebbe neppure esistita. Anche da queste
brevi considerazioni, che sfiorano appena il grande argomento attuale della
“cultura cibernetica”, emerge la profonda contraddizione fra Tecnica e arte
(vedi cap. 2. 4).
Ma ritorniamo al passaggio dal
“è bello perché mi piace” al “mi piace perché è bello”. Ci stiamo occupando
di come un oggetto perde ogni riferimento al desiderio e la sua forma
viene apprezzata per se stessa secondo le categorie “bello/brutto” (e da qui,
infine, secondo le categorie “artistico/non artistico”). E di come dunque a
quel desiderio subentra tutt’altro desiderio, quello della contemplazione
della sua forma.
Ora, se questo avviene, è
perché l’uomo ha bisogno di sentire la bellezza della forma: ha,
sinteticamente, bisogno di forma. E questo bisogno di forma
(bella) è disinteressata, non ha più niente a che vedere col bello come
desiderio (=è bello perché mi piace, lo desidero”). Questo bisogno di
forma non solo produce oggetti la cui funzione prima è quella di
esibire la propria forma, ma fa anche riconoscere negli oggetti
naturali prerogative per cui sono oggettivamente belli. E non importa se per
alcuni sono belli, e per altri meno, o per niente, secondo il gusto. Ciò che
conta è l’esistenza comunque del bisogno, universale, antropologico, della
contemplazione di una forma oggettivamente bella: l’universale
antropologico bisogno di forma.
Allora la domanda più
pertinente è: perché l’uomo ha un così forte bisogno di forma (visiva,
sonora, testuale, olfattiva, tattile ecc.)?
Perché sente che la forma
bella è immodificabile. E’ perfetta così com’è (se si modifica, si
perde la sua perfezione, la sua bellezza). E questa sensazione è ineffabile e
desta meraviglia. E anche sicurezza. E’ la Grande Madre.
L’uomo inventa il bello, la
bellezza, come sfida alla morte. Alla angoscia del divenire.
Infatti ciò che modifica le
cose è il tempo.
Se il tempo modifica la forma
bella, la sua bellezza si perde.
La forma bella è bella in
quanto si sottrae al tempo.
La psiche sente il bello
fuori dal tempo.
La psiche sente il bello
come “eternità”.
Essere in presenza del bello è
un’estasi (dal greco ek-sistemi, essere, stare fuori di sé): è
stare fuori di sé in una bella forma. Cioè nella eternità.5 Assolutamente uno stare:
non un mutare (essere modificati) nel tempo.
Se sentire il bello è
dunque un bisogno fondamentale costitutivo dell’uomo, anche produrre il
bello, per poterlo sentire, in un oggetto artificiale (artigianale e
artistico) è un suo bisogno fondamentale costitutivo.6
Così nel produrre certi
oggetti, l’uomo rincorre la forma bella: che in questo caso si chiama forma
riuscita, risultato di un processo di formazione riuscito. Egli ha
un tale bisogno della forma riuscita (nel linguaggio comune: “bella”,
“ben fatta”) da interferire nella forma funzionale, d’uso degli oggetti,
addirittura a volte deformandoli fino a vanificare la loro normale funzione,
per conferire loro la funzione, che genericamente si dice estetica, di
esibire la propria forma.
Quando l’uomo produce
l’oggetto, può cercare di ottenere una forma “ben fatta”, nel senso di
funzionale al buon funzionamento dell’oggetto. Oppure può cercare di
ottenere, con la cura della forma, una “forma bella”, che può
anche contrastare il buon funzionamento dell’oggetto8
Ma allora appunto l’oggetto
cambia funzione, che ora è quella di anzitutto esibire la propria forma.
Allora il bello è ora una qualità,
esibita nell’artigianato e nell’arte, risultato di un processo di
formazione riuscito, opera dell’uomo.
E la parola chiave di questo
processo è: eternità.
La contraddizione prima
costitutiva dell’homo sapiens sapiens è quella di vivere sapendo di
dover morire, per cui il superamento di questa contraddizione è stato da
sempre la sua principale preoccupazione, sia nel pensiero razionale
(filosofia, scienza), sia nel pensiero simbolico (religione, artigianato,
arte).
La cura di una forma bella
(“riuscita” nell’artigianato e nell’arte) è l’artificio per eccellenza del
pensiero simbolico profano, non sacro, contro questa “angoscia del divenire”,
per far sentire l’uomo partecipe della eternità. 7
Partendo dalla potenza della forma
nei dispositivi di scatto degli animali, l’uomo ha trasferito così questa
intensità emotiva della forma nella dimensione del tempo, come spazio
anti-tempo.
Nella dimensione euclidea della
psiche la forma viene dunque sentita come spazio “che sta”, che è
fermo perché è dappertutto, è pervasivo, infinito; e quindi immobile, e
quindi immodificabile, e quindi perfezione, e quindi eternità. “Sta” in
opposizione al tempo che “va”, che è continuo inesorabile mutamento e
divenire.
Produrre un oggetto con cura
della forma vuol dunque dire cercare di “eternizzare” l’oggetto.
Fra innumerevoli tipi di
oggetti, con differenti funzioni, l'uomo ha prodotto oggetti artigianali e
artistici, la cui funzione prima è quella di esibire la propria forma,
per cui sono stati prodotti con cura della forma (ciò non succede per
altri oggetti prodotti dall'uomo, che hanno anzitutto altre funzioni,
pur ovviamente avendo una qualche forma). Negli oggetti artigianali e
artistici, la funzione prima per cui sono stati prodotti è assolta anzitutto
dalla forma.
Ci sono altri oggetti prodotti
con una certa cura della forma, ma la cui funzione genetica prima
non è esibire la propria forma, in quanto in essi il significato (il
contenuto) si impone comunque sulla forma. Sono gli oggetti
estetici e estetici testimoniali.9
Dunque la funzione prima
di un oggetto artigianale o artistico è quella di esibire la riuscita delle
rispettive forme artigianale o artistica. Un oggetto si riconosce come
oggetto che pretende di essere riuscito, quando mostra con tutta evidenza la
cura della forma con cui è stato prodotto.
Colui che in presenza di un
oggetto è nella situazione esistenziale di bisogno di forma,
percepisce immediatamente se l’oggetto preso in considerazione è stato
prodotto con la cura della forma. Allora egli si fa immediatamente
“interlocutore” della forma dell’oggetto, e può imparare a
riconoscere la riuscita della forma (o la sua non riuscita), sia
come oggetto artigianale che come oggetto artistico. Infatti, percepita la cura
della forma, colui che ha bisogno di forma si pone automaticamente
dal punto di vista dell’Autore (che, con lo stesso bisogno di forma,
ha formato l’oggetto). Egli si rende conto che la cura della forma (la
formazione dell’oggetto) è stata la preoccupazione prima dell’Autore
in quell’oggetto: e quindi che la funzione prima dell’oggetto è quella
di mostrare all’interlocutore questa forma artigianale o artistica
(mentre tutte le altre compresenti possibili funzioni sono secondarie).
E’ della massima importanza
questo riuscire a porsi dal punto di vista dell’Autore. E’ in fondo il
semplicissimo segreto di una corretta fruizione delle opere.
1.2. Artigianato e arte.
Sia l’artigianato che l’arte formano
oggetti che inducono alla esperienza della forma riuscita. Ma c’è tra
loro una profonda differenza. Descrivere qui, anche se brevemente, questa
differenza, serve a meglio definire ancora una volta l’arte storica (del procedimento
tradizionalista).
Nell’artigianato l’uomo cerca
l’eternità nel mondo. Nell’arte l’uomo cerca l’eternità in se stesso.
Più precisamente, l’opera
riuscita artigianale è il risultato di un processo di formazione di
qualcosa che è per se stessa, nel mondo, fuori dall’uomo.
L’opera riuscita artistica è il
risultato di un processo di formazione di qualcosa che l’uomo dice, è
sua espressione; che è dentro l’uomo, fa parte dell’uomo (un suo
esprimersi, dire qualcosa, narrare): più propriamente una immagine
mentale (una narrazione, una significazione).
Allora, nell’artigianato
cercare l’eternità nel mondo vuol dire creare forme belle in un
processo di “distillazione di essenze” formali dall’apparente caos della
natura. Ci si affida, pur trasgredendoli, agli archetipi formali che affiorano
dalle profondità della psiche, dall’inconscio individuale e collettivo, cioè
a quelle costanti dove l’uomo ritrova la comunione con l’”eternità” della
natura. Che sono l’organicità, l’unità, la compiutezza, la simmetria,
l’equilibrio, la proporzione, la sintesi, la ortogonalità, le parallele, il
centro, il cerchio, il ritmo, l’iterazione, ecc., ecc. (vedi anche le figure
della Gestalt). Questi archetipi formali sono ciò che “sta”: appartengono
alla dominante psichica “il femminile” (“il femminile sta, il maschile
diviene”). Appartengono alla Grande Madre protettiva, pur nella sua ambiguità
di Madre creatrice e distruttrice (distruttrice in quanto essere “divorati
dagli archetipi” vuol dire distruggere ogni forma nel virtuosismo
nevrotico).
Nell’arte cercare l’eternità in
se stesso vuol dire intraprendere un processo di formazione di
un’immagine mentale della realtà.
Il processo di formazione
di un’opera d’arte parte infatti sempre da una immagine mentale della
realtà, realtà che può essere la realtà esterna “vera” quanto un sentimento o
una immaginazione, insomma tutto il vissuto. Tutto il vissuto, che è
all’origine dell’opera d’arte, è filtrato da una immagine mentale di
esso, che si pone all’inizio de processo di formazione (se ne farà un
esempio più avanti parlando di Van Gogh).
Conclude queste brevi note
sulla differenza fra artigianato e arte un testo pubblicato sul quotidiano
“Il Messaggero Veneto” di Udine/8 marzo 2003: “L’artigianato cos’é? Non certo
la disciplina che produce a mano, o comunque in modo non industriale e
seriale, oggetti d’uso. Se così fosse, un oggetto artigianale “riuscito”
sarebbe quello che assolve meglio la sua funzione d’uso. Ma ciò appartiene
alla categoria del funzionale, mentre gli oggetti artigianali vengono
giudicati secondo la categoria del “bello/brutto”. Occorre allora una
definizione più corretta, partendo dalle origini.
Nel neolitico l’uomo inventa
oggetti che sono strumenti d’uso, ma non si limita a “formarli” secondo la
funzione. Li pretende anche “belli”. Li decora, li deforma, al punto che
questa loro nuova forma può addirittura disturbare o far perdere del tutto la
loro funzionalità. In altre parole, li produce con una “cura della forma”
tale che la loro funzione prima, che era quella di essere strumenti funzionali
d’uso, è ora diventata quella di anzitutto esibire la propria forma “bella”.
Un vaso può diventare un oggetto bellissimo, e inadeguato alla funzione
originale.
Ma questa di esibire la propria
forma, non è la funzione prima dell’oggetto artistico? Certamente. E si parla
infatti di artigianato artistico. Ma ancora una volta è una definizione
impropria, addirittura un ossimoro. Perché l’artigianato, anche inteso ora
come produzione di “oggetti inutili e belli”, è tutt’altra cosa dall’arte.
Se affrontiamo la questione da
un punto di vista psicologico e antropologico, ci vengono subito incontro le
categorie del “maschile” e del “femminile”. Qui i due termini non indicano un
carattere sessuale, ma una dominante psichica. ”Maschile” e “femminile” sono
simboli di una condizione psichica, stanno in commistione nella psiche di
ogni individuo, donna e uomo. E diciamo subito che l’arte appartiene più al
“maschile”, e l’artigianato più al “femminile”.
Al di là di ogni gerarchia di
valori (questo è meglio di quello), propria degli schemi mentali della
cultura patriarcale, si tratta di riconoscere le “differenze”, che spiegano
la necessità antropologica (il soddisfacimento di bisogni fondamentali) dei
differenti oggetti artigianali, estetici e artistici.
Si sa che all’origine
dell’opera d’arte sta sempre un’urgenza umana di “dire” qualcosa, di comunicare
un significato. Anche nell’astratta musica, o nella scultura e pittura
non rappresentative, si riconosce la narrazione che scorre nelle vene
dell’opera. Le opere d’arte sono sempre narrazioni, ma narrazioni
prodotte con una “cura della forma” tale per cui la funzione di “dire” si è
trasformata anche qui nella funzione di esibire la propria forma. E così in
esse il significato coincide con la forma. Ora, poiché nella psiche il
significato è sentito come vita, tempo che scorre e va, inesorabile
mutamento, “divenire”; e la forma è sentita invece come spazio che sta, che è
dappertutto, è pervasivo e infinito, e perciò immobile e fermo e
immodificabile, cioè perfezione, “eternità”; ecco allora che la coincidenza
nell’opera d’arte di significato e forma fa che il tempo (il significato) sia
anche eternità (la forma). Ma questa è una contraddizione inconciliabile nel
pensiero razionale, in quanto in esso una cosa (il tempo) non può essere
anche il suo contrario (eternità). Ma è appunto quella contraddizione
fondamentale che viene conciliata nel pensiero simbolico dal simbolo
sintetico che è l’opera d’arte (tempo fermo).
Dunque, fondamentalmente,
l’opera d’arte è anzitutto un “dire”: un “grido” di rivolta, di non
accettazione della contraddizione fondamentale di vivere per morire, da parte
della coscienza dell’Io (“maschile”), ad un certo punto della sua evoluzione.
Un “grido” che si placa nella forma riuscita dell’opera, “trova pace nel suo
compimento” (Bachtin).
L’opera dell’artigianato invece
non “grida”. Si mostra soltanto, perché viene prima del “dire”. Il
“femminile” artigiano non è ancora condannato al “dire”. Il “femminile” è
l’origine, e si appaga della sua compiutezza, che è la bellezza in sé. Solo
nella nostra cultura patriarcale la parola (il Verbo) è l’origine, e per
questo in essa la bellezza, la forma non sono una condizione umana, ma solo
un ornamento. Invece la forma, nel suo accettarsi così com’è, in quanto spazio
infinito, immobile, “eterno”, è condizione del “femminile”, che accoglie e
contiene in sé ogni parola detta o da dire: il “femminile” “sa” già.
L’operare artigiano appartiene
dunque al “femminile”, nel suo sottrarsi al richiamo potente del “maschile”
(parole, narrazione, Mythos, Spirito, padre). L’operare artigiano,
ancora incontaminato da ogni necessità di un senso, si compie tutto nella sua
libera innocente virginale bellezza.
Il femminile artigiano è
l’inconscio che disegna libero le forme, è il corpo che si compiace della
proria forma. Non “dice”: si manifesta nella silente pura forma della
bellezza. Ed è forse concesso all’uomo qualcosa che “dica” di più del
silenzio della bellezza?
Bisogna allora fermarsi, e
ritrovare nelle opere artigiane, come in un mirabile specchio, il nostro
“femminile”, la coscienza matriarcale: “...se si tien conto delle debolezze e
dei pericoli psicologici della cultura patriarcale, la cui forma estrema ha
portato nel moderno occidente a una crisi che minaccia l’intera umanità, si
potrà evitare l’errore di considerare la `coscienza matriarcale´ solo come
una eredità arcaica e il femminile come `relativamente non sviluppato´” (E.
Neumann). Fermiamoci dunque a specchiarci, e rientriamo in noi stessi”.
1.3 Narrazione, stile, riconoscimento,
“tempo fermo”.
Nell’arte l’umanità, nella sua
dominante psichica “maschile”, cerca dunque l’eternità in se stessa.
“Eternizza” una propria espressione, l’immagine mentale della realtà
che dice nell’opera. L’immagine mentale ha un significato, è
una narrazione: L’opera d’arte è sempre una narrazione, non può
non essere una narrazione.
Questo è fondamentale: l’arte è
narrazione di un mondo unico inventato dall’Autore. Sempre. 10
Le narrazioni possono
essere: 1. narrazioni qualsiasi, di comunicazione. 2. narrazioni
estetizzate, prodotte con una certa cura della forma, ma dove, essendo
il significato ancora separato e prevalente sulla forma, si possono
avere differenti forme senza che il significato cambi 11. 3. narrazioni artisticizzate/opere
d’arte, prodotte con una cura della forma tale, per cui il significato
coincide con la forma.
Dunque nell’uso dei linguaggi
specifici (letteratura, pittura. musica, cinema, danza, teatro, fumetto ecc.)
avviene la trasformazione di una narrazione con una forma qualsiasi, che è
solo comunicazione di qualcosa, in una narrazione con una certa forma,
che esibisce se stessa. Una narrazione qualsiasi (bisogno di dire) la cui
funzione prima è comunicare qualcosa si trasforma in una narrazione la
cui funzione prima è esibire la propria forma, a colui che ha bisogno
di forma.
Una narrazione può
tendere ad avere la funzione prima di esibire la propria forma solo
quando la cura della forma tende a inventare uno stile. Non c’è cura
della forma riuscita senza uno stile.
Lo stile è il modo di
formare di ogni Autore/artista.
Dice Pareyson: “In questo modo
di formare è presente tutta la spiritualità dell’artista, nel senso che
questa, una volta che si è posta sotto il segno della formatività, esige il
suo modo di formare, anzi si fa, essa stessa, quel determinato modo di
formare. E’ dunque il modo di formare, cioè lo “stile”, quello che tascina
nell’arte l’intera vita spirituale dell’artista, perché questi nel suo
formare segue un modo singolarissimo e inconfondibile, ch’é unicamente suo e
non d’altri, ch’é il suo modo di formare, il modo che non può esser che suo,
e ch’è la sua stessa spiritualità fattasi tutta, modo di formare: stile”.12
Non si dà opera d’arte senza
uno stile.
La riuscita di un processo di
formazione presuppone sempre uno stile.
Lo stile è il modo di
formare originale, personale, irripetibile, unico, il “suo mondo” di ogni
Autore/Artista.
Ma se tutte le opere d’arte
hanno per forza uno stile, non tutte le opere che pure hanno uno stile, sono
opere artisticamente riuscite, cioè opere d’arte.
Allora diciamo:
1. Un Autore è Artista solo
quando riesce a inventare il suo stile “unico” (l’unico originale
riconoscibile “suo mondo”).
2. L’opera d’arte è tale solo
quando in quello stile è artisticamente riuscita.
Dunque, tutto ciò avviene se
l’Autore ha inventato una narrazione con uno stile che è il “suo
mondo” (una realtà altra, originale, unica). Poiché questo “mondo”
esiste solo in quanto forma, la funzione prima di questa narrazione
è esibire la propria forma. Forma che riesce veramente a essere
un “mondo” solo se artisticamente riuscita.
Per cui è assolutamente
primaria nella ricezione di un’opera d’arte l’esperienza della sua riuscita
(il riconoscimento), rispetto a tutte le conseguenti infinite
interpretazioni possibili della ermeneutica.
Il riconoscimento è
l’esperienza esistenziale immediata (non mediata dalla ragione) della riuscita
della forma dell’opera (della riuscita di tutto l’insieme di forme
di cui è composta l’opera), riuscita per cui quella forma non deve in
nessun modo essere modificata, essendo sentita “perfetta” così come si
presenta. Il riconoscimento o “esperienza esistenziale” della
artisticità è dunque un sentire immediatamente la qualità
artistica dell’opera in una intuizione prerazionale del pensiero simbolico.
L’esperienza della artisticità è uno “star fuori” (dal greco: ek-sistemi)
dalla razionalità, in un incantamento che non è un’estasi (ek-stasis)
passiva, bensì un’estasi attiva, attenta: uno stare del sé
fuori di sé nell’opera. Così intensa da essere una massima presenza del sé
nell’opera: un essere se stessi al massimo grado. Una fortissima costituzione
di identità.13
Dunque il riconoscimento,
o “esperienza esistenziale” della qualità di artisticità nel pensiero
simbolico, non esaurisce l’esperienza dell’opera, ma è la conditio sine
qua non di ogni ulteriore corretta ragionata interpretazione con
conseguente soggettivo giudizio di valore di essa (in una razionale
ermeneutica formale e contenutistica). Il riconoscimento è infatti
quella parte della esperienza dell’opera in cui si sente ciò che fa la
differenza fra un’opera qualsiasi (comunque sempre oggetto di possibile
interpretazione) e un’opera artisticamente riuscita (che è invece
l’unica a permettere l’esperienza della artisticità).
Il riconoscimento della qualità
di artisticità è transtorico e transculturale, si può solo sentire
(nel pensiero simbolico) e si manifesta al di là e nonostante i condizionamenti
culturali e di gusto, mentre l’interpretazione (esperienza ermeneutica e giudizio
di valore) è in gran parte soggettiva, condizionata dalle variazioni di
gusto nel tempo, nelle culture e negli individui, non essendo i “valori”
valori universali, ma solo valori di una certa cultura. L’interpretazione,
che appartiene al pensiero razionale, è dunque storica e culturale e
relativa. Il riconoscimento, che appartiene al pensiero simbolico, è
transtorico e transculturale.
L’esperienza esistenziale (riconoscimento)
dell’artisticità non è affatto una esperienza elitaria: può essere di tutti
coloro che ne sentono il bisogno e la vogliono fare (vogliono imparare
a farla). Si impara a farla nella frequentazione assidua e reiterata delle
opere. L’”esperienza ermeneutica” (l’interpretazione dei significati e il
ragionato giudizio di valore) è invece solo di coloro che per la
situazione sociale e culturale la possono fare.
Distinguere fra riconoscimento
dell’artisticità e interpretazione dei significati è essenziale per
l’interlocutore dell’opera.
La Capria: “Quando dico che per
il senso comune Les Demoiselles d’Avignon è un brutto quadro, non
parlo solo del bello e del brutto (soggetti a mutamenti nel tempo e alle
oscillazioni del gusto), e non parlo solo de Les demoiselles d’Avignon.
Parlo di tutte quelle opere
d’arte che non mi comunicano un’emozione artistica paragonabile allo stupore
e alla meraviglia. Capire i motivi per cui è stata creata un’opera d’arte, e
capire i significati che contiene, non dovrebbe aver nulla a che fare col coup
de foudre che l’assoluta bellezza suscita in noi. Se ho visto la bellezza
non desidero altro, la bellezza mi basta. Così fu quando vidi i Bronzi di
Riace. Chi mai si sarebbe sognato di domandarsi, quando numinosi essi ci apparvero
sorgendo dal mare, cosa significavano?” 14
Dunque può imparare a
riconoscere l’artisticità solo chi ne ha coscientemente bisogno. Per questo
moltissimi, che ne hanno solo un bisogno inconscio, sono sordi alla
artisticità. “Non vedrà mai il sole l’occhio che non sia divenuto solare e
nessun’anima vede il bello prima che essa stessa non sia divenuta bella “ 15
Dunque, rispetto alle
narrazioni qualsiasi e alle narrazioni estetizzate, avviene nell’opera d’arte
una rivoluzione, un capovolgimento. Se nelle narrazioni qualsiasi e in quelle
estetizzate si impone il significato sulla forma, qui è la forma che
si impone sul significato, tanto da diventare essa stessa un nuovo,
fondamentale significato. Per cui significato e forma coincidono.
Nella narrazione/opera d’arte il significato è la sua forma.
Si tratta della stupefacente
invenzione di una operazione nuova, molto differente dalle altre narrazioni,
che ha certamente richiesto un percorso di migliaia di anni per consolidarsi,
ma che ogni Autore, nel suo proprio modo, ripercorre ogni qualvolta produce
un’opera d’arte. L’immagine mentale che sta alla base del processo
di formazione, viene tras-formata in questo processo in una forma
definitiva e necessaria, l’unica possibile e “giusta” per quella immagine
mentale.
Ogni opera d’arte è il
risultato di un processo di formazione riuscito: ed è in questa
riuscita che avviene la sintesi (simbolo sintetico) di significato e forma.
Qui viene riproposta, per
completare il discorso sul procedimento tradizionalista, una parte del
testo dal titolo “Tempo fermo” pubblicato sul primo numero di questa rivista.
“ Tutto ciò richiede la massima
attenzione. Partiamo da un esempio tratto dai linguaggi visivi, perché più
semplice. Si prenda una normale fotografia “documentaria” ma “ben fatta” di
una casa, e un quadro riuscito di Van Gogh con la stessa casa, dallo stesso
punto di vista. La prima è l’illustrazione documentaria di una casa, è
un significato (narrazione) “casa” con una forma “ben fatta”.
In essa il significato si impone sulla forma. Infatti la forma
può anche essere modificata senza che si modifichi il significato “casa”. A
meno che non si lavori sulla foto fino a snaturarne la consistenza di
documento (fino a distruggere la visibilità del significato “casa”), il significato
(documento) si impone comunque sulla forma. Si tratta di una narrazione
“ben fatta”, cioè estetizzata, quindi di un oggetto estetico.16
La casa dipinta nel quadro di
Van Gogh invece non è un significato “casa” ben dipinto, un significato
“casa” con una forma ”ben fatta”. Ma è anzitutto una forma
formata nello stile di Van Gogh e in modo tale da essere per se stessa un
nuovo, forte significato, che si impone sul significato originario “casa”. E’
l’invenzione di un mondo “altro”.
Succede che, mentre nella
fotografia si impone la casa reale, troppo vera nel mondo vero, cioè il
significato (originario), e la forma può anche essere modificata senza
che il significato cambi, nel quadro si impone invece una forma, che è
la invenzione di una forma di casa nello stile di Van Gogh,
cioè nel mondo “altro” inventato da Van Gogh, che è così “forte” come
invenzione originale di un mondo da imporsi esso come il nuovo vero
significato. Il significato che ora si impone non è più la casa vera (che è
stata il modello per Van Gogh): questa casa vera viene “cancellata”, “fatta
dimenticare”, da questa nuova forma/casa inventata da Van Gogh.
Questa forma/casa
inventata da Van Gogh è anzitutto una forma, ed è una forma così
assolutamente unica, da essere essa stessa un nuovo significato, un nuovo
mondo. E’ dunque una forma che è un significato, nel suo essere forma.
Allora la differenza fra una narrazione
normale o anche estetizzata, e la narrazione artistica (opera d’arte)
sta in ciò, che nelle prime il significato si impone sulla forma,
nell’altra invece la forma si impone sul significato, in quanto è essa
stessa il fondamentale significato.
Per meglio capire riprendiamo
il discorso partendo dal processo di formazione.
Van Gogh vede una casa, decide
di fare un quadro con quella casa. Accingendosi a dipingere, si forma
automaticamente nella sua mente una immagine mentale, cioè una narrazione
mentale nel suo stile, della casa. Da questa immagine mentale
parte il processo di formazione dell’opera. Il processo di
formazione viene inventando la forma/casa di Van Gogh, di
pennellata in pennellata. Il processo continua finché l’Autore sente che esso
è compiuto, e qui si ferma.
L’immagine mentale è narrazione
che viene tras-formata in un’altra narrazione: in questa
metamorfosi si forma, quando riuscita, la qualità di artisticità.
Dunque Van Gogh inventa nel suo
stile la forma del suo mondo, una sua narrazione di casa che nella
realtà non esiste, che è quindi un nuovo significato. Un significato che è
anzitutto una forma.
Questa forma si è venuta
formando, nel processo di formazione, fino a essere quella
giusta, unica, riuscita per quel quadro: e perciò compiuta, immutabile,
immodificabile.
Dunque la forma che Van
Gogh viene inventando nel processo di formazione non è una forma
qualsiasi, o anche “ben fatta” o “bella”. E’ invece una forma unica,
imposta, obbligata, costretta dal suo stile: quella unica forma
riuscita possibile imposta a Van Gogh dal suo stile per quella iniziale immagine
mentale.
Lo stile di Van Gogh si è
realizzato al massimo delle sue possibilità per quell’opera. Si è compiuto.
Lo stile c’è anche nell’opera non riuscita, ma incompiuto: nella riuscita
dell’opera c’è lo stile nella sua massima compiutezza.
Il processo di formazione si
ferma dunque in quella forma compiuta, unica, giusta, definitiva,
perfetta: “riuscita”. Riuscita e pertanto non più modificabile, perché
modificandola se ne distruggerebbe la riuscita.17 Van Gogh, e gli interlocutori dell’opera, la sentono
immodificabile, intoccabile, immutabile, perfetta. La sentono
cioè come spazio/”eternità”.
L’immodificabilità della forma
riuscita è ciò che anzitutto si impone perentorio all’interlocutore: questa
immodificabilità corrisponde nella psiche al senso dello spazio pervasivo,
immobile, infinito: spazio/“eternità”.
E’ in questa perfezione, in
questa riuscita della forma che si “eternizza” l’invenzione del mondo
di Van Gogh, che è nel suo stile nella massima compiutezza, e quindi è un
nuovo intenso significato. Ma, se è significato, è tempo.
Ma allora succede che questo
intenso significato, questo massimo di significazione = di tempo, è anche
massimo di forma = di “eternità”. Questo è l’evento psichico che
accade nella esperienza dell’opera d’arte: un tempo che si ferma in una forma
immodificabile, quindi perfetta, “eterna”, pur conservandosi come tempo (in
quanto significato).
Dunque: il processo di
formazione si ferma in un limite, oltre il quale non si deve andare,
perché, come si dice nel linguaggio comune, “va bene così, non si deve
assolutamente più toccare”. In questo limite il significato (narrazione),
che è tempo, quindi movimento, mutamento, divenire, si ferma in una forma
ormai immodificabile, perché riuscita: è il limite dove il significato (narrazione/tempo)
coincide con la forma, è esso stesso forma, pur conservandosi
come significato (narrazione/tempo). E’ anzi in questo suo fermarsi
“giusto”, in questa compiutezza (immutabilità, e quindi unicità), che
acquista il nuovo significato/forma.
Per cui:
Il tempo si ferma, pur
rimanendo tempo.
Più è fermo, più è
tempo/significato. Più è tempo/significato, più è fermo.
Questo è l’evento, ciò che
accade nell’opera d’arte: il tempo è fermato.
Ora, un tempo fermo è una
contraddizione inconciliabile nel pensiero razionale, dove il tempo mutevole
è il contrario dello spazio fermo (eternità).
E’ invece il prodigio del simbolo
sintetico (opera d’arte), che concilia le contraddizioni nel pensiero simbolico.
Dunque:
“L’opera d’arte è tempo fermo”.
Il riconoscimento,
l’esperienza della artisticità è l’esperienza esistenziale del tempo
che si ferma in un “tempo fermo”.
Riprendendo: un significato,
che è tempo, è ora anche una forma, che essendo unica, immutabile,
perché perfetta così, è spazio/”eternità”. Il tempo è insieme
spazio/”eternità”. Ma ciò non è concepibile nel pensiero razionale, per il
principio di non contraddizione. Non è possibile nel pensiero razionale che
una cosa sia anche il suo contrario, che il tempo mutevole sia insieme il suo
contrario, spazio immutabile e “eternità”. E’ invece possibile nel pensiero
simbolico, nella sintesi del simbolo sintetico, che è l’opera d’arte.
Il simbolo sintetico è
quella entità che concilia nel pensiero simbolico le contraddizioni che il
pensiero razionale non riesce a “capire”. Il simbolo sintetico (opera
d’arte) concilia la contraddizione principe, costitutiva dell’uomo: la
contraddizione di vita e morte, desiderio del vivere e consapevolezza del
morire, la contraddizione fra il tempo che passa e va, e il desiderio di
eternità. Fra il divenire del significato (il maschile), e l’“eternità” della
forma (il femminile).
Van Gogh ha inventato una
forma di casa dipinta che è insieme una forma e un nuovo significato.
Mentre normalmente il significato e la forma sono separati, e dunque
il tempo e lo spazio/”eternità” sono separati, opposti e contradditori, qui è
invece avvenuta una rivoluzione, per cui significato e forma sono un
tutt’uno, il tempo e lo spazio/”eternità” sono un tutt’uno. E’ la sfida della
mente dell’homo sapiens sapiens al suo destino, alla sua
contraddizione costitutiva di vivere per morire.
Ma attenzione: se il tempo
tende a consumare, rendere mutevole modificandolo, mobilizzandolo, ciò
che ha una forma nello spazio, la forma tende a annientare immobilizzandolo
ciò che è nel tempo, il significato. Nel curare troppo la forma
trascurando il significato, la narrazione può essere dissolta e
annullata come significato. L’operazione arte si dissolve allora in
operazione artigianale o in virtuosismo nevrotico. Non c’è niente di più
distruttivo per l’arte del confondere l’artisticità con il formalismo. Per
questo si insiste sul fatto che il tempo si ferma in una forma, pur
rimanendo tempo, cioè significazione. E’ la peculiarità dell’opera d’arte
quelle di essere comunque sempre narrazione-significazione, cioè
tempo. Appunto per poter essere, in modo stupefacente, tempo e insieme forma
(compiuta, immodificabile perché riuscita: cioè spazio/”eternità”).
Ci sono allora tre momenti
determinanti nel rapporto della psiche con la forma: l’evento psichico
della forma “ben fatta”, forma “bella” per se stessa (oggetto
artigianale), l’evento psichico della narrazione con cura della
forma, ma dove la forma è separata dal significato/narrazione
(oggetto estetico) e l’evento psichico della narrazione con cura
della forma in cui la forma coincide col significato (oggetto
artistico). Sono tutti momenti cruciali del confronto fra l’Io e l’angoscia
del divenire. Fra la capacità di astrazione (formazione) e l’accadimento
(materia). Fra il bisogno di forma e la pulsione di morte e
autodistruzione. Fra lo spazio/forma che sta e il tempo che va.
Tra il “femminile” e il “maschile”.
L’homo sapiens sapiens non
fa che creare, nell’opera d’arte, un suo tempo da fermare.
“Possiamo adesso avanzare un
postulato centrale. Due sole esperienze permettono agli essere umani di
partecipare alla finzione-verità, alla metafora pragmatica dell’eternità,
della liberazione dai decreti di annientamento del tempo storico-biologico,
vale a dire dalla morte. La prima è quella della fede religiosa autentica,
per coloro che sono aperti a essa. La seconda è quella estetica. E’ la
produzione e ricezione di opere d’arte, nel senso più lato, a permetterci di
condividere la durata, il tempo senza confini. Senza le arti la psiche umana
rimarrebbe nuda davanti alla propria estinzione”18
1.4 Il paradosso
Tutto ciò appartiene alla
psiche, si sente nella psiche. Secondo la razionalità non c’è niente,
a rigore, di perfetto, ma noi viviamo l’arte anzitutto secondo i sensi e non
secondo ragionamenti. Come viviamo un sole che sorge e tramonta, e gira
intorno alla terra, e non una terra che gira intorno al sole. 18a
Ciò che conta è allora la
“tendenza alla perfezione” implicita nell’operazione. Ogni Autore sente
l’opera tendere alla sua compiutezza, come se egli fosse “condotto per mano”
verso di essa da una forza che lo trascende. Ogni Autore ha fatto
l’esperienza della compiutezza di un’opera. Può succedere che dopo un certo
tempo egli non senta più quella compiutezza nell’opera, e sia indotto,
sempre da quella pulsione, a intervenire ancora sull’opera, per correggerla.
Oppure che pensi che avrebbe potuto finire l’opera in altro modo. Per questo conserva
le annotazioni e i progetti di altre soluzioni, magari per usarle in un’altra
opera.19. Ma è la
compiutezza, la perfezione del “tempo fermo”, ciò che l’Autore e
l’interlocutore hanno bisogno di sentire e sentono nelle opere
d’arte. Per questo sentire l’umanità si è prodigata con una dedizione
stupefacente ovunque da sempre.
1.5 L’unità di stile
La caratteristica principe del
modo di formare del procedimento tradizionalista (cioè dell’arte storica)
è l’unità di stile. E’ il modo di narrare una realtà forte, un altro da sé
forte, che è sempre, nella sostanza, uguale a se stesso, e di cui pertanto ci
si può fidare. Un altro da sé che è la realtà del “senso comune”.20 L'unità di stile risponde a una
esigenza profonda di fiducia in questa realtà, è garanzia della conservazione
di un rapporto stabile con essa, stabilità di rapporto che è a sua volta
garanzia di identità.
L'unità di stile è la
prerogativa del modo di formare storico che si può definire in senso
molto lato "classico"21.
Si tratta di un modo di sentire e di produrre molto influenzato dagli
archetipi formali della perfezione e della compiutezza: l'oggetto deve essere
generalmente ben finito, anche nel dettaglio. Nel ben finito viene soddisfatto
il bisogno di sicurezza, di stabilità, di identità dell'Autore e
dell'interlocutore tradizionalisti. Questa compiutezza é prerogativa di tutta
l"arte storica in generale, ma in particolare di quella classica (nel
senso di opposta a romantica), ed è il risultato di un progetto forte (che
vuol dire molto definito): quanto più il progetto è forte, tanto più
l'oggetto è ben finito. Quanto più il progetto è invece debole (o addirittura
assente) e prevale l'improvvisazione, tanto più l'oggetto può rimanere non
finito, volutamente incompiuto o frammentario o disarmonico o disorganico,
perché non c'è un progetto forte che a priori imponga quando e come debba
essere ben finito.
Il procedimento
tradizionalista, che fa parte di una cultura della sicurezza e della
stabilità, tende ad avere un progetto forte, mentre i procedimenti
modernista e avanguardista (e ovviamente anche quello postmodernista),
che fanno parte di una cultura problematica o nihilista, tendono ad un
progetto debole e alla improvvisazione, proprio perché in questa
improvvisazione c'è più possibilità di inventare forme totalmente nuove (procedimento
modernista).
Le prerogative fondamentali del
procedimento tradizionalista (la narratività costitutiva dell’arte e
l’unità di stile, categorie universali pur nelle loro differentissime
manifestazioni), si evidenziano proprio nella loro messa in discussione da
parte dei procedimenti modernista e avanguardista, in cui è
influente l’ideologia sociologica del progresso.
1.6 Altre considerazioni.
Ma l'ideologia del progresso
non ha cancellato il procedimento tradizionalista. Sono mutate in esso
alcune funzioni sociali, come la committenza, il pubblico, le tecniche, gli
stili, ecc., ma il procedimento rimane sostanzialmente lo stesso, finché dura
la fiducia del senso comune nella stabilità delle cose del mondo, nel reale
esistente per sé stesso, nel suo essere un altro da sé forte (come
nella cultura di massa).
Nella società di massa del
Capitalismo, l'arte del procedimento tradizionalista resiste in quella
parte che non è ridotta del tutto a merce, poggiando principalmente su
funzioni sociali estranee al mercato, e in quella parte di società non
nihilista, che vive di solidi valori tradizionali cristiani o umanistici.
Per l'arte storica
contemporanea del procedimento tradizionalista è improponibile, a
rigore, il problema del nihilismo e del valore di scambio, perché, nonostante
la mercificazione capitalistica la assalga da ogni parte e nonostante la
maggior parte dei suoi prodotti sia anche "per le masse", tali
prodotti non sono ancora "della massa": sono cioè opere d'arte
tradizionali prodotte da élites per le masse, e non ancora prodotte
dalle élites delle masse (del marketing), come nel procedimento
postmodernista. Sono infatti pur sempre un prodotto di minoranze che, sul
piano psicologico/antropologico "scelgono di essere infelici nelle
grandi cose piuttosto che essere felici nelle cose piccole", che è
invece ciò che sembrano volere le élites sui generis del procedimento
postmodernista.
L'arte tradizionale storica è
senz'altro il prodotto della élite “maschile” di una cultura
patriarcale, che si è sempre sentita "accessorio" rispetto alla
donna/madre/natura. Questa coscienza infelice l’ha indotta a fare la
"storia" e le "grandi" cose (dalle piramidi alle guerre,
dai capolavori ai lager), anche sacrificando, oltre a se stessa, popoli
interi la cui cultura popolare chiedeva invece non di essere infelici nelle
"grandi" cose, ma di essere felici nelle cose "piccole".
L'arte storica è stata ed è una
di quelle "grandi" cose. Raccontava il “maschile” che si uccideva,
i maschi che "morivano per non morire", per essere eternizzati
nella Kléos (gloria) e nell'arte.
Il procedimento
tradizionalista, nonostante le più appariscenti manifestazioni dei procedimenti
modernista e avanguardista, rappresenta pur sempre, nell’arte
contemporanea, la normalità (qualitativamente) e la maggioranza
(numericamente). E' normale in quanto erede diretto del procedimento di tutta
l'arte storica, di contro alla anormalità dei procedimenti modernista
e avanguardista (nel senso che questi ultimi procedimenti non sono
affatto l'ultima tappa di uno sviluppo lineare (normale) dell'arte storica,
bensì una devianza dalla norma). E' poi maggioritario come numero di opere,
se si considera che appartengono ad esso non solo singoli "artisti"
che si definiscono tradizionalisti, ma la maggior parte della letteratura,
del cinema, del jazz e dintorni, del fumetto e della illustrazione editoriale
e dei video e delle vignette e della pubblicità, ecc. ecc., insomma tutta
quella parte della produzione che, pur appartenendo alle comunicazioni di
massa, ha qualità di artisticità.
Infatti il termine
"cultura di massa" è, rispetto ai problemi dell'arte, abbastanza
improprio: si dovrebbe parlare semplicemente di "cultura
tradizionalista", cioè di una cultura in cui, per il rapporto dei
soggetti con una realtà che è ancora un altro da sé forte, vige il procedimento
tradizionalista. Può infatti sembrare strano dire che il discendente
diretto di Raffaello non è il modernista Picasso, ma un illustratore o un
regista; ma lo è molto meno se si pensa che oggi Raffaello si sarebbe molto
probabilmente dedicato alla regia filmica, ottenendo gli ottimi risultati di
tantissime opere del cinema, che è il linguaggio specifico più significativo
della nostra epoca come lo era la pittura nell'epoca di Raffaello.
La cultura di massa comprende
ormai quasi tutta la cultura, ed è al suo interno che vengono prodotte, fra
innumerevoli oggetti non artistici, anche tante opere d'arte, nel procedimento
tradizionalista. Certamente queste opere risentono della pressione della
cultura di massa, ma non altrimenti di come sempre tutte le opere risentivano
della pressione del potere imperante.22
Se si prendesse per vera la
proposizione sociologia dello storicismo relativistico per cui "l'arte è
ciò che gli uomini chiamano arte", l'arte storica (del procedimento
tradizionalista) sarebbe, in definitiva, solo una "impostura"
di pochi potenti (una élite di committenti e Autori) sui popoli. Ma
questa proposizione non è vera. Ciò che sorprende è che nel corso dei secoli
le opere che piacevano ai potenti (élite di committenti e Autori) di
una cultura, piacevano anche alla élite delle altre culture. Le
differenze di giudizio sulle opere non esistono tanto fra culture diverse
nello spazio e nel tempo, quanto fra competenti e non competenti all'interno
di una stessa cultura. Vuol dire che esiste nella storia, a un certo livello
di competenza, una costante dell'artistico, effetto di una qualità di
artisticità dell'oggetto. L'opera d'arte attraversa il tempo e "...non
si rivolge soltanto a una personalità determinata dallo stato momentaneo
della società, bensì a ciò che nell'uomo è generalmente umano: una tale opera
fornisce le prove del suo rapporto con l'essenza antropologica
dell'uomo".23
Si dice che non esiste lo
“sguardo innocente”, non condizionato dal proprio gusto e dalla propria
cultura. Sembra, nel nostro mondo, una ovvietà. Eppure, imparare a riconoscere
l’artisticità di un’opera, nella “esperienza estatica”, vuol dire sopratutto
imparare a liberarsi da quei condizionamenti, “affidandosi” alle opere, le
più differenti nel tempo e culturalmente, in un approccio “il più innocente
possibile”. Semplicemente frequentandole assiduamente. Si tratterebbe
comunque del “senso comune”24
di coloro che hanno coscientemente bisogno della forma artistica. Solo
se si tien conto di ciò, si può anche ammettere che “Quando guardo Giotto o
Masaccio, Piero o Leonardo sempre c’è una interferenza culturale tra me e il
dipinto che sto guardando. Non può essere altrimenti, perché il puro sguardo,
innocente e insieme conoscente, non esiste”.25.
Ma di certi autori “santificati” si può anche giustamente affermare: “Come si
leggono meglio se si finge di ignorare la concettualizzazione sommersa e il
commento che si è quasi sostituito al testo originale! Che senso di
liberazione si prova a stare in superficie! E come più abbagliante questa si
rivela, tanto che essi stessi, quegli autori, sembrano liberati! E liberato
il testo dal sottotesto soverchiante!”26
Si deve insistere su questa
"unicità" dell'operazione arte nelle diverse culture e nel tempo,
anche se appare "scandalosa" al relativismo storicistico e
sociologico e alla Ermeneutica, discipline protese a studiare il fenomeno
arte solo dal punto di vista del contenuto e dell'interlocutore. Perché
l'Autore "sa" tutto ciò che di "eguale" c'è nel fare suo
e in quello di un "primitivo" e di un egizio e di un Bach e di un
Joyce.
Si sa che il nostro concetto di
opera d'arte è recente, e il fatto di estendere questo nostro concetto a
oggetti di altri tempi e altre culture è stato considerato una operazione di
acculturazione, una forma di imperialismo culturale. Per esempio si sarebbe
piegato lo statuto religioso cultuale di una scultura lignea primitiva a
quello nostro, "prevaricante", di opera d'arte. Questo
eurocentrismo sarebbe stato il frutto della ignoranza della vera funzione
originale dell'oggetto, e sarebbe mistificante della sua vera identità. Non è
così.
Le funzioni sociali (funzioni
genetiche terze27
accompagnano la funzione genetica prima delle opere contemporanee nello
stesso esatto modo che l’accompagnavano nelle opere antiche. La funzione
"cultuale" oggi più diffusa è quella di intrattenimento, che
accompagna la maggior parte della narratività (nei romanzi, film, fumetti
ecc.), non altrimenti di come il culto magico o religioso accompagnava le
opere d'un tempo (ciò è pacifico, a meno che non si voglia negare per
principio, a priori, a tutte le opere di intrattenimento la qualità di
artisticità; ma allora sì, si tratterebbe di imperialismo culturale). Invece
ciò che conta è che la funzione genetica prima, di procurare l’esperienza
della artisticità, è sempre la stessa.
Il fatto che altre culture non
abbiano analizzato l'operazione produttiva dei loro oggetti come ha fatto il
razionalismo occidentale, non vuol dire che quegli oggetti non abbiano la
stessa qualità di artisticità dei nostri. Anzi, l'analisi di quegli
oggetti dal punto di vista moderno dell'artisticità ha aiutato a comprenderli
e decifrarli meglio, a sviluppare le nostre teorizzazioni sull'arte e
finalmente ha influito sulla nostra arte stessa.
Tutte le culture hanno prodotto
oggetti che la nostra cultura oggi considera artistici, anche senza che esse
li considerassero tali, ma solo oggetti del culto o della celebrazione ecc..
Vuol dire semplicemente che l'attenzione per quegli oggetti da parte degli
"interessati" (addetti ai lavori) di quelle culture si è limitata
alle loro funzioni genetiche terze (sociali), esattamente come fanno oggi
tutti gli addetti ai lavori della sociologia, che sono la maggioranza,
perché, come allora, come sempre, si occupano solo degli interessi della
committenza e del pubblico. Se per ipotesi fra qualche millennio qualcuno
dovesse basarsi su ciò che dice la maggior parte degli addetti ai lavori
attuali, non riuscirebbe a capire nulla della situazione dell’arte
contemporanea.
Alcune culture hanno prodotto
oggetti artistici senza nemmeno destinarli alla fruizione: per esempio le
opere degli egizi contenute nei sepolcri. Molto probabilmente quelle opere,
nella loro funzione sociale (genetica terza), dovevano essere
"fruite" dagli dei o dal morto. Ma anche se ciò non fosse vero, non
cambierebbe nulla. La formazione di quegli oggetti è da sempre, e per tutte
le culture, la stessa operazione. Gli oggetti sono differenti, ma
l'operazione è la stessa, e quindi anche il modo corretto di sentirli e di
giudicarli è lo stesso.
Per rendersi conto che quegli
oggetti non differiscono nella loro qualità di artisticità dalle
nostre opere d'arte, basta calarsi nei panni dell'Autore. I problemi
linguistici che un Autore deve affrontare e risolvere oggi sono gli stessi
che ha dovuto affrontare sempre. Le soluzioni sono diverse (come lo sono
anche fra contemporanei) per le differenze del Myhtos, ma
"imparentate" nella Poiesis. E succede spessissimo che una
soluzione dell’arte storica antica sia riproposta da un contemporaneo del procedimento
modernista, anche senza che egli conosca quella antica.
E si dice anche di opere
antiche che sono attuali: ciò, dal punto di vista strettamente artistico, é
tremendamente ovvio: l'opera d'arte è sempre attuale, per il semplice fatto
che non ha progresso. Le opere d’arte sono tutte sempre contemporanee.
Quindi non è vero che oggi
"tutto" è cambiato, che l'arte si è liberata dalla funzione
genetica seconda, quella per cui un artista è indotto a fare arte. Per l'arte
del procedimento tradizionalista la funzione genetica seconda rimane
sempre quella di narrare un altro da sé forte. Nell'ambito del procedimento
tradizionalista (ma queste considerazioni valgono anche per il procedimento
modernista e pertanto, di fatto, per tutta l'arte), nessun Autore si
mette al lavoro veramente con l'intenzione: "ora faccio un opera
d'arte". Lo fa sempre, anche inconsciamente, ma inesorabilmente, con
l'intenzione: "ora "dico" questo o quello" (narrazione).
E soltanto dopo, se è Autore28,
subentra la consapevolezza di fare un'opera d'arte.
Nel saggio "La fine della
Modernità" 29, Vattimo
scrive: "...la morte dell'arte significa due cose: in senso forte, e
utopico, la fine dell'arte come fatto specifico e separato dal resto della
esperienza, in una esistenza riscattata e reintegrata; in senso debole o
reale, l'estetizzazione come estensione del dominio dei mass-media".
Questi due argomenti verranno trattati nel numero 3 di questa rivista, il
primo punto nel capitolo sul procedimento avanguardista, il secondo
nel capitolo sul procedimento postmodernista, facendo riferimento
all'estetica filosofica del Pragmatismo americano e all'arte come "fatto
estetico integrale". Ma rispetto al secondo punto va detto subito che
l'estetizzazione come estensione del dominio dei mass-media, non comporta
affatto automaticamente la morte dell'arte del procedimento
tradizionalista. Neppure l'immensa quantità degli oggetti prodotti dal procedimento
tradizionalista (che pure abbassa lo standard medio della produzione)
annulla l'artisticità, che si perpetua e rinnova. Si tratta piuttosto di
individuare, fra i diversi linguaggi specifici, quelli oggi più funzionali
alla narratività tradizionalista, come il cinema, e quelli meno funzionali ad
essa, e pertanto forse "moribondi", come la pittura. Ogni epoca e
cultura ha avuto il suo linguaggio specifico privilegiato.
Dunque il procedimento
tradizionalista non è ancora investito direttamente dalla problematica
della morte dell'arte; presenta invece ben altri limiti. Anzitutto il suo
essere tradizionale comporta la narrazione dell'esistente (sistema
sociale ecc.), garantendone la durata. L'arte per se stessa non è mai stata immediatamente
rivoluzionaria, ma solo mediatamente, come evoluzione dell’Io in una
totale obbligata esposizione di sé. Anche quando assume funzioni critiche,
per esempio di satira politica e di costume, il procedimento
tradizionalista non è di fatto eversivo. L’eversione sta solo nel nuovo
della forma, e ciò è senz'altro il grande merito dei procedimenti
modernista e avanguardista. Inoltre il procedimento tradizionalista
è molto esposto da un lato alla produzione del Kitsch, dall'altro alla
salvaguardia della cultura accademica e di potere. Ma, a questo proposito, si
deve dire che la maggior parte del pubblico "progressista" e
"antitradizionale", che fa mostra di apprezzare le opere del
Modernismo e dell'Avanguardismo, usa in verità quotidianamente in massima
parte opere del procedimento tradizionalista, nel cinema e nei romanzi
e nel teatro e nei concerti ecc., poiché è in queste opere che questo
pubblico trova quella sicurezza e legittimazione, che poi gli permettono
"il lusso" di farsi "progressista, antitradizionalista e
rivoluzionario" nella fruizione degli altri procedimenti. In altre
parole, c'è un pubblico che fa esperienza contemporaneamente di procedimenti
diversi (così come ci sono Autori che producono contemporaneamente in
procedimenti diversi), ma il cui punto di riferimento principale rimane pur
sempre il procedimento tradizionalista.
Scrive ancora Vattimo:" Alla
morte dell'arte per opera dei mass-media, gli artisti hanno risposto spesso
con un comportamento, che si colloca anch'esso sotto la categoria della morte
in quanto appare come una sorta di suicidio di protesta: contro il Kitsch e
la cultura di massa manipolata, l'estetizzazione a livello basso, debole,
dell'esistenza, l'arte autentica si è spesso rifugiata in posizioni
programmaticamente aporetiche, rinnegando ogni elemento di fruibilità
immediata delle opere- il loro aspetto "gastronomico" -, rifiutando
la comunicazione, scegliendo il puro e semplice silenzio. E' questo il senso
esemplare che, come è noto, Adorno vede nell'opera di Beckett, e che in gradi
diversi ritrova in molta arte d'avanguardia." Quasi tutto vero,
purtroppo. "Purtroppo" perché, anzitutto, solo una enorme
presunzione pari ad altrettanta mediocrità e ignoranza ha permesso agli
artisti autodefinitisi "autentici" di considerare tutta la
produzione del procedimento tradizionalista della cultura di massa un
enorme Kitsch, tale da indurli al "nobile" gesto del suicidio
(totalmente fasullo nei fatti) per protesta. In verità, i grandi veri
avanguardisti della "morte dell'arte" come Duchamp o Malevic non
hanno "ucciso" l'opera d'arte solo per difenderla dal mercato della
cultura di massa, come pretenderebbe la sociologia, ma per ben più profondi
motivi linguistico-esistenziali personali.
Né la storia ha dato ragione
alla "estetica negativa" di Adorno per cui "il criterio in
base a cui si valuta la riuscita dell'opera d'arte è la sua maggiore o minore
capacità di negarsi": la negazione dell'opera d'arte ha fatto parte
soltanto del progetto, molto coerente, delle Avanguardie storiche, ma non del
Modernismo (e meno ancora ovviamente del Tradizionalismo) che invece alla
"riuscita" dell'opera d'arte ha sempre strenuamente tenuto.
Queste imprecisioni si devono
alla perdurante confusione, in gran parte voluta e interessata, potremmo dire
ideologica, fra i concetti di Modernismo e Avanguardia. Infatti Beckett non è
un Autore del silenzio e della incomunicabilità nel senso avanguardista della
morte dell'arte, ma un grande Artista modernista che ha "gridato il
silenzio".
Dice ancora Vattimo 30: "...accanto a questi fatti,
bisogna non dimenticarne altri, che anzi costituiscono la -per molti versi
sorprendente - sopravvivenza dell'arte nel suo senso tradizionale,
istituzionale. Ci sono ancora infatti, teatri, sale da concerto, gallerie; e
artisti che producono opere che si lasciano collocare in modo non
conflittuale entro queste cornici; ciò, sul piano teorico, significa però:
opere la cui valutazione non può rifarsi sopratutto e esclusivamente alla
loro capacità di autonegazione. Di fronte a fenomeni di morte dell'arte,
cioè, si pone, come fenomeno alternativo e ad essi irriducibile, il fatto che
si danno ancora "opere d"arte" nel senso
istituzionale........A questo deve riflettere con accanita attenzione la
teoria, per la quale il discorso della morte dell'arte può rappresentare
anche una comoda scappatoia, comoda in quanto semplificante e tranquillizzante
nella sua metafisica rotondità".
Se quello di Vattimo può
considerarsi il riconoscimento della esistenza di un procedimento
tradizionalista, deve tuttavia essere chiaro che fra queste opere d'arte
che perdurano ci sono anche quelle del procedimento modernista, che
rappresentano una strenua resistenza degli Autori alla morte dell'arte e che
non si valutano affatto per la "maggiore o minore capacità di
negarsi" di Adorno (che appartiene invece al procedimento avanguardista).
2. Il procedimento modernista.
"...un fare che, mentre
fa, inventa il modo di fare." Pareyson.
Procedimento modernista
e procedimento avanguardista, Modernismo e Avanguardismo, sono
risposte differenti alla crisi della Modernità umanista. Ma l'origine comune
comporta a volte affinità che rendono difficile definire esattamente se e
quando un Autore sia modernista o avanguardista; a volte invece comporta
differenze così sostanziali, per cui si rimane sbalorditi da come certi
Autori possano essere stati accomunati in una confusa e generica categoria di
Avanguardia. Pertanto le differenze saranno qui definite "in
extremis", in modo da renderle più comprensibili.
Il procedimento modernista
viene chiamato modernista, e non moderno, perché ripropone istanze della
Modernità, ma in un'ottica assolutamente problematica. Non va confusa la
Modernità, che é un concetto che definisce tutta una cultura, una visione del
mondo, con il procedimento modernista di cui si parla, che è invece la
più significativa testimonianza e denuncia, nell'arte, della crisi, forse
definitiva, di quella Modernità.
Il procedimento modernista
è l’avventura della “discesa agli inferi” nell’inconscio individuale e
collettivo, come altro da sé forte, intrapresa da un certo numero di
artisti, per reinventarsi una identità, senza la quale non si può creare
l’opera d’arte.
Questa definizione illustra il
punto di vista dell’Autore, in un’ottica antropologica e psicologia. Essa
esige pertanto una digressione in due capitoli sul problema della identità:
1. L’identità. L’Altro. L’arte come Altro.
2.1. L’identità. L’Altro. L’arte come Altro.
“Il desiderio dell’uomo trova
il suo senso nel desiderio dell’altro, non tanto perché l’altro detenga le
chiavi dell’oggetto desiderato, quanto perché il suo primo oggetto è di
essere riconosciuto dall’altro”. (Lacan) 31
L'identità, come identità
personale dell'Io, o meglio come psicologica "prima consapevolezza del
senso di essere" 32, è qualcosa che sembra non
abbandonarci mai. E' invece a volte intensa e presente, a volte rarefatta.
Paradossalmente, essendo in fondo l'identità la prima cosa che per l'homo
sapiens sapiens veramente conti
Succede a tutti,
"primitivi" e contemporanei, di perdere il senso di sé. Secondo De
Martino 33 le pratiche magiche dei primitivi altro non sono
se non terapie istituzionalizzate dalla comunità, gestite dagli sciamani,
contro questa "crisi della presenza", questo rischio di
dissoluzione dell'Io.
L’identità si sente sia nella uguaglianza
con le cose e con gli altri (nella “partecipazione mistica” primitiva,
nell’inconscio, nell’infanzia, nella fede ecc.: identità inconscia)
sia nella differenza dalle cose e dagli altri (dove il riconoscimento
della propria identità implica il riconoscimento dell’altro da sé,
cosa o persona: identità conscia). Ciò accade nello stesso individuo,
da sempre, secondo le occasioni. E da sempre artigiani e artisti (nonché
sciamani, capi, sacerdoti, ecc.) hanno chiara la loro identità non solo per uguaglianza,
ma anche per differenza. Quando fra i primitivi un artigiano o un
artista inventa un nuovo modo di formare (anche se l’ideologia della
tribù gli impone la continuità nella tradizione, anzi proprio a ragione di
questo) è ben conscio della propria identità per differenza dal modo
di formare degli altri (originalità di Autore).
L’identità per uguaglianza
e l’identità per differenza si intrecciano.
Un individuo, fisicamente come
corpo e psichicamente come Io e inconscio, è in continuo mutamento, ma
conserva la memoria di sé, la propria identità come uguaglianza. Da
un punto di vista fisiologico la memoria individuale è racchiusa nei miliardi
di molecole di DNA, ricche di informazioni ereditarie che nella vita vengono
utilizzate solo in minima parte, e sono informazioni che riguardano tutta la
specie. 34 Da un punto di vista psicologico, la memoria di sé e
della specie è racchiusa nell'inconscio individuale e collettivo.
Ma la memoria di sé si spegne
in assenza dell'altro da sé. Mentre è rafforzata dal continuo
incontro/scontro con gli infiniti altro da sé.
Un Io senza l'altro da sé
non esiste. Sarebbe allo stato arcaico, indifferenziato. L'uomo non riesce a
vivere, sentire se stesso se non in rapporto con un altro da sé, da
lui oggettivato in oggetto. Se un uomo dice: "Io sono un uomo",
questo essere "uomo" vuol dire veramente qualcosa come differenza
da una “cosa” oggettivata in oggetto altro che egli non è: l’altro
individuo, pianta, insetto, scimmia, casa, nuvola, idea, amore, morte, Dio,
mistero, l'ignoto, ecc. ecc..
Un uomo solo in modo assoluto
non è concepibile. Un uomo che si venisse a trovare in un'isola deserta dopo
un certo tempo "esaurirebbe se stesso" con l'esaurirsi della
memoria della persona, dell'Io che era. Solo un altro da sé fortissimo,
resistentissimo nella memoria, come forse l'idea di Dio, potrebbe
permettergli di conservarsi in memoria per l'intera vita. Non si sa
cosa sarebbe stato di Robinson Crusoe, se non fosse apparso Venerdì. Si sa
invece dell'indebolimento dell'identità in una situazione di prigionia o
segregazione, dove non c'è l'esperienza del mutevole altro.
Dice Baudrillard 35:
"Si parla di alienazione. Ma la peggior alienazione non è di essere
spossessato dall'altro, ma spossessato dell'altro, di dover
produrre l'altro in assenza dell'altro, e quindi di essere rinviato
continuamente a se stesso e all'immagine di se stesso".
Dunque l’identità, se tende
alla uguaglianza nella sicurezza della memoria di sé, tende anche a
mutare in "tutti i possibili Io", in una autocreazione continua nel
continuo differente rapporto con gli altro da sé sempre differenti.
L’identità è riconosciuta e
mantenuta "costante" proprio nell'essere il soggetto continuamente
"modificato" nell'incontro/scontro con le altre identità. La
comprensione di sè del soggetto avviene proprio in queste variazioni,
perché è nel percepire le variazioni di sè che il soggetto può
percepire di più un sè costante e fisso, implicito, presupposto,
"vero", sottostante le variazioni. E' come un nudo, che può essere vestito
di differentissimi, infiniti panni che sono le sue variazioni, ma che sotto
percepisce se stesso sempre come lo stesso nudo.
Esso riesce a percepirsi, a
riconoscersi, appunto perché è vestito sempre con mutevoli differentissimi
panni.
L'identità è un nudo/memoria
che si veste continuamente di panni differenti.
Una condizione di fissità del
"nudo", senza variazioni di panni, si chiama routine. La routine
è il non succedere dell'incontro/scontro con l'altro da sè.
L'incontro/scontro è una rottura della routine quotidiana. Essa
produce anzitutto stupore, meraviglia. Ci si stupisce, e si esce dalla
routine quotidiana, quando ciò avviene. E più l'altro da sè è
"stupefacente", più esso rafforza l'identità del soggetto, con
tutte le connotazioni date dagli infiniti altro da sé possibili.
L'identità dell'Io non si
rafforza dunque nel “cogitare” l’uguaglianza "io sono io",
ma nell'incontro/scontro con l'altro da sé che è sempre differente, e
che mi fa sempre differente, e perciostesso più costantemente Io. La differenza
che esiste fra le identità non le distrugge, anzi le rende più forti e
identificabili.36 Anche il
tempo, che modifica continuamente la vita, se vissuto come vita estetizzata37 e come narrazione estetizzata
(retorica e riti), rafforza l'identità.
L'uomo sente se stesso come narrazione
degli altri uomini. Egli ha un significato in quanto significato
della narrazione degli altri uomini.
E c'è chi dice, fra gli
scienziati38, che: "Il mondo è un enigma che Dio ha creato
per difendersi dalla sua terribile solitudine e dalla paura della
morte". Dio avrebbe creato un altro da sé, il mondo, per poter
esistere. Per poter avere la sua identità di Dio. Neppure Dio (concepito
dalla mente umana) può dire: "Io sono Io" (cioè Tutto), ma esiste
solo in rapporto con un altro da sé che è il mondo.
Dunque l’Io soggetto si
riconosce come identità nelle variazioni indotte dall'incontro/scontro con le
altre identità. Ma l'Io non potrebbe mantenere l'identità se con le altre
differenti identità che la determinano non avesse in comune una
commisurabilità (una uguaglianza). Aristotele39:
"...ciò che è differente da qualcosa è sempre differente per qualche
cosa, tanto che necessariamente ci deve essere qualcosa di identico, per cui
sono differenti". Gli uomini possono avere differenti identità,
possono essere differenti, perché hanno fra loro una uguaglianza: sono
uguali nell’essere uomini, formano un sistema.
Per poter
incontrarsi/scontrarsi come altro da sé per rafforzare l’identità e
riconoscersi come differenze, le differenti identità devono far parte
di un sistema, che è la loro uguaglianza. Il “sistema” impedisce
allora l'assurdo del relativismo estremo in cui le cose diventano
"niente", perché non riconoscibili.
Reciprocamente, i sistemi (le uguaglianze,
gli universali) possono essere riconosciuti soltanto nell'incontro/scontro
delle differenze. E' ciò che intende Levi-Strauss quando afferma che
le sottostanti costanti universali antropologiche (strutture) si individuano
nelle relazioni delle differenze dei fatti sociali.
Anche l'arte (l'artisticità) è
una costante universale antropologica (sistema antropologico dell'arte)
sottostante alle differenze, che sono le opere. E’ proprio la
molteplicità e differenza delle opere d’arte a fondare l’esistenza oggettiva
della qualità di artisticità come loro denominatore comune.
Si può dire allora che
l’identità per differenza è veramente “un processo di invenzione di
identità”.
Si indica qui con il termine altro
da sé (corsivo con la a minuscola) ogni “cosa” oggettivata in
oggetto, e con il termine Altro (corsivo con la A maiuscola)
l’altro dalla razionalità, intesa sia come strumento sia come razionale
fondamento dell’essere nella metafisica occidentale.
Tutto può essere altro da sé
che dà identità, se percepito in un certo modo. Ma quando lo si “possiede”
nel “cerchio di luce della razionalità metafisica”, lo si può anche
distruggere: quando è spiegato, misurato, calcolato, matematizzato,
logicizzato, ecc. (e non è più allora stupefacente e meraviglioso). Quando
insomma è consumato dalla routine quotidiana.
Questo non vuol dire che le
“cose” non possano essere investite dalla ragione strumentale, che le
riconosce senza distruggerle come altro da sé. “Significa ragione come
metodo e non come sistema, uso dell’intelligenza critica”.40
L’Altro dalla
razionalità è ciò che la razionalità non ha, non sa, non è: ciò che la
razionalità desidera.
Questo desiderio dell’Altro
è anch’esso un desiderio di identità, che si esprime in tutte
le manifestazioni immediate possibili (dall'al di là della genesi
dell'universo (nella fisica occidentale) alla Legge Mistica nel Buddismo,
dall'Altro come "avventura" all'Altro come differenza
sessuale, dall'inconscio senza spazio/tempo al tempo fermo che è
l'opera d'arte.
Questo Altro è ovunque, nel
presente come l'”altrove” (l'inconscio) da cui vengono le immagini della
immaginazione, nel futuro come l'"avventura" e nel passato come
l'"origine".
La scienza lo chiama l'evento,
unico, irriducibile alla spiegazione: la "discontinuità tra natura inerte
e biosfera", 41 cioè l'Altro definitivo, che non si
può spiegare. La scienza è ben consapevole che tutto ciò che essa può
spiegare è sempre "misurato" (matematizzato) all’interno della
prigione della razionalità.
Si tratta allora di uscirne, e
di recuperare la dimensione immaginifica (che ha poco a che fare col
misticismo, ma è invece memoria 42), ma senza con questo buttare i
doni acquisiti della razionalità e della scienza, come strumenti. Si tratta
di recuperare l’inquietante, l’enigmatico, l’avventura, la differenza, la
pluralità. E tutto ciò è nell’arte come artisticità.
Si intende per immagine della
immaginazione la "presenza" di una “cosa” nella mente. Presenza non
certo solo visiva, o tattile, o uditiva, ma pienamente mentale (immagine
mentale).
C'è nella psiche un fluire di
immagini, ma queste immagini della immaginazione sono soggettive solo dal
punto di vista della logica razionale. Dal punto di vista psicologico sono consonanze
del soggetto uomo con una più profonda consistenza delle “cose” del mondo,
una consistenza antropica, in rapporto alla storia di tutta l'umanità. Queste
immagini non sono arbitrariamente interpretabili in un modo o nell'altro per
la mediazione del linguaggio concettuale relativo alle singole culture, ma
sono immediatamente l'"immagine del mondo" dell'homo sapiens
sapiens. 43
Per questo alcuni filosofi, di
fronte alle insufficienze e alle aporie della ragione, che non può conoscere
l’Essere, perché si morde la coda solo razionalmente interpretandolo, per sentire
l'Essere si affidano all'Altro dalla ragione. Per esempio, appunto,
all'arte, dove l'Essere si manifesterebbe attraverso quella apertura
sull'Essere (l’Altro) che è l'opera d'arte.
L'arte è uno stupendo, nel
senso che stupisce, altro da sé. Per quel tanto che sfugge a ogni
spiegazione del pensiero razionale, è un Altro.
Si tratta di recuperare la
consapevolezza che l'arte, l’artisticità, è anzitutto Altro: una
esperienza dell'Altro.44
Questo luogo dove il pensiero
razionale non può arrivare è il luogo che si definisce: il prerazionale, il
sacro, il dio, la follia, l’inconscio, la Grande Madre, l’”Aperto”, il non
senso, ecc.: cioè l’Altro dalla ragione. La riuscita artistica di
un’opera non dipende tanto dalla volontà della ragione del singolo, quanto da
questo Altro. Ciò è molto importante perché, nella produzione da parte
dell’Autore e nella ricezione da parte dell’interlocutore della riuscita
dell’opera, c’è la lucida coscienza della presenza dell’Altro, e di
creare qualcosa insieme all’Altro.45 Da qui la dimensione
trascendente il singolo (pertanto sacra e divina per gli antichi) di una
operazione che la ragione da sola non può fare, e non può spiegare.
Allora ai filosofi
dell’estetica si deve porre questa domanda: "perché guardi e non
vedi?" In genere la filosofia, nella sua razionalità, interroga se
stessa, "guarda" solo se stessa, non "vede" l'arte di cui
si occupa.
Così fu la prima volta di
Orfeo, quando si volse a guardare con l'occhio della curiosità razionale
l'Arte/Euridice, perdendola. Eppure alle porte dell'Ade il cànide Cerbero
l'aveva fermato, mostrandogli la contraddizione: se l'arte è Altro
dalla razionalità, come può lo sguardo della ragione possederla senza farla
morire?
Le forme della verità si
vedono solo con la coda dell'occhio.
Se l'arte è un Altro,
viene da altrove. Non si dice forse: "mi è venuta una idea",
da questo altrove? Non è così che guardando una folla, o il cielo, o i
treni, si può invece vedere con la coda dell'occhio una immagine di
idea, e coglierla, e narrarla, prima che infedelissima ci sfugga? Non è per
questo che Joyce e Sartre e Pessoa e Borges sedevano nei caffé di Trieste e
Parigi e Lisbona e Buenos Aires a cogliere l'Altro che dall'altrove
entrava e nell'altrove usciva, e imprevedibilmente se na stava, e poi
di nuovo andava?
E' da questo altrove che
l'Arte/Euridice si manifesta e ci parla.
C'è in giro il sospetto, da
tempo, che sempre meno gli uomini riescano a innamorarsi dell’Arte/Euridice,
sia come Autori, sia come interlocutori. Il disamore è implicito nella stessa
proposizione: "l'arte è ciò che gli uomini chiamano arte". Se tutto
può essere arte, l'arte non è niente. Niente di cui ci si possa innamorare.
Ciò che noi facciamo, come mera espressione della razionalità della Tecnica, per
noi ma da soli, senza rapporto con l’Altro, finisce per essere
“niente” e distruggere la nostra identità.
Essere niente vuol dire: gli
uomini non credono che l’arte possa ancora loro raccontare il mondo (la vita)
da fuori. Il mondo (la vita) essendo ormai così complicato e confuso
da non poter più essere raccontato da fuori della razionalità, cioè da
quella parte di noi che trascende l’individuo, in quanto Altro come
inconscio collettivo e memoria antropologica. Non un fuori metafisico
o mistico, al di là del mondo (la vita), ma solo un fuori dalla
razionalità, nel mondo (nella vita) di tutti.
Gli uomini non riconoscono più
nell’arte l'Altro dalla propria coscienza individuale, e nell'opera
d'arte l'immagine dell'Altro. Il loro Io si esaurisce tutto intero nel
mondo individuale, nella mondanità del singolo. Per cui è solitudine. Senza
identità.
Da decenni l'arte come Altro,
la “cosa” nella distanza che dà identità, si perde. Come se i mortali non
sapessere più amare Euridice, avere bisogno di lei.
2. 2. La perdita d’identità. La solitudine dell’Occidente.
“Da quando la scienza ha
dimostrato che la terra è rotonda, e che non è vero che il sole gira intorno
alla terra ma è vero il contrario, è come se tra i sensi e il mondo esterno
si fosse rotto un patto secolare, e fosse subentrato il sospetto. Sì, è vero,
i sensi mi dicono che la terra su cui cammino è piatta, ma in realtà non è
così, essi mi ingannano. E se non è più vero quello che l’esperienza mi
faceva apparire vero vuol dire che tra me e il mio corpo, tra me e me stesso,
si è aperta una frattura incolmabile, e che a un io naturale, dotato di senso
comune e di percezione immediata, è subentrato un io concettuale che
continuamente lo contraddice e lo corregge. Resta comunque vero, però, che il
primo è radicato dentro di noi sin dalla preistoria mentre il secondo è
relativamente giovane, ha appena qualche secolo. E a volte mi pare che il
millenario senso comune, soggiogato dall’appena secolare intelletto
concettualizzatore, si ribelli in certe occasioni e lanci appelli e segnali
disperati per affermare la sua verità evidente ma non riconosciuta contro
quello che a torto o a ragione a lui sembra un sopruso, un’astratta e
ingiusta sopraffazione.” (...)“Non c’è più nulla cui può appoggiarsi, nessun
punto di riferimento sicuro: se dei sensi non ci si può più fidare si è
obbligati, per arrivare a comprendere una verità, a seguire le vie complicate
di concetti, che svolgono ragionamenti astratti, a volte difficili da seguire
fino in fondo, e che non tutti sono in grado di fare. E dunque non solo tra
me e me stesso si è creata quella frattura che gli psicanalisti hanno
chiamato l’io-diviso (conseguenza di tale situazione), ma anche tra una
categoria di persone, e anche tra gruppi di nazioni: quelli che hanno la
possibilità di impadronirsi del sapere scientifico trasformandolo in
tecnologia, e quelli che non sono in grado di farlo. Quando questo avviene
vuol dire che l’uomo, l’uomo comune, non è più in grado di controllare le
forze da cui è dominato, nemmeno con l’immaginazione. Tale è la situazione in
cui ci troviamo oggi.” (R. La Capria, “La mosca nella bottiglia”, Rizzoli
1996, p. 7)
"Mentre Dio andava
lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l'universo e il suo
ordine di valori, separato il bene dal male e dato un senso a ogni cosa, Don
Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo.
Questo, in assenza del Giudice supremo, apparve all'improvviso in una
temibile ambiguità; l'unica Verità divina si scompose in centinaia di verità
relative, che gli uomini spartirono fra loro. Nacque così il mondo dei Tempi
moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello.
Intendere, come fa Descartes,
l’io pensante come il fondamento di tutto, essere dunque soli di fronte all’universo,
è un atteggiamento che Hegel, a giusto titolo, giudicò eroico.
Intendere, come fa Cervantes,
il mondo come ambiguità, dove affrontare, invece che una sola verità
assoluta, una quantità di verità relative che si contraddicono (verità
incarnate in una serie di io immaginari chiamati personaggi), possedere
dunque come una sola certezza la saggezza dell’incertezza, richiede una forza
altrettanto grande.
Cosa vuol dire il grande
romanzo di Cervantes? Sull’argomento si è scritto molto. C’è chi pretende di
vedere in questo romanzo la critica razionalista del fumoso idealismo di Don
Chisciotte. Altri vi vedono l’esaltazione di questo stesso idealismo.
Entrambe le interpretazioni sono sbagliate, perché vogliono trovare alla base
del romanzo non un interrogativo, ma un assunto morale.
L’uomo sogna un mondo in cui il
bene e il male siano nettamente distinguibili, e questo perché, innato e
indomabile, esiste in lui il desiderio di giudicare prima di aver capito. Su
questo desiderio sono fondate le religioni e le ideologie. Esse possono
conciliarsi con il romanzo solo traducendo il suo linguaggio di relatività e
di ambiguità nel loro discorso apodittico e dogmatico. Religioni e ideologie
esigono che qualcuno abbia ragione: o Anna Karenina è vittima di un despota ottuso,
o Karenin è vittima di una donna immorale; o K., innocente, è schiacciato da
un tribunale ingiusto, o dietro il tribunale si nasconde la giustizia divina
e K. è colpevole.
In questo “aut-aut” è racchiusa
tutta l’incapacità di sopportare la sostanziale relatività delle cose umane,
l’incapacità di guardare in faccia l’assenza del Giudice supremo. Ed è questa
incapacità che rende la saggezza del romanzo (la saggezza dell’incertezza)
difficile da accettare e da capire.
Don Chisciotte partì per un
mondo che si spalancava davanti a lui. Poteva entrarvi liberamente e tornare
a casa quando voleva. I primi romanzi europei sono viaggi attraverso il
mondo, un mondo che sembra illimitato. L’inizio di Jacques le Fataliste
sorprende i due eroi già in cammino: non sappiamo né da dove vengono, né dove
vanno. Si trovano in un tempo che non ha né principio né fine, in uno spazio
che non conosce frontiere, al centro di un’Europa per la quale il futuro non
potrà mai finire.
Mezzo secolo dopo Diderot, in
Balzac, il lontano orizzonte è scomparso come un paesaggio dietro a quegli
edifici moderni che sono le istituzioni sociali: la polizia, la giustizia, il
mondo della finanza e del crimine, l’esercito, lo Stato. Il tempo di Balzac
non conosce più l’ozio beato di Cervantes o di Diderot. E’ ormai a bordo del
treno che chiamano Storia. Salirvi è facile, il difficile è scenderne. Pure,
questo treno non ha ancora nulla di spaventoso, anzi ha delle attrattive: a
tutti i passeggeri promette avventure, e con esse onori e trionfi.
Più tardi ancora, per Emma
Bovary, l’orizzonte si restringe fino a diventare una sorta di muro. Le
avventure stanno dall’altra parte e la nostalgia è insopportabile. Nella noia
della quotidianità, sogni e fantasticherie acquistano importanza. L’infinito
perduto del mondo esterno viene sostituito dall’infinito dell’anima. Fiorisce
così la grande illusione dell’unicità insostituibile dell’individuo, una
delle più belle illusioni europee.
Ma il sogno dell’infinito
dell’anima perde la sua magia nel momento in cui la Storia, o quel che ne è
rimasto, forza sovrumana di una società onnipotente, s’impadronisce
dell’uomo. Non gli promette più onori e trionfi, ma al massimo un posto di
agrimensore. K. di fronte al tribunale, K. di fronte al castello, che cosa
può fare? Molto poco. Può almeno sognare, come faceva Emma Bovary? No, la
trappola in cui si trova è troppo terribile e assorbe come un aspiratore
tutti i suoi pensieri e tutti i suoi sentimenti: può pensare soltanto al suo
processo, al suo posto di agrimensore. L’infinito dell’anima, se mai esiste,
è diventato un’appendice quasi inutile dell’uomo” (M. Kundera, “L’arte del
romanzo”, Adelphi 1988, p. 19).
La grande avventura della
Modernità umanistica, il cui tramonto nella attuale Postmodernità é
annunciato dai 150 anni dei procedimenti modernista e avanguardista
nell'arte, comincia in Europa verso il '400. La razionalità di origine greca
dell’Umanista si innesta nell’albero della tradizione giudaico-cristiana (che
pretende di dare alla vita un senso, una direzione verso la salvezza), e
inventa così la “Storia”, che è un tempo lineare e cumulativo, che ha un suo
senso, come significato e come direzione verso una meta (e non è più
“tragico”= senza un senso, come in altre culture). Responsabile della
condizione umana in una dimensione del tutto nuova, l'umanista pensa di
progettare con razionalità il proprio futuro: in questo è l'inventore della
Filosofia della Storia, dell'Idea di Progresso e quindi della Modernità.
Essere moderno vuol dire, in questa precisa accezione, vivere e produrre, e
quindi sviluppare ogni tipo di conoscenza, per il miglioramento progressivo
illimitato della propria condizione esistenziale. E anche l'arte deve
collaborare a migliorare quest'uomo in progresso, quest’uomo perfettibile.
Questa “buona intenzione”, che
inaugura nell’arte una nuova funzione sociale: l’arte per il progresso,
produce enormi conseguenze, prime fra tutte l’intrusione pesante della
razionalità filosofica nell’arte e la competizione dell’arte con il progresso
della scienza (procedimento avanguardista).
Dunque, è con intelligenza e
coraggio, e anche non senza presunzione, che l'uomo occidentale ha inventato
l'Umanesimo. Ponendosi al centro di una piazza disegnata da Piero della
Francesca, ha iniziato, come motore se non dell'universo mondo almeno della
umana realtà, a progettare un itinerario tutto suo di salvezza, di
ispirazione ebraico-cristiana, ma percorribile tutto nella vita terrena,
affidandosi alla intelligenza razionale.
Idea affascinante e
rivoluzionaria, ma, come si è poi visto, terribilmente rischiosa.
Le considerazioni critiche che
seguono non vanno intese come condanna e sfiducia nella ragione e
introduzione a un vaniloquio irrazionalista sull’arte (tant’è che alla
ragione si affidano, nella consapevolezza che sono oggi così proponibili solo
grazie alla epopea illuminista della tolleranza), ma solo come testimonianza
sui malintesi che l’eccesso di ragione ha prodotto nella sua
intrusione nell’arte.
L’eccesso di ragione è
il Cogito cartesiano.
Ci si chiede, oggi, come è
potuto accadere che questa Modernità, di cui sembravamo tanto orgogliosi, sia
ora negata, e dalla teoria e dai fatti.
In verità, se due guerre
mondiali, il declino dell'Europa, l'egemonia culturale del Pragmatismo
americano, il tramonto delle ideologie, le anarchie del terzo mondo, l’errore
dell'Unione Sovietica, la superficialità del consumismo ecc. ecc. ci
confermano che nel 900 l'Umanesimo, che da più di 500 anni ci ha
“illuminati”, ha cominciato a spegnersi, bisogna ben dire che ciò è già stato
annunciato, ora con disperazione, ora con utopica febbre, ora nella
invenzione paziente, ora nella palingenetica eversione, da 150 anni di arte
dei procedimenti modernista e avanguardista dai tempi di
Baudelaire e Rimbaud. E in molti suoi aspetti, e specialmente
nell’intrusione in essa della razionalità, l’arte contemporanea denuncia
l’avvento della Tecnica (razionalità fine a se stessa) come protagonista
della storia al posto del Soggetto uomo, che era protagonista nell’Umanesimo
pre-tecnologico.
Non è forse stato
sufficientemente riconosciuto, nell'arte dei procedimenti modernista e
avanguardista (che, pur essendo parte minoritaria dell'arte del 900, è
pur sempre la parte più prestigiosa e appariscente), il lutto
sottinteso per questo "declino travestito da progresso". Sembrava
che quel procedere dell'arte fosse solo il bando festoso del
"nuovo", quando in verità è stato (è) un "grido del
naufrago" dalla semisommersa nave che affonda e che si chiama Modernità:
che affonda, fra le sue vele d'utopia, insieme al Grande Motore: il Cogito
cartesiano (1641).46
Il Cogito di Cartesio è il
punto di arrivo del processo di razionalizzazione iniziato da Socrate e
Platone. Socrate e Platone hanno rovesciato le concezioni dei precedenti
filosofi materialisti (che consideravano l'origine nella materia
indeterminata) ponendo l’origine, l'"essenza" dell'esistente
nell’idea (eidos), che alla materia dà le forme di tutte le cose. La
verità dell’essere sta nell’idea.
L’origine non sta più nella
“madre” Natura, ma nel “padre” Verbo. Il potere del patriarcato maschilista
ottiene legittimazione dalla razionalità filosofica. Lo “spirito” è eterno,
dato a priori (Il Verbo delle religioni, l’Idea di Platone, lo Spirito di
Hegel) ed è negato il principio genetico naturale (del mondo matriarcale) in
cui invece lo “spirito” non è che lo stadio ultimo di uno sviluppo materiale
e psichico: capovolgendo il processo, si è derivato il femminile dal
maschile, Eva dalla costola di Adamo (tutto ciò è importante per il discorso
sull’arte come conciliazione del femminile e del maschile, intesi non come
differenza sessuale, ma come dominanti e stadi psichici).
In questa separazione tra idea
e materia l’idea prende il sopravvento, in quanto nelle categorie razionali
di forma e materia l'uomo può fare l'esperienza logica concettuale
della realtà. 47 Così la ragione logica da allora domina la
filosofia, "è" la filosofia: il logos (spiegazione logica)
esclude il mythos (narrazione) dal processo di conoscenza,
costituendosi in "metafisica". "...la prosa (la ragione) è
poesia spogliata e inchiodata al letto di Procuste della logica
(Bateson)". Così Socrate e Platone, inebriati dal piacere della logica,
ne fanno la sophia, la spiegazione ultima. E con Cartesio questa
razionalità giunge a identificarsi con la razionalità matematica, che include
anche Dio.
Ora l’uomo moderno si
rappresenta la natura a sua immagine, a immagine della sua razionalità
matematica. Nel rapporto soggetto/oggetto il Soggetto è assolutamente privilegiato
rispetto alla natura oggetto. Non si tratta più di dare alla “cosa”, che per
se stessa esiste, un significato (oggettivazione della “cosa “ in oggetto nel
conferimento di senso) ma di affermare che la “cosa” è così come io la
rappresento, matematicamente misurabile. Per cui può essere calcolata, e
perciò controllata e modificata. Il Soggetto diventa il “padrone”
dell’oggetto, che non ha più valore per sé stesso, ma ora ha un valore
determinato solo dal bisogno del Soggetto.
Nel Cogito l'uomo è uomo in
quanto ragiona, e la sua esistenza è provata solo dal fatto che ragiona.
Pensare è ragionare, secondo alcune regole logiche ecc., in una tendenza alla
massima astrazione e universalità. Quest'uomo ha la coscienza massima del suo
esistere nella astrazione della ragione, pensa di avere vinto la
"deraison" che sta ai margini 48.
Dire, con Cartesio,
"cogito, ergo sum", penso dunque sono/esisto, non vuol dire che se
penso ovviamente non posso non esistere; che ogni volta che penso, anche se
penso che non esisto, esisto; ma vuol dire che esisto, che "Io sono
Io", veramente, solo in quanto penso nel senso di usare la
ragione, ("tutto ciò che è chiaro è vero"). E quando faccio altro
dal pensare (usare la ragione) non sono veramente Io. Per esempio, quando sono
immerso in Altro dalla ragione: quando sogno o sono folle o drogato o
fuori di me o ispirato o emozionato o innamorato o adirato o in estasi o in
delirio di possessione, ecc.. O quando sono tutto nel piacere del corpo,
perché secondo Cartesio la mente e il corpo sono separati.
E io sono dunque più Io quando
ragiono di quando "sono fuori di me dalla gioia". E di quando
faccio un’opera d’arte. E di quando sono in estasi nell’artisticità
dell’opera.
L’uomo moderno si libera così
anche dalla autorità di Dio e dell’Idea: la verità non è più la rivelazione
di un Dio o Idea, ma una rappresentazione della ragione matematica, di cui la
razionalità umana è fondamento. K. Jaspers: “Dio, che nel sistema cartesiano
era servito soltanto alla forma pura dell’argomentazione, per scomparire
quasi completamente nel contenuto complessivo, in seguito fu del tutto
eliminato perché la ragione aveva ormai acquistato fiducia in se stessa, e
perché in fondo, per una ragione assoluta, un Dio era fin dall’inizio del
tutto superfluo.”49
Questa rappresentazione
metafisica matematica del reale rende possibile la scienza moderna, ma
dimostra presto il suo limite, per cui oggi si riconosce che la scienza non
spiega affatto il reale, così com’è, ma è solo una delle interpretazioni
possibili di esso: la sua interpretazione razionale matematica.
Tutto ciò ha portato nella
storia dell'Occidente a due fatti rivoluzionari della Modernità: la
preminenza del Soggetto e l'Idea di Progresso. Che sono poi quelle istanze
che da più di un secolo sono messe in discussione. Perché l'identità dell'Io
si forma, come anche la psicoanalisi ha insegnato, proprio nel rapporto con
l'Altro (dalla ragione), e non per il fatto che uno razionalmente
pensa "io sono io".
E’ dunque con quella razionale
coscienza che l'uomo umanista della Modernità si è posto al centro del mondo,
e si è costruito una visione antropocentrica del mondo, come Soggetto
raziocinante, che ragiona, in piena coscienza, "in sé", e non
"fuori di sé" nell’artisticità, nell’amore, nel bello, nel piacere,
nella follia, nel delirio o in altro. Il mondo che circonda il centro è
quindi misurato in questa dimensione raziocinante e matematica.
Nella prospettiva centrale
rinascimentale, come simbolo della cultura umanistica, l'occhio (l'uomo) sta
al centro dello spazio e lo domina: lo spazio non è percorso nell'accumulo
del tempo, come è nelle città medievali, ma dominato tutto nello stesso
istante dal "piano regolatore" (progetto assoluto).50
Ma altre culture non hanno
questa concezione antropocentrica razionalista del mondo. Nella loro
concezione del mondo l'uomo vi potrebbe anzi essere più "vero" nel
delirio, quando posseduto dalla divinità, o inebriato dal vino, o comunque
"fuori di sè" e "dentro il corpo". In altre culture
l'uomo non è al centro, è lui stesso un margine in un mondo di margini, dove
tutti questi margini hanno magari un rapporto fra loro di parità, senza
gerarchia. Anche i "primitivi" in generale, pur avendo una
mentalità antropocentrica nel senso di porre l'uomo al centro dei sistemi simbolici,
concepiscono rapporti di parità e scambio, e non di gerarchia, fra i diversi
sistemi (piante, minerali, morti, ecc) 51. Può anche darsi che ci
sia un Dio unico a essere più importante, ma allora, quando è unico, Dio è
fuori del mondo, e le cose, le sue creature, fra loro si equivalgono. Se
invece è l'uomo razionale a essere al centro del mondo, è lui che determina
una gerarchia delle cose del mondo. E in questa gerarchia alcune cose
ingigantiscono, altre si perdono.
E' come se la luce della
ragione illuminasse un cerchio di scena e perciostesso questa luce
cancellasse nella penombra ciò che sta ai margini, tutto ciò che non entra
nella luce della ragione (Kant: “...la ragione vede solo ciò che lei stessa
produce secondo il proprio disegno...”). Nella sua centralità, il Soggetto
"vede" solo ciò che lui stesso illumina della sua luce, e lo
"vede" solo nel "colore" della sua luce (razionalmente,
scientificamente, tecnicamente, misurabilmente, matematicamente). Con ciò il
Soggetto "distrugge" ciò che è ai margini, ciò che non vede, ciò
che non entra nella sua razionalità (è ”occultato”, verdeckt:
Husserl). Il Soggetto si chiude così in un "cerchio di luce della
razionalità" che diventa la sua prigione, in quanto gli è
impedito di vedere oltre: di avere cioè contatto con l'Altro
(dalla razionalità), che sono l'infinito, il "senso della terra",
la natura, le origini, la Grande Madre, l’inconscio individuale e collettivo,
la specie, la sessualità, l'amore, la divinità, la morte, la follia, il
delirio, il piacere, il diverso, il mistero, il non misurabile. E il mistero
della donna per l'uomo, e dell'uomo per la donna. L’erotismo. E l’esteticità.
E l'artisticità.
La sua centralità razionale
separa il Soggetto sempre di più da quell'Altro dalla razionalità che
è in tutte le cose, alterità che è ciò che invece, destando ogni volta
lo stupore, rafforza l'identità dell'Io. E' l'oblio dell'Altro,
l'"oblio dell'Essere" (Heidegger).
Se l'uomo è tutto logos,
egli è come un aerostato che ha reciso il cordone ombelicale che lo lega alle
radici e va in balia di se stesso. Mentre le radici stanno invece nel
pensiero simbolico, nella immaginazione, di cui il pensiero razionale è
derivazione, in un impoverimento di quel senso che è proprio delle
metafore. 52
Così l'Altro, rispetto
al quale l'uomo si identifica come Uomo, svanisce, e l'uomo perde
l'identità.
Il concetto filosofico di
Soggetto moderno (o soggettivismo moderno) è qui importante perché è
quest'uomo come Soggetto il vero protagonista della crisi della Modernità di
cui, in arte, sono sintomo e nello stesso tempo risposta i procedimenti
modernista e avanguardista .
C'è un aspetto peculiare
nell'agire del Soggetto moderno, che coincide con questo essere prigioniero
della sua stessa luce: la progettualità, all'interno della Idea di
Progresso. Tutto deve essere programmato, pianificato, senza alcuna
improvvisazione nei cui varchi possa inserirsi l’Altro.
La scienza moderna si
differenzia da quella antica appunto perché è ricerca progettuale (o
pro-gettata, gettata prima). Nel progetto è già contenuto l'esito
della operazione. Nella scienza moderna, tutta protesa a una progressiva
matematizzazione, si studia la natura con un progetto a priori sulla
natura 53. Per esempio, se si fa una ricerca scientifica sulla
natura secondo la fisica matematica, ogni risultato non è che una interpretazione
fisico matematica della natura 54. Ciò
"...viene a significare che attraverso essa (la fisica matematica) e per
essa è determinato in anticipo e in modo precipuo qualcosa di già
conosciuto" 55. In altre parole non si ha una esperienza vera
dell'Altro, dell'altro da sè Natura, ma solo una
interpretazione di essa secondo un progetto a priori: nel
"cerchio di luce" (fisico matematico) che illumina la Natura.
"Così la doctrina medioevale come l'episteme greca non
sono scienze nel senso della ricerca; ed é per questo che esse non conoscono
l'esperimento" 56. "L'esperimento della scienza
moderna non è soltanto un procedimento di osservazione più rigoroso e ampio,
ma un procedimento di genere assolutamente diverso, consistente nella
verifica della legge a partire e in vista di un progetto esatto della
natura" 57.
La razionalità del borghese del
“buon senso” è la prigione del soggetto umanista moderno, anche se gli dà
strumenti per misurare e dominare la natura. E' una razionalità che misurando
gli oggetti li riduce a quantità, togliendo loro l’attributo di
esteticità, ciò che comunemente chiamiamo il loro mistero. Infatti nella vita
gli oggetti possono essere usati, descritti, misurati, ma sono anzitutto
sempre "estetizzati" (oggetti estetici9). Per tutta la sua lunghissima
preistoria e storia l'uomo ha "estetizzato" gli oggetti, conferendo
alla natura quegli attributi estetici (risonanze) che lo
stupiscono e lo affascinano. "La sensibilità estetica non è altro che
una capacità di meravigliarsi..." (Abhinavagupta, India, secolo XI°.58
E' certamente la natura per se
stessa a stupire o spaventare o incantare l'uomo, ma la conservazione, la memorizzazione,
la istituzionalizzazione di queste emozioni in attributi estetici,
fanno cultura e tradizione, appartengono all'uomo. Perché sono queste
emozioni, questi incontri/scontri con l'altro da sé estetizzato,
enfatizzato, mitizzato, a dargli la gran parte della sua identità. Per
sentire se stesso l'uomo non ha tanto pensato "io sono io", quanto
"estetizzato" la natura e gli oggetti per viverli più intensamente,
in eccesso, miticamente, nella sua continua lotta contro il tempo e la
morte.
2. 3. La solitudine dell’Occidente. Il nihilismo.
Rincorrere lo stupore nella
esteticità (e nella artisticità) non è prerogativa solo di artisti e
artigiani, ma di tutti. Il bambino estetizza un uomo molto alto con
stupore, facendone un "gigante", mentre l'uomo “normale moderno”
(del buon senso) lo spiega con deficienze ormonali. Nel bambino lo
stupore dura perché gli piace essere stupito. Ogni spiegazione rovina
la festa del suo stupore, distrugge il fantastico che è in lui.
Si parla della ingenuità, se
non peggio, dei "primitivi" di fronte alle cose: in verità essi
vivono il mondo con la facoltà di stupirsi, che non è certo prerogativa dei
bambini o dei malati di mente o degli artisti, ma della intelligenza della
identità. Il Soggetto del buon senso razionalista riduce invece gli oggetti
sempre a una sua immagine (egli è "misura di tutte e cose"), e così
essi non riescono più a essere per lui un altro da sé che dà identità.
Egli è ormai solo, con la sua tecnica che misura e domina il
mondo, e in questa solitudine ("solitudine dell'Occidente") perde
identità. Chiudersi infatti nel pensiero razionale come prigione può fare
impazzire, cioè proprio "perdere la ragione" che è la madre di quel
pensare. Uno "pensa troppo" quando non riesce più a uscire dalla
troppo vigile coscienza razionale, che diventa allora una prigione totale.
Sartre: “Sono, esisto, penso
dunque sono; sono perché penso, e perché penso? non voglio più pensare, sono
perché penso che non voglio essere, penso che...perché...pua! Fuggo" 59
Per salvarsi dalla
claustrofobia della logica ci sono le intuizioni dell'immaginazione.
L'umanità lo ha sempre saputo, e per questo ha sempre tenuto in gran conto
l'”essere fuori di sè" (éks-stasis) fino a istituzionalizzare
questo “essere fuori di sé” in riti e comportamenti (dalle danze sacre al
culto di Dioniso al carnevale). Uscire, essere "fuori di sè" è una
purificazione dalla razionalità, che pur essendo un orgoglio dell'uomo è
anche parte del suo "peccato originale".
Ma tutto ciò l'umanità
occidentale l'ha da molto tempo quasi dimenticato, fino a perdersi nel
"cerchio di luce della razionalità". Annulla il confine che separa
e unisce lo "straniero" (lo xenos): quindi non riconosce,
non ospita, non accoglie né il differente né il diverso: l’Altro.
L’Occidente "democratico" è totalizzante, ingloba, annulla
l'Altro.60
E la Tecnica porta questo
processo al suo compimento.61
Dunque la solitudine è la
perdita dell'altro da sé che dà identità. La perdita dell'Altro
(dell'Altro dalla razionalità) è la solitudine dell'Occidente. Già il
Cristianesmo, riducendo l’Altro a male e riservando a Dio tutto il
bene, si è secolarizzato riducendo la religione a amministrazione delle
sofferenze umane in attesa della salvezza. Ha così separato questo l’Altro
come male, ne ha fatto il diavolo da tenere lontano dalla vita. Con
ciò ha accompagnato l’avvento del razionalismo, dove il diavolo è il
prerazionale che impedisce il processo razionale di salvezza affidato alla
scienza e alla Tecnica. Il razionalismo rifiuta la dimensione tragica della
vita dove l’Altro è sempre presente, e, non riuscendo a liberarsi
dall'ansia cristiana della salvezza, trasferisce questa possibilità di
salvezza nella vita terrena, nella razionalità della scienza e del suo
progresso, e nella produzione di oggetti. E si chiude così nella solitudine,
in una presenza claustrofobica del razionale, senza l'Altro.
Ed è per questa solitudine
nella irrimediabile assenza dell'Altro, che l'arte, come Altro dalla
razionalità, ha acquistato, nella filosofia dell’Occidente, proprio un valore
di conoscenza dell’Essere, in una “nostalgia del paradiso perduto”. Ma ora la
Tecnocrazia (capitalismo + tecnica) non solo distrugge nell’uomo il bisogno
di artisticità, ma riduce anche l’estetizzazione della vita (il sogno delle
avanguardie storiche di almeno tradurre l’artisticità perduta in vita: fare
della vita un’opera d’arte) a pseudo-estetizzazione diffusa, uniforme,
indistinta, indifferenziata, senza qualità, senza personalità, senza
identità: e l’estetico, da porta di passaggio all’artistico nella evoluzione
della coscienza dell’Io, regredisce a rituale consumistico61a E la quantità chiude ogni porta di
accesso all’artistico.
La “globalizzazione
dell’estetico”, o “estetizzazione globalizzata”, distrugge definitivamente
l’arte, il più mirabile Altro che l’homo sapiens sapiens abbia
saputo inventare, per esaltare la propria identità.
Poiché ormai a veramente
segnare la possibile salvezza dell’uomo d’Occidente non è più il problema
della tecnoeconomia nel pensiero razionale (che lo porta inevitabilmente a
una mutazione antropologica dal sapiens in un altro ominide,
eliminando alla radice il problema), ma quello dell’identità nel pensiero
simbolico, la creatività come Altro che dà identità dovrebbe essere al
centro degli interessi sociopolitici (mentre oggi, almeno in Italia, tanto
per dire, l’Assessorato alla cultura è quasi sempre un incarico che si
concede al candidato cui per motivi di poltrone partitiche si deve dare un
posto, considerato decorativo e ininfluente). Il problema della creatività
come Altro (e della creatività artistica in modo speciale) è ormai
invece per l’Occidente, risolto quello della sussistenza, problema centrale
della sua sopravvivenza.
Ma la globalizzazione (che è
anzitutto interruzione del processo di invenzione di identità) è la malattia
che oggi l’Occidente porta in se stesso. “La globalizzazione- scrive U.
Galimberti sul quotidiano “La Repubblica” (20/6/2003 p.42), recensendo il
libro “Power Inferno” di J. Baudrillard (R. Cortina, 2003)- è il degrado
quando non l’estinzione di quello che gli illuministi chiamavano
universalizzazione dei diritti umani, della libertà, della cultura, della
democrazia. La globalizzazione, infatti, riguarda solo le tecniche, il
mercato, il turismo, l’informazione. La sua espansione sembra irreversibile,
mentre i valori universali sembrano in via di sparizione. (...) Non avendo
più nemici, la globalizzazione li genera dall’interno come sua metastasi
disumana. Incalzando ogni forma di singolarità, particolarità, individualità,
identità e differenza, la globalizzazione genera il rigetto non soltanto
della tecnostruttura mondiale che abolisce tutte le differenze, ma anche
della struttura mentale di equivalenza di tutte le culture.”
Se ci si rende conto di questa
condizione dell’Occidente, si può anche meglio capire perché gran parte del
mondo islamico abbia terrore di esserne acculturato. Cioè distrutto, non
tanto dagli eserciti e dalle bombe, quanto dal nihilismo devastante della
nostra cultura. La risposta all’Occidente che ogni giorno cresce è quella
dell’incontro con un altro da sé fortissimo, un Altro tanto
altro dalla razionalità da rendere il suicidio (kamikaze) il massimo gesto
della affermazione della propria identità. Molto meglio morire in un gesto di
autoaffermazione, che essere disintegrato nei propri valori, nella propria
identità, dalla acculturazione del nichilismo tecnologico occidentale
Prosegue il testo di U.
Galimberti: “A dare scacco a un pensiero unico dominante non può essere un
contro-pensiero unico (come quello dei no-global) perché, per la logica
simbolica, quando ci si mantiene sul medesimo terreno di opposizione, ogni
conflitto, così come si genera, si riassorbe. A dare scacco a un pensiero
unico possono essere solo le singole particolarità di cui il terrorismo è una
forma, la più violenta, che vendica tutte le culture particolari che hanno
pagato, con la loro scomparsa, l’instaurazione di una potenza mondiale unica.
Non si tratta quindi di un “conflitto di civiltà”, ma di uno scontro
antropologico tra una cultura universale indifferenziata e tutto ciò che, in
qualsiasi campo, conserva qualche tratto di alterità irriducibile”. Come
appunto l’artisticità.
“Più che nelle armi
tecnologiche dell’Occidente- prosegue Galimberti-, la cosa essenziale di cui
i terroristi si appropriano, facendone un’arma decisiva, è proprio questo
“non senso” che ciascuno di noi percepisce come negazione della propria
individualità e specificità nella globalizzazione tecnico-economica del
mondo. Altro che Bene contro il Male, altro che Occidente contro Islam. E’
nello stesso Occidente che si è creata una sorta di “insicurezza mentale”
circa il senso della propria esistenza in un mondo economicamente e
tecnicamente globalizzato che non ammette singolarità, individualità,
differenze.” E di nuovo possiamo dire: che non ammette l’arte. “ Questa
nostra insicurezza mentale, da cui nulla ci può difendere, è la migliore arma
di cui dispone il terrorismo che, con i suoi attentati, precipita l’Occidente
nell’ossessione della sicurezza, che è una forma velata di terrore perpetuo
che si iscrive nei corpi, nei consumi, nelle abitudini, nelle pratiche di
vita”.
E cos’è stato, se non la
denuncia di questa crescente insicurezza esistenziale, il grido del procedimento
modernista nei suoi 150 anni di vita? La sua grandezza sta proprio
nell’esser riuscito a conciliare lo straziante gesto del lutto con la
riuscita artistica dell’opera.
Il recupero profano (non sacro)
dell’Altro dalla razionalità (il recupero della artisticità) vuole
essere valorizzazione del pensiero simbolico e anche del pensiero razionale,
nella loro reciprocità dialettica, e non certo mortificazione della
razionalità stessa (cosa che purtroppo sta accadendo, v. procedimento
postmodernista. Scrive G. Sartori 62: “...il clima culturale
più reclamizzato dai media è di dare addosso al modello “elitista”, abietto e
superato, dell’uomo razionale occidentale.... Certo è che per chi si occupa e
preoccupa della democrazia è difficile predicare un anti-razionalismo o
l’irrazionalismo.”). L’artisticità è la più mirabile sintesi di pensiero
simbolico e razionale, del “femminile” del “maschile”.
Ma succede che la democrazia è
ormai solo un'astrazione, il concetto di “cittadino” del pensiero razionale
non riesce a trasformarsi in un simbolo del pensiero simbolico, in un Altro
che dia identità. La democrazia non è sentita dagli individui al punto da
essere per loro una realizzazione del sé.
Ognuno di noi è un uomo
postmoderno, anche se non del tutto, e in differente misura.
In ogni occidentale convivono
tre principali tipi di uomo: l'uomo cristiano (tradizionale), l'uomo umanista
(moderno) e l'uomo postumanista (postmoderno).
A ben vedere, cristiano e
umanista quasi coincidono, il primo essendo il figlio di un Cristianesimo
secolarizzato e sedotto dalla razionalità classica, che ha abbandonato il
sacro (l’Altro) per un mondanità imbevuta di moralismo e precetti, e
il secondo essendo il figlio di una cultura che del Cristianesimo ha
continuato e coltivato il progetto di salvezza, trasferendolo nella mondanità
dell’idea di progresso. Ma della crisi profonda e forse irreversibile del
pensiero escatologico del primo e utopistico del secondo, che implicano nel
primo le fede nel Dio e nel secondo la fiducia in se stesso, solo l’uomo
umanista (laico) sembra avere veramente coscienza. Ed è comprensibile, perché
deve riconoscere e assumersene da solo la responsabilità.
E’ la solitudine di quest’uomo
umanista che parla nel procedimento modernista. Non certo di un uomo
autenticamente cristiano. Nonostante certe apparenze, non c’è niente di più
estraneo all’arte della religione, in quanto la religione separa l’Altro
(il sacro) dall’uomo, mentre nell’arte l’Altro (l’immaginario,
l’inconscio, la memoria) partecipa con l’uomo alla creazione dell’opera.
Già nell’800 grande era
l'inquietudine per il progresso, che non corrispondeva affatto alle
aspirazioni dell’Umanesimo, e dove l'organizzazione totalizzante della
razionalità tecnico-scientifica metteva già in difficoltà la libertà e
l'identità dell'Io.
Secondo Jung l'Idea di
progresso, come distacco dalla tradizione, ha indotto allo
"sradicamento" della coscienza dalle istanze più profonde della
psiche, a una "perdita del mondo" delle origini, di quel mondo
inconscio, atavico e immaginifico che è la garanzia costitutiva antropologica
“femminile” della "umanità" dell'uomo. Si produce così una
prevaricazione da parte della coscienza razionale, per cui la spiegazione
ultima delle cose viene ormai cercata solo nella fisicità del mondo esterno
(metafisica della materia) attraverso la razionalità matematica della scienza
e il dominio tecnologico.
Dunque questa coscienza
razionale si trova disancorata, sradicata da quel mondo inconscio e costretta
in una conoscenza razionale che diventa la sua prigione. In tal modo l'uomo
moderno "entra senza accorgersene in un mondo di concetti, in cui i
prodotti della sua attività cosciente sostituiscono progressivamente la vera
realtà". 63
In questo progressivo essere
"sradicato dal seno materno universale della primitiva incoscienza”, l’'altro
da sé perde forza, si frantuma in una dimensione solo storica e così si
relativizza: l'identità dell'uomo (che dall'altro da sé dipende) si fa
debole e incerta.
Ci si comincia a chiedere se il
soggetto uomo, così sicuro di sé, sia veramente qualcosa di affidabile e
stabile su cui progettare un processo di progresso, o se non sia piuttosto
soltanto un mutevole, inaffidabile prodotto di circostanze casuali e
storico-sociali. Ma se così è, il cammino scende allora inesorabile, man mano
che le tradizioni si indeboliscono, verso il nichilismo e l'anarchia del
relativismo, dove tutto è consentito in quanto ognuno agisce secondo valori
relativi che egli stesso può darsi.
E’ il momento della precarietà,
dell’effimero, della caducità. E' il momento di svolta, in cui alla filosofia
del Soggetto (uomo al centro del mondo dell’Umanesimo) si contrappone ormai,
quasi come drammatica necessità ontologica, la "distruzione di ogni
filosofia del Soggetto" 64
La filosofia e la scienza, pur
nella consapevolezza della fragilità ormai costitutiva di ogni sapere, si
sono poste e continuano a porsi quasi con disperazione questo problema. Ma il
relativismo si è trasferito ormai nella vita e nella società, fino a essere
spesso un compiacimento e un vizio. Nella impossibilità di un giudizio
oggettivo sugli oggetti, è operante (oggettivo di fatto) solo il giudizio di
chi ha il potere di imporre il proprio giudizio.
E ciò corrisponde appunto alla
proposizione nihilista : "è 'arte ciò che gli uomini (che hanno il
potere di farlo) chiamano arte". Proposizione “postmoderna” che il procedimento
modernista ha sconfessato nel tenace perseguimento della riuscita
artistica delle opere.
2. 4. La Tecnica
Che la Postmodernità sia una
fase di crisi e di autocritica e di autoanalisi della Modernità, o proprio la
fine della Modernità stessa e il passaggio a una nuova cultura, non sembra si
possa ancora sapere. Ma certamente sta succedendo, e solo ora, l’affermazione
totale del Capitalismo, non come antagonista del Comunismo (essendo ambedue
ancora ideologie, cioè prodotti dell’Umanesimo), quanto come il volto
immediatamente riconoscibile e ovvio di un più nascosto e inquietante
“marchingegno”: la Tecnica.
Si intende per Tecnica (con la
T maiuscola) la tecnica che da strumento per un fine diventa ciò che inventa
il fine: cioè se stessa come fine. E quindi persegue solo il proprio
potenziamento, la propria autorealizzazione, nel fare tutto ciò che si può
fare.
Il Capitalismo è l’aspetto
economico della Tecnica.
Il denaro è uno strumento
tecnico per soddisfare un bisogno. Ma, aumentando a dismisura i bisogni
materiali nel mercato, il denaro si rivela lo strumento tecnico per
soddisfare qualsiasi bisogno. Ci si rende conto, a questo punto, che il
bisogno più vero è diventato il denaro stesso, essendo sempre e comunque
necessario. Allora il denaro non è più lo strumento, ma il fine: il denaro
(capitale) deve anzitutto produrre denaro (più capitale, profitto). Ecco che
il denaro da strumento tecnico è diventato fine: non altrimenti la tecnica
come strumento è diventata la Tecnica come fine.65
La Tecnica è inquietante
perché, da strumento dell’uomo per l’uomo, diventa ora un processo autonomo
(di cui l’uomo perde il controllo) il cui unico è scopo è il proprio sviluppo
e potenziamento, nonostante l’uomo. Di questo processo autonomo il
Capitalismo è quella parte che, per i pochi del mondo producendo ricchezza, è
per questi pochi rassicurante e risolutiva. Ma bisogna rendersi conto che di
esso sono in verità rassicuranti solo i valori cristiani e umanistici che ancora
riescono a controllarlo e governarlo, mentre nessuno sa ancora quanto sia
sopportabile per la psiche dell’uomo la condizione esistenziale di nichilismo
indotta dal totalizzante valore di scambio del mercato.
Il Capitalismo come espressione
della Tecnica si chiama Tecnocrazia. Scrive E. Severino 66:
“Insensibilmente, si sta andando verso un’epoca in cui il capitalismo, non
avendo più come scopo primario il profitto, è capitalismo solo in apparenza, mentre
in realtà è tecnocrazia, è cioè l’agire che si propone come scopo
l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, oltrepassando
così la volontà “ideologica” di realizzare un certo mondo invece di un altro”
.
Ecco come l’Idea di progresso
umanistica (Utopia), che pretendeva di essere un fortissimo Altro un
forte controllore della tecnica come strumento, si dissolve ora nella
Postmodernità della Tecnica come fine senza controllo.
Quando in Occidente, partendo
dai primi indizi in Protagora e Platone, l’uomo (il soggetto) si è promosso,
con la sua razionalità, più importante di tutte le altre “cose” oggettivate
in oggetti (di “tutto ciò che è”)67, e progressivamente ne è diventato
il “padrone”, allora tutti gli oggetti hanno cominciato a ridursi a
“qualcosa” solo in funzione del soggetto/uomo (e si è inaugurata la
lunga stagione del Soggettivismo razionalista della cultura occidentale). Gli
oggetti del mondo hanno cominciato a perdere il loro valore essenziale (anche
superiore all’uomo, come altro da sé che dà identità) per acquisire un
valore determinato soltanto dall’interesse mutevole dell’uomo nei loro
confronti. Si sono instaurati dunque un “dominio” sugli oggetti della natura
e una “produzione” di oggetti artificiali, che diventa “lavoro” come pratica
tecnica della “volontà di potenza” (Nietzsche).
Gli uomini avevano sempre usato
la tecnica come strumento per la produzione di oggetti, ma erano oggetti
utili a una esistenza migliore perché erano sempre in rapporto con gli altro
da sé più importanti dell’uomo (con l’Altro dalla razionalità), e
pertanto anch’essi forti altro da sé. Tutti questi altro da sé,
entità per se stesse oppure oggetti prodotti, avevano un forte senso per
l’uomo.
Già nel tardo Medioevo la
produzione di oggetti, con l'inizio della scienza e delle tecniche, era
aumentata rapidissimamente, ma quelli erano ancora “oggetti importanti”,
avevano ancora un senso e davano un senso (identità). Ma progressivamente da
oggetti che hanno un intrinseco senso e quindi importanza, sono diventati
oggetti che hanno perduto il loro intrinseco senso, e solo danno profitto.
Infatti i nuovi produttori non potevano non porre la loro attenzione sul
grande profitto che cominciavano a trarre da così tanti oggetti. Così i
produttori hanno cominciato a porre più attenzione a quel profitto che
all'oggetto stesso prodotto, al suo modo di produzione, alle sue qualità e
funzioni sociali. La "qualità" dell'oggetto si è trasformata nella
"quantità" (di denaro) cara al culto razionale dell'algebra e della
geometria. Il denaro, essendo ormai l’unico e universale mezzo per
raggiungere un fine, da mezzo è diventato un fine (Marx). 68
Ecco che allora il protagonista
dell'operazione non è più stato l'oggetto prodotto (importante), come è
sempre stato nei secoli degli artigiani, ma il profitto. Si è posta più
attenzione sul fatto che un capitale investito produce, anzitutto e
principalmente, più capitale, piuttosto che sul miglioramento degli oggetti.
La quantità degli oggetti rendeva più appetibile il profitto, che
dall’oggetto si ricavava, che la qualità dell’oggetto.69
Dunque se l’uomo, nella sua
razionalità, si erge a ente più importante di questi oggetti altro da sé,
essi perdono quella importanza, quel forte senso rispetto al quale l’uomo
trovava prima la sua identità. E allora, più l’uomo perde l’identità, più
egli cerca di recuperarla nella “volontà di potenza”, cioè in una sempre più
spasmodica produzione di oggetti che possano essere sempre più importanti,
che possano riavere senso per lui, e tutto ciò nella dimensione della
quantità della razionalità della Tecnica.
Tuttavia questi “prodotti” non
riescono mai ad avere tale importanza e senso da essere un vero altro da
sé per l’uomo, per dargli identità.70 Sono solo espressione
vana della sua razionalità (anche gli oggetti estetici testimoniali).
Senza identità (“senza qualità”), l’uomo nihilista non è più in grado di
controllare la tecnica come strumento, ed essa da strumento della sua “volontà
di potenza” diventa essa stessa “potenza”, cioè Tecnica, che ormai si
sviluppa da se stessa, nonostante l’uomo. Ed ecco allora il
Capitalismo vincente, come modo economico della Tecnica vincente
(Tecnocrazia).
Il Capitalismo è un virus
disintegratore, nonostante le buone intenzioni dei suoi fondatori, che
pensavano che l'"interesse" degli uomini (come insieme di
"passioni innocue") potesse bilanciare e placare le passioni
bestiali, violente e guerrafondaie. "Il commercio... raffina e rende più
miti i costumi dei barbari, come ci è dato vedere tutti i giorni"71. E c’è ancora chi dice che,
come distruttore dei confini e unificatore del mondo, sia positivo, e
comunque irreversibile.
Invece l'uomo
economico/capitalista si avvia a esercitare la sua egemonia totale, nella
disintegrazione di ogni valore a valore di scambio in quella festa
che si chiama Mercato. Per cui non si dà più una produzione in funzione del
progresso esistenziale dell'uomo, ma invece una produzione in funzione della
crescita del capitale. E ogni oggetto tende a essere, prima che un oggetto,
un capitale, qualcosa che può produrre altro capitale, fino alla
esasperazione contemporanea in cui si assiste anche al culto del corpo non
per se stesso (in una dimensione estetica o di salute) ma come un
"capitale bellezza". Non altrimenti del "capitale arte",
che altro non è che il “capitale estetizzazione dell’ autore”.
Se la Tecnica (Tecnocrazia,
Capitalismo) è prodotto della razionalità occidentale assunta a fondamento
metafisico, razionalità che per controllare tutto riduce la qualità
(non calcolabile) a quantità (matematicamente calcolabile), ogni
dimensione dell’uomo fuori dalla razionalità (tutto ciò che appartiene al
pensiero simbolico, il prerazionale, il sacro, l’inconscio, l’eticità, l’esteticità,
l’artisticità, insomma l’Altro) viene emarginata se non distrutta.
In questo contesto l’operazione
artistica, come Altro, è resistenza al dominio della
Tecnica/Tecnocrazia. E se la Tecnica dovesse veramente essere il destino
dell’uomo, come alcuni affermano, l’operazione artistica sarebbe destinata a
scomparire, in quanto l’arte come qualità di artisticità contraddice
la Tecnica (come fortissimo Altro).71a
Questa situazione in cui l’uomo
contemporaneo viene sempre più indotto, dove gli oggetti non hanno più un valore
d’uso fondato sul bisogno, legato quindi all’Altro dalla
razionalità, ma solo un valore relativo di scambio all’interno del
mercato, è il nihilismo.Ma l’arte come qualità di artisticità
contraddice il nihilismo (come fortissimo Altro).
Da Ulisse ai Cavalieri
medioevali che "vanno fuori di sé" nella foresta per rigenerarsi,
dalla discesa agli inferi di Rimbaud alla "avventura nel Linguaggio"
come ricerca di sé degli artisti del procedimento modernista, nell'avventura
si misura l'identità: il coraggio, l'intelligenza, ma sopratutto
l'intuizione nell'imprevisto sono l'esperienza (la misura) della identità
dell'Io. Non c’è niente di più imprevisto e imprevedibile della riuscita
artistica di un’opera.
Certamente anche l’arte
(l’artisticità) è il prodotto di una tecnica. Ma l’artista è un uomo che ha
un forte rapporto con l’Altro dalla razionalità, che appunto nell’arte
si manifesta. L’artista è costitutivamente non-usato dalla Tecnica, è invece
l’emblema dell’uomo che usa la tecnica come strumento. E quando un autore ha
perso quel rapporto con l’Altro, non essendo allora artista, non
riesce a produrre oggetti artistici, ma solo oggetti estetici e
estetizzazione. Appunto tali oggetti sono espressione più della “volontà di
potenza”, della razionalità dell’uomo nihilista, che dell’Altro. Così
anche l’arte, una delle “oasi” che E. Jünger72
poneva ancora a difesa dell’uomo nel deserto del nihilismo, sembra
inaridirsi.
2. 5. Il procedimento modernista.
Il procedimento modernista
è allora la lunga e ingarbugliata agonia (lotta) dell’angelo contro il
“marchingegno” nichilistico della Tecnica e del Capitalismo come Tecnocrazia.
Si è detto, nei capitoli
precedenti, di come il mondo del senso comune, nella realtà e nei miti e
nell’immaginario, sia sempre stato un altro da sé forte, tale da
conferire all’uomo una identità altrettanto forte. Di come questo mondo venga
negato dalla scienza, e diventi così meno credibile e affidabile e amabile,
un altro da sé debole per una identità debole.
L’arte ha sempre amato,
cantato, celebrato, “accarezzato”, anche nella critica più feroce e nel
sarcasmo della satira, questo altro da sé forte che fa vivere, . Per
cui non ha fatto altro che esaltarne l’esistenza, la consistenza, esaltando
in ciò anche l’identità dell’uomo. Infatti nell’arte l’uomo ha sempre una sua
grandezza, è sempre il Grande Protagonista, pur nelle sue debolezze o
nefandezze. Da qui il grande prestigio che è sempre derivato agli artisti.
Ma quando questo mondo del
vissuto, del senso comune dove l’uomo è il Protagonista, viene denunciato
come bugia dei nostri sensi dalle concettualizzazioni della scienza, per cui
perde la consistenza di altro da sé forte, sicuro, affidabile, degno
di essere amato e espresso nell’arte, anche il ruolo e il prestigio degli
artisti decade.
Il rapporto di fiducia in
una realtà oggettiva (altro da sé forte) che era stato reso manifesto
nella forma più grata, amorevole e ammirevole nell'arte storica del procedimento
tradizionalista, si è incrinato; la realtà non è più sicura,
conoscibile e raccontabile: l'amorevole gesto di carezza delle cose del mondo
(narrazione delle cose del mondo), proprio di tutte le arti, anche
nella caricatura o nella satira, non è, per molti Autori, più possibile.
La realtà non è più l’amica,
nonostante tutte le avversità, cioè anzitutto la Grande Madre che per farsi
“accarezzare”, narrare, ti conduce per mano essa stessa (in forma di Musa)
alla compiutezza dell’opera. L’uomo è solo. L’Autore è solo. Flaubert: “Mi
sembra di attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove”.73 Mallarmé: “La chair est triste,
hélas, et j’ai lu tous les livres”.74
Ma questa stanchezza e
nostalgia e noia, questo sentirsi "postumi" di una gloriosa
tradizione artistica che finisce, questo sentirsi alla fine di un grande
viaggio in un presente che non ha più possibilità di partenze nonostante il
"progresso", sono in definitiva il compendio delle impossibilità di
essere se stessi: della perdita di indentità. E' il titolo di un quadro di
Gauguin: "Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?74a
E' appunto il tempo in cui
Baudelaire e Rimbaud e altri inaugurano, nell'arte, il loro viaggio alla
ricerca di un altro da sè, dal cui incontro si possa recuperare e
reinventare l'identità, condizione assolutamente necessaria per poter creare
opere d’arte. La loro grandezza è nell’idea di poter reinventare un nuovo
altro da sé forte nella discesa agli inferi dell’inconscio individuale e
collettivo. Così essi inaugurano il loro avventuroso viaggio verso l'ignoto.
Rimbaud: "Si tratta di giungere all'ignoto attraverso lo sconvolgimento
di tutti i sensi".75 E Proust: “Il lavoro compiuto dal
nostro orgoglio, dalla nostra passione, dal nostro spirito imitativo, dalla
nostra intelligenza astratta, dalle nostre abitudini, quel lavoro l’arte lo
distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà tornare agli abissi profondi
dove quel che è esistito realmente giace ignoto”. 76
I possibili approdi del viaggio
devono essere assolutamente ignoti. Se fossero già noti, lo sarebbero perché
già progettati, e quindi sempre all'interno della prigione della ragione,
"nel cerchio di luce della razionalità" e della progettualità. Solo
l'ignoto può ormai presentarsi come vero altro da sé, l'Altro,
al di là, al di sotto del relativismo culturale della conoscenza concettuale.
Se la scienza dimostra che il
mondo del senso comune, del vissuto, è una “bugia” dei nostri sensi normali,
si tratterà allora, per gli artisti, di narrare non più, o non solo, la
realtà sensibile del senso comune, ma la scoperta/discesa nell’inconscio
collettivo, universale, che è un altro da sé ancora più vero
della conoscenza concettuale della scienza.77
Per narrare, al di là della
esperienza sensibile del senso comune conscio, l’esperienza sensibile della
“sregolatezza di tutti i sensi”, sono necessarie nuove idee e nuove tecniche.
Sono necessarie per narrare l’esperienze dell’inconscio, eccitate o oniriche
o drogate, comunque più prossime ai profondi archetipi formali della psiche.
Le “figure” (pittoriche, musicali, letterarie ecc.) vengono “deformate” nella
“sregolatezza di tutti i sensi”. Queste nuove figure, questo “nuovo”, è la narrazione
della reinvenzione della identità.
“Nell’attesa chiediamo al poeta
del nuovo, -idee e forme”. “Le scoperte dell’ignoto reclamano nuove forme”.78
L’inconscio “parla”.
L’inconscio ora parla in modo più immediato di quello mediato dal senso
comune. Parla incalzante nelle nuove figure che si vengono inventando, e si
manifesta così come altro da sé forte. Molti artisti, fra i più grandi
del 900, ritrovano in esso una identità, per poter ancora fare opere d’arte,
e mirabili. A questo procedimento modernista si devono le opere dei
più grandi autori del 900, Proust, Kafka, Debussy, Mallarmé, Cézanne, Klee,
Pound, Eliot, Bacon, Picasso, Ravel, Joyce, ecc., ecc.
Poiché l’uomo è immerso nel
Linguaggio (Heidegger, Lacan, Chomsky....), non può esprimersi (e pertanto
vivere, come uomo invece che animale) che nel Linguaggio. Dunque l’inconscio
è anch’esso Linguaggio: l’Altro (l’”ignoto”) è il Linguaggio.
Non si tratta allora più solo
di narrare un’avventura (la vita, la realtà del senso comune) con una
parte del Linguaggio (verbale, sonora, visiva, tattile, olfattiva,
mobile...), ma di narrare la propria avventura nel Linguaggio. Che è
come dire: l’avventura del Linguaggio stesso.
Nel procedimento modernista
l’Autore narra la propria avventura nel Linguaggio, l’avventura del
Linguaggio: il Linguaggio come avventura.
Il Linguaggio si presenta come
il “mondo oscuro”, l’”Ombra”80, l’unico altro da sé potenzialmente
forte con cui stabilire una distanza che instauri l’identità.
Per cui, inventare il
Linguaggio, nuove figure del Linguaggio, è inventare, giorno dopo giorno, la
propria identità, il proprio Io.
Per cui l’invenzione del
“nuovo” nel Linguaggio è l’iniziazione a tutti gli Io possibili.
Per cui il “nuovo” diventa
valore, come necessario urgente conferimento di identità all’Autore e
all’interlocutore dell’opera (ma accanto sempre al valore di artisticità, in
quanto solo la riuscita dell’opera è garanzia di autenticità).
Per cui, nel procedimento
modernista, protagonista della operazione arte è sempre, come nel sistema
antropologico dell’arte, la riuscita dell’opera (mentre, come si è detto, nel
procedimento avanguardista il protagonista della operazione è la
riuscita dell’autore, della società).
Rispetto al sistema
antropologico dell’arte s’è detto essere sua prerogativa la
narratività, essendo narrazione (l’arte è costitutivamente
narrazione) di un altro da sé forte. Quando questo altro da sé si
indebolisce, si indebolisce anche la possibilità della narrazione,
e la categoria di narratività viene automaticamente messa in discussione.
Poiché questa narratività altro
non è che il compiersi della coniugazione fra Mythos e Poiesis, cioè lo
strutturarsi costitutivo stesso dell'opera d'arte, la messa in discussione
della narratività (dovuta alla perdita dell'altro da sé forte
da narrare) equivale alla messa in discussione della stessa opera d'arte,
della stessa artisticità.
Allora il problema centrale del
procedimento modernista (intorno al quale ruotano le ipotesi di
innovazione o di morte dell'opera d'arte) è legato alla narratività.
L'indebolimento della narratività equivale all'indebolimento della identità,
così come l'indebolimento dell'identità equivale all'indebolimento della
narratività. Fino a raggiungere il punto limite, oltre il quale c'è il
silenzio: che è la non-identità.
Per non soccombere al silenzio,
alla mancanza di identità, non rimane allora che inventare un nuovo altro
da sé da narrare e che dia identità, cioè l'ultimo altro da sé
possibile: appunto il Linguaggio stesso.
La ricerca del
"nuovo", che era già una peculiarità dell'Umanesimo, e poi
prepotentemente del Romanticismo, è sottoposta dunque nel procedimento
modernista a una accelerazione tale da mutarne in parte la sostanza
stessa: il "nuovo" diventa un valore. Il "nuovo" non è
più un nuovo modo di raccontare che l'evoluzione del tempo e l'originalità di
ogni artista comportano naturalmente81, ma oggetto stesso del
racconto: il "nuovo" (nel Linguaggio come inconscio, l'Altro)
è proprio ciò che l'autore vuole ed è costretto a dire, è parte del suo
Mythos.
La narratività consiste
ora anzitutto (ma ovviamente non solo in questo) nel raccontare l'invenzione
della narratività stessa.
L'opera racconta anzitutto
se stessa come “avventura linguistica”, e per l'autore qualsiasi tecnica o
stilema, e autoriflessione, autoironia, citazione, montaggio, contaminazione,
metafora metastorica antropologica ecc. ecc., hanno un perché nella
formazione dell'oggetto artistico.
La pluralità degli stili o modi
di formare (Pareyson), diacronicamente (es: Picasso) o sincronicamente,
nella stessa opera (es: Joyce), in contrapposizione alla unità di stile del procedimento
tradizionalista 82 sono la peculiarità operativa del procedimento
modernista.
La "normalità" che
ogni artista ha di avere uno stile unico, può diventare una prigione
quando, nella esigenza di invenzione della identità, uno stile unico può
diventare una forma parziale del sé, e pertanto falsa. Il modernista
sembra fuggire dalla unicità e unità dello stile come da un se stesso
incompleto e quindi non vero. "L'uomo è la sola creatura che si rifiuta
di essere ciò che è" (Camus): per poter essere veramente,
deve essere tutte le sue possibilità, le sue “spiritualità” (Pareyson). 83
Il formalismo di cui è stato
accusato il modernismo con i suoi differenti modi di formare, è
conseguenza della perdita dell'Io (identità) e ricerca di tutti gli Io
possibili nelle nuove forme.
Che poi questa "invenzione
del nuovo" venga tante volte giustificata da poetiche, teorie dell'arte,
indottrinamenti ("concetti di servizio", 84) è il fatto
più discutibile e anche meno nobile della grande "avventura".
Perché dietro le invenzioni di alcuni che rispondono alle esigenze
autentiche, si accodano le brutte copie di coloro che nell'ombra protettiva
di concettualizzazioni reiterate nascondono la mediocrità. Il consumarsi
sempre più rapido di tali concettualizzazioni, che susseguendosi vogliono delegittimare
presuntuosamente le precedenti, è la dimostrazione di quanto si addica la
mediocrità alle esigenze del mercato.85
Il Linguaggio, non più
solo come strumento del narrare, ma ormai come inconscio assoluto 86,
comprendente in sé la Poiesis e gli archetipi formali della Poiesis, si
manifesta intensamente come forma. Da qui l'attenzione estrema dei
Modernisti alla forma piuttosto che al contenuto, come sede
privilegiata di ogni vera innovazione (e da qui l'accusa mossa ai pittori da
un "contenutista" come Duchamp di essere dei formalisti gradevoli
per il mercato). Certo i Modernisti, in questa estrema attenzione al Linguaggio
come forma, tendono ai confini dell'arte, là dove la narrazione
si estingue e l'opera rischia di annullarsi nell'artigianato o nel
virtuosismo. Prima degli autori "sublimi" 87, ormai di
fatto appartenenti più al procedimento avanguardista che al procedimento
modernista (per la loro pratica di negazione dell'artisticità nell'utopia
dell'arte pura) questa era stata la via percorsa, ma con la consapevolezza
invece della necessità di raggiungere la riuscita artistica dell’opera, anche
da scrittori modernisti come Flaubert, Mallarmé e Valéry. Scrive Flaubert nel
1852 88: "Quel che mi pare bello, e che vorrei scrivere, è un
libro su niente, un libro senza appigli esteriori, che si tenesse su da solo
per la forza intrinseca dello stile, come la terra si regge in aria senza
bisogno di sostegno; un libro quasi senza soggetto, o almeno il cui soggetto
fosse, se possibile, quasi invisibile".
Mentre il "nuovo" per
l'avanguardista radicale è un fatto semiotico volutamente antiartistico, la tappa
più avanzata, in un dato momento, di un progresso nel tempo verso il futuro
dell'utopia (nel processo di negazione e poi dissoluzione dell'opera d'arte
per una estetizzazione diffusa nel sociale), il "nuovo" per il
modernista critico è un nuovo "modo di formare artistico", una tappa
nella "discesa agli inferi" nel Linguaggio, nel tempo
presente: " ...giù nell'ignoto per trovarvi del nuovo!". E
deve essere un modo di formare (all'interno della debolezza del
tutto) sufficientemente forte (cioè riuscito in opera d'arte) da costituire
un altro da sè (che definisca l'identità dell'artista).
Il rigore costruttivo
dell'Autore modernista, sempre attento, pur nella vertigine delle
innovazioni, all'opera come narrazione (comunicabilità della musica) e
alla riuscita dell'opera (salvaguardia della artisticità), impersonato
mirabilmente in Schoenberg. Scrive E. Fubini 89: "Lo
smantellamento dell'armonia tonale comportava l'abbandono di una struttura
formale che garantiva l'ordine e la comprensibilità di ogni opera musicale,
costituendone l'intelaiatura, la forma fondamentale. Per cui abolito questo
tipo di costruzione, Schoenberg si era trovato di fronte ad infinite
possibilità di combinazioni sonore, cioè padrone di una libertà illimitata o
forse del caos. L'irrazionalismo del periodo atonale, cioè precedente
all'elaborazione del "metodo di composizione con dodici note che sono in
relazione soltanto l'una con l'altra" coincide con il periodo
espressionista, in cui Schoenberg non si è ancora posto con rigore il
problema della struttura logica e formale dell'opera musicale ed inclina
verso una concezione mistico-intuizionistica della musica, tutto preso dalla
esaltazione della libertà creativa del genio. Ma la sua seconda natura
razionalistica e costruttivistica ricompare nella formulazione del
"metodo di composizione con dodici note". Continua Fubini 90:
"(Schoenberg) paragona nello stesso saggio, e in altri, la funzione
della struttura vincolante del metodo dodecafonico a quella dell'armonia
classica; la consapevole limitazione della libertà non significa altro che
preservare la possibilità comunicativa della musica attraverso una base
linguistica oggettiva". Possibilità comunicativa vuol dire essere narrazione,
e solo così possibilità di essere opera d'arte.
Dunque Schoenberg considerava i
modi armonia e dodecafonia mutevoli nel tempo (nel
"transitorio" di Baudelaire), ma sempre in funzione della
artisticità (l'"eterno" di Baudelaire). Ma si deve anche dire che
in cuor suo pensava di aver fatto progredire l’arte musicale, se con
presunzione scrisse: “E forse lei sa che io presumo di aver mostrato
all’umanità le strade della creazione musicale per almeno cent’anni”.91
E' interessante ricordare che
Webern, portando poi il modo dodecafonico alle estreme conseguenze, è
arrivato a concepirlo come appartenente alla tradizione. "...la
tradizione armonico-tonale rappresenta il fondamento per giustificare la
validità del nuovo linguaggio. La dodecafonia si presenta nel pensiero di
Webern come un allargamento del concetto classico di tonalità e non come una
rottura con esso, un sistema naturale nello stesso e preciso senso in
cui lo era la tonalità per i teorici del Settecento: la dodecafonia non è
altro che l'utilizzazione di un numero più ampio di armonici". 92
Il procedimento modernista
è così da un lato critica dell'ideologia del progresso in generale, e
dall’altro negazione dell'idea di progresso nell'arte. Certamente per esso,
come per il procedimento tradizionalista, l'arte non ha progresso. Gli
autori modernisti sono i primi a riconoscere quanto sia fragile l'idea
generale di progresso (la questione della separazione fra scienza moderna e
arte, fra il "certo" progresso della prima e il"discusso"
progresso della seconda, era stata posta per la prima volta nella
"Querelle des anciens et des modernes" a cavallo fra seicento e
settecento) perché sanno benissimo che la loro operazione arte si arricchisce
di forme nuove, inedite, originali ma è nella sostanza priva di progresso.
Per loro il "nuovo" nell'arte non fa parte di una teleologia
progressiva di miglioramento verso una perfezione utopica dell'arte.
Il fine dell’arte non è il progresso dell’arte, come è invece per il procedimento
avanguardista. Non c'è per il modernista una meta, un "dove"
andare dell'arte, che sia al di là della "la riuscita della singola
opera". E non c'è un fondo nella discesa agli inferi del Linguaggio,
se non l'origine. Ogni "invenzione del nuovo" è un ritorno
all'origine, nella cui memoria sta l’immaginazione del possibile, di tutti
gli Io possibili, di tutte le invenzioni del Linguaggio. Rimane
a fondamento il testo di Baudelaire: "La modernità è il transitorio, il
fuggitivo, il contingente, la metà dell'arte, di cui l'altra metà è l'eterno
e l'immutabile". 93
Il procedimento modernista è
dunque per gli Autori l’impresa enorme di inventare se stessi, un’impresa che
comporta rivoluzionari mutamenti di atteggiamenti, rispetto al mondo e
all'operare artistico.
La sociologia fa derivare
questi mutamenti dai nuovi rapporti di produzione materiale instaurati in
Europa e negli Stati Uniti dalla seconda metà del secolo scorso, che si
concretizzano nello scadere del ruolo sociale dell'artista e nella formazione
di un nuovo gruppo sociale: la massa. Rispetto ai linguaggi in generale, e a
quelli artistici in particolare, la massa rappresenta indubbiamente un
pubblico nuovo: ma esso è nuovo non perché usa le arti delle élites in
modo diverso ("distratto”/Benjamin) da come le fruivano un tempo i
cortigiani e il popolo, ma perché tende a essere l'unico pubblico, superando
la dialettica fra cultura delle élites e cultura del popolo in
un'unica dimensione media totalizzante. Pretende cioè, a differenza delle élites
e del popolo, che accettavano il loro rapporto dialettico, di essere essa
stessa tutto il potere ("democrazia") e quindi di produrre una
cultura più che dominante, "universale". Già E. A. Poe (e accanto a
lui Baudelaire) si era posto il problema di fare opere non solo con
"novità" ("transitorio") e "permanenza"
("eterno"), ma con "individualità" e
"universalità" tali da soddisfare tutti: “il gusto dei critici e
quello della gente comune ... tenni sempre presente l'idea che la mia opera
incontrasse un favore universale".94
La sociologia tende a spiegare
l'"invenzione del nuovo" quasi esclusivamente come risposta alle
esigenze di mercato nella nuova società di massa: il nuovo non sarebbe quindi
che una espressione della cultura di massa stessa. Secondo W. Benjamin,
Baudelaire si era reso conto che l'interlocutore (pubblico) tradizionale
della poesia stava scomparendo e che solo un certo "nuovo" avrebbe
potuto continuare a conquistarsi un pubblico non elitario ormai, ma di massa:
"...egli si è reso conto per primo, e nel modo più ricco di conseguenze,
che la borghesia era sul punto di ritirare la sua commissione al poeta".95
"Baudelaire ha avuto forse per primo l'idea di una originalità a norma
di mercato, che- proprio perciò- era allora più originale di ogni altra (créer
un poncif). Questa création implicava una certa intolleranza.
(Baudelaire voleva far posto alle sue poesie e a questo scopo doveva
scacciarne altre)"... "Insomma, le sue poesie contenevano
particolari disposizioni per sconfiggere le concorrenti".96
"In Baudelaire il poeta rivendica per la prima volta un valore di
mercato. Baudelaire fu l'impresario di se stesso".97 "La
dissoluzione delle scuole poetiche, degli "stili, è complementare al
mercato, che si apre davanti al poeta come pubblico".98 "La poesia di Baudelaire fa
apparire il nuovo nel sempreuguale e il sempreuguale nel nuovo" 99
Tutto ciò è senz'altro vero, ma
riduttivo, poiché la istanza sociologica non esaurisce certo la personalità di
un artista, la importanza artitica di Baudelaire.
Altrettanto riduttive sono
l'estetica di Lukàcs, per la quale il "nuovo" non sarebbe altro che
il tentativo degli artisti (d'élite) di differenziarsi dalla
produzione della nascente cultura di massa, e l'estetica negativa di Adorno,
che considera il "nuovo" sia come funzione del mercato sia come
resistenza elitaria al mercato, ma sempre allora prigioniero della logica
capitalistica di consumo. Per Adorno l'arte può valere solo se mette in discussione
se stessa (che vuol dire scambiare tutta l'arte contemporanea della
"dialettica del nuovo" (e quindi il procedimento modernista)
con il procedimento avanguardista).
Va invece messo in rilievo,
nell'ambito sociologico e rispetto al mercato, il dramma che per questi
Autori rappresenta il consumarsi del valore d'uso dell'oggetto
artistico nel suo mero valore di scambio. Cioè il passaggio da una
cultura tradizionale dove l'oggetto artistico, poggiando su salde tradizioni
e assolvendo fortissime funzioni sociali (funzioni genetiche terze),
esalta la sua funzione genetica seconda (narrare/interpretare
una realtà considerata oggettiva) e con essa la funzione genetica prima
(comunicare la propria artisticità) e pertanto il suo valore d'uso (il
valore per cui l'oggetto è stato prodotto), a una cultura dove tutte queste funzioni
vengono gradatamente meno, e dove quindi l'oggetto non può più essere
giudicato per il modo in cui assolve quelle funzioni.
A rigore l'oggetto artistico
non può più essere giudicato tout court, in quanto diventato inutile,
in quanto senza funzioni.
Allora la valutazione di esso
(il riconoscimento di artisticità) non può più essere, come prima, il
più possibile funzionante secondo una tradizione (nella logica del
riuscito/non riuscito) ma è affidata solo all'apprezzamento estetico
soggettivo del pubblico di massa (nella logica del mi piace/non mi piace),
che determina il mero valore di scambio della merce sul mercato.
Questa progressiva perdita
della possibilità di un giudizio, che è il sintomo di una progressiva
inutilità degli oggetti da essi prodotti, è il trauma più profondo causato
dall'avvento della cultura di massa negli Autori modernisti, che nella
riuscita dell’opera (e quindi nel suo riconoscimento, fondano l’identità.
Certamente sia la massa sia gli
Autori si adeguano alla trasformazione continua dell'ambiente tecnologico,
sempre più lontano dalla staticità dell'ambiente naturale. Certamente queste
trasformazioni sempre più rapide provocano in principio effetti di
straneamento e di alienazione; ma ci si abitua alla velocità come alla
staticità, e anche la velocità diventa natura (con il fascino dei
ponti di ferro, i treni, i piroscafi, i dirigibile, gli aerei ecc.). Non è
quindi una questione di "paesaggi". Si tratta invece di una
condizione esistenziale, oltre che sociale. In altre parole i
"modernisti" sono "stranieri" non certo alla "nuova
natura" industriale (macchine, navi, treni, aerei ecc.) ma a quella
condizione umana che non consente, perché inaccettabile, la fondazione della
identità.100
Come una parte della massa, pur
inserita nel processo produttivo industriale capitalistico, ne denuncia, per
mezzo delle organizzazioni sindacali e di partito, gli aspetti negativi, così
questi artisti/intellettuali ne denunciano la mistificazione di fondo:
l'ideologia positivistica di progresso. Infatti le nuove tecnologie cambiano,
anzi dominano la natura, ma non cambiano in meglio la condizione esistenziale
dell'umanità. Anzi, il nuovo uomo/massa già rivela ingigantiti i caratteri
pericolosi del "branco", che, non molto più tardi, sfoceranno in
tutta la loro autodistruttività nella acquiescenza del popolo tedesco (il più
evoluto allora) alla ideologia e alla prassi naziste.
La percezione modernista
dell'unità di stile come "prigione" si ricollega alle
considerazioni sul progetto forte o debole, e a quelle
sull'allegoria (W. Benjamin, NOTA..), S'è detto essere caratteristica del procedimento
tradizionalista la tendenza al "ben finito" (specialmente nel
classico), come conseguenza di un progetto forte che risponde al
bisogno di sicurezza. L'unità di stile è vincolata a questo progetto forte.
Nel procedimento modernista
invece, l'indeterminatezza della identità e la ricerca/invenzione di tutti
gli Io possibili pretendono un progetto debole, se non addirittura
una assenza totale di progetto, che permettano di intraprendere veramente l'avventura
linguistica verso l'ignoto: di partire cioè senza prima sapere dove e
come si arriverà, e se si arriverà. Questo procedere "improvvisando",
questo work in progress, poggia sulla fiducia nel Linguaggio
come altro da sè forte e, per molti, in fondo, ancora sulla fiducia
umanistica nell'uomo: l'uomo, incamminandosi su una strada sconosciuta, a
ogni nuova tappa potrebbe anche cambiare se stesso, insomma (perché no?)
esistenzialmente ancora progredire. L'uomo quindi "si fa", in un
processo libero, dall'esito imprevedibile. Egli si inventa facendo,
oggettivandosi in opere appunto imprevedibili. Ma sempre tendendo alla riuscita
artistica dell’opera.101
Il progetto debole, che
è alla base del procedimento modernista, non esclude la progettualità,
magari anche forte, delle singole parti, ma la imprevedibilità del tutto
rimane un suo fondamento.
Nel progetto forte
l'Autore immagina l'opera finita, nel progetto debole l'Autore
intenzionalmente non vuole immaginare l'opera finita. Ciò che conta è non
fiaccare il percorso creativo con un progetto forte che lo determini a
priori, senza possibilità di una sostanziale trasgressione della tradizione.
Il procedimento modernista è un processo "senza fine": così
anche la singola opera può essere non finita e sfuggire alla ossessiva
compiutezza del procedimento tradizionalista.
Da un punto di vista
sociologico si tratta di una sfida al bisogno di sicurezza della borghesia.
In questo senso viene interpretato da W. Benjamin nelle sue considerazioni
sul barocco e sulla allegoria, dove, parlando dell’arte a lui contemporanea,
la contrappone all'arte tradizionale come contrappone il barocco al classico.
C'è nel barocco la "lamentazione": il presentimento della morte
(nel barocco storico, della morte del classico; nel barocco modernista, della
morte dell'arte tout court in una cultura nihilista di massa). Da qui
l'eccesso, la libertà che ci si deve prendere contro il formalmente compiuto simbolo
artistico102. Per Benjamin la rivalutazione della allegoria
in opposizione al simbolo artistico sarebbe un gesto liberatorio
contro la sicurezza inautentica della borghesia.
Ma occorre riaffermare che
l'opera d'arte tende costitutivamente a essere riuscita, cioè
compiuta, finita, "perfetta", organica, cioè a essere simbolo artistico
(anche se è vero che il processo creativo, per conservarsi vitale e non
fossilizzarsi in accademia, necessita continue trasgressioni). Possiamo
allora considerare il barocco come una trasgressione, per cui, invece di
raggiungere nel grande mare del fare la immobile catarsi del simbolo,
si preferisce restare a nuotare nella dinamica, vitale, aggressiva allegoria.
Ma è una contingenza. Può diventare un modello del fare solo se (come
in Benjamin) il momento della catarsi esula dal compimento e riuscita
dell'opera d'arte e si sposta (come fase di autonegazione dell'opera d'arte)
nel compimento della rivoluzione sociale (ma si esce allora dall'ambito
dell'opera d'arte per entrare nell'ambito della morte dell'arte del procedimento
avanguardista). Solo in questa contingenza, per il compimento della
rivoluzione sociale e come opera dell'avanguardia, l'arte può negare se
stessa (e trova in questo il suo senso come per Adorno). Solo in questa
contingenza deve essere non-compiuta (non deve essere simbolo) in
quanto non deve, in definitiva, essere opera d'arte, ma solo testimonianza
attiva del lutto presente in vista di una catarsi a venire (la rivoluzione).
Dice Adorno, in Dialettica
dell'Illuminismo 103: "Il momento- nell'opera d'arte- per cui
essa trascende la realtà è in effetti inseparabile dallo stile: ma non
consiste nell'armonia realizzata, nella problematica unità di forma e
contenuto, interno ed esterno, individuo e società, ma nei tratti in cui
affiora la discrepanza, nel necessario fallimento della tensione appassionata
verso l'identità." Se ciò può essere vero per il procedimento
avanguardista, non vale per il procedimento modernista. Come il procedimento
tradizionalista dell'arte storica, anche il procedimento modernista,
(quindi in definitiva l'arte tout court) tende sempre alla compiutezza
(per Adorno: unità di forma e contenuto). La trasgressione a questa tendenza,
operata abbastanza sistematicamente all'interno del procedimento
modernista non vale per se stessa, ma è una trasgressione funzionale alla
"dialettica del nuovo", e comunque funzionale alla compiutezza
dell’opera d'arte, nella salvaguardia della qualità di artisticità.
Dice ancora Adorno: " Solo
nell'opera frammentaria, che rinuncia a se stessa, si libera il contenuto
critico ((...)) l'opera d'arte compiuta è quella borghese, quella meccanica
appartiene al fascismo, e quella frammentaria indica, nello stadio della
negatività totale, l'utopia". L'utopia appunto della negazione
dell'opera in vista di una catarsi rivoluzionaria sociale. Che è come dire:
l'arte è tutta da sempre "borghese", l'arte può essere critica (non
"borghese") solo rinunciando a essere arte, solo nella dimensione
utopica di negazione di sé dell’Avanguardia. Ma con ciò si fraintende
totalmente l'istanza del Modernismo, che rappresenta di fatto l'arte della
"dialettica del nuovo" degli ultimi 150 anni.
Considerare l'arte della
"dialettica del nuovo" in toto come generico avanguardismo
della negazione dell'arte è il malinteso del 900.
Succede invece che
l’innovazione, quando è finalizzata alla riuscita artistica dell’opera e non
è gratuita, non può essere continua. Essa esige un così rigoroso impegno da
parte degli Autori, da produrre in essi anche enormi stanchezze. Ne derivano,
specie nei pittori, usi a produrre come in una catena di montaggio, periodi
di grande decadenza. Moltissimi sono per esempio d’accordo nell’affermare che
Picasso non ha prodotto nel dopoguerra opere degne di lui. “Guernica
rappresentò il culmine della attività creativa dell’artista, il quale visse
ancora trentasei anni producendo molte migliaia di opere. Per evitare questa
lunga decadenza Marcel Duchamp, autore di dipinti celebri come il Nudo che
scende le scale e il “Grande Vetro”, cessò volontariamente di operare in
quanto artista, quando era ancora relativamente giovane. In altri casi, come
quello di Giorgio De Chirico, l’artista esegue nella maturità vere e proprie
repliche di quadri che lo hanno reso famoso, qualche volta retrodatandole.”104
Un’altra “corruzione” che vizia
il procedimento modernista sono l’eccessiva concettualizzazione e
teorizzazione, per l’incombere su di esso dell’ideologia di progresso,
propria del procedimento avanguardista. Scrive Raffaele La Capria nel
bellissimo libretto”La mosca nella bottiglia”: “Più la menzogna celebra i
suoi fasti mediali e tesse i suoi eterei fili invisibili intorno al mondo,
più si fa forte il bisogno di reagire e dire a noi stessi ogni volta la verità,
senza mentirci. E può capitare, allora, che certe parole, sentimenti o
condizioni che prima ci apparivano pacifiche, all’improvviso le vediamo
rivoltarsi e assumere un aspetto imprevisto. Siamo portati perciò a sottrarle
all’indistinzione in cui le avevamo lasciate e a rimetterle in discussione
per restituire loro una carica e una funzione che tenevano nascosta o si era
offuscata.
E così è stato il “senso
comune”, che man mano mi sta rivelando la mia insofferenza intellettuale per
tutte quelle forme e atteggiamenti del pensiero e dell’intelletto che dal
senso comune si tengono lontani, e che ho definite concettualizzazioni
improprie, perverse, o disoneste.
Perché una parola,
un’espressione o una sensazione, può comportarsi come un elemento chimico che
reagisce a una serie infinita di reltà, e fa apparire, anche quelle, diverse
da come si presentavano prima.
Per farmi capire quanto è
importante nella storia della pittura un quadro come Les Demoiselle
d’Avignon di Picasso, Giuliano Briganti diceva che si può parlare di
quadri a. D.d’A (ante Demoiselles d’Avignon) e quadri
p.D.d’A. (post). Ma perché, gli domandavo -un po’ per provocarlo e un po’
per divertirlo col mio empirismo finto-ingenuo - di fronte a Les
Demoiselles d’Avignon, non vale il semplice piacere della sorpresa
estetica? Perché bisogna sottostare alla interferenza intellettuale e
concettuale che si intromette tra lo sguardo e quel quadro, per emettere un
giudizio ed ammettere un’emozione? Un po’ di stupido stupore in questa nostra
epoca troppo ideologicamente e intellettualmente indottrinata non sarebbe
opportuno, e anzi direi, indispensabile?
Così mi suggeriva il mio senso
comune, che si va facendo sempre più imprudente.
E se Les Demoiselles
d’Avignon rimanesse brutto, per noi, anche dopo che fossimo stati
attrezzati a guardarlo?
Per il senso comune non c’è
dubbio: quel quadro è bruttino. Ma mentre lo guardi, se pensi e poi ripensi
alle intenzioni con cui fu dipinto da Picasso, a quel che significò nella
storia della pittura contemporanea, alle conseguenze che produsse la sua
apparizione, e agli altri quadri che da quello furono generati, forse ti
ricrederai e lo troverai bello.
Bello? Si, bello.
Esteticamente? Si, perché fa pensare a tutto questo. Ma che c’entra
tutto questo con la bellezza?
C’entra, perché vuol dire che
qualcosa si frappone tra te e quel quadro, qualcosa che non ha niente a che
fare, se vuoi, col bello e col brutto, e tuttavia penetra il tuo sguardo e lo
condiziona.
Ma la stessa cosa avviene
quando io guardo qualsiasi dipinto, non solo Les Demoiselles d’Avignon.
Quado guardo Giotto o Masaccio, Piero o Leonardo sempre c’è una interferenza
culturale tra me e il dipinto che sto guardando. Non può essere altrimenti,
perché il puro sguardo, innocente e insieme conoscente, non esiste.
E però quando l’interferenza,
non direi culturale, ma concettuale è così grande, come nel caso di Les
Demoiselles d’Avignon, quando è così sproporzionata e determinata, non
introduce un’alterazione o una forzatura nello sguardo? Perché
c’è una differenza tra la cultura visiva di un’epoca e di una civiltà, e
quella particolare di qualche migliaio di iniziati capaci di vedere un certo
dipinto attraverso la “teoria” (la pretesa concettuale) di un artista
isolato, sia pure grande come Picasso. Una cosa è la cultura che accompagna
il nostro sguardo posato su una tela di Ingres, di David, di Delacroix, e
un’altra è la specializzazione, che ci vuole per amare visivamente Les
Demoiselles d’Avignon. Specializzazione da indottrinamento, ma talmente
assimilata da invadere ed alterare la sfera della sensibilità impoverendola
più che arricchirla.
Cosa avviene in realtà? Qual’è
quell’alterazione dello sguardo introdotta dalla specializzazione da
indottrinamento? Accade che l’interferenza concettuale entra a far parte dei
nostri sensi, si installa dietro l’occhio, nella retina, avviluppa il nostro
nervo ottico, ed è capace di modificare tutto il nostro apparato visivo.
“Più che conoscere ciò che
vediamo noi vediamo ciò che conosciamo”, diceva Goethe.
Ma fino a che punto è
consentita, fino a che punto può arrivare questa interferenza concettuale
mentre guardiamo un quadro? Fino a che punto distorce la visione o la
“corrompe”, come diceva Tolstoj?
Questo tipo di interferenze
dall’inizio del Novecento non si fa sempre più invadente? Non è presente
dovunque? Non diventa sempre più imbarazzante? E più schematizzante?
Non ci costringe ad un
“aggiornamento artistico” con scadenza settimanale, per cui quel che valeva
lo scorso week end non vale più in questo?” (...) ”Allora devo rinnegare con
tutti questi ragionamenti, il fatto, per molti evidente, che Les
Demoiselles sono brutte nonostante tutto quello che si dice sul loro
conto e nonostante che io sia convinto della funzione importantissima da
questo quadro esercitata sull’evoluzione della pittura?”105
Questo argomento è stato
affrontato, non certo esaustivamente (in quanto meriterebbe appunto
prolungate discussioni) nel saggio “Tempo fermo”, nel primo numero di questa
rivista. Ma un’altra domanda subito incalza: quanto ha influito sulla
ossessionante ricerca di una “nuova arte”, di sempre nuove teorie e poetiche,
in pratica di sempre nuova arte come istituzione, la consapevolezza in
fondo di una banalissima mancanza di talento?
Una certa risposta la dà
indirettamente l’ ”odiatissimo” Picasso, forse il più grande Artista pittore
del procedimento modernista nel primo 900. E anche il più crudele, non
per sua volontà, anche se il cinismo non gli faceva difetto, ma così,
naturalmente, come è crudele la natura nella sua potenza. Già l’assunzione
del cognome della madre Picasso invece del normale cognome paterno Ruiz,
suggerisce in lui un ben motivato e determinato, anche se ancora forse del
tutto inconscio, atto di devozione alla Grande Madre Poiesis, che “conduce
per mano l’Autore” alla riuscita dell’opera. Il rifiuto della “mediocrità”
del padre è anche il rifiuto della “mediocre”, razionale e maschile106
ossessiva ricerca di teorizzazioni, giustificazioni di nuova pittura, di nuova
arte ecc. di tanti suoi contemporanei. Dice (1935): “Io non cerco, trovo”.
Egli “mangia” (come personificazione della Grande Madre) le affaticate idee
del maschile, e le metabolizza nel talento, non altrimenti di quanto
fa la Natura stessa (Grande Madre) che mangia e nello stesso tempo nutre
(crea). Sessualmente maschio come persona, Picasso è invece femminile
come Artista, Grande Madre divoratrice delle farneticazioni intellettuali del
maschile.
Al polo opposto sta un Autore
come Kazimir Malevic107, razionalista e maschile
(“mediocre”), che, dopo aver affermato: “Nel suprematismo non si può più
parlare di pittura. La pittura è stata superata da tempo, e il pittore è un
pregiudizio del passato”, e dopo essere riuscito a inventare, con grande
sforzo intellettuale, un “quadrato nero su fondo bianco” (1915, che è solo
atto di protesta del procedimento avanguardista), finì la sua carriera
nel 1933 con un brutto quadro realistico “Autoritratto come principe dei
pittori”. Tanto maschile da essere coautore nel 1913 (con lo scrittore
Krucenych e il musicista Matyusin) dell’opera “Vittoria sul sole”, dove,
imprigionate le donne e sconfitto il sole, si instaura il regno dell’”Uomo
forte” tecnologico e antinatura. 108
Dunque all’origine del procedimento
modernista c'è stato questo drammatico smarrirsi (indebolimento) della
identità, che deriva nella società moderna dall'allontanamento dell'uomo dal naturale
(garanzia di altro da sé forte) verso l'artificiale nel
frenetico, impetuoso avvento della Tecnica e del "progresso".
Perché allora il procedimento modernista è la più esaltante e
significativa esperienza dell'arte contemporanea? Perché, nella
"metamorfosi quotidiana delle cose", il Modernista, testimone del
caos, tende a salvaguardare l'opera d'arte come ultimo, irrinunciabile
vincolo con l'"eterno" (Baudelaire). E in questa salvaguardia è
costretto a mostrare, a palesare in eccesso il funzionamento stesso
della macchina opera d'arte: il Modernismo è la febbre di una malattia che
investe la coniugazione di Mythos e Poiesis.
Ora il Mythos è fragilissimo:
un Io, una personalità, una identità che si inventa ogni giorno. Questa
coniugazione, che nell'arte storica è un "lavoro" (Michelangelo:
"una infinita pazienza") è ora una "avventura", una
pericolosa affascinante avventura. Le parole di Baudelaire: "La
modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell'arte,
di cui l'altra metà è l'eterno e l'immutabile", si addicono in verità a
tutta l'arte storica (procedimento tradizionalista), dove il
contingente maschile del Mythos abbraccia e si eternizza nell' eterno
femminile della Poiesis. Solo che ora, e per questo le parole di Baudelaire
sono puntuali, il "contingente" si è fatto drammaticamente
"transitorio", "fuggitivo" fino allo spasimo. Per cui
quella coniugazione diventa una operazione febbricitante, spesso eccessiva, a
volte eroica, al limite" sublime" fino al suicidio dell'arte
stessa.
La grandezza degli Autori
modernisti in generale sta in questo impegno a fare opere d'arte all'interno
di una cultura nihilista, operazione molto difficile e contraddittoria, che
si risolve nel "porre le regole del gioco mentre si gioca", e
pertanto esposta a ogni errore e impostura. Ciò deriva dalla estrema
difficoltà di dare alle opere, in un simile procedimento senza tradizione, un
riconoscimento di artisticità che pretenda di essere funzionante. Ma
la difficoltà di un giudizio su un oggetto dimostra anche l'incertezza sulla
sua utilità e funzionalità, per cui la difficoltà del riconoscimento
nel procedimento modernista (e in quelli avanguardista e postmodernista),
non fa altro che confermarne la precarietà, e la pertinenza, rispetto ad
essi, di un discorso sulla morte dell'arte come artisticità. E il
giudizio dei posteri, tanto caro agli autori antichi, in quanto godevano
della convinzione delle durata delle opere in un futuro "fedele",
diventa ora quasi inimmaginabile, per la probabilissima "infedeltà"
del futuro in un mondo di grandi trasformazioni.109 Ecco allora
che al posto del giudizio dei posteri può interessare il "giudizio dei
predecessori" e guardare indietro alla storia e alla psicogenesi delle
arti, alla loro "eternità" antropologica, può servire a giudicare
le proprie opere in rapporto a quelle, e a rivalutare, pur all'interno del
processo della "dialettica del nuovo", l'importanza della
tradizione in una dimensione più antropologica che storica.
Nietzsche: "Tramonto
dell'arte. Come nella vecchiaia ci si ricorda della gioventù e si celebrano
feste della memoria, così l'umanità sarà presto, rispetto all'arte, nel
rapporto di un commovente ricordo delle gioie della giovinezza".
9 agosto 1944. I muri di Parigi
occupata dai tedeschi si coprono di manifesti della Resistenza che invitano
alla insurrezione. Dicono:
"VIVE PARIS INSURGE'......C'est dans une Capitale dejà libéré par le
Peuple de Paris che doivent entrer les blindés Américains....." Così
è stato. Ma poi gli Americani arrivano. L'Europa entra nella Postmodernità.
Da allora tutti nel mondo vivono
nella Postmodernità, cioè nella egemonia culturale americana.
Note
1. G. Steiner, “Grammatiche della crazione”,
Garzanti 2003, p. 238
2. “Ci sono quattro immensi romanzieri: Kafka,
Broch, Musil, Gombrowicz. Io li chiamo: la pleiade dei grandi romanzieri
dell’Europa centrale. Dopo la morte di Proust non vedo nulla di più
importante nella storia del romanzo. Senza conoscerli, non si può comprendere
granché del romanzo moderno. Molto succintamente: questi autori sono
modernisti, cioè coltivano la passione per la ricerca di nuove forme, ma allo
stesso tempo sono liberi da ogni ideologia avanguardistica (fede nel
progresso, nella rivoluzione, ecc.). Non cercano una rottura radicale; non
pensano che le possibilità formali del romanzo siano esaurite: vogliono solo
allargarle radicalmente. Non disprezzano la “tradizione”, ma ne hanno una
visione nuova: tutti sono attratti dal romanzo nato prima del XIX secolo; io
mi diverto a chiamare quest’epoca “il primo tempo della storia del romanzo”.
M. Kundera (1988), da “Il cielo stellato dell’Europa centrale”, in “Riga”n.
20, Marcos y Marcos 2002, p. 24.
3. “Esiste inoltre una differenza assolutamente
decisiva tra un’opera artistica o filosofica e un’opera scientifica. Se
Copernico o Galileo fossero stati eliminati prima della diffusione delle loro
intuizioni, queste sarebbero certamente venute in mente ad altri. Non sarebbe
stato possibile fare altro che ritardare (e soltanto di poco, probabilmente)
la scoperta dell’eliocentrismo o della genetica Mendeliana. La scienza, come
vedremo, ha una sua inevitabilità sequenziale. Non può essere localizzata e
fermata da un ukase. Invece la riflessione filosofica e la
realizzazione estetica sono totalmente vulnerabili agli incidenti
contingenti, all’annichilimento programmato, al silenzio definitivo imposto a
loro autore. Il trattato metafisico (quello di Serveto sulla Trinità), il
dipinto, la sinfonia, la poesia possono essere messi a tacere una volta per
tutte. Possono essere inceneriti o lacerati in modo irreparabile. Poiché sono
singolarità, la cui nascita e il cui compimento sono sempre occasionali,
imprevedibili e, in sostanza, irripetibili, la pagine sistematiche di una
filosofia, di uno spartito o di un’opera di finzione sono legate
all’esistenza dell’individuo. Se si distrugge, si imbavaglia o si corrompe il
“solo procreatore”, l’opera verrà annichilita”. G. Steiner, “Grammatiche
della creazione”, Garzanti 2003, p. 212
4. L’altro da sè, che dà identità nel
processo di differenziazione, deve essere un altro da sè forte: come,
appunto, la consapevolezza della riuscita della propria opera. Ma gli innumerevoli
oggetti, estetici e non artistici dell’arte come istituzione, non
riescono a essere un altro da sè forte, costituente identità
(nonostante le intenzioni), perché gli altri a cui il soggetto autore si
offre nel mercato della comunicazione (testimoniando la propria esteticità)
sono pochissimo diversi da lui: pertanto il soggetto autore non può “vedere”
negli altri che l’immagine di se stesso. E in ciò egli non è niente, in ciò
l’identità si perde.
4a. K. Stockhausen, dopo l’evento terroristico
dell’impatto degli aerei sulle Twin Towers e il loro crollo, fece una
dichiarazione (ma sembra che l’abbia ritirata) in cui affermava che era “la
più grande opera d’arte di tutti i tempi”. Certamente quella visione non ha
nulla a che vedere con le opere d’arte, ma sì con la bellezza.
4b. in D. Borrelli, “Il bello dei media”, in “Per
Alberto Abruzzese”, Luca Sossella editore, 2002, p. 45. Si tratta di un libro
in cui si parla del pensiero di Alberto Abruzzese.
4c. Ibidem, p.43
4d. in U. Coldagelli, “Bagnalloto”, in “Per
Alberto Abruzzese”, Luca Sossella editore, p. 91
4e. Si veda: R. Simone, “La terza fase. Forme di
sapere che stiamo perdendo”, Laterza, 2000
5. 108. Visvanatha, in M. Dufrenne/D. Formaggio,
"Trattato di estetica" 1, Mondadori 1981, p. 10
6. “Recenti scoperte dimostrano infatti che in
varie parti del mondo l’uomo prese a segnare, marcare, raffigurare, produrre
documenti grafici, in epoche remote, che sembrano quasi sempre coincidere con
l’apparizione dell’Homo sapiens nello stesso territorio. Si fa sempre
più strada l’ipotesi che la creatività artistica sia una delle
caratteristiche di questo nostro antenato, che sia una esternazione di quella
capacità di astrazione, sintesi e idealizzazione, che emerge come sua
contrassegno determinante”. “...questi uomini, nei vari continenti,
dimostrano di avere acquisito delle nuove capacità intellettuali che
essenzialmente sono le stesse dovunque, e di produrre un’arte che, nelle fasi
iniziali, nel mondo intero, mostra eccezionali affinità e riflette simile
bagaglio culturale, simili esigenze espressive e simili preoccupazioni”. “La
capacità di creazione artistica e, ancor prima, la capacità di concepire
l’idea di creatività artistica, implica una struttura psicologica che, su
questa Terra, per quanto ne sappiamo, è caratteristica esclusiva della specie
umana, dell’Homo sapiens.” E. Anati, “Le radici della cultura”, Jaca
Book 1992, p. 88, 89, 101.
7. G. Steiner, “Grammatiche della creazione”,
Garzanti 2003, p. 238: “Possiamo adesso avanzare un postulato centrale. Due
sole esperienze permettono agli esseri umani di partecipare alla
finzione-verità, alla metafora pragmatica dell’eternità, della liberazione
dai decreti di annientamento del tempo storico-biologico, vale a dire dalla
morte. La prima è quella della fede religiosa autentica, per coloro che sono
aperti a essa. La seconda è quella estetica. E’ la produzione e la ricezione
di opere d’arte, nel senso più lato, a permetterci di condividere la durata,
il tempo senza confini. Senza le arti la psiche umana rimarrebbe nuda davanti
alla propria estinzione. E in questo risiederebbe la logica della pazzia e
della disperazione. E la poiesis (assieme alla fede religiosa
trascendente e, spesso, in una certa relazione con essa) ad autorizzare
l’irragionevolezza della speranza. In questo senso immensamente significante,
le arti sono ancora più indispensabili agli essere umani della scienza e
della tecnologia più eccelse (di cui innumerevoli società hanno fatto a meno
per lungo tempo)”.
8. Si dia, per esempio, un ritratto dipinto. Se un
pittore fa il ritratto a qualcuno, lo fa nel suo stile, non fa l’esatta copia
della persona, cioè una comunicazione normale. E non certo perché non lo
sappia fare: tutti i bravi pittori di tutte le epoche e culture “sapevano”
benissimo fare la copia della persona, ma “non volevano” farla. Hanno cioè
“disturbato” la comunicazione normale stilizzandola nel proprio stile,
filtrandola attraverso una immagine mentale, rendendola così più
difficile da recepire. Perché in verità, se a loro importava anche comunicare
quella storia che è la copia (ritratto) della persona, importava però
anzitutto e di più comunicare il proprio stile, e per suo mezzo la qualità
di artisticità dell’opera.
9. Gli oggetti di cui qui ci si occupa sono gli oggetti
artigianali (cap. 4), gli oggetti estetici, gli oggetti
artistici (opere d’arte) e gli oggetti artetici (gli oggetti
artetici sono gli oggetti che, pur pretendendo di essere artistici, non
lo sono, in quanto non artisticamente riusciti).
Gli oggetti estetici si dividono in oggetti
estetizzati, oggetti estetici propriamente detti, e oggetti estetici
testimoniali.
L’oggetto estetizzato è un oggetto
qualsiasi, naturale o artificiale, a cui il soggetto conferisce, a
prescindere dalle sue proprietà immanenti, una “risonanza” o attributo
estetico. A una sedia, oggetto per sedersi, viene conferita una “risonanza”
se è bella/brutta, se è la “sedia della nonna”, se ricorda qualcosa, se in
una dimensione sacra è una divinità, se è collocata in modo da proiettare
un’ombra suggestiva, se è sostegno a un abito in una vetrina, se è collocata
in un luogo incoerente (decontestualizzazione) come un readymade di
Duchamp in una galleria d’arte, ecc. Anche una parola può essere caricata di
valenza estetica. Leopardi differenziava nell’italiano i semplici “termini”,
che definiscono le cose, dalle “parole”, che nella loro vaghezza chiamava
“poeticissime”: “Le parole lontano e simili sono poeticissime e
piacevoli...” (G. Leopardi, "Zibaldone di pensieri", 25 settembre
1821, Mondadori 1988, vol.2, p.650).
Si può fare un esempio limite di estetizzazione di
un oggetto. Una tela vuota appesa al muro è niente. Ma se al muro se
ne appendono venti uguali e altrettanto vuote, venti niente diventano
un evento che le estetizza.
L’oggetto estetico è una narrazione
prodotta con cura della forma, ma in cui la funzione genetica prima
è ancora quella di far “leggere” il significato/contenuto (mentre nell’oggetto
artistico la funzione genetica prima è quella di esibire la
propria forma, che è essa stessa il significato). Nell’oggetto
estetico il significato/contenuto si impone comunque sulla forma.
Pertanto in esso si può modificare la forma senza che muti il
significato (mentre nell’oggetto artistico ciò non si può fare perché
la forma è il significato). Sono oggetti estetici i
segnali, le allegorie, la maggior parte delle “buone” fotografie e degli
oggetti pubblicitari e della musica rock, i rituali e i discorsi e canti
retorici come gli inni nazionali, ecc.. La gran parte degli infiniti
quadri della tradizione storica sono solo illustrazioni, oggetti
estetici dove predomina il significato sulla forma; oppure sono oggetti
artetici, che nonostante la cura della forma non raggiungono la qualità
di artisticità del simbolo sintetico/opera d’arte. Così sono illustrazioni
gran parte dei romanzi. Ciò non impedisce che siano opere d’arte alcuni brani
di questi romanzi, così come possono essere opere d’arte solo alcuni quadri
della personale di un Autore, e solo alcuni brani di una sinfonia.
L’oggetto estetico testimoniale è un
artefatto prodotto dal soggetto allo scopo che la valenza estetica
conferitagli si rifletta sul soggetto stesso, l’autore, estetizzandolo a sua
volta, rendendolo agente (portatore, produttore) di esteticità nella società.
Tale oggetto è pertanto prodotto più in funzione della riuscita dell’Autore
che in funzione dela riuscita artistica dell’opera: è strumento del piacere
del soggetto nel suo essere agente estetico (diletto dell’autore = Dilettante).
10. Il concetto di “mimesis” e cose simili sono
ridicole teorie inventate da alcuni filosofi, fra cui Platone: “I Greci non
disponevano di termini corrispondenti ai nostri “creare” e “creatore”. E si
può asserire che non fossero loro necessari. Era loro sufficiente
l’espressione “fare” (poiein), ma neppure di questa facevano uso in
riferimento all’arte e ad artisti, quali pittori e scultori: infatti costoro
non realizzano cose nuove, ma solo riproducono quelle che già ci sono in
natura. “Diremmo del pittore che fa qualcosa?” domandava Platone nella
Repubblica, per rispondere: “Mai, egli solo imita”. (W. Tatarkiewicz, “Storia
di sei Idee”, Aestetica Edizioni, 1997, p. 277). Quello che non si riesce a
capire è perché, parlando di arte, in Occidente si è sempre fatto riferimento
ai Greci o quasi solo a Greci, come se l’arte greca fosse l’arte per
antonomasia, quando invece prima e dopo di loro si è fatta arte anche migliore,
e una infinità di teorici di tutte le culture hanno detto sull’arte cose
molto diverse.
11. vedi nota 9.
12. L. Pareyson, “Estetica”, Bompiani 1988, p. 29
13. Il riconoscimento (“esperienza
esistenziale” della artisticità) non è un evento cui si accede naturalmente,
automaticamente. Data la predisposizione, che è il cosciente bisogno di
forma, il riconoscimento si impara, nella frequentazione assidua
delle opere. Che il riconoscimento della artisticità sia una
operazione da imparare, non ne fa un fatto elitario. Così come non è elitario
per i bambini imparare la lingua della loro comunità, sulla base della
Grammatica Universale (N. Chomsky), che è facoltà innata di tutta l’umanità.
Tutta l’umanità ha in sè alla nascita una Grammatica Universale, un modo di
articolare il linguaggio comune a tutti, che poi ogni individuo rende
operante nella lingua della propria comunità. Tutti i bambini nascono
con l’universale “istinto del linguaggio”, ma per comunicare devono imparare
la lingua della loro cultura.
Ciò comporta la memoria di un inconscio
collettivo. “Con buona pace dei suoi accoliti imbarazzati, Freud riuscì a
intuire, sia in Totem e tabù sia in Mosè e il monoteismo, una
modalità di trasmissione bio-somatica, un certo meccanismo nell’inconscio
collettivo. Sapeva che non poteva esistere una spiegazione fisiologica di
questa trasmissione. Ma Freud giudicava irresistibile il fascino travolgente
delle storie primitive, la loro universalità, la loro perspicacia ben al di
sopra di quella della psiche individuale. Jung postulò categoricamente un
retaggio collettivo di archetipi, di immagini fondatrici e di motivi
narrativi. L’arte, la letteratura, le convinzioni religiose e i sogni degli
uomini sono un lascito. Sfruttano un inventario di icone primordiali più
antiche della ragione e incise, per così dire, nell’anima collettiva (la
grammatica generativo- trasformazionale di Chomsky è più junghiana di quanto
sembri).” (G. Steiner, “Grammatiche della creazione”, Garzanti 2003, p. 147)
14. R. La Capria, “La mosca nella bottiglia”,
Rizzoli 1996, p. 77
15. citato in W. Tatarkiewicz, “Storia di sei
idee”, Aestetica 1993, p.343
16. (vedi nota 9)
17.
18. G. Steiner, “Grammatiche della creazione”,
Garzanti 2003,
18a. “Non c’è, strictu sensu, poesia finita. La
poesia messa a nostra disposizione contiene le versioni preliminari di sé
stessa. La brutte copie, le versioni cancellate, i fogli di lavoro
interiorizzano ciò che Leibniz chiamava il “grande mistero di ciò che sarebbe
potuto essere”. G. Steiner. “Grammatiche della creazione”, Garzanti 2003, p.
176
19. “Nella caratteristica economia della immensità
di Beethoven, esercita una pressione costante la riluttanza a lasciare
inutilizzate e nemmeno citate, almeno in modo metaforico, le idee scartate.”
G. Steiner, “Grammatiche della creazione”, Garzanti 2003, p. 125
20. Per “senso comune” non si intende il “buon
senso”, ma il senso di realtà con cui le cose del mondo si presentano a tutti
nella comune esperienza sensibile. E’ pertanto una esperienza di realtà
forte, in quanto comune a tutti, che si presenta prima che le
concettualizzazioni di un razionalismo eccessivo possano dissolverne la
consistenza, riducendo la cosa sensibile nel concetto della cosa.
21. Cioè che tende a essere un organismo compiuto.
Nell’opera organica (simbolo sintetico) non si può, a rigore, mutare
alcun elemento formale senza che il tutto (il significato del tutto) muti in
un altro organismo. Nell’opera disorganica (es: allegoria) si possono
mutare gli elemneti formali senza che il significato del tutto muti.
22. Dwight Macdonald, "Masscult e
Midcult", Edizioni E/O, 1997, p.51 : "Una volta che uno scrittore
diventa un Nome, vale a dire una volta che abbia scritto un libro il quale,
per ragioni più o meno valide, ha successo, il meccanismo del Masscult (o
Midcult) comincia a "costruirlo", a imballarlo come un oggetto da
vendere in tanti pezzi identici, in grandi quantitativi. Egli può andare
avanti per forza d'inerzia per tutto il resto della sua vita; gli editori gli
verseranno cospicui anticipi solo per avere il suo Nome nelle loro liste; il
suo carisma diventa tale, che la gente pagherà 250 dollari e più perché egli
rivolga loro la parola (in realtà solo per vederlo); i direttori di
giornali lo compenseranno profumatamente per articoli su argomenti di cui non
sa nulla. Artisti e scrittori hanno sempre manifestato la tendenza a
ripetersi, ma il Masscult (o Midcult) rendono altamente redditizio questo
fatto, e in effetti penalizzano coloro che non vi si attengono. Qualche anno
fa, mi si dice, un artista astratto di primo piano si lagnò con un amico di
essere stanco del genere che l'aveva reso celebre ed espresse il desiderio di
tentare qualche altra strada; ma il suo gallerista insisteva col dire che una
svolta del genere si sarebbe rivelata disastrosa dal punto di vista
commerciale e, dal momento che l'artista aveva dei figli da mandare
all'università, si sentì in dovere di accondiscendere".
23. J. Mukarovsky, in A. Marchese,
"L'officina della poesia", Mondadori 1985, p.314
24. (vedi nota 20).
25. R. La Capria, “La mosca nella bottiglia”,
Rizzoli 1996, p. 22
26. Ibidem, p.36
27. Di ogni oggetto che si voglia giudicare
bisogna risalire alle funzioni, per poter emettere differenti giudizi
per ogni differente funzione.In quanto oggetto artistico, come ogni
oggetto artefatto, l'opera d'arte è una "macchina" che funziona in
modo differente rispetto a ognuna delle sue funzioni .
Le funzioni dell'opera d'arte possono essere: 1.
genetiche o 2. attribuite.
1. 1. La funzione genetica prima di ogni oggetto
artistico è da sempre e ovunque quella di esibire la propria
artisticità, se stessa come forma artisticamente riuscita, come
risposta a un bisogno umano fondamentale (referente antropologico), a
prescindere da ogni poetica e da qualsiasi razionalizzazione delle differenti
interpretazioni.
1. 2. La funzione genetica seconda è quella
per cui l'autore è spinto a fare arte (intenzione di dire). Essa è
sempre fondamentalmente la stessa, rimane costante, al di al di là del
variare delle singole personalità e culture, in tutta l'arte storica (procedimento
tradizionalista), e muta invece in parte della produzione artistica dalla
fine dell'800, determinando in questo mutamento i procedimenti modernista,
avanguardista e postmodernista.
1. 3. Le funzioni genetiche terze (sociali)
sono quelle che soddisfano i bisogni e le richieste della committenza e del
pubblico (società), e possono essere celebrative, narrative, religiose,
rituali, magiche, critiche, monumentali, documentarie, di intrattenimento,
ecc., ecc.. Le funzioni genetiche terze sono quelle per cui la società
"usa" le opere d'arte, e che responsabilizzano l'autore di fronte
alla società per la riuscita dell'opera.
L'autore non ha responsabilità solo verso l'opera
(funzione genetica prima), verso se stesso (funzione genetica
seconda) ma anche verso la società (funzioni genetiche terze).
2. Fra le funzioni attribuite sono importanti
quelle che a posteriori determinano un uso improprio o strumentale
dell'oggetto artistico: quando si usano i quadri "perché stanno bene con
i colori del divano" (funzione di arredo) o per investimento (funzione
speculativa), quando si leggono i libri perché non si possono frequentare
certi salotti senza averli letti (funzione di status), quando si usa la
musica come sottofondo durante il lavoro (funzione psico-fisiologica, New
Age) o nelle case di cura (funzione terapeutica) , ecc..
28. Il Dilettante è colui che produce un oggetto
per il proprio diletto, l'Autore é colui che produce un oggetto per la
riuscita dell’oggetto. Il Dilettante "usa" un linguaggio specifico
(fare scarpe, giocare al pallone, pitturare, cantare, cucinare ecc.) per il
suo diletto, per la sua gratificazione immediata, e pertanto in un modo
qualsiasi, purché diletti e finché diletta (“diverte”), senza un rapporto
totale e creativo con la Poiesis. L'Autore invece "viene usato", è
strumento della Poiesis, che impone a lui un solo modo fra i tanti,
che è quello che porta alla riuscita dell'oggetto/opera.
Nell'agire del Dilettante, egli è il protagonista
della operazione. Nell'agire dell'Autore è protagonista la riuscita
dell'opera, nel modo che la Poiesis pretende.
E' un passaggio fondamentale: il soggetto avverte,
sente quando la produzione dell'opera non avviene più a sua
discrezione (di Dilettante), ma ora è l'opera stessa a pretendere di
essere formata in un certo modo, verso una certa forma, che si
possa definire "riuscita". E’ allora che diventa Autore.
Ci si può divertire a fare un'opera, da
Dilettanti, in un modo qualsiasi, purché sia divertente e finché è
divertente. La difficoltà può non divertirci e indurci a smettere. Ma si può
invece cominciare a produrre un opera da Dilettanti, inseguendo una
intuizione formale, magari all'inizio confusa, e poi, proseguendo, avere
intuizioni che evolvono fino a far sentire, ad un certo punto, che da quel
punto è l'opera a pretendere di essere formata in una certa forma per
essere "riuscita", ha una sua teleologia. In questo caso nessuna
difficoltà o altro induce ormai il soggetto, da Dilettante diventato Autore,
a smettere il fare, perché il fare deve continuare comunque fino al risultato
voluto dalla Poiesis: la "riuscita" dell'opera.
Il passaggio dal Dilettante all'Autore è
fondamentale come passaggio dal mito all'arte. Prima c'è il mito: il primitivo
"fanciullo", come il Dilettante, "vive" il mito
(estetizzazione della vita), che poi invece l'Autore narrerà in quella narrazione
speciale che è l'opera d'arte. "Lo spirito primitivo non inventa
i miti: li vive. I miti sono, originariamente, rivelazioni dell'anima
precosciente, involontarie testimonianze di processi psichici
inconsci"(C. G. Jung/K. Kerényi, "Prolegomeni dello studio
scientifico della mitologia", Boringhieri 1972, p.113)
Come il Dilettante, il "fanciullo"
("primitivo" o contemporaneo) "si diverte" a vivere il
mito, e poi a testimoniarlo in oggetti estetici testimoniali. Dunque
il soggetto passa dal "fanciullesco" dilettantismo (i bambini non
fanno arte) in cui "usa" un linguaggio specifico (vestire,
mangiare, danzare, amare, parlare, fabbricare, decorare, cucinare ecc.) nella
situazione di diletto del singolo, alla "autorità", in cui
invece è la Poiesis che, "conducendolo per mano", pretende dal
soggetto di formare l'oggetto in una forma riuscita. La Poiesis,
entità che trascende il singolo, per questa sua trascendenza conferisce al
soggetto l'"autorità" di Autore.
Si capisce allora lo stupore del singolo
(ieri come oggi) di fronte all'opera d'arte. Lo stupore è anche dato dal sentire,
in modo sorprendente, la presenza della Poiesis dell'inconscio/Linguaggio come
presenza altra che lo trascende; dal percepirla (anche confusamente)
come Altro che gli parla e lo parla. Questo vale per Dante:
"...Allora dico che la mia lingua parlò quasi come per se stessa mossa,
e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore. Queste parole io ripuosi
ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle per mio
cominciamento;..." (Dante Alighieri, "Vita nuova", Garzanti
1977, p. 29) come per Rimbaud : "E' falso dire : io penso. Si dovrebbe
dire : Mi si pensa...Io è un altro" (A. Rimbaud, "Lettera a
Izambard", 13 maggio 1871, in "Una stagione all'inferno",
Longanesi 1951, p.107). Vedi anche Novalis: "Uno scrittore è una persona
animata dal linguaggio". “Quando sono aperte tutte le valvole della composizione,
quando sembrano cedere tutti gli ostacoli formali e la penna riesce a
malapena a tenere il passo con l’impeto delle forme, i poeti, i romanzieri, i
musicisti dicono di lavorare “sotto dettatura”. C’è una voce nella loro
voce.” (G. Steiner, “Grammatiche della creazione”, Garzanti 2003, p. 220)
Fra le cause del proliferare odierno dei
Dilettanti non ci sono solo benessere e consumismo e diritti ecc., ma
anzitutto lo scarsissimo conto in cui viene tenuta la disciplina in
questione, l'arte in generale. Infatti una disciplina ritenuta importante
difficilmente viene praticata in modo dilettantesco. Le arti erano
considerate nei secoli passati cosa molto importante per tutte le loro
funzioni, e i Dilettanti erano pressoché ignoti. C'erano artisti mediocri,
che è tutt'altra cosa. Invece oggi l'arte non è affatto una cosa importante,
cioè da rispettare. Non si sa bene che funzioni sociali assolva, né a cosa
serva nella sostanza. Per cui non si riconoscono alla pratica degli
artisti effetti e funzioni con "autorità" (proprio come
pratica di un Autore e non di un Dilettante) tale da inibirne l'uso
dilettantesco (come per i medici, avvocati, imprenditori, ingegneri, grafici,
economisti, banchieri, ecc. ecc.). Non c'è più un committente che sappia
benissimo cosa l'arte gli serva (anche magari ad asservire i sudditi) e per
il quale allora essa possa essere una cosa importante. Invece il committente
è ormai il pubblico stesso, che vagamente sa che l'arte gli serve solo come
intrattenimento (se non come lusso o terapia ecc.), per cui non è cosa da
prendere troppo sul serio. Essa pertanto può essere fatta da tutti, cioè dal
pubblico stesso committente di sé stesso, come Dilettante (procedimento
postmodernista).
29.
G. Vattimo, "La fine della Modernità", Garzanti 1985, p.65
30. G. Vattimo, ibidem
31. da “Le Garzantine/Psicologia” di U.
Galimberti, Garzanti 1999, p. 36
32. M. Mahler, Enciclopedia Garzanti di Filosofia,
1983, p.520
33. E. De Martino, "Il mondo magico",
Boringhieri 1978, p...
34. D. Ikeda, "La vita", Sonzogno 1989,
p.27: "Per quanto riguarda l'uomo, è stato provato che gli elementi
materiali del corpo vengono costantemente rinnovati.....Metà delle proteine
del fegato vengono rinnovate ogni due settimane; le proteine del tessuto
muscolare vengono cambiate completamente in quattro mesi".
35. J. Baudrillard, "Ecran total",
Galilée 1997, p.65
36. "Il complesso dell'Io (identità) svolge
adeguatamente la sua funzione solo nel mettersi continuamente in relazione
con un 'altro da sé portatore, nel suo essere rappresentativo di altri,
indefiniti, possibili percorsi della psiche, di una potenzialità compensativa
interna alla psiche stessa, che vale a equilibrare la tendenza all'univocità
tipica della dimensione coscienziale, attraverso la proposizione di
un'alterità mai riducibile". Maria I. Marozza, "Il concetto di
psiche", in Fondamenti di psicologia analitica (a cura di Aversa),
Laterza 1995, p. 47/48
37. Il primo artificio è l’estetizzazione della
vita stessa. Estetizzare la vita vuol dire eccitarla, viverla “in eccesso”,
fuori misura, fuori dalla routine quotidiana, in una forma mitica. La
vita diventa comunicazione di se stessa “in eccesso”. Vivere da personaggio,
partecipare a un evento, a una avventura, a una festa, a un rito, assistere a
una partita di calcio o a una corrida. Questo vivere in eccesso viene istituzionalizzato
in riti, cerimonie, messe, celebrazioni, carnevali, ecc.. La festa è la più
comune estetizzazione della vita.
Quando le avanguardie storiche hanno progettato di
ridurre l’operazione arte, cioè la produzione di oggetti artistici, a una
estetizzazione diffusa del sociale, hanno solo inventato nuovi modi di una
antichissima estetizzazione.
38. J. Horgan, "La fine della scienza",
Adelphi 1998, p.396
39. Aristotele, "Metafisica" 1054b, in
E. Rambaldi, Identità e differenza" in Enciclopedia Einaudi 6, p. 1110
40. Giuseppe Ricuperati, intervista sull'Unità 2,
14/12/97, p. 4
41. K. Poniam, "Genesi", in Enciclopedia
Einaudi 6, p.591
42. “Il livello di percettibilità è stato messo a
dura prova dal pensiero razionale per cui, a partire dalla svolta
razionalista del mondo classico, le nostre percezioni sono soppresse come mai
in precedenza”. E. Anati, “Le radici della cultura”, Jaca Book 1992, p. 99
43. “Ricordai ((.....)) come già a Combray io
trattenessi con attenzione dinanzi al mio pensiero l’immagine di certi
oggetti che m’avevano colpito- una nuvola, un triangolo, un campanile, un
fiore, un sasso,- sentendo che doveva esserci sotto quei segni qualcosa di
ben differente ch’io dovevo cercare di scoprire, un’idea da essi espressa al
modo di quei geroglifici che sembrano rappresentare soltanto oggetti
materiali. Certo, un tale decifrazione era difficile, ma solo essa consentiva
di leggere qualche verità. Perché le verità che l’intelligenza coglie
direttamente, scopertamente, nel modo della piena luce, hanno qualcosa di
meno profondo, di meno necessario di quelle che la vita ci ha comunicate,
nostro malgrado, in un’impressione, materiale in quanto entrata in noi
attraverso i sensi, ma di cui possiamo enucleare l’intimo spirito.” M.
Proust, “Il tempo ritrovato”, Einaudi 1978, p. 209
44. Ma è irrinunciabile per questo la distinzione
fra arte come istituzione e arte come artisticità. L’arte
come istituzione non è affatto un Altro. Essa è asservita alla
razionalità del Capitalismo della Tecnica. Per questo va assolutamente
cercata, riconosciuta e salvata l’arte come artisticità, appunto
perché l’arte come artisticità è un Altro.
45. Nell’inconscio “raggiungiamo un piano, che non
ci sembra estraneo, perché racchiude il nostro io più segreto, ma (molto più
normalmente) perché, senza farci uscire da noi stessi, ci pone in coincidenza
con forme di attività che sono, insieme nostre e altrui,
condizioni di tutte le vite mentali di tutti gli uomini e di tutti i tempi”.
Lévi- Strauss, (p. 520 di Galimberti: Garzantina Psicologia)
46. "Insomma, essere insieme progressista e
poeta è sempre più difficile". (I. Calvino, in Menabò 5, 1962, p. 89)
47. “La stessa cosa potrebbe essere accaduta con
le categorie della ragione: Queste potrebbero aver dato di sé buona
prova, tra molti tentativi e brancolamenti, grazie alla loro relativa
utilità. Venne un momento in cui se ne fece un compendio, le si portò alla
propria coscienza come un tutto -e in cui furono imposte per comando, cioè in
cui esse operarono come un comando. Da allora in poi valsero come a
priori, come al di là della esperienza, come non rigettabili. Eppure
forse non esprimevano altro che una determinata conformità ai fini della
razza e della specie- semplicemente la loro utilità e la loro “verità”. F.
Nietzsche (in Galimberti, “Psiche e techne”, Feltrinelli,1999, p.241)
48. G. Bottiroli, G. Ferraro,
"Soma/psiche", in Enciclopedia Einaudi 13, p.212: "Che dire,
allora, della apparenza secondo cui "il grande internamento" dei
folli nell'età classica rappresenta l'apice e il simbolo del trionfo
progressivo, ormai inarrestabile, di una Ragione sicura di sé, decisa ad
averla vinta una volta per tutte con le frange di déraison pullulanti
ai margini?".
49. K. Jaspers, “Descartes und die Philosophie”,
W. de Gruyter & Co., 1937, p. 97 (Galimberti., “Psiche e techne”,
Feltrinelli 1999, p. 304)
50. L'artificio della prospettiva geometrica non è
affatto una conquista, un "progresso" della pittura. E' solo parte
della narrazione, la parte più filosofica e ideologica della narrazione
(del Mythos) dell'uomo umanista. La prospettiva centrale non è che il tema
della narrazione di sé dell'uomo che si pone al centro del mondo. In
nessun'altra cultura la pittura rappresenta così la prospettiva, pur
ovviamente conoscendola, per la semplice ragione che non ne è il Mythos, e
quindi non c'è questo bisogno di rappresentarla con l'artificio della
correttezza geometrica. D'altra parte: "La ricerca di uno spazio
pittorico è il fondamento del grande realismo dell'arte greca e di quel suo
naturalismo, che nell'età ellenistica toccò le massime espressioni. E' da
essa che sorge la scoperta, prima empirica alla fine del VI e poi matematica
agli inizi del IV secolo, della prospettiva nel disegno;..." (R. Bianchi
Bandinelli, Roma", Bur Arte 1995). Si sa che la terza dimensione (dello
spazio euclideo) è prerogativa universale della immaginazione, dello spazio
psichico, dove, nell'assenza del tempo, la distanza è terza dimensione
contemporanea alle altre due. "E' la ragione essenziale per cui tutte le
scuole di pittura - eccettuata quella del Rinascimento - disprezzano
deliberatamente gli "artifici" della prospettiva geometrica,
sapendo bene che la terza dimensione è un fattore immaginario che è accordato
ad ogni figura come per sovrappiù", G. Durand, "Le strutture
antropologiche dell'immaginario", Dedalo1972/96, p. 415)
51. José Gil, "Corpo", Enciclopedia
Einaudi 3, p.1103
52. “E’ “questo senso” delle metafore, questa
grande semasiologia dell’immaginario che è la matrice originale a partire
dalla quale ogni pensiero razionalizzato si dispiega insieme al suo corteo
semiologico”. G. Durand, “Le strutture antropologiche dell’immaginario”, E.
Dedalo, 1972, p. 23
53. “Chiamata davanti o, come vuole l’espressione
di Heidegger, pro-vocata (heraus- gefördert) dalla ragione scientifica
per render ragione di sé, la natura appare nei termini predisposti dalle
anticipazioni della ragione e, in questo rivelarsi razionale, nasconde
il suo volto naturale, offre di sé il richiesto trattenendo in sé il
non-richiesto, risponde all’appello della ragione scientifica nei limiti
previsti dalla sua provocazione”, U. Galimberti, Psiche e techne”,
Feltrinelli 1999, p. 375
54. "Essi compresero che la ragione vede solo
ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che, con i principi
dei suoi giudizi secondo leggi immutabili, deve essa entrare innanzi e
costringere a natura a rispondere alle sue domande; e non lasciarsi guidare
da lei, per dir così, con le redini; perché altrimenti le nostre
osservazioni, fatte a caso e senza un disegno prestabilito, non metterebbero
capo a una legge necessaria, che pure la ragione cerca e di cui ha
bisogno". Kant, "Critica della ragion pura", Laterza, 1959.
(Galimb. 132)
55. M. Heidegger, "Sentieri interrotti"
(L'epoca dell'immagine del mondo), La nuova Italia 1968, p.75
56. M. Heidegger,
ibidem, p. 77
57. M. Heidegger,
ibidem, p. 78
58. Abhinavagupta, da "La riflessione sull'arte
in India, Cina, Giappone" di P. B-Brocchieri, in Trattato di Estetica 1°
(Dufrenne/Formaggio), Mondadori 1981, p.10
59. J. P. Sartre, "La nausea", Mondadori
1972, p. 158 (?)
60. Anche il dramma ecologico attuale non è che la
macroscopica rappresentazione di questa cecità: la Natura non si riesce a
"vederla", non è vissuta, amata, rispettata come l'irrinunciabile Altro.
Il "Progresso contro la Foresta" è demenziale oggi nel mondo come
lo fu nell'antichità nel bacino del Mediterraneo dove innumerevoli città
"raziocinanti" consumarono il loro territorio, le loro foreste, il
sistema autorigenerante della natura, distruggendosi.
61. Lo stesso da tanti auspicato ciberspazio non
sarebbe affatto (secondo molti altri) la liberazione di una intelligenza
collettiva, ma si accingerebbe, prodotto di una razionalità totalizzante, a
infierire su ciò che resta di questa identità del soggetto moderno. L'altro
da sé concreto, il suo "prossimo", si allontanerebbe ancora e
diventerebbe virtuale nell'immagine televisiva e in Internet, indebolendosi
ancora. Infatti questo altro da sé nel ciberspazio non si
affermerebbe, non si imporrebbe con la sua presenza concreta, in modo
positivo o negativo, comunque producente l'incontro/scontro per l’identità:
sarebbe invece debolissimo e facilmente si dissolverebbe: facilissimamente
infatti potrebbe essere spento.
61a. In che punto si collocano, oggi, le
estetizzazioni del rock e dintorni, in una estetizzazione autentica come può
esserlo un canto liturgico, o nella estetizzazione consumistica?
“Naturalmente la maggior parte di queste musiche è strettamente funzionale: e
cioè deve stimolare lo sfogo fisico di residui dionisiaci nei giovani umani
raccolti in luoghi chiamati “discoteca”. Una piccola parte di questi
musicisti invece crea sintesi autonome che scalfiscono la patina dell’uso
commerciale e scendono in profondità, a volte raggiungendo oscure zone di
risonanza emotiva che non si discostano molto da dimensioni ipnotiche o di
trance riscontrabili in altre culture e nella nostra molto tempo fa”. L.
Francesconi, “Grida dal silenzio”, in “Suoni in corso”, MittelFest editore,
2002, p.79
62. G. .Sartori, “Homo videns”, Laterza 1999, p.
100
63. C. G. Jung in: P. Barone, "Archetipo e
coscienza moderna", in Fondamenti di psicologia analitica (a cura di
Aversa), Laterza 1995, p. 257
64. “Il pensiero contemporaneo, e in particolare
la filosofia del Novecento, ritiene che il soggetto non esista in sé, ma sia
posto dalle procedure discorsive che parlano di lui. Questa riflessione,
inaugurata da F. Nietzsche che considera il soggetto un prodotto della
grammatica, è condivisa su registri diversi e con impianti giustificativi
differenti dalla critica marxista della coscienza intesa come sovrastruttura
ideologica, dallo strutturalismo adottato in linguistica e in antropologia,
dalla fenomenologia di E. Husserl, dalla ontologia di M. Heidegger, dall’ermeneutica,
che rifiuta la contrapposizione soggetto- oggetto, e dalla psicoanalisi, che
sposta l’asse di riferimento dalla soggettività dell’Io a quello sfondo non
egoico che Freud chiama Es, e Lacan chiama ça”. U. Galimberti, “Le
garzantine: Psicologia”, Garzanti 1999, p. 981
65. Una trasformazione analoga avviene nella
pubblicità. Essa nasce come informazione su un prodotto: è strumento del
bisogno di un prodotto. Ma poiché non c’è prodotto ormai che possa essere
vendibile senza pubblicità, essa diventa onnipotente, diventa Tecnica, e per
potenziare se stessa induce l’uomo a nuovi bisogni, modificandolo.
66. E. Severino, “Il declino del capitalismo”,
Rizzoli, 1993, p.67
67. Protagora (491 a.C.) disse che “di
tutte le cose misura è l’uomo, di quelle che sono, per ciò che sono, di
quelle che non sono, per ciò che non sono”.
68. E oggi anche la tecnica da mezzo è
diventato un fine.
69. Non altrimenti nel procedimento
avanguardista il protagonista dell’operazione non è l’oggetto per la sua qualità
di artisticità, come è sempre stato nella operazione arte, ma l’autore (v.
Duchamp), che così non è più mezzo, strumento per il fine (la riuscita
artistica dell’opera) ma egli stesso il fine: la propria valorizzazione come
elemento sociale nel criterio avanguardista dell’arte come strumento del
progresso sociale. E questa prassi si consolida nel procedimento
postmodernista nella produzione di oggetti estetici testimoniali
che vengono prodotti non per una loro qualità ma solo come testimonianza
(valorizzazione) della esteticità dell’autore.
70. “Ciò significa che la tecnica ha messo in atto
un mondo in cui per la prima volta il dominio sulla natura è sistematicamente
connesso al dominio sull’uomo, nel senso che sia l’uomo sia la natura
diventano oggetti funzionali all’apparato che, in quanto massima
espressione della razionalità, non concepisce nulla di sensato fuori di sé,
perché il senso è reperibile solo nell’universo chiuso della non-contraddizione
del formalismo logico e della non-trascendenza dell’empirismo
fattuale, dove le procedure tecniche verificano in termini di efficienza il
loro grado di razionalità”. U. Galimberti, “Psiche e techne”, Feltrinelli
1999, p. 387
71. Montesquieu 1748, da Battiroli/Ferraro,
"Soma e Psiche", in Enciclopedia Einaudi 13, p. 215
71a. Ma è irrinunciabile per questo la distinzione
fra arte come istituzione e arte come artisticità. L’arte
come istituzione non è affatto un Altro. Essa è parte della
razionalità della Tecnica. Per questo va cercata, riconosciuta e salvata l’arte
come artisticità, appunto perché l’arte come artisticità è un Altro.
72. E. Jünger, M. Heidegger, “Oltre la linea”,
Adelphi, 1995
73. “Mi sento vecchio, usato, nauseato di tutto.
Gli altri mi annoiano come me stesso. Ciononostante lavoro, ma senza
entusiasmo e come si fa un compito. Non attendo altro dalla vita che una
sequenza di fogli di carta da scarabocchiare in nero. Mi sembra di attraversare
una solitudine senza fine, per andare non so dove. E sono io stesso a essere
di volta in volta il deserto, il viaggiatore e il cammello” G. Flaubert (cit.
Galimberti, Repubblica 2/8/2001)
74. S. Mallarmé, "Poesie",
Feltrinelli 1980, p.36 ("Brise marine")
74a. Cent'anni dopo, nella Postmodernità, neppure
l'angoscia implicita nella domanda sembra essere più pertinente: "Dove
andate? Da dove partite? Dove volete arrivare? Sono domande davvero inutili.
Fare tabula rasa, partire o ripartire da zero, cercare un inizio o un
fondamento, tutto questo implica una falsa concezione del viaggio e del
movimento..." Deleuze/Guattari, "Rizoma", Castelvecchi 1997,
p. 49)
75. A. Rimbaud, "Lettera a George
Izambard", maggio 1871, Longanesi 1951, p.107
76. M. Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”,
VII: “Il tempo ritrovato”, Einaudi 1978, p. 228
77. “ Il poeta si fa veggente attraverso
una lunga, immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi”.
A. Rimbaud, da “Una stagione all’inferno”, Longanesi 1951, p. 110
78. A. Rimbaud, “Una stagione all’inferno”,
Longanesi 1951, p. 112 e 114
79.
80. P. Barone, "Archetipo e coscienza
moderna", in Fondamenti di psicologia analitica (a cura di Aversa),
Laterza 1995, p.270
81. “E, di passata, notavo che l’opera d’arte
ch’io ormai mi sentivo pronto a iniziare, pur senza essermici consapevolmente
risolto, avrebbe presentato grandi difficoltà. Infatti, ne avrei dovuto
eseguire le successive parti in una materia che sarebbe stata volta per volta
molto diversa. Ai ricordi di mattine in riva al mare o di pomeriggi veneziani
sarebbe occorsa una materia ben differente da quella adatta a descrivere
certe sere di Rivebelle ...........: una materia distinta, nuova, di una
trasparenza, di una sonorità speciali, compatta, rinfrescante e rosea.” M.
Proust, “Il tempo ritrovato”, Einaudi 1978, p. 201
82. “...fra la spiritualità dell’artista e il suo
modo di formare v’è un vincolo così stretto e una corrispondenza così
precisa, che l’uno dei due termini non può essere senza l’altro, e variare
l’uno significa necessariamente anche variare l’altro”. (p.28)
“In questo modo di formare è presente tutta
la spiritualità dell’artista, nel senso che questa, una volta che si è posta
sotto il segno della formatività, esige il suo modo di formare,
anzi si fa, essa stessa, quel determinato modo di formare. E’ dunque
il modo di formare, cioè lo “stile”, quello che trascina nell’arte l’intera
vita spirituale dell’artista, perché questi nel suo formare segue un modo
singolarissimo e inconfondibile, ch’è unicamente suo e non d’altri, ch’è il suo
modo di formare, il modo che non può essere che suo, e che è la sua
stessa spiritalità fattasi, tutta, modo di formare: stile” (p29)
83. “E a tal punto lo stile corrisponde
all’umanità che lo sottende, anzi è l’umanità stessa fattasi modo di formare,
che una conversione nell’intera vita spirituale dell’artista porta con sé
l’impulso a nuove ricerhe di stile, così come nuove trovate e originali
scoperte nel campo stilistico possono portare a una conversione dell’intera
spiritualità.” L. Pareyson, “Estetica”, Bompiani 1988, p.30
84. R. La Capria, "La mosca nella
bottiglia", Rizzoli 1996, p.28/29
85. “Soltanto tra il 1960 e il 1990, per fare un
esempio, ci sono state le seguenti tendenze artistiche nel campo della pittura:
Informale, Nuovo realismo, Happening, Fluxus, Pop
Art, Arte Programmata, Poesia Visiva, Strutture Primarie,
Land Art, Arte Concettuale, Arte Povera, Iperrealismo,
Body Art, Graffitismo, Transavanguardia e Nuovi Selvaggi,
Anacronismo, Anni Ottanta...”, R. La Capria, “La mosca nella
bottiglia”, Rizzoli 1996, p 13
86. "Le caratteristiche attribuitegli (da
Jung) sono enumerabili così: (a) l'inconscio assoluto è di tipo formale,
nel senso che inerisce alla forma dei contenuti psichici ed è quindi l'essenza
di questi ultimi, per cui diventa il fattore formativo delle singole
rappresentazioni e ciò che rende possibile la loro strutturazione; (b) è impersonale
e collettivo nel senso che le sue caratteristiche di tipo formale non
sono individuali bensì universali o comunque sono relative a un intero
gruppo; (c) è uniforme, e mai differendo è ancora più fondamentalmente
ripetibile: ossia è quasi costante e immutabile, così come si poteva dire una
volta parlando di uniformità delle leggi di natura o come oggi si dice
riferendoci a leggi scientifiche "naturalizzate"; (d) è congenito
nel senso di patrimonio psichico preformato; inoltre, (e) è arcaico-mitologico
in quanto le sue cosiddette "informazioni" avvengono nel linguaggio
tipico del mito e della psicologia "primitiva"; e in conseguenza di
ciò, (f) l'inconscio assoluto è detto, con una parola dell'antropologia
religiosa, numinoso nel significato essenziale di esperienza di
un'energia dinamica che afferra e domina la soggettività; infine, (g) è radicato
nel corpo e con questo mostra numerose analogie".
87. Gli autori sublimi producono oggetti,
ma questi oggetti, che pretendono di essere opere d'arte, portano in sè una
contraddizione: in essi “l’imprevedibile diviene programma”, per cui sono
destinati a "progredire" fino essere "arte pura" (di
contro alla impurità narrativa costitutiva dell'arte), fino a
realizzare (da parte dell'arte) "la propria essenza” (“...Boulez, che
vede nella musica un fatto dimostrabile matematicamente” Glenn Gould, “L’ala
del turbine intelligente” Adelphi, 1988, p. 378). Condensare i termini Mythos
e Poiesis fino allo spasimo di una impossibile essenza è un eccesso e in
questo eccesso è il "sublime" (secondo Sedlmayr: l’”angelismo”).
Rimbaud: "...il disordine di tutti i
sensi".
Malevic:" Nel Suprematismo non si può ormai
parlare di pittura. La pittura è stata superata da tempo, e il pittore è un
pregiudizio del passato". "Nei nostri studi non si dipingono più
quadri, si edificano le forme della vita". (Malevic, citato in J. M.
Schaeffer, "L'arte dell'età moderna", il Mulino 1996, p. 467)
Mondrian: "(Il cubismo) non sviluppa
l'astrazione fino al suo obiettivo finale,
l'espressione della realtà pura.
El Lissitskj: "...Pertanto, gli spazi di
esistenza puramente matematica non sono rappresentabili e, tanto meno,
realizzabili".
Blanchot: "La letteratura va verso se stessa,
verso la propria essenza che è la sparizione".(Blanchot, "Le livre
a venir", 1959).
Breton: "Surrealismo, n.M. Automatismo
psichico puro col quale ci si propone di esprimere............al di fuori di
ogni preoccupazione estetica o morale (dal Manifesto del Surrealismo)
Pollock: "Quando sono nella mia pittura, non
mi rendo conto di quello che faccio".
Warhol: "Io sono quello che sembro. Dietro
non c'è niente".
Rappresentare l'irrapresentabile, narrare
l'inenarrabile: questa è l'utopia metafisica minimalista degli autori sublimi,
che, intrapresa la navigazione modernista di produzione dell'opera, approdano
sulla spiaggia avanguardista della distruzione dell'opera (in alcuni magari
proprio vissuta come la fine del mondo). Dopo l'excursus "sublime",
Malevic è ritornato alla pittura rappresentativa, Mondrian alla narrazione,
Pollock ha inserito nelle opere elementi rappresentativi. Dice A.
Berardinelli ("La cultura del novecento/letteratura", Mondadori
1981, p. 428): "Nel processo di avvicendamento delle élites,
perché i vecchi gruppi siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario
per questi ultimi cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli della
morte e agenti della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio vantaggio il
brivido o il panico che queste immagini seminavano intorno".
88. G. Flaubert, Lettera a Louise Colet 1852, in
M. Ferraris, "La svolta testuale", Unicopli 1986, p. 54
89. E. Fubini, "Estetica musicale dal
settecento a oggi", Einaudi 1964, p. 190
90. E. Fubini, ibidem, p.192
91. A. Shoenberg, Intenzione di replica a A.
Einstein, nella lettera alla Sra. Claire Loos, in MicroMega 2001/5, p. 234. E
ancora: “Gente come noi ha ancora troppo da fare, non ha tempo per le
malattie e per farsi celebrare. La generazione odierna non vale nulla. Noi
dobbiamo lavorare per la prossima...”.
92. E. Fubini, ibidem, p.199. E ancora: "Su
questo punto Webern....è nettamente anticonvenzionalista: il nuovo sistema,
afferma, è "completamente giusto", perché "nato dalla natura
del suono", e la continuità con la tradizione è garantita dal fatto che
il nuovo sistema "ci è stato dato dalla natura allo stesso modo
di ciò che si è praticato fino a oggi" (l'eterno e l'immutabile di
Baudelaire).
93. Charles Baudelaire, "Scritti
sull'arte", Einaudi 1992, p.287/288
94. E. A. Poe, "Filosofia della
composizione", citato in Calibano 2, p36
95. W. Benjamin,
"Angelus Novus", Einaudi1976, p.130
96. W. Benjamin,
ibidem, p.129
97. W. Benjamin,
ibidem, p.130
98. W. Benjamin,
ibidem, p.138
99. W. Benjamin,
ibidem, p.133
100. “Ma come farete a uscire, e a entrare nel
mondo degli altri? Questo oggi è il vostro problema, se posso azzardare una
congettura- per trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra
il “sé” che conoscete e il mondo esterno. E’ un problema difficile. Nessun
poeta vivente lo ha ancora risolto del tutto, credo. E ci sono migliaia di
voci che profetizzano disperazione. La scienza, dicono, ha reso impossibile
la poesia; non c’è poesia nelle automobili, nelle radio. Né abbiamo la
religione. Tutto è tumultuoso e transitorio. Pertanto, così dice la gente,
non ci può essere rapporto tra il poeta e l’epoca attuale. Questa, è di certo
una assurdità” (1932) V. Woolf, “Lettera a un giovane poeta”, Archinto 2000,
p. 40
“ Se la vostra vita quotidiana vi sembra povera,
non l’accusate; accusate voi stesso, che non siete assai poeta da evocarne la
ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e
indifferenti”. R. M. Rilke, ”Lettere a un giovane poeta”, Adelphi 1980, p. 15
101. (v. nota 83)
102. Il simbolo è organico, in quanto in esso non
si può cambiare alcun elemento senza che il tutto cessi di esistere (cambi
significazione), mentre, per esempio, l’allegoria è disorganica, in quanto,
anche cambiando in essa degli elementi, la stessa significazione continua a
esistere immutata. Per esempio, una donna con la bilancia è (per convenzione)
l’allegoria della giustizia. Essa può essere rappresentata nelle più
differenti tecniche e stili e da differenti Autori, pertanto in differenti forme,
ma il suo significato non cambia.
103. Citato in Calibano 2, p. 30
104. “Le grandi innovazioni artistiche sono
piuttosto rare e i diversi neo-ismi che hanno infarcito la storia dell’arte
del XX secolo, sopratutto nella sua seconda parte, stanno a testimoniarlo. La
riflessione di filosofi come Lyotard e Baudrillard, definiti in senso lato
“postmoderni”, ha messo in luce inoltre come il tipo di innovazione che i
tempi oggi consentono non è a balzi rivoluzionari ma piuttosto a piccoli
passi e nell’ambito di micromovimenti. Del resto, come si è visto, anche il
valore della innovazione a ogni costo è discutibile.” A. Vettese, “Artisti si
diventa”, Carocci, 1998, p.65
105. R. La Capria, “La mosca nella bottiglia”,
Rizzoli 1996, p. 19
106. “Maschile” ancora una volta con come
carattere sessuale, ma come dominante psichica.
107. (vedi nota 87)
108. Scrive A. Bonito Oliva (La Repubblica, ...
settembre 2001, in “Picasso, genio antipatico”: “Il presente, i suoi fratelli
compagni di strada, lo ha divorato con precoce prontezza linguistica piegando
espressionismo, cubismo, futurismo, surrealismo e dadaismo ai suoi appetiti
espressivi. In un parallelo tra due animali, il pavone e il maiale, facile mi
è la collocazione degli artisti delle avanguardie, tutti sembrano occupare la
postazione del pavone e soltanto Picasso il privilegio di quella del maiale.
Il primo animale rappresenta proprio la vanità dell’egocentrismo occidentale.
Il secondo invece, il maiale, affronta a muso duro la realtà, vive di resti
qualsiasi essi siano.
Picasso nel suo priapismo creativo, nella sua
natura solare e notturna insieme, ha stabilito con la realtà un rapporto di fuori
da ogni scadenza come sono per definizione le opere d’arte”. Cioè
antropologicamnte “eterne” e non storicamente in progresso o invecchiate.
109. Si dice comunemente che il "tempo farà
giustizia". Ciò è in parte vero. Ma se la difficoltà del giudizio è data
dal venir meno della tradizione, questa stessa mancanza di tradizione non
garantisce affatto la validità del giudizio futuro. Scrive Milan Kundera:
"In passato, ho anch'io creduto che l'avvenire fosse il solo giudice
competente delle nostre opere e delle nostre azioni. Poi ho capito che il
flirt con l'avvenire è il peggiore dei conformismi, la vile adulazione del
più forte. Perché l'avvenire è sempre più forte del presente. Sarà lui,
infatti, a giudicarci. E certo senza alcuna competenza".(“L’arte del
romanzo”, Adelphi1988, p.37)
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