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Il corpo e il codice
Giuseppe O. Longo
[Ordinario
di Teoria dell'informazione, dipartimento di Elettrotecnica Elettronica
Informatica dell'Università di Trieste. Si interessa della comunicazione
in tutte le sue forme: teorico dell'informazione matematica, traduttore,
divulgatore scientifico, saggista, narratore, drammaturgo e attore, tenta
di ricostruire l'unità-complessità della persona nell'interazione
con la complessità-unità del mondo]
1. La mediazione tecnologica
Viviamo in un mondo in cui la comunicazione e i contatti interpersonali
sono sempre più spesso mediati dalla tecnologia informatica. Se
da una parte questa mediazione ci consente di estendere la nostra sfera
comunicativa e di interagire con persone lontanissime - in pratica ci
consente di annullare lo spazio - è anche vero che essa interpone
tra i soggetti un filtro i cui effetti sono ancora tutti da studiare.
Un'indicazione in questo senso può venire da un aneddoto narrato
da Dave Brubeck e riportato da Michael Jon Spencer nel suo libro Live
Arts Experiences: Their Impact on Health and Wellness:
Aldous
Huxley e Christopher Isherwood ci chiesero di sonare al Veterans Hospital,
in un reparto dov'erano ricoverati pazienti catatonici gravi, che restavano
immobili nella stessa posizione per giorni interi. Huxley e Isherwood
intendevano chiarire se l'esecuzione di un concerto da parte di musicisti
in carne e ossa avesse su questi malati effetti diversi rispetto alla
musica registrata. Cominciammo a sonare e poco dopo i medici presero ad
entusiasmarsi perché i pazienti battevano il ritmo col piede. Poi
d'un tratto uno di loro si alzò e strappò la tromba dalle
mani del trombettista e cominciò a sonarla. Era evidente che non
aveva mai sonato una tromba, eppure riusciva a dare un ritmo ai suoni
che produceva. Avreste dovuto vedere la gioia dei medici di fronte a questo
spettacolo, perché quell'uomo non aveva mai avuto nessuna reazione
e non aveva mai manifestato interesse per niente al mondo. Il concerto
fu registrato e, qualche tempo dopo, la registrazione fu eseguita nella
stessa sala davanti agli stessi pazienti, ma essi non manifestarono alcuna
reazione.
Questo aneddoto conferma quanto risulta anche da indagini sistematiche,
cioè che esiste un profondo legame tra mente e corpo. Per esempio
uno studio pubblicato di recente in Svezia ha dimostrato che le persone
che frequentano regolarmente i musei, le mostre, i concerti e le sale
cinematografiche vivono più a lungo delle altre (lo studio tiene
conto dell'età, delle malattie croniche, del fumo, della forma
fisica, della posizione sociale, delle abitudini di lettura e così
via). Insomma le esperienze artistiche dal vero influiscono positivamente
sulla longevità, che è certo uno dei parametri più
significativi del benessere e della salute.
2. Mondo e modelli
Queste scoperte e il loro significato vanno controcorrente rispetto alla
storia della civiltà occidentale, che si è svolta tutta
all'insegna di una rimozione del corpo e di un'esaltazione della
mente. A ben guardare, la storia della nostra cultura, in particolare
della cultura scientifica, si può interpretare come un lungo e
pervicace tentativo di tradurre nello scarnificato linguaggio della mente
(in particolare nel simbolismo della matematica) le ricche strutture del
corpo e in genere della realtà; di rendere cioè esplicito,
consapevole e leggibile ciò che è implicito, inconsapevole
e oscuro. Ma, come tutte le traduzioni, anche questa ha i suoi lati deboli,
le sue macchie cieche, per cui il suo esito è parziale. Del mondo
non si può dare un modello che sia intercambiabile con il mondo.
Al tentativo di sostituire la realtà e il corpo con un loro modello
si è poi affiancato il tentativo di esorcizzare il genio e la sua
inquietante capacità di cogliere ciò che sfugge all'analisi
passo passo del ragionare comune. L'impresa dell'intelligenza artificiale
funzionalistica incarna questo duplice tentativo e, col suo parziale fallimento,
testimonia la difficoltà del compito.
Il sogno di meccanizzare il pensiero e, soprattutto, di esorcizzare le
misteriose e inquietanti capacità del genio ha accompagnato tutto
lo sviluppo dell'età moderna: che cosa sono i Teatri della Memoria,
l'Ars Magna, la Characteristica Universalis, la Macchina Analitica e via
dicendo se non estroflessioni cognitive, più o meno raffinate ma
sempre di natura automatica, capaci di fornirci con un sol colpo di manovella
tutte le proposizioni "vere", tutti i risultati "esatti",
tutti i teoremi "dimostrabili"? La stessa geometria analitica
di Cartesio è una protesi mentale che, grazie a ricette
meccaniche, consente anche ai deboli d'intelletto di dimostrare le proposizioni
più ardue di questa disciplina, che richiede immaginazione, intuito
e talento.
Del resto, già Aristotele aveva individuato nelle regole logiche
le "leggi del pensiero" e l'ipotesi, non dimostrata ma accettata
senza troppe riserve, che il "pensiero pensante" e il "pensiero
pensato" funzionino allo stesso modo ha dominato fino ai nostri giorni
il panorama scientifico e psicologico. Si può rintracciare in questa
presunta identità una delle radici, se non la più importante,
dei tentativi di meccanizzare il pensiero, comprese le più recenti
ricerche dell'intelligenza artificiale di tipo simbolico-algoritmico.
Una spinta ulteriore in questa direzione venne ancora da Cartesio, il
quale teorizzò la preminenza del pensiero sull'essere, assumendo
il primo addirittura come prova del secondo, ed espresse questo dualismo
nella polarità ontologica di res cogitans e res extensa.
Asimmetrico, il dualismo, perché la res cogitans era nobile
e non spaziale, aveva a che fare con il soggetto e con lo spirito, la
res extensa era vile e ingombrante, aveva a che fare con gli oggetti
e con la materia.
Un residuo di questo dualismo si può ravvisare nella differenza
che di solito si stabilisce tra software e hardware, differenza
a torto ritenuta oppositiva e qualitativa, mentre di fatto si tratta di
una differenza di grado. Anche Gregory Bateson distingue tra Creatura
e Pleroma, tra mondo della comunicazione e mondo della materia,
ma la sua è una distinzione epistemologica, non ontologica, che
ha lo scopo di consentire descrizioni e spiegazioni adeguate dei fenomeni
e degli eventi comunicativi. Si tratta insomma di adottare per i fenomeni
della Creatura (in sostanza quelli relativi agli esseri viventi, in particolare
all'uomo) un livello di osservazione e un linguaggio diversi da quelli
che si adottano per i fenomeni fisici. La descrizione fisica di un fenomeno
comunicativo non ne rende quella che per noi è la sua essenza.
Ma il colpo di manovella che dovrebbe far scaturire dalla macchina mentale
tutte le proposizioni vere provoca un'alluvione dalla quale ci si può
salvare solo scartando le proposizioni insignificanti e banali e ritenendo
quelle interessanti e significative. La discriminazione, tuttavia, può
essere fatta proprio in base a quei criteri che si erano voluti evitare
ricorrendo alla macchina mentale: criteri personali, basati sulle caratteristiche
dell'individuo, sulla sua storia, sulla sua intuizione e capacità,
sui suoi interessi. Il cieco automatismo della macchina non consente di
adeguare le proposizioni generate ai contenuti della vita, quindi
la complessità della persona e lo spettro del genio, cacciati dalla
porta, rientrano dalla finestra.
Il timore del genio, delle sue qualità misteriose e lussureggianti,
della sua intuizione ingiustificabile, delle sue creazioni arbitrarie,
causa nelle persone comuni uno sgomento e un timore reverenziale che possono
tramutarsi da un momento all'altro in avversione, odio e furore. Molti
si sentono rassicurati se possono seguire l'olimpica e serena medietà
apollinea ed evitare le trasgressioni e gli eccessi dionisiaci causati
dal sottile e inebriante liquore mentale distillato dal genio, liquore
che può anche farci uscir di senno. Ma poiché nessuno deve
dare scandalo e tutti devono mantenersi sulla retta via, il genio va represso
con un rimedio che ricorda i metodi e gli strumenti di contenzione tipici
di una psichiatria pavida e autoritaria: un dispositivo unico che, filtrando
la variabilità individuale, anzi reprimendola, metta genio e sciocco
sullo stesso piano. Rimedio "democratico", che toglie forse
ad alcuni il senso d'inferiorità e li tranquilla, ma che certo
provoca negli altri, nei "sedati", frustrazione e sofferenza
e, da ultimo, rischia di atrofizzare e avvilire l'inventiva loro e quindi
della collettività.
E' curioso che anche geni del calibro di Hobbes, Leibniz e, in tempi più
recenti, von Neumann e Piaget, abbiano aderito a questa visione, e soprattutto
alla sua premessa epistemologica, cioè che il pensiero, in fondo,
non sia altro che calcolo. Non solo calcolo numerico, certo, anche calcolo
sillogistico e quant'altro, ma insomma: quando l'uomo pensa non fa altro
che applicare a elementi cognitivi atomici un certo numero (piuttosto
piccolo) di regole invariabili e acontestuali. Questa è anche la
premessa fondamentale dell'intelligenza artificiale funzionalistica: basta
rappresentare simbolicamente gli elementi e descrivere le regole in modo
"chiaro e distinto", cioè mediante algoritmi,
ed ecco che si può trasferire il calcolo (dunque il pensiero) da
un supporto (il cervello) a un altro (il calcolatore), senza che le differenze
tra i due supporti abbiano conseguenze di sorta. La funzione (il software)
è tutto, la struttura (l'hardware) non conta. Si tratta di un riduzionismo
mentalista che ha le sue radici nel dualismo cartesiano e, curiosamente,
nel materialismo. Quello che conta è lo scheletro logico, non la
carne del supporto o i panni dei contenuti. Le cose in realtà non
stanno proprio così: la struttura logica non è tutto, e
il supporto materiale ha un'importanza straordinaria, perché la
sua struttura fisica interagisce in maniera inestricabile con la funzione
e la modifica (ad esempio introducendo ritardi temporali e trasformando
i rapporti logici in rapporti di causa-effetto). Inoltre, per quanto riguarda
gli esseri umani, i contenuti influiscono in modo determinante sul modo
di ragionare e sull'efficacia e rapidità del ragionamento, e i
contenuti hanno a che fare con la struttura, il corpo, l'ambiente e la
comunicazione.
3. La scoperta dei codici
Nel Novecento la spinta all'astrazione e al simbolismo ha ricevuto un
impulso formidabile dalla scoperta del mondo dell'informazione e dei codici.
Quando ci si rese conto che il codice è una corrispondenza arbitraria
tra oggetti, quelle che fino a quel momento erano parse corrispondenze
"naturali" e quindi necessarie furono messe in discussione.
Come spesso accade, gli artisti avevano anticipato gli scienziati su questa
strada e già da tempo erano andati al di là dei codici "naturali"
sia in musica sia nelle arti figurative (forse meno in architettura, dove
il corpo e le sue esigenze spaziali e funzionali sono più difficili
da ignorare).
La scoperta dell'arbitrarietà dei codici, per esempio delle scale
musicali, apre la porta a una sperimentazione sconfinata, ma anche al
distacco tra i codici musicali e i loro supporti materiali. Ciò
porta subito a una prevalenza della parte simbolica astratta su quella
materiale e concreta dell'attività musicale. Il sudore, il battito
cardiaco, l'emozione, l'odore dell'esecutore, la fisicità concreta
e pesante dello strumento: tutto ciò viene cancellato in nome dell'aspetto
formale, logico-astratto. Ancora una volta la mente prevale sul corpo.
Eppure l'aneddoto di Brubeck ci presenta una realtà che non possiamo
ignorare. La musica non è solo codice, non è solo astrazione:
c'è nella musica, come in tutta l'arte, un forte coinvolgimento
corporeo, emotivo, anzi direi viscerogastrico, che non si può tralasciare
se non impoverendo in modo inaccettabile l'esperienza artistica. Gli strumenti
stessi hanno un corpo, e ciò li rende essenzialmente diversi dai
loro modelli astratti o elettronici. Durante l'esecuzione il corpo dello
strumento si accoppia con il corpo dell'esecutore, i due interagiscono
in modo intimo e coinvolgono gli spettatori in una sorta di rapporto mentecorporeo
dal quale tutti i partecipanti escono trasformati. In un'esecuzione dal
vero, per di più, ci sono importanti aspetti sinestetici, perché
udito, vista, olfatto e tatto sono sollecitati in varia misura. Inoltre
l'aspetto viscerogastrico ha a che fare squisitamente con il soggetto
e non può essere colto del tutto da osservazioni esterne che tendano
all'oggettività.
4. Informazione e supporto: il postumano disincarnato
In altre parole, è qui in giuoco il rapporto tra codice e supporto:
la grande scoperta dei teorici dell'informazione riguarda la possibilità
di trasferire senza perdite l'informazione da un supporto all'altro. Se
l'informazione consiste nelle diferenze o modulazioni del supporto, ebbene
basta riprodurre nell'altro supporto queste differenze o modulazioni tramite
differenze o simulazioni isomorfe. E ciò, a tutta prima, sembra
possibile senza residui, specie quando si abbia a che fare con i codici
discreti o digitali. Ma quando si va ad analizzare da vicino il procedimento,
si scopre che esiste sempre un livello di osservazione al quale l'informazione
è inseparabile dal supporto (così come, secondo alcuni,
l'intelligenza umana è inseparabile dal suo supporto biologico).
Quindi è impossibile riprodurre quell'informazione su un supporto
diverso perché non si può separare l'informazione dal supporto
originale se non a patto di impoverirla e distorcerla.
Abbandoniamoci allora a qualche speculazione su una delle possibilità
che si offrono al "postumano", quella di diventare un'entità
di solo codice, un simbionte informazionale o, meglio, un postumano
disincarnato. Questa possibilità scaturisce dall'importanza
preponderante che ha assunto per noi l'informazione.
Che cos'è il postumano disincarnato? Se l'homo technologicus
è un simbionte di uomo e macchina, circondato, sorretto, completato
e anche invaso dalla tecnologia, il simbionte informazionale si staglia
su uno sfondo ancora più estremo: in questa propaggine ultima del
postmoderno il corpo è divenuto superfluo, anzi è addirittura
scomparso, è stato divorato dal codice. O meglio: è diventato
indifferente, è stato sostituito da un supporto arbitrario, che
serve solo a contenere lo sciame di bit che ne descrivono la struttura,
l'informazione. Nel postumano disincarnato, insomma, ciò che conta
non è la materia, l'hardware, bensì il software.
Si postula che l'informazione contenuta nel mio corpo si possa estrarre
e introdurre pari pari in un altro corpo, in una macchina, nella ferraglia
e nel silicio di un robot. Se l'identità di un Sé consiste
in una certa configurazione neuronale, in un insieme di forme d'onda,
nei segni astratti di un codice, allora il corpo biologico diventa una
sede occasionale e trascurabile di quel Sé, che può essere
trasferito in qualunque altro supporto. Il corpo cessa di essere ciò
che è sempre stato: il segno distintivo ultimo dell'identità
individuale.
In questa prospettiva postumana sembra attuarsi l'affrancamento da quell'ingombrante
fardello che è il corpo: l'eliminazione di questo greve residuo
di un'umanità primitiva e limitata è sempre stato il lucido
sogno razionalistico della nostra civiltà. Con la sua riottosa
propensione al peccato, con la sua imbarazzante capacità seduttiva,
con la sua scandalosa attività copulatoria, con la sua miserabile
caducità, con la sua caparbia resistenza all'imperialismo della
ragione, il corpo si è sempre opposto all'aspirazione filosofica
e scientifica di costruire un mondo puro, asettico, durevole: aspirazione
che tocca il suo culmine nel Novecento con l'impresa dell'intelligenza
artificiale funzionalistica.
5. Informazione e codifica
Una
tessera fondamentale del mosaico concettuale che sostanzia il passaggio
dall'umano al postumano disincarnato, cioè dal corpo biologico
al corpo codificato, fu collocata da Claude Shannon nel 1948. La sua "teoria
matematica dell'informazione" nacque all'insegna di un paradosso:
da una parte l'informazione è un'entità relazionale, che
ha senso, valore e significato solo nell'ambito di un contesto
sistemico ed evolutivo; dall'altro la formalizzazione di Shannon aveva
carattere acontestuale ed era ottenuta grazie a uno strumento acontestuale:
una matematica che si era sviluppata in stretta interazione con la fisica
riduzionistica. Qui tuttavia mi preme mettere in luce il rapporto tra
informazione e supporto. L'informazione consiste in differenze:
differenze (di colore, forma, grana, peso...) tra oggetti, tra il prima
e il dopo (cioè tra lo stato anteriore e lo stato posteriore di
un oggetto), tra le varie parti di uno stesso oggetto... Il riferimento
all'"oggetto" indica che l'informazione, per manifestarsi, per
essere elaborata e trasmessa, ha bisogno di un supporto materiale.
L'informazione non può essere ridotta al supporto, ma ne ha bisogno.
Inoltre, almeno in prima approssimazione,
sembra che l’informazione possa essere estratta da un supporto e
trasferita in un altro senza alcuna perdita o distorsione. L’informazione
sarebbe dunque invariante rispetto all’operazione di codifica.
Ma questa invarianza, che è una conseguenza diretta della formalizzazione
di Shannon, sussiste (e anche qui con certe limitazioni) solo in un caso
particolare, molto semplice anche se importantissimo, che è il
caso discreto o digitale (in particolare il caso binario)
dove ciò che importa è distinguere un oggetto (o segnale
o messaggio) dagli altri, e dove la forma specifica di ciascun segnale
non ha alcuna importanza. La differenza tra "0" e "1"
è codificabile senza residui nella differenza tra "nero"
e "bianco", tra "aperto" e chiuso", tra "sole"
e "pioggia" e così via. Il fatto che la forma di "1"
sia diversa dalla forma di "nero" e di "sole"
non ha alcuna importanza.
In generale tuttavia l'informazione
non è invariante rispetto alla codifica e il passaggio da
un supporto a un altro non è senza conseguenze. Nel caso analogico,
dove non basta distinguere un messaggio dall'altro, ma si deve riprodurne
con buona approssimazione la forma, la codifica può distorcere
l'informazione e comprometterla. Un concerto scritto per il violino non
può essere eseguito col trombone senza gravi distorsioni. Non tutti
i supporti si lasciano modulare allo stesso modo: ogni supporto oppone
una resistenza specifica all'inserimento delle differenze che rappresentano
l'informazione e questa resistenza rivela che informazione e supporto
intrattengono una relazione molto intima. Come l'informazione condiziona
il supporto, così il supporto condiziona l'informazione.
6. La simulazione
E' interessante notare come il fallimento dell'intelligenza artificiale
funzionalistica abbia portato a due reazioni molto diverse, entrambe tuttavia
imperniate sul corpo: da una parte alcuni si sono convinti che per simulare
un'intelligenza che abbia caratteristiche non troppo lontane da quelle
umane si debba adottare una prospettiva sistemica, cioè si debba
dotare il cervello artificiale di un corpo artificiale in interazione
con l'ambiente e magari adottare anche un'impostazione di tipo evolutivo,
che simuli quanto è accaduto nella storia della biologia. Altri
non hanno accettato la sconfitta e hanno, all'opposto, radicalizzato il
tentativo, codificando non solo la mente ma anche il corpo. E' questa
la strada che conduce al postumano disincarnato.
Per cercar di capire se e come si possa compiere la codifica del corpo
è utile considerare la nozione di simulazione, pratica che
per gli esseri umani costituisce uno strumento dotato di un notevole valore
economico e di sopravvivenza, perché ci evita i rischi e gli sprechi
legati all'attuazione pratica. Prima di intraprendere un'azione concreta,
di solito la simuliamo servendoci della nostra mente, o di altri strumenti
che della mente costituiscono un potenziamento o un prolungamento. Possiamo
così analizzare i possibili effetti dell'azione e decidere se compierla,
se correggerla o se rinunciarvi.
Il mondo dell'informazione è caratterizzato da codici arbitrari:
una cosa può, per convenzione, significare qualsiasi altra cosa;
ma la simulazione va al di là di questa codifica arbitraria e convenzionale,
poiché si fonda su una somiglianza, almeno parziale, e istituisce
tra le due "cose", quella simulata, diciamo il fenomeno, e quella
simulante, diciamo il modello, una corrispondenza molto stretta almeno
a qualche livello di descrizione. Se la corrispondenza si verifica a tutti
i livelli (nei limiti della precisione adottata), non si parla più
di simulazione, bensì di "riproduzione". Ad esempio nel
caso di un cervello umano e di un calcolatore elettronico che effettuino
un'operazione aritmetica, il quasi isomorfismo si ha a livello dei passaggi
aritmetici, ma non a livello strutturale né a livello funzionale
fine, poiché a questi livelli non si ha corrispondenza tra neuroni
e loro attività da una parte e circuiti e loro attività
dall'altra.
Per giudicare l'adeguatezza di una simulazione non ci si basa dunque su
una corrispondenza totale, bensì su una corrispondenza parziale
di esiti e di effetti osservabili, adottando una prospettiva che è
tipica del comportamentismo. Con riferimento all'intelligenza artificiale,
il famoso criterio proposto da Turing nel 1956 per dichiarare intelligente
una macchina si basa appunto su una simulazione di natura comportamentistica.
Mediante telescrivente, un esaminatore pone domande a una persona e a
una macchina e, ancora tramite telescrivente, ne riceve le risposte. Entrambi
gli esaminati si sforzano di persuadere l'esaminatore di essere umani
e, sulla sola base delle risposte ricevute, l'esaminatore deve stabilire
chi dei due è davvero l'uomo. La macchina deve compiere in questo
caso una simulazione, anche se più complessa e difficile di quella
relativa all'esecuzione di un'operazione aritmetica.
La simulazione appartiene al mondo dell'informazione e non della materia,
e la parzialità della corrispondenza che essa istituisce è
legata alla perdita d'informazione che avviene nel passaggio dal fenomeno
al modello. I risultati di questo passaggio delicato e indispensabile
dipendono molto dal fenomeno. Consideriamo due esempi: le simulazioni
al calcolatore di un matematico e di una mucca. Mentre la mucca simulata
non può essere munta e il "latte" che se ne ricava non
può essere bevuto, perché è un latte simulato, nel
caso del matematico simulato le dimostrazioni simulate che egli produce
sono in tutto e per tutto equivalenti alle dimostrazioni eseguite da un
matematico vero.
7. Verso il postumano disincarnato
Torniamo ora alla prospettiva di codificare il corpo e non solo la mente.
Come ha mostrato la storia, già il tentativo di codificare la mente
per trasferirla dal supporto originario in un altro comporta semplificazioni
e distorsioni essenziali che rendono il risultato molto discutibile. Eppure
molte attività della mente sono formali, appartengono cioè
al mondo dell'informazione: sono più vicine alle dimostrazioni
che al latte, ed è su questo che si è basata l'intelligenza
artificiale funzionalistica. Ma il corpo, per la sua natura fisica e biologica,
è più vicino alla mucca che alle dimostrazioni, perciò
quando se ne estrae l'informazione per incarnarla in un altro supporto,
molte sue caratteristiche originarie (molti suoi effetti sul mondo) vanno
perdute. Queste caratteristiche potrebbero comprendere la possibilità
di nuotare, di mangiare, di far l'amore... e tutto sta a vedere se vogliamo
considerarle essenziali oppure no per la definizione di corpo, o meglio
per considerare il nuovo supporto un sostituto accettabile del corpo.
Per alcuni il corpo codificato sarebbe solo un simulacro di corpo,
che non ne conterrebbe tutta l'essenza. Insomma se volessimo dissolvere
il corpo trasformandolo in uno sciame di bit in attesa di nuova destinazione
non potremmo farlo fino in fondo: non potremmo travasare nel software
tutta la resistenza e la sodezza e la ricchezza della materia e quindi
la reincarnazione sarebbe incompleta. Il corpo continuerebbe dunque ad
essere l'orizzonte assoluto della nostra esistenza, l'ultimo ostacolo
all'immersione totale nella virtualità. Il corpo reale non si potrebbe
ridurre a un fantasma etereo e imponderabile, angelico o demoniaco, da
registrare, trasmettere e manipolare come un segnale. Nella costruzione
del simulacro la mediazione filtrante del codice sarebbe cruciale e questa
mediazione sottrarrebbe al corpo la sua caratteristica più importante,
quella di essere immerso in un contesto e in una storia in cui la materialità,
l'esperienza del mondo e la sostanzialità sono fondamentali. Insomma,
come l'informazione è irriducibile alla materia, anche la materia
non si può ridurre del tutto all'informazione.
Supponiamo comunque di accettare questa prospettiva postumana, che ci
farebbe approdare a un essere di pura informazione. Come potrebbe questo
essere interagire con il mondo? Brillouin dimostrò in anni lontani
che l'interazione tra materia e informazione richiede la presenza di un
supporto materiale o energetico su cui l'informazione si possa adagiare,
quindi un essere di pura informazione è un'astrazione mistica:
anche le nostre idee più astratte, che possono spingerci ad azioni
materialissime, sono incarnate nella configurazione dei nostri neuroni.
Detto altrimenti: un essere di pura informazione come potrebbe essere
percepito, e da chi? E se non fosse percepito, come potremmo verificarne
l'esistenza se non con un atto di fede? Rischierebbe, il nostro post-uomo
incorporeo di essere l'unico osservatore e interlocutore di sé
stesso, una sorta di monade autoreferenziale incapace di comunicare con
altri.
Un altro problema: che ne sarebbe dell'identità e del Sé,
che non sarebbero più legati al corpo e alla sua immersione contestuale,
bensì all'informazione trasferibile, in una prospettiva analoga
a quella dell'intelligenza artificiale funzionalistica? Non si tratta
di una questione troppo peregrina, perché già quel processo
di decodifica (parziale) dell'essere umano che è la mappatura
del genoma ci pone di fronte alla domanda "chi siamo?" in
termini nuovi e radicali. Se (il codice di) un essere umano può
essere compresso e stare tutto su un libro o su un disco, che ne è
della sua coscienza, intelligenza, sensibilità? Che cosa diventa
l'"io" di fronte a questo riduzionismo informazionale?
La mappatura del genoma ci pone in una situazione in cui oggetto e soggetto
si confondono. Anzi, se l'oggettivazione fosse, come si vorrebbe, completa,
il soggetto rischierebbe di sparire del tutto, con conseguenze bizzarre
e forse crudeli. Il soggetto divenuto puro oggetto somiglierebbe a colui
che in piena consapevolezza si vede precipitare in un burrone senza poter
far nulla per impedirlo: per esempio potrei sapere in anticipo che sto
per cadere preda di una malattia grave, senza poter fare nulla per evitarla.
Come negli incubi dove non si riesce né a scappare né a
gridare aiuto. Ma evitare la malattia non sarebbe necessario, visto che
non sarebbe necessario possedere un corpo, cioè il luogo dove la
malattia si potrebbe manifestare... E più sottilmente: divenuto
soggetto oggettivato, potrei ricavare un quadro completo delle mie capacità
fisiche e intellettuali, gettando in qualche misura un'occhiata al mio
futuro, ma come emergerei ai miei occhi? Come ne sarebbe modificata la
mia esperienza del Sé? Non si può eludere la domanda dicendo
che conoscere il genoma mi consente di modificare in meglio le mie caratteristiche,
perché il problema è un altro: se l'oggettivazione del Sé
è completa, chi è l'"io" che interviene sul "proprio"
codice genetico per modificarlo? L'intervento non fa già parte
dell'oggettivazione totale del soggetto, in un vertiginoso circolo autoreferenziale?
Insomma, ho la sensazione che la presenza del corpo consenta quel minimo
di distacco tra oggetto e soggetto che sperimentiamo al di là di
ogni dubbio e che, come soggetti, ci rende titolari di numerosi possessi.
Questi possessi si esprimono in locuzioni del tipo: "il mio corpo",
"il mio dolore", "la mia mente".
Inoltre se la decodifica del corpo fosse completa non solo metterebbe
in correlazione biunivoca l'attività neuronale con l'esperienza
soggettiva, ma potrebbe consentirci di trascurare del tutto quest'ultima:
lo sperimentatore fornirebbe un impulso al mio cervello e saprebbe dallo
schermo che cosa stessi provando senza neppure domandarmelo. Anche le
mie decisioni sarebbero prese in un regime di libertà vigilata:
osservando l'attività biochimica del mio encefalo, lo sperimentatore
saprebbe con un piccolo anticipo che sto per decidere o pensare la tal
cosa. La mia coscienza (ma avrebbe ancora senso parlare di coscienza?)
arriverebbe sempre un po' in ritardo e registrerebbe come libera scelta
uno stato "oggettivo" anteriore. E che ne sarebbe della mia
storia personale? Delle mie esperienze passate? Se, come pare, esse sono
rappresentate nei miei neuroni, sarebbero comprese nella codifica: ma
come si configurerebbe l'atto di richiamare un'esperienza o un ricordo?
Non sarebbe necessaria una dinamica della codifica? O una codifica gerarchica?
E in questa gerarchia potrebbe esserci lo spazio per una distinzione tra
oggetto e soggetto? Domande formidabili, che, bizzarramente, nascono da
una semplice congettura, da un esperimento concettuale che forse non ha
nulla a che fare con qualsiasi realtà: glossolalia, parleurismo,
visionarietà verbale...
Ma non facciamoci intimorire dalla natura congetturale di tutto ciò,
e riprendiamo il problema del Sé in questa particolare prospettiva
post-umana. Se tutto il Sé può essere codificato e passare
da un supporto all'altro, se un essere umano può identificarsi
col suo software o codice senza nessun collegamento necessario con il
suo hardware di partenza, non c'è più identificazione tra
il Sé e un corpo particolare. Il cordone ombelicale sarà
tagliato e ciascuno potrà assumere liberamente uno o più
corpi, nei quali replicare esattamente il codice che gli corrisponde.
Si apre qui un vertiginoso problema filosofico: se l'informazione che
costituisce il mio Sé viene trasferita su un supporto diverso,
dove sto "io"? Non mi identifico con il supporto materiale d'origine
e neppure con quello d'arrivo, che sono entrambi del tutto occasionali,
ma non mi identifico neppure con il codice, che può essere riprodotto
a volontà con tutta la precisione che voglio. Allora, in questa
prospettiva di corpo-mente codificato e disincarnabile a piacere, dove
si colloca il Sé? Dove sta la mia coscienza? Se poi suppongo di
riprodurre il codice in molti supporti, ciascuno di questi "cloni"
si evolverà per conto proprio, in modo più o meno diverso
dagli altri: il mio Sé si moltiplicherebbe come si moltiplica ad
ogni istante l'universo in quelle versioni della meccanica quantistica
che sono dette dei molti mondi... Ancora una volta: dove sta il mio Sé?
Speculiamo ancora: se un giorno, in una sorta di mondo dell'informazione
totale, non fosse nemmeno più necessaria la materia, e gli esseri
umani diventassero le creature angeliche e incorporee di tanti miti e
leggende? Creature di luce, anzi d'informazione. Dando ragione a quanti
ritengono che l'uomo attuale non è altro che uno stadio preliminare
dell'Uomo vero che verrà.
Ma prima, a quanto pare, dovremo affrontare i problemi sollevati dalla
mappatura genomica, che forse ci sta proprio incamminando verso quel mondo
postumano: da una parte, fornendoci il codice della vita, la mappatura
pretende di dirci chi è davvero ciascuno di noi secondo
una visione deterministica molto discutibile ma da molti accettata (spunta
ancora una volta un perentorio riduzionismo informazionale che pretende
di dirci la verità); dall'altra la possibilità di
modificare il software, cioè di riprogrammare il genoma
con tecniche finalistiche (anche queste molto discutibili perché
acontestuali e basate su una supposta linearità causale tra geni
e tessuti e tra geni e caratteri) prelude a un profondo mutamento etico
e cognitivo.
Sarà la fine del creazionismo teleologico che assegna all'uomo
un posto privilegiato tra gli animali (in fondo uomo e scimpanzè
hanno quasi lo stesso patrimonio genetico...); sarà la fine della
riproduzione sessuale e quindi di una fonte importante di diversità
genetica (la clonazione renderebbe superfluo l'accoppiamento, con disappunto
di molti); sarà la fine di molte dispute filosofiche e psicologiche
(sul libero arbitrio, sulla coscienza, sull'inconscio). Potrebbe essere
la fine del corpo: una volta trovato il genoma perfetto, che cosa
ci guadagneremmo a incarnarlo in un corruttibile corpo? Anzi che cosa
ci guadagnerebbe lui, il GGG (il Grande Genoma Generale) a farsi incarnare?
Che cosa ci guadagna il bibliomane dalla lettura effettiva dei
suoi libri? Che cosa ci guadagnano il libri dalla lettura, o addirittura
dalla scrittura, che ne possiamo fare? Tutto sembra regredire verso il
regno dell'informazione-sempre-più-rarefatta, dove il GGG veglia
su sé stesso nei secoli dei secoli. Amen.
Andiamo davvero verso il postumano? E ci piace?
8. Il panico epistemologico
Perché nei laboratori di informatica musicale si compiono, con
grande dispendio di intelligenza e di mezzi, strenui tentativi di astrazione?
Nel campo scientifico la risposta è abbastanza chiara: si tenta
di costruire modelli astratti di realtà concrete per prevedere
i fenomeni e per assoggettare la natura. Ma nell'ambito artistico? C'è
di sicuro una componente imitiativa rispetto alla scienza, c'è
una spinta all'esercizio di facoltà intellettive esuberanti e all'uso
di risorse finanziarie, temporali e materiali sovrabbondanti. Ma c'è
forse anche la sensazione che la specie umana sia destinata a una precoce
scomparsa: vogliamo allora lasciare alle macchine il testimone perché
il nostro ricordo non vada perduto del tutto. D'altra parte, come dirò
meglio in seguito, la nostra trasformazione in macchine è già
cominciata. Oggi affidiamo alle macchine non solo la riproduzione, ma
anche la produzione della musica: tra non molto affideremo loro anche
l'ascolto, liberandoci così da ogni dovere e impegno artistico.
E poi, forse, c'è un profondo timore nei confronti degli aspetti
emotivi del nostro sé, che non sono facili da dominare: si tenta
di esorcizzare questo timore riconducendo tutto alla razionalità
computante. Questo tentativo denuncia quello che Gregory Bateson chiamava
un profondo panico epistemologico. Molto prima, anche Ettore Majorana
aveva affrontato la questione, e aveva scritto: "C'è nella
filosofia della scienza di oggi un'immensa diffidenza della natura. Forse,
direbbe Federico Nietzsche, un nuovo spirito apollineo che ha paura della
verità naturale e vuol costruire qualcosa di puro, di razionale,
di immateriale, per cui il rigore logico, la dimostrazione matematica,
il calcolo sublime darebbero la misura del vero... Tuttavia non si può
non pensare che la concezione deterministica della natura racchiuda in
sé una reale causa di debolezza nell'irrimediabile contraddizione
che essa incontra con i dati più certi della nostra coscienza."
Queste parole esprimono il sospetto che meccanizzando l'intelligenza,
riducendola alle sue componenti ipotetico-deduttive, illuminandola troppo
di luce razionale, staccandola insomma dal suo sostrato emotivo e biologico,
si potrebbe provocarne l'atrofia. Ciò dimostrerebbe davvero che
la conoscenza alta, razionale e consapevole è una sorta di irradiazione
superficiale dell'altra e ben più robusta conoscenza che si annida
nei ventricoli oscuri del corpo. E di questa conoscenza, fortemente legata
alle emozioni, tanti hanno paura e vorrebbero sopprimerla.
6. L'avvento del simbionte homo
technologicus
Vorrei ora inquadrare queste osservazioni sparse in una prospettiva più
ampia, che ha a che fare con gli sviluppi recenti della tecnologia dell'informazione.
Nel Novecento vi sono state alcune novità importanti: in primo
luogo, accanto alla tecnologia della materia e dell'energia è nata
la tecnologia dell'informazione, che ha costruito le "macchine della
mente", cioè i sistemi di elaborazione e di trasmissione dei
dati; in secondo luogo, dopo essere esplosa nel mondo per modificarlo,
la tecnologia, specie appunto quella dell'informazione, ha cominciato
a implodere, invadendo e colonizzando il corpo con una serie di dispositivi
micrometrici e nanometrici capaci di imprimergli modificazioni cellulari
e financo molecolari i cui esiti sono tutti da verificare. Si potrebbe
in questo modo formare l'homo technologicus, un ibrido di uomo
e di macchina di cui ho tentato altrove di scandagliare le caratteristiche.
E' vero che si tratta di uno scenario possibile e non di una realtà
compiuta, ma oggi i panorami del presente e le ipotesi sul futuro si costruiscono
spesso con questo metodo semiartigianale, visto che le armi della previsione
razionale e rigorosa si stanno spuntando contro la complessità
del mondo e la velocità dei mutamenti. Sempre più il nostro
futuro è oggetto di una narrazione congetturale,
in cui la fantasia si salda alla scienza per dare alla fantascienza una
capacità diagnostica e predittiva senza precedenti. Se dunque,
secondo questo scenario, dalle pieghe dell'evoluzione uscirà davvero
l'homo technologicus, quali ne saranno le conseguenze? Tra i vari
interrogativi aperti da questo sviluppo, mi preme soffermarmi, più
che sulla continuità, sulla discontinuità tra evoluzione
biologica ed evoluzione biotecnologica e sui disadattamenti tra
la componente organica e la componente artificiale del simbionte. Non
c'è dubbio infatti che le due evoluzioni siano in certa misura
eterogenee e che di conseguenza siano eterogenee le due componenti dell'ibrido
uomo-macchina. Questo disadattamento può causare forme di sofferenza
che andrebbero ad aggiungersi a quelle che abbiamo ereditato dalla nostra
natura biologica, anche se la tecnologia è riuscita, per converso,
ad attenuare alcune delle sofferenze tradizionali.
Le valenze e le caratteristiche umane più profonde, quelle emotive,
comunicative, espressive, insomma i caratteri atavici, le eredità
più legate al corpo, che pescano negli strati evolutivi più
lontani nel tempo e che hanno avuto una parte fondamentale nella sopravvivenza
e nell'evoluzione della nostra specie non sparirebbero di colpo solo perché
la tecnologia avrebbe innestato sul nostro corpo e cervello le sue protesi
e i suoi aggeggi nanometrici. E nella zona di contatto, nell'interfaccia
infinitesimale e frastagliata tra "noi" e le "nostre"
protesi si potrebbero manifestare cospicui fenomeni di rigetto. Del resto
già oggi, che l'homo technologicus è ancora allo
stato embrionale, si osservano disagi e disarmonie dovuti al disadattamento
e all'incompatibilità tra uomo e macchina. Ne sono una prova le
molte ricerche che vengono dedicate alla costruzione di macchine "socievoli",
che dovrebbero estendere la zona di anestesia in cui possono insinuarsi
le componenti artificiali. Insomma, le costruzioni antiche del corpo si
oppongono in qualche misura all'invasione delle più recenti costruzioni
della mente e il nostro finalismo cosciente cerca di attenuare questa
resistenza con esiti difficili da prevedere ma in ogni caso gravidi di
problemi. Nella gabbia tecnologica che ci stiamo costruendo intorno come
un abito forse troppo aderente, alcune delle nostre capacità resteranno
lì, inutili come preistorici relitti che non cesseranno tuttavia
di reclamare il loro uso o come arti fantasma che non cesseranno di dolorare.
Altre capacità, è ovvio, saranno esaltate: la tecnologia
opererà insomma sulla nostra persona (unità complessa di
mente e corpo) una sorta di filtraggio selettivo, che avrà
un effetto di accelerazione sulla comparsa di homo technologicus.
Queste considerazione riguardano molto da vicino il corpo: perché
il corpo è il grande assente della rivoluzione informazionale.
Nonostante sia al centro dell'attenzione, nonostante sia invaso e trasformato
dall'elettronica, dalla robotica e dalla spintronica, anzi forse proprio
per questo, il corpo diviene un oggetto e perde le residue caratteristiche
personali, di unicità e sacralità. Denigrato e disprezzato
prima dalla civiltà greca che fin da Platone aveva teorizzato la
superiorità dell'anima e della mente sul suo corruttibile supporto,
sogguardato con sospetto dal cristianesimo per la sua irresistibile propensione
al peccato, considerato con sufficienza da Cartesio e da tutti i suoi
figli e nipoti, oggi, infine, è esposto, squartato e spezzettato,
sulle bancarelle del mercato totale dove diviene oggetto di contrattazione
commerciale (non si dimentichi la potente spinta economica che fomenta
tutte queste trasformazioni).
Il corpo si trova in una situazione confusa ed è al crocevia di
forti contraddizioni. Se viene in parte rivalutato come arca d'intelligenza
e di conoscenze implicite e primordiali, in opposizione alla mente disincarnata
e troppo fragile vagheggiata dall'intelligenza artificiale, allo stesso
tempo se ne ribadisce l'inferiorità, visto che la (ri)produzione
del corpo viene considerata, come sempre e dovunque, gratuita e quasi
banale. Da parte di medici e biologi, di ingegneri e tecnici, il corpo
è teatro di una sperimentazione trasgressiva e amorale che per
alcuni ci sta portando verso un futuro vertiginoso di semidèi e
che per altri all'opposto sconfina nella profanazione di ciò che
abbiamo di più intimo e individuale. La gelosa conservazione del
corpo, la difesa della sua integrità, la ricerca del suo benessere
all'interno di un orizzonte temporale finito e armonico sembrano oggi
cedere a pressioni eugenetiche all'insegna di un'immortalità che
non gli può appartenere e che spinge alla sua ibridazione tecnologica.
In particolare sono interessanti gli effetti che sul corpo produce la
tecnologia informazionale. La telematica e la realtà virtuale ne
producono in sostanza una diffusione comunicativa e, rispettivamente,
percettiva e operativa. Ad esempio con gli strumenti della realtà
virtuale il corpo si estende nello spazio in modi inediti fino ad occupare
tutto il globo. La distanza viene annullata e la sensibilità viene
dis-locata, ma in modo paradossale, negandone l'attributo primo, quello
della prossimità o della presenza, dunque attraverso l'artificio
e la simulazione. Con la realtà virtuale il potenziamento del corpo
avviene, in ultima analisi, attraverso il suo opposto, cioè la
negazione: si può fare un viaggio lunghissimo senza muoversi dalla
poltrona, dunque senza attuare la dislocazione spaziotemporale di cui
il corpo ha (aveva) bisogno per percepire, dunque per esistere. La tele-azione
comporta una tele-esistenza e la perdita del mondo spaziotemporale della
realtà a vantaggio di un mondo tele-spaziotemporale manipolabile
a volontà. La realtà virtuale ci dona tecniche di sostituzione
che preludono all'ubiquità, ma attenuano e alienano (o, secondo
alcuni, uccidono) la percezione immediata. L'onnipresenza e l'inerzia
totale vanno di pari passo. Allo stesso tempo la realtà virtuale
ci consente di assumere apparenze stravaganti o chimeriche, presentando
agli altri una personalità e un aspetto arbitrari.
Ormai anche la realtà "data" assume connotati virtuali:
siamo immersi in un mondo con il quale interagiamo, contribuendo a modificarne
l'assetto e che, allo stesso tempo, ci modifica. In questa dialettica
interattiva, soggetto e mondo sono un unicum in senso radicale
e si costituiscono simultaneamente. A questo punto non si può più
parlare di una realtà o di un mondo dati una volta per tutte, ma
si deve parlare di più realtà/mondi, che si mostrano differenti
a sguardi diversi e che (come in meccanica quantistica) si eventuano
nel momento in cui si instaura l'interazione che li evoca.
La rinuncia al corpo, o la sua repressione, indurrebbero una grave deprivazione
delle capacità comunicative nel senso più ampio (inclusa
l'attività artistica), che negli uomini sono così raffinate
e sono fonte di tanta ricchezza e soddisfazione. Gli esseri umani hanno
una predisposizione originaria alla comunicazione, all’interpretazione
dei segni, al gioco linguistico, alla menzogna, al teatro, alla musica
e così via: siamo frammenti di qualcosa di più ampio, siamo
in una simbiosi che non è solo di tipo comunicativo e cognitivo
ma anche di tipo emotivo e fisiopsicologico profondo. La comunicazione
- come l'arte - non è in primo luogo un’esperienza concettuale,
bensì un’attività globale della persona intesa come
unità di mente e corpo: noi parliamo, raccontiamo le storie, argomentiamo,
cantiamo, recitiamo, e questo comunicare diffuso e continuo è basato
sulla nostra natura corpo-mentale originaria, costituita dal nostro essere
in comunicazione già prima di comunicare esplicitamente. La tecnologia
dell'informazione introduce in questa variegata complessità drastiche
mediazioni e semplificazioni che portano a una sorta di omologazione verso
il basso. Se ciò agevola la comunicazione tra uomo e macchina e
quindi è utile per sfruttare gli strumenti, allo stesso tempo potrrebbe
impoverire la comunicazione umana: il lessico si ridurrebbe, le strutture
grammaticali e sintattiche si uniformerebbero a pochi modelli. E il corpo
si eclisserebbe. Impoverendosi il veicolo, anche l'espressione e la comunicazione
rischierebbero di irrigidirsi in formule stereotipate.
8. L'estetica del simbionte
Da sempre l'uomo è inseparabile dagli strumenti della sua tecnologia
e ciò è tanto più vero nel caso dell'homo technologicus.
Gli strumenti informatici "filtrano" la creatività così
come filtrano percezione, cognizione e azione: il filtro costituito dall'interfaccia
informatica è come sempre un filtro selettivo, perché potenzia
certe facoltà e ne indebolisce o sopprime altre. Insomma la nostra
immersione nel mondo, quindi anche il senso e la coscienza, sono filtrati
dagli strumenti. La creatività viene dunque influenzata dalla tecnologia,
modifica le proprie caratteristiche, perché il filtro strumentale
crea aspettative e prospettive che altrimenti non ci sarebbero. Chi si
accinge a dipingere col pennello ha aspettative diverse da chi intende
usare il computer. Inoltre il computer può incorporare programmi
che gli consentono di eseguire in modo automatico certe parti dell'opera
artistica. In tal caso l'uomo non rifinisce tutti i particolari dell'opera,
ma ne affida il compimento alla macchina, così come certi maestri
impostano un'opera pittorica o architettonica, lasciando agli allievi
il compito di rifinirla. Questa distribuzione dei compiti potrebbe avvenire
anche nel campo della letteratura o della poesia (del resto già
i rimari e i repertori sono strumenti classici che hanno compiti di questo
genere) o, appunto, della musica. Insomma, come ci sono le estroflessioni
cognitive, così ci può essere un'estroflessione artistica.
Questo tipo di estroflessione potrebbe consentire, in futuro, una diffusione
della creatività, dislocandola in parte dalla componente umana
verso gli strumenti se questi fossero abbastanza flessibili. Tutto dipende
da come si svilupperà l'interfaccia uomo-macchina e dalla qualità
dell'interazione tra le due componenti.
Nel campo artistico, come in quello scientifico, tecnico, mitologico e
così via, l'uomo si propone di ri-costruire una parte del mondo
dato, filtrandolo attraverso la sua percezione, sensibilità, cognizione.
Il primo strumento di questa ricostruzione è il corpo, con tutti
i suoi organi di percezione-cognizione-azione. Ma via via che il corpo
si dota di strumenti e di protesi, la ricostruzione avviene anche attraverso
questi strumenti satellitari. Quando fa arte (e non solo), anche l'homo
technologicus tenta la ri-costruzione del mondo e in quest'operazione
mette in gioco tutti i suoi mezzi percettivi, emotivi, cognitivi, attivi.
Questi mezzi sono un'integrazione, modificata e distorta dall'interazione,
degli strumenti delle due componenti, a cominciare dal corpo biologico.
Nel caso dell'homo sapiens la ricostruzione del mondo, sia essa
artistica, scientifica, o tecnica, obbedisce a criteri di economia o addirittura
di sopravvivenza. Ma, specie nell'arte e nella poesia, entrano in gioco
anche componenti emotive, espressive, etiche ed estetiche e bisogni simbolici
e religiosi difficili da ricondurre a considerazioni materiali o utilitaristiche.
Inoltre l'artista vuole esprimere la sofferenza, il gonfiore dell'essere,
le inquietudini vaghe e indeterminate che nascono dalla contemplazione
del cielo notturno e dei paesaggi, il mistero di essere nella vita, la
terribilità della nascita e della morte. L'artista, affrontando
queste vastità interiori, si espone allo smarrimento, alla collera
delle Furie, al richiamo dell'abisso: non tutti sono disposti a farlo,
e preferiscono le agevoli e tranquille strade della razionalità,
lontane dal chiaroscuro inquietante del bosco.
Quelle componenti e quelle necessità nascono dall'immersione dell'uomo,
unità di anima-corpo, nel mondo e hanno le loro radici nell'evoluzione
biologica. Quanto può condividerle il nuovo simbionte? Perché
è abbastanza evidente che tra l'operare artistico di homo sapiens
e l'operare artistico di homo technologicus vi sono e vi saranno
delle differenze. Forse è troppo presto per tracciare un quadro
sia pure approssimativo di queste differenze, ma alcune di esse possono
essere intuite attraverso le seguenti domande:
Qual è l'estetica del simbionte?
Qual è la sua etica? Che legame c'è tra la sua estetica
e la sua etica? Quale mondo (ri)crea il simbionte?
Queste domande sono molto importanti nel caso dell'uomo a scarsa tecnologia,
per il quale etica ed estetica sono legate a doppio filo perché
entrambe pescano nella storia evolutiva e sono "rispecchiamenti"
della vita e dell'evoluzione. In un certo senso, etica ed estetica coincidono
(o sono isomorfe) perché derivano dalla forte coimplicazione tra
specie e ambiente: l'estetica è il sentimento o il vaglio soggettivo
dell'immersione armonica nell'ambiente; l'etica è il sentimento
soggettivo di rispetto e di azione armonica con l'ambiente di cui facciamo
parte. Così l'etica ci consente di mantenere l'estetica e l'estetica
ci serve da guida nell'operare etico.
L'etica e l'estetica sono storiche, cioè si evolvono, sia
a livello di specie sia a livello di individuo: le esperienze fatte in
un contesto che varia producono novità etiche ed estetiche, che
sembrano trovare il loro corrispettivo fisiologico concreto nell'attivazione
di circuiti cerebrali specifici. Per effetto della separazione cartesiana
e baconiana tra le componenti dell'uomo e tra uomo e natura e per effetto
del pensiero scientifico e della tecnologia, da tempo, e oggi più
che mai, l'etica, cioè l'insieme dei comportamenti "giusti"
per la sopravvivenza dinamica armoniosa, è sottoposta a una tensione
fortissima, e ciò sembra avere conseguenze importanti anche per
l'estetica. Etica ed estetica sono modificate anche dal forte effetto
semplificante che la tecnologia opera sull'immagine del mondo e dell'uomo.
Tutto ciò ha portato a una grave crisi dell'estetica cui ha molto
contribuito, come ho detto, il processo di astrazione e di codifica che
è alla base del formalismo scientifico e non solo scientifico:
al contrario dei messaggi della natura, i segni e i codici dell'uomo sono
arbitrari. In musica, nelle arti figurative e in parte anche nella narrativa
l'estetica è stata scardinata: all'armonia tra l'uomo e la sua
immersione evolutiva nella natura è stata sostituita l'arbitrarietà
segnica e combinatoria, come dimostrano certe tendenze musicali o
pittoriche
Con l'estroflessione cognitiva rappresentata dalle macchine informatiche
e dalla Rete il problema etico-estetico si pone in termini nuovi: quali
connessioni "cerebrali" in senso generalizzato (biologiche o
artificiali) sono attivate dalle esperienze? Come interagiscono questi
nuovi collegamenti con il complesso delle connessioni preesistenti? Ecco
il significato concreto delle domande poste sopra. Nel caso del simbionte
si può parlare di rispecchiamento della "vita"? O di
"armonia" o addirittura di "coincidenza" tra etica
ed estetica, o di "rispetto" per le esigenze vitali, biologiche
o d'altro tipo del sistema globale? Qual è l'evoluzione del simbionte?
E in quale "ambiente" o "mondo" avviene questa evoluzione?
E poi: quale sarà il destino dei sentimenti e delle emozioni, che
tanta parte hanno nella nostra intelligenza complessiva? Anche se possono
sembrare troppo "filosofiche", queste domande sono importanti,
perché vanno alla radice del nostro rapporto con le macchine e
della nostra evoluzione biotecnologica e gettano nuova luce sull'importanza
ineludibile di quel mistero inafferrabile che è il corpo, con le
sue emozioni, pulsioni, sensazioni.
Bibliografia
Gregory Bateson, Verso un'ecologia della mente, 2 ed., Adelphi,
Milano, 2000.
Renato Calligaro, Tempo fermo, Tempo fermo, 1, 2003, pagg. 7-58.
Giuseppe O. Longo, Il nuovo golem: come il computer modifica la nostra
cultura, Laterza, Roma-Bari, 1998.
Giuseppe O. Longo, Homo technologicus, Meltemi, Roma, 2001.
Giuseppe O. Longo, Il simbionte: prove di umanità futura,
Meltemi, Roma, 2003.
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