Il corpo in codice: verso il postumano?
Giuseppe O. Longo
1. Uno scenario inquietante
Ho illustrato altrove (Longo 2001, 2002) il
concetto di homo technologicus, un simbionte di uomo e macchina circondato,
sorretto, completato e anche invaso dalla tecnologia. Ma oggi si affaccia
all'orizzonte speculativo un'altra creatura, ancora più esotica e inquietante:
il postumano, che in alcune sue forme
conserva ben poco dell'uomo così come lo conosciamo oggi. Mi voglio qui
occupare di una versione particolare ed estrema del postumano, il postumano in codice, caratterizzata
dalla prevalenza dell'informazione sul suo supporto materiale (il corpo).
Poiché viviamo nell'era dell'informazione, cercherò di immaginare alcune
possibili conseguenze del riduzionismo informazionale radicale che alcuni
auspicano.
Nel postumano in codice il corpo è divenuto
superfluo, anzi è addirittura scomparso. O meglio: è diventato indifferente, è
stato sostituito da un supporto arbitrario, che serve solo a contenere lo
sciame di bit che ne descrivono la struttura. In questo postumano, insomma, ciò
che conta non è la materia, l'hardware,
bensì il software. Si postula che
l'informazione contenuta nel mio corpo si possa estrarre e introdurre pari pari
in un altro corpo, in una macchina, nella ferraglia e nel silicio di un robot.
Se l'identità di un Sé consiste in una certa configurazione neuronale, in un
insieme di forme d'onda, allora il corpo diventa una sede occasionale e
trascurabile di quel Sé, che può essere trasferito in qualunque altro supporto.
Il corpo cessa di essere ciò che è sempre stato: il segno distintivo ultimo
dell'identità individuale.
Scenario bizzarro, aberrante, ma non
arbitrario, perché si basa su una serie di considerazioni che cercherò di
esporre per sommi capi. Nella prospettiva del postumano in codice sembra
attuarsi l'affrancamento da quell'ingombrante fardello che è il corpo:
l'eliminazione di questo greve residuo di un'umanità primitiva e limitata è
sempre stato il lucido sogno razionalistico della nostra civiltà. Con la sua
riottosa propensione al peccato, con la sua imbarazzante capacità seduttiva,
con la sua scandalosa attività copulatoria, con la sua miserabile caducità, il
corpo si è sempre opposto all'aspirazione filosofica e scientifica di costruire
un mondo puro, asettico, durevole, aspirazione che tocca il suo culmine nella
seconda metà del Novecento con l'impresa dell'intelligenza artificiale (IA)
funzionalistica.
2. La rimozione del corpo e del genio
La diffidenza nei confronti del corpo
serpeggia in tutta la nostra tradizione da oltre duemila anni e, curiosamente,
s'intreccia all'inquietudine che ci procura il genio, con la sua ingiustificabile e lussureggiante trasgressività,
con i suoi fulminei cortocircuiti. Corpo e genio sono simboli e attori dell'insubordinazione,
si oppongono dunque al continuo tentativo dell'uomo occidentale di impartire
ordine e regola al mondo eccessivo e caotico nel quale viene a trovarsi. Con
l'aiuto della razionalità, poi della computazione, oggi dell'algoritmica,
l'uomo cerca infatti da sempre di ricostruire
la realtà, sostituendo al mondo dato, troppo florido e rigoglioso, un mondo più
controllato e meno violento, un mondo misurato e dominabile, che gli consenta
di sopravvivere.
Corpo e genio, per vie diverse,
compromettono quest'opera di regolazione e mettono in pericolo le sicurezze
dell'uomo. Bisognava dunque difendersi da questa minaccia e creare gli antidoti
opportuni: così al corpo fu contrapposta la mente
e al genio l'intelligenza analitica,
argomentativa e calcolante. Col tempo i due antidoti confluirono in un solo
rassicurante rimedio in cui si fondevano calcolo e pensiero: l'attività della
mente coincide con l'esecuzione di algoritmi, e questa convinzione sta alla
base dell'IA funzionalistica, che ignora il corpo ed esorcizza il genio.
L'attuale primato del riduzionismo
computazionale affonda le sue radici nel pregiudizio, risalente alla tradizione
greca, che per sapere o saper fare qualcosa sia necessario averne una teoria, cioè una descrizione esplicita,
precisa, comunicabile, magari squadernata in regole e istruzioni. Le teorie (si
pensi alla matematica e alla fisica) possiedono una tendenziale acontestualità e, forse di conseguenza, sembra che non si riesca a costruire una
teoria di tutta la realtà, ma soltanto
di pezzetti più o meno limitati del mondo, cioè di fenomeni o sistemi isolati
dalla matrice del contesto. La natura acontestuale delle teorie si oppone alla
natura contestuale del corpo: il
corpo "pesca" incessantemente nell'ambiente e ogni sua attività acquista
senso solo alla luce delle interazioni più o meno complicate che esso
intrattiene col resto del mondo.
3. Informazione e supporto
Un'altra
tessera importante del mosaico concettuale che sostanzia il passaggio
dall'umano al postumano, cioè dal corpo biologico al corpo codificato, venne
collocata da Claude Shannon nel 1948. La sua teoria matematica dell'informazione nacque all'insegna di un
paradosso: da una parte l'informazione è un'entità sistemica, che ha senso,
valore e significato solo nell'ambito di un contesto;
dall'altro la formalizzazione shannoniana si ispirava a uno strumento
acontestuale, rappresentato da una matematica che si era sviluppata in stretta
interazione con la fisica riduzionistica.
Qui
mi preme soprattutto mettere in luce il rapporto tra informazione e supporto.
L'informazione consiste in differenze:
differenze (di colore, forma, grana, peso...) tra oggetti, tra il prima e il
dopo (cioè tra lo stato anteriore e lo stato posteriore di un oggetto), tra le
varie parti di uno stesso oggetto... La menzione dell'"oggetto"
indica che l'informazione, per manifestarsi, per essere elaborata e trasmessa,
ha bisogno di un supporto materiale.
L'informazione non può essere ridotta al supporto, ma ne ha bisogno. Inoltre,
almeno in prima approssimazione, l’informazione può essere estratta da un
supporto e trasferita in un altro senza alcuna perdita o distorsione.
L’informazione sarebbe dunque invariante
rispetto all’operazione di codifica.
Ma questa invarianza, evidente nella formalizzazione
di Shannon, sussiste (e anche qui con certe limitazioni) solo in un caso
particolare, molto semplice anche se importantissimo, che è il caso digitale, in particolare il caso
binario, dove ciò che importa è distinguere
un oggetto o segnale o messaggio dagli altri, e dove la forma specifica di
ciascun segnale non ha alcuna importanza. La differenza tra "0" e
"1" è codificabile senza residui nella differenza tra
"nero" e "bianco", tra "aperto" e chiuso",
tra "sole" e "pioggia" e così via. Il fatto che la forma di
"1" sia diversa dalla forma di "nero" e di "sole"
non ha alcuna importanza.
In generale tuttavia l'informazione non è invariante rispetto alla codifica
e il passaggio da un supporto a un altro non è senza conseguenze. Nel caso
analogico, dove non basta distinguere un messaggio dall'altro, ma si deve
riprodurre con buona approssimazione la loro forma, la codifica può distorcere l'informazione e comprometterla.
Un concerto scritto per il violino non può essere eseguito col trombone senza
gravi distorsioni. Non tutti i supporti si lasciano modulare allo stesso modo:
ogni supporto oppone una resistenza specifica all'inserimento delle differenze
che rappresentano l'informazione e questa resistenza rivela che informazione e
supporto intrattengono una relazione molto intima. Come l'informazione
condiziona il supporto, così il supporto condiziona l'informazione.
Da questa ineludibile interazione scaturisce la mia
obiezione principale all'IA funzionalistica, secondo la quale basta individuare
e descrivere con precisione le funzioni della mente umana e poi trasferire
questa descrizione dalla mente a un un
calcolatore perché questo si comporti come la mente. Sono invece convinto che
le funzioni che si svolgono in un certo supporto siano legate profondamente e
intimamente a quel supporto, e che non si possano trasferire altrove senza
perdite, modifiche e distorsioni.
Anzi, il funzionalismo opera un passaggio
intermedio ancora più sottile: le funzioni della mente sono assimilabili a
certe operazioni logiche (che si svolgono fuori di ogni tempo e materialità) e
queste operazioni logiche, che sono la vera essenza del mentale, possono essere
proiettate su svariati supporti (cervello, computer...) in modo assolutamente
isomorfo. Il funzionalismo ignora cioè la natura materiale non solo della
macchina, ma anche della mente. Quando si afferma che il calcolatore funziona
secondo i principi della logica, si commette un errore: il calcolatore non è
una macchina logica, bensì una macchina materiale,
dunque lavora per causa-effetto e tra causa ed effetto c’è sempre un ritardo temporale. Nella logica classica
il tempo non esiste, mentre nel calcolatore esiste: ci sono i ritardi, e i
ritardi si accumulano. La proiezione o mappatura della logica sul calcolatore è
una mappatura imperfetta, tanto che, se le operazioni per unità di tempo
diventano troppe, ci sono degli effetti di saturazione e la macchina funziona
male. Allo stesso modo, neppure la mente funziona secondo i principi della
logica, ma è condizionata dal funzionamento (fisico-causale) del suo supporto,
il cervello.
4. La simulazione
E' interessante notare come il
fallimento dell'IA funzionalistica abbia portato a due reazioni molto diverse,
entrambe tuttavia imperniate sul corpo: da una parte alcuni si sono convinti
che per simulare un'intelligenza che abbia caratteristiche non troppo lontane
da quella umana si debba adottare una prospettiva sistemica, cioè si debba
dotare il cervello artificiale di un corpo artificiale in interazione con
l'ambiente e magari anche adottare un'impostazione di tipo evolutivo, che
simuli quanto è accaduto nella storia della biologia. Altri non hanno accettato
la sconfitta e hanno, all'opposto, radicalizzato il tentativo, codificando non
solo la mente ma anche il corpo. E' questa la strada che conduce al postumano
in codice.
Per cercar di capire se e come si
possa compiere la codifica del corpo è utile considerare la nozione di simulazione, pratica che per gli esseri
umani costituisce uno strumento dotato di un notevole valore economico e di sopravvivenza,
perché ci evita i rischi e gli sprechi legati all'attuazione pratica. Prima di
intraprendere un'azione concreta, di solito la simuliamo servendoci della
nostra mente, o di altri strumenti che della mente costituiscono un
potenziamento o un prolungamento. Possiamo così analizzare i possibili effetti
dell'azione e decidere se compierla, se correggerla o se rinunciarvi.
Il mondo dell'informazione è
caratterizzato da codici arbitrari:
una cosa può, per convenzione, significare qualsiasi altra cosa; ma la
simulazione va al di là di questa codifica arbitraria e convenzionale, poiché
si fonda su una somiglianza, almeno parziale, e istituisce tra le due
"cose", quella simulata, diciamo il fenomeno, e quella simulante,
diciamo il modello, una corrispondenza molto stretta almeno a qualche livello
di descrizione. Se la corrispondenza si verifica a tutti i livelli (nei limiti
della precisione adottata), non si parla più di simulazione, bensì di
"riproduzione". Ad esempio nel caso di un cervello umano e di un
calcolatore elettronico che effettuino un'operazione aritmetica, il quasi
isomorfismo si ha a livello dei passaggi aritmetici, ma non a livello
strutturale né a livello funzionale fine, poiché a questi livelli non si ha
corrispondenza tra neuroni e loro attività e circuiti e loro attività.
Per giudicare l'adeguatezza di una
simulazione non ci si basa dunque su una corrispondenza totale, bensì su una
corrispondenza parziale di esiti e di effetti osservabili, adottando una
prospettiva che è tipica del comportamentismo. Con riferimento all'IA, il
famoso criterio proposto da Turing nel 1956 per dichiarare intelligente una
macchina si basa appunto su una simulazione di natura comportamentistica.
Mediante telescrivente, un esaminatore pone domande a una persona e a una
macchina e, ancora tramite
telescrivente, ne riceve le risposte. Entrambi gli esaminati si sforzano di
persuadere l'esaminatore di essere umani e, sulla sola base delle risposte
ricevute, l'esaminatore deve stabilire chi dei due è davvero l'uomo. La
macchina deve compiere in questo caso una simulazione molto più complessa e
difficile di quella relativa all'esecuzione di un'operazione aritmetica.
La simulazione appartiene al mondo
dell'informazione e non della materia, e la parzialità della corrispondenza che
essa istituisce è legata alla riduzione dell'informazione che si attua nel
passaggio dal fenomeno al modello. I
risultati di questo passaggio delicato e indispensabile dipendono molto dal
fenomeno. Consideriamo due esempi: le simulazioni al calcolatore di un
matematico e di una mucca. La mucca simulata non può essere munta e il
"latte" che se ne ricava non può essere bevuto, perché è un latte
simulato, mentre nel caso del matematico simulato le dimostrazioni simulate che
egli produce sono in tutto e per tutto equivalenti alle dimostrazioni eseguite
da un matematico vero.
Che differenza c'è allora tra latte e
dimostrazioni? Si potrebbe dire che le dimostrazioni appartengono (quasi) per
intero al mondo informazionale, mentre il latte appartiene (quasi) per intero
al mondo fisico e non è possibile simulare con l'informazione gli oggetti
fisici. Questa impossibilità risulta più evidente se si adotta un criterio di
distinzione basato sugli effetti che
le cose e le loro simulazioni hanno sul mondo reale (il nostro mondo): nel caso
del latte gli effetti sono molto diversi, mentre nel caso della dimostrazione
gli effetti sono identici. Tenendo presente la distinzione tra informazione e
supporto, possiamo anche dire che per il latte il supporto (cioè gli atomi e le
molecole che lo compongono) è essenziale: non si può modificare l'identità
degli atomi e delle molecole, poiché la configurazione, le relazioni reciproche
e i legami chimici, che ne costituiscono la parte strutturale o informazionale,
non sono sufficienti a darci il latte. Se gli atomi di carbonio vengono
sostituiti da atomi di silicio, pur conservando tutte le relazioni tra gli
atomi, non si ottiene più il latte. Per quanto riguarda la dimostrazione,
invece, il supporto, benché indispensabile, è inessenziale: quello che conta
sono le relazioni e le differenze, cioè le informazioni, che possono essere
riprodotte anche nel calcolatore.
A proposito del problema fondamentale
dell'IA, cioè se la mente sia simulabile e trasferibile, possiamo arrischiare questa
risposta (che però si limita a spostare il problema): se la mente sta tutta nel
mondo informazionale, come afferma il funzionalismo, una sua simulazione almeno
a qualche livello significativo è possibile; se sta anche nel mondo fisico,
come io ritengo, la cosa è più ardua, poiché anche la materia di cui è fatto il
supporto della mente è rilevante.
5. La strada verso il postumano
Torniamo ora alla prospettiva del
postumano, cioè all'idea di codificare il corpo e non solo la mente. Come ha
mostrato la storia dell'IA, già il tentativo di codificare la mente per
trasferirla dal supporto originario in un altro comporta semplificazioni e
distorsioni essenziali che rendono il risultato molto discutibile. Eppure molte
attività della mente sono formali, appartengono cioè al mondo
dell'informazione: sono più vicine alle dimostrazioni che al latte, ed è su
questo che si è basata l'IA funzionalistica. Ma il corpo, per la sua natura
fisica e biologica, è più vicino alla mucca che alle dimostrazioni, perciò quando
se ne estrae l'informazione per incarnarla in un altro supporto, molte delle
caratteristiche originarie (molti degli effetti sul mondo) vanno perdute.
Queste caratteristiche potrebbero comprendere la possibilità di nuotare, di
mangiare, di far l'amore... e tutto sta a vedere se vogliamo considerarle
essenziali oppure no per la definizione di corpo, o meglio per considerare il
nuovo supporto un sostituto accettabile del corpo.
Per alcuni il corpo codificato e poi
reincarnato sarebbe solo un simulacro
di corpo, che non ne conterrebbe tutta l'essenza. Insomma se volessimo
dissolvere il corpo trasformandolo in uno sciame di bit in attesa di nuova
destinazione non potremmo farlo fino in fondo: non potremmo travasare nel software tutta la resistenza e la durezza
e la ricchezza della materia e quindi la reincarnazione sarebbe incompleta. Il
corpo continuerebbe dunque ad essere l'orizzonte assoluto della nostra
esistenza, l'ultimo ostacolo all'immersione totale nella virtualità. Il corpo
reale non si potrebbe ridurre a un fantasma etereo, imponderabile, angelico o
demoniaco, da creare e manipolare per via artificiale. Nella costruzione del
simulacro la mediazione filtrante del codice sarebbe cruciale e questa
mediazione sottrarrebbe al corpo la sua caratteristica più importante, quella
di essere immerso in un contesto e in una storia in cui la materialità è
fondamentale. Insomma, come l'informazione è irriducibile alla materia, anche
la materia non si può ridurre del tutto all'informazione.
Supponiamo comunque di accettare la
prospettiva postumana. Che ne è allora dell'identità e del Sé, che non sono più
legati al corpo e alla sua immersione contestuale, bensì all'informazione
trasferibile, in una prospettiva analoga a quella dell'IA funzionalistica? Non
si tratta di una questione troppo peregrina, perché già quel processo di
decodifica (parziale) dell'essere umano che è la mappatura del genoma ci pone
di fronte alla domanda "chi siamo?" in termini radicali. Se (il
codice di) un essere umano può essere compresso e stare tutto su un libro o su
un disco, che ne è della sua coscienza, intelligenza, sensibilità? Che cosa
diventa l'"io" di fronte a questo riduzionismo
informazionale?
La mappatura del genoma ci pone in
una situazione in cui oggetto e soggetto si confondono. Anzi, se
l'oggettivazione fosse, come si vorrebbe, completa, il soggetto rischierebbe di
sparire del tutto, con conseguenze bizzarre e forse crudeli. Il soggetto,
divenuto puro oggetto, somiglierebbe a colui che in piena consapevolezza si
vede precipitare in un burrone senza poter far nulla per impedirlo: per esempio
potrei sapere in anticipo che sto per cadere preda di una malattia grave, senza
poter fare nulla per evitarla. Come negli incubi dove non si riesce né a
scappare né a gridare aiuto. D'altra parte non sarebbe necessario evitare la
malattia, visto che non ci sarebbe il corpo, cioè il luogo dove la malattia si
potrebbe manifestare... E più sottilmente: divenuto soggetto oggettivato,
potrei ricavare un quadro completo delle mie capacità fisiche e intellettuali,
gettando in qualche misura un'occhiata al mio futuro; ma come emergerei ai miei
occhi? Come ne sarebbe modificata la mia esperienza del Sé? Non si può eludere
la domanda dicendo che conoscere il genoma mi consente di modificare in meglio
le mie caratteristiche, perché il problema è un altro: se l'oggettivazione del
Sé è completa, chi è l'"io" che interviene sul "proprio"
codice genetico per modificarlo? L'intervento non fa già parte
dell'oggettivazione totale del soggetto, in un vertiginoso circolo
autoreferenziale? Insomma, ho la sensazione che la presenza del corpo consenta
quel minimo di distacco tra oggetto e soggetto che sperimentiamo al di là di
ogni dubbio e che, come soggetti, ci rende titolari di numerosi possessi.
Questi possessi si esprimono in locuzioni del tipo: "il mio corpo",
"il mio dolore", "la mia mente".
Inoltre se la decodifica fosse
completa non solo metterebbe in correlazione biunivoca l'attività neuronale con
l'esperienza soggettiva, ma potrebbe consentirci di trascurare del tutto
quest'ultima: lo sperimentatore fornirebbe un impulso al mio cervello e
saprebbe dallo schermo che cosa stessi provando senza neppure domandarmelo.
Anche le mie decisioni sarebbero prese in un regime di libertà vigilata:
osservando l'attività biochimica del mio cervello, lo sperimentatore saprebbe
con un piccolo anticipo che sto per decidere o pensare la tal cosa. La mia
coscienza (ma avrebbe ancora senso parlare di coscienza?) arriverebbe sempre un
po' in ritardo e registrerebbe come libera scelta uno stato
"oggettivo" anteriore.
Riprendiamo il problema del Sé nella
prospettiva postumana. Se tutto il Sé può essere codificato e passare da un
supporto all'altro, se un essere umano può identificarsi col suo software o codice senza nessun
collegamento necessario con il suo hardware
di partenza, non c'è più identificazione tra il Sé e un corpo particolare. Il
cordone ombelicale sarà tagliato e ciascuno potrà assumere liberamente uno o
più corpi, nei quali replicare esattamente il codice che gli corrisponde. Si
apre qui un vertiginoso problema concettuale: se l'informazione che costituisce
il mio Sé viene trasferita su un supporto diverso, dove sto "io"? Non
mi identifico con il supporto materiale d'origine e neppure con quello
d'arrivo, che sono entrambi del tutto occasionali, ma non mi identifico neppure
con il codice, che può essere riprodotto a volontà con tutta la precisione che
voglio. Allora, in questa prospettiva di corpo-mente codificato e
disincarnabile a piacere, dove si colloca il Sé? Dove sta la mia coscienza?
Speculiamo ancora: che accadrebbe se
un giorno, in una sorta di mondo dell'informazione totale, non fosse nemmeno
più necessaria la materia, e gli esseri umani diventassero le creature
angeliche e incorporee di tanti miti e leggende. Creature di luce, anzi
d'informazione. Dando ragione a quanti ritengono che l'uomo attuale non è altro
che uno stadio preliminare dell'Uomo vero che verrà...
Ma prima, a quanto pare, dovremo
affrontare i problemi sollevati dalla mappatura genomica, che forse ci sta
proprio incamminando verso il postumano in codice: da una parte la mappatura
pretende di dirci chi è davvero
ciascuno di noi (spunta ancora una volta un presuntuoso riduzionismo
veritativo, anche se di tipo informazionale) fornendoci il codice della vita
secondo una visione deterministica, assai discutibile ma da molti accettata;
dall'altra la possibilità di modificare il software, di riprogrammare il genoma
con tecniche finalistiche (anche queste molto discutibili perché acontestuali)
prelude a un profondo mutamento etico e cognitivo. Sarà la fine del
creazionismo teleologico, che assegna all'uomo un posto privilegiato (in fondo
uomo e scimpanzè hanno quasi lo stesso patrimonio genetico...); sarà la fine
della riproduzione sessuale e quindi di una fonte importante di diversità
genetica (la clonazione renderebbe superfluo l'accoppiamento, con disappunto di
molti); sarà la fine di molte dispute filosofiche e psicologiche (sul libero
arbitrio, sulla coscienza, sull'inconscio). Potrebbe essere la fine del corpo:
una volta trovato il genoma perfetto, che cosa ci guadagneremmo a incarnarlo in
un corpo? Che cosa ci guadagna il bibliomane dalla lettura effettiva dei suoi libri?
Andiamo davvero verso il postumano? E
ci piace?
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