L’arte
contemporanea e il suo pubblico*
Silvia
Schwarzböck
Quando qualcosa diventa insopportabile a vedersi,
gli occhi si chiudono automaticamente. Se restano aperti, invece, è perché
quello che abbiamo davanti, per quanto insopportabile esso sia, lo possiamo
vedere. Il fatto che si sia talmente ampliata
la capacità di vedere eventi straordinari (straordinari per atrocità,
per meraviglia, per stravaganza o bizzaria), sempre che siano rappresentati (o,
se sono reali, non stiano accadendo a chi li percepisce), potrebbe anche mettere in dubbio un’idea abbastanza
condivisa sul valore effimero di ogni catarsi: l’idea che, poiché un soggetto
suole trasformarsi in destinatario di questo tipo di eventi durante il suo
tempo d’ozio, il loro effetto su di lui non lo modifichi sostanzialmente. Dopo
la ricezione, questo soggetto si reintegrerebbe nella sua vita quotidiana abituale restando lo stesso di prima. La catarsi, come liberazione dalle
passioni più basilari (e in quanto tali, più difficili da controllare) che sono
la paura e la pietà, avrebbe, al massimo, un valore terapeutico: servirebbe
come consolazione (“per fortuna non mi sta succedendo lo stesso che sto
vedendo, perchè lo sto vedendo, ma povero me se mi succedesse”) o come oblio
circostanziale di se stesso (“il tempo che è durata la ricezione non l’ho
sentito come tempo, ciò significa che mi stavo divertendo”)
Applicata all’arte del XX secolo, se questa idea della catarsi fosse
corretta, ogni provocazione avanguardista sarebbe stata vana, e gli artisti che
oggi volessero provocare potrebbero contare su una quantità di destinatari
sempre vergini, suscettibili di venire commossi di volta in volta, senza che importi quanto l’effetto duri (se
dura quanto dura la ricezione o se permane per un tempo dopo, è irrilevante per
giudicare questa posizione; in entrambi i casi si tratterebbe di un effetto
che, anche se non fosse passeggero, non trasformerebbe il destinatario in
nessun aspetto sostanziale: psicologico, politico, morale o ideologico; lo
confermerebbe soltanto in ciò che è così com’è). La catarsi, nel non lasciare
tracce indelebili, permeterebbe che ogni nuova ricezione fosse come la prima.
Però la avidità di commozioni da parte dei derstinatari contemporanei, come
correlazione a una capacità
ampliata di ricevere stimoli di una
intensità emotiva sempre più alta, dimostra il contrario: che la ricezione non
è innocua. I destinatari, impercettibilmente, si trasformano e ciò in cui si
trasformano è in pubblico.
Il pubblico si caratterizza per attendersi dall’arte ciò che manca nella
vita. La sorpresa è ciò di cui il pubblico più abbisogna, perché il suo stato
d’animo primordiale è l’apatia. Sono gli apatici (e non gli appassionati)
coloro che diventano più esigenti in materia di stimoli forti. Essere pubblico
implica per se stesso un comportamento apatico. La apatia è stata la prima
caratteristica esibita dalle masse quando si resero visibili (1) . Il pubblico,
finché è pubblico, ha un comportamento simile alla massa.
Di
fronte a questa situazione, gli artisti contemporanei incominciarono a
chiedersi quale sarebbe il modo con il quale un’opera deve interpellare chi già
è predisposto ad essere interpellato. Con l’irruzione dell’arte pop e degli happening il pubblico cessò definitivamente di essere una categoria
sociologica per trasformarsi in una categoria estetica. E questa trasformazione
non può spiegarsi con la sola dialettica dell’arte del XX secolo (con il suo
divenire dal dadaismo fino ai giorni nostri) ma richiede invece di ricorrere
all’aiuto di un'altra dialettica, quella della cultura di massa, in modo da
porre congetture che prendano in considerazione un’altra forma di catarsi:
quella che insegnarono i mezzi di comunicazione.
I
primi a confrontarsi con il dilemma della provocazione furono i dadaisti. Ciò
che constatano all’inizio è che, per quanto gridassero e facessero rumore sui
tavoli del Cabaret Voltaire, i presenti continuavano a guardarli, senza aprir
bocca, dietro i loro boccali di birra. In ogni modo, non mancava molto perché
uscissero dal loro stato di noncuranza. Quando ne escono, non lo fanno per
esprimere la propria ira per tanta provocazione, bensì perché desiderano
partecipare. Nel 1916 i dadaisti si attendevano “la collera dei piccoloborghesi,
affinché quella collera li portasse ad una vergognosa rivelazione di se stessi”
(racconta Richter, che era presente). Ciò che ottennero, passato un certo
tempo, fu “una vera frenesia di partecipazione”. (2) Essi stavano dando al
pubblico qualcosa di cui il pubblico aveva bisogno, ma appunto prima che il
pubblico si rendesse conto che ne aveva bisogno. Non appena se ne fosse reso
conto, avrebbe voluto rompere la siepe invisibile che lo separava dagli
artisti: non più l’idea dello scenario. Sebbene i dadaisti non usassero
propriamente uno scenario, agivano come se ce ne fosse uno, intangibile, che il
pubblico avrebbe dovuto abbattere, quando avesse capito il programma. E’ ciò
finalmente accadde. Dopo tutto, non era ciò che il dadaismo voleva?
Ciò che accadde al dadaismo con
il pubblico fu un fenomeno non trasferibile all’arte contemporanea, perché gli
accadde in quanto aveva un pubblico esclusivamente libresco. Che i presenti nel
Cabaret Voltaire fossero stati formati come destinatari dai libri, senza che i
libri fossero in competizione con i mezzi di comunicazione per il controllo
delle loro anime, è un dato che non dovrebbe essere considerato di minor conto
nel considerare il loro comportamento. La cosa più rilevante di quel
comportamento non è che sia mutato dalla passività alla partecipazione (o al desiderio frenetico di
partecipazione), ma che ci sia voluto del tempo per questo passaggio. Il tempo
trascorso prima del cambio segna la differenza fra quel pubblico e quello
contemporaneo. Questa differenza, pur se di grado, finisce con l’essere una
differenza abissale. Ancora una volta, come succede con tante cose della
società di massa, una differenza quantitativa muta in qualitativa. Il pubblico
con il quale s’incontreranno gli artisti nel decennio del sessanta è un
pubblico educato in un modo del tutto nuovo, perché in esso convergono una
cultura libresca appresa nella scuola e nella università (senza la quale non si
interesserebbe all’arte) e una inoccultabile avidità di sorpresa imparata dai
mezzi di comunicazione (senza la quale non sarebbe tanto cosciente di ciò che
sta cercando in un ambito che identifica con l’eccentricità e la sorpresa). Ne
deriva che nel confrontarsi con questo
nuovo pubblico gli artisti si sentano obbligati a riflettere su di esso. Buona
parte del percorso dell’arte contemporanea
(dal pop agli happening, dagli happening all’arte dei media e al concettualismo) è segnata da
questo nuovo rapporto con il pubblico.
Orbene, il pubblico più avido di essere commosso è, paradossalmente,
quello più anestetizzato. La capacità di ricevere stimoli forti è proporzionale
all’incapacità di commuoversi facilmente. Il pubblico del dadaismo, invece, era
in condizione di scandalizzarsi, per cui la provocazione fu una legittima
sperimentazione artistica per interpellarlo e scoprire cosa volesse. Quel
pubblico scoprì in corsa il suo desiderio di partecipare. Non poteva saperlo
immediatamente (doveva scoprirlo) perché la sua formazione lo predisponeva a
comportarsi di fronte all’arte come se fosse a messa. La speranza dei dadaisti
che si scandalizzasse era ben riposta. Avvertivano correttamente qual’era
l’atteggiamento rispettoso e passivo al quale l’esperienza borghese dell’arte
aveva abituato i fruitori delle belle arti. Per cui ora dovevano abituarsi allo
scandalo, completando così la loro formazione di destinatari. Ciò che sorprese
i dadaisti, in ogni caso, fu che lo fecero più rapidamente di quanto essi
potessero prevedere. L’esperienza dadaista è cruciale, perché mostra gli
artisti come persone più avanzate del proprio pubblico, capaci di mettere a
prova la sua capacità di ricezione e, in ultima istanza, di educarlo per il
futuro dell’arte.
Il pubblico con cui si confronta l’arte contemporanea, invece, obbliga
gli artisti a metterlo alla prova mediante il sadismo. Essi ormai non lo
educano, invece lo castigano (e lo
castigano anche senza alcuna speranza di poterlo educare). La disciplina serve
solo a dimostrare la tempra del pubblico, non a modificarne l’atteggiamento. Orbene, cosa è successo al pubblico nel
corso del secolo perché gli artisti abbiano rinunciato a educarlo, e perché non
esista per loro altra alternativa che odiarlo così com’è o amarlo così com’è
(senza che, disgraziatamente, possano ignorarlo, come poté il modernismo)?
Nel corso del XX secolo il pubblico si è
specializzato. I consumatori culturali
impararono rapidamente dove
dovevano cercare il tipo di intrattenimento che era stato loro assegnato. E ciò
significa qualcosa di più del noto sferzante detto adorniano secondo cui
l’industria culturale s’incarica di dividere con chiarezza l’arte seria
dall’arte leggera, in modo tale che nessuno confonda i prodotti. E’ vero che
suddividire e classificare il pubblico è il lavoro fine dell’industria culturale.
Ma in questa doppia operazione c’è un in più, che non si evidenzia del tutto a
chi solo vuole giudicarla per il suo fine ultimo, che è la manipolazione.
Questo in più è il sapere che il consumatore culturale acquisisce su se stesso
e sulla società dei consumi. Il fatto che ognuno sappia, quando vuole
divertirsi (quando in realtà vuole occupare il suo tempo libero), quale tipo di
eventi sono stati pianificati per il suo profilo di consumatore culturale,
comporta un alto grado di autocoscienza su una parte della propria
soggettività. Su questa specializzazione
(o meglio, su ciò che quella specializzazione comporta come
autocoscienza dei consumatori culturali) contò a suo favore il modernismo.
Questo vantaggio gli permise di sviluppare i suoi programmi con il grado di
negatività desiderata e gli risparmiò, anzitutto, il disturbo di entrare in
dialettica con il pubblico. Perciò il modernismo poté essere il culmine e, nello stesso tempo, la fine dell’arte
seria. Il canone adorniano del
modernismo ne è un buon esempio. Quel canone (3) per essere coerente, deve
escludere parzialmente Wagner e le avanguardie storiche (4) e includere invece
Schönberg, Webern e Berg e la serie di scrittori e poeti che va da Baudelaire e
Flaubert (via Mallarmé, von Hoffmannsthal e George) fino a Valéry e Proust,
Kafka e Joyce, Celan e Beckett. Gli autori compresi nell’elenco fanno capire
fin dove può arrivare la serietà dell’arte. (5) Il modernismo si integra a due
grandi narrazioni: la storia della grande arte, che completa con opere maestre
ineludibili, e la storia dell’arte seria, essendo la natura stessa del suo
ermetismo sinonimo di serietà.
L’opera d’arte modernista è ermetica perché richiede di essere interpretata, anche se nessuna interpretazione può risolvere il suo enigma. Questo ermetismo cronico comporta uno stato del suo linguaggio, non il fatto che l’opera (in quanto oscura, in quanto aperta) si rivolga al pubblico per cambiarne il comportamento. L’appello ad interpretare è completamente diverso dalla provocazione. La provocazione implica ciò che implica la catarsi: un effetto emotivo di elevato impatto sul destinatario. Ne deriva che la risposta all’appello all’interpretazione mai possa essere la partecipazione, intesa come il desiderio di cancellare la linea immaginaria che separa il pubblico dagli artisti. Chi si propone di interpretare un’opera modernista sa in anticipo di essere da essa ignorato. Ciononostante, siccome nessuna interpretazione può essere l’ultima, mai a quest’opera mancheranno gli interpreti. L’erudizione estetica di cui dovranno disporre per abbordarla continueranno a trovarla nella cultura libresca. Ogni altra fonte risulta superflua , perché si tratta di interpretare opere che si sono chiuse alla società e che solo per tale chiusura sono state capaci di un così alto grado di autonomia.
L’arte modernista, come parte della storia dell’arte seria, e come parte
della storia della grande arte, ha avuto (e continua ad avere) il suo pubblico, un pubblico che si
consacra ad essa come parte di una resistenza attiva al divenire delle arti
dopo la pop. Il problema che imposta
l’arte pop (e tutto ciò che viene
dopo non fa altro che approfondire questo problema) non è tanto che la sua
novità non possa essere letta come tale all’interno della linea storica aperta
dal modernismo, quanto che essa non può essere letta con gli stessi presupposti
della grande arte e dell’arte seria con i quali poteva ancora leggersi il
modernismo. Sottraendosi a questi presupposti, il suo ermetismo non appare come
un indice di negatività (come indice di un linguaggio non comunicativo,
autonomo e chiuso alla logica sociale) bensì di arbitrarietà (come indice di un
accadimento soggettivo che per integrarsi nella storia dell’arte ha bisogno di
un discorso teorico indipendente dall’esistenza dell’opera). In questo senso, è
paradigmatica la lettura dell’arte pop
cha fa Masotta mentre il fenomeno è ancora in corso. Egli non spiega la pop in termini di analisi strutturale in
quanto considera se stesso uno strutturalista, ma perché considera che la
linguistica saussuriana ha un rapporto intrinseco con la pop. Gli artisti pop
intuiscono che ci sono solo codici, che ci sono solo linguaggi, ed è ciò che
tematizzano nelle loro opere. Le moltiplicazioni di Warhol non pretendono di
esprimere, bensì di significare (ma non di significare
qualcosa di concreto, bensì di far sentire la presenza del codice). (6)
Un'altra lettura dell’arte pop, filosoficamente mediocre, però egemone nei media
della critica dell’arte, è quella di Danto, nella quale la Brillo Box di
Warhol (1964) segna la fine del modernismo e l’inizio della fine dell’arte. In
questa versione, solo una teoria filosofica sulla morte dell’arte può
convalidare come parte della storia dell’arte le opere e le esperienze artistiche che succedettero all’arte pop.
Il
pubblico della pop, degli happening, dell’arte dei media, e del
concettualismo in genere, non può essere pensato allo stesso modo del pubblico
illuminato che accompagnò il
modernismo. Si tratta di un pubblico interamente nuovo, che si è formato
quando il modernismo (ancora partecipe dell’idea della grande arte e dell’arte
seria) cominciava ad entrare in crisi, e quando gli artisti (come le loro
opere) già si erano riconciliati definitivamente con l’industria culturale. Lo happening, in questo senso, è il
fenomeno per eccellenza per pensare il modo in cui i mezzi di comunicazione di
massa sono intervenuti nella trasformazione dell’atteggiamento del pubblico di
fronte al nuovo .(8)
Quando appare l’arte pop, la
dialettica fra l’arte seria e l’arte leggera già era altro da quella che valeva
per il modernismo. Il problema, ora, è che l’arte non può trarre più benefici
dalla specializzazione del pubblico. La buona predisposizione al nuovo che
manifestano i consumatori culturali più avanzati nel decennio sessanta obbliga
gli artisti a riflettere sul modo in cui un’opera deve interpellare un
pubblico che agisce coscientemente come pubblico. Il nuovo pubblico non solo si
comporta come pubblico perché si trova psicologicamente ben disposto al fatto
che gli artisti si occupino di toglierlo dalla quotidianità, ma anche perché si avvicina agli spazi destinati
all’arte alla ricerca di un tipo di sensazioni
alle quali lo ha abituato la società mediatica, nella speranza di
riceverle in dosi maggiori. I media di massa (onnipresenti, anche per chi
pretenda di ignorarli) creano giornalmente l’aspettativa che in essi apparirà
il nuovo, inteso come l’inatteso, l’insolito, il meraviglioso, il catastrofico,
lo strano, l’aberrante, o il bizzarro. L’impatto del nuovo, a sua volta,
sparisce rapidamente seguendo il principio che non c’è niente di più vecchio di
ciò che era di moda o era importante
ieri. Di fronte a questa tendenza in cui l’effetto del nuovo si sfuma sempre più
rapidamente, i consumatori culturali dell’arte contemporanea vanno in cerca da
soli di eventi straordinari (che sono straordinari per le stesse ragioni per
cui qualcosa è straordinario per i media: perché inaspettati, insoliti,
meravigliosi, catastrofici, strani, aberranti o bizzarri), ma lo cercano in uno
spazio (quello ancora riservato all’arte) dove quell’effetto pretende di essere più autentico di quando si produce per una catarsi che sia
condivisa anche con il volgo.
Per
questo i performer si trovarono in
una situazione opposta a quella in cui si trovò nel suo momento il dadaismo. Il
pubblico degli happening era avido
non solo di essere sorpreso, ma anche di poter partecipare all’arte come se si
trattasse di una festa, non di uno spettacolo.
Non era disposto a mantenere né la distanza né la compostezza. Come controparte, gli artisti cominciarono a
esercitare un sadismo ogni volta più intenso di fronte a una simile ansietà del
pubblico. (9) La scommessa, in ogni modo, la poneva il pubblico agli artisti,
per vedere quanto più fossero capaci di provocarlo. In modo simile a ciò che avviene con il
sadomasochismo, quando si tratta di un rapporto convenuto (e soprattutto se è
convenuto per denaro), il potere lo detiene sempre lo schiavo. Nella misura in
cui è capace di continuare a ricevere quegli stimoli per i quali ha pagato il
biglietto, il pubblico incita gli artisti ad alzare la prossima volta la posta
e a dargli qualcosa in più piuttosto che un di più della stessa cosa.(10)
Racconra
Masotta che quando i suoi amici di sinistra, nel 1967, gli ponevano domande,
molto seccati, sul significato dello happening
che aveva fatto, egli lo definiva come “un atto di sadismo sociale
esplicitato”. (11) Quello happening,
chiamato “ Per indurre lo spirito dell’immagine”, intensificava il sadismo che
aveva visto a New York negli happening altrui.
(12) Il suo sadismo arrivava al punto di dire al pubblico quanto poco aveva
pagato gli attori per lasciarsi sfruttare in quel modo e a ricordargli quanto gli aveva fatto pagare il biglietto
per permettergli di essere partecipe in questo atto di sfruttamento. Dopo aver
scoperto il sadismo che avevano esercitato su di lui mentre faceva parte del
pubblico (sopra tutto nello happening
di La Monte Young, dal quale confessa di essersene andato via dopo venti minuti
perché non sopportava il lacerante suono elettronico che avvolgeva il recinto)
applica nei suoi happening un sadismo
maggiore. Ma appena lo fa, già non ci crede più. Anzi, si potrebbe dire che lo
fa per screditare il genere. Nel suo happening
diventa esplicita l’intenzione di contestare al pubblico la sua stessa
mansuetudine, anche senza alcuna garanzia che a causa di ciò quello stesso
pubblico, pur ampliando la sua capacità di essere sfidato, rifletta anche sul
perché si sottometta cosi mansuetamente alle arbitrarietà degli artisti.
Masotta, ciononostante, non poteva teorizzare a questo riguardo, nella misura
in cui egli stesso aveva dovuto incorrere nel paradosso di produrre un evento
esplicitamente sadico per sottolineare il sadismo che il genere praticava
regolarmente in un modo più o meno occulto.
Il
destinatario si comporta tanto più come pubblico, quanto più lo si fa partecipare.
Lo stesso succede oggi nella radio e nella Tv, dove in permanenza ci si appella
alla partecipazione del pubblico, mandando e-mails,
telefonando, o direttamente assistendo per competere o per raccontare la propria vita, e nella scuola e
nell’università, dove i docenti incitano gli studenti a partecipare alle loro lezioni,
ponendo loro delle domande affinché alzino la mano e prendano la parola.
L’indice di partecipazione, in ognuno dei casi, si considera la chiave del
successo (o dell’insuccesso) del conduttore del programma o del docente
incaricato del corso, dato che egli avrebbe ottenuto (o no) di togliere
dall’apatia chi per definizione è apatico.
Orbene, da dove proviene l’associazione fra il pubblico e l’apatia? Chi
è il pubblico ? Perché il pubblico non è un collettivo. E’ un comportamento
individuale che tutti, assolutamente tutti, adottiamo in certe occasioni, come
quando andiamo a teatro, al cine, al museo, alla galleria, alla sala di
concerti, o a quelli spazi pubblici dove si realizzano eventi artistici o si espongono opere che vogliono rompere con l’idea stessa di spazio
chiuso. Essere pubblico vuol dire il diventare anonimo di qualcuno che, in
un altro contesto, è un individuo con
nome, cognome e una biografia. Ciò che nell’estetica (come disciplina
filosofica) si conosce normalmente come ricezione (l’esperienza soggettiva di
una opera d’arte) è un termine che non comprende del tutto questa sfumatura di
anonimato che comporta la partecipazione a un evento al quale anche altri si
sentono egualmente convocati. (13)
Quest’incontro fortuito fra consumatori culturali affini produce un tipo di
esperienza della propria soggettività che non si dovrebbe minimizzare: la
stessa esperienza di anonimato che si sente nell’essere parte di una classe
dove tutti i presenti desiderano imparare la stessa cosa o di un programma TV o
di radio dove tutti competono per lo stesso premio.
Il disprezzo per la passività del pubblico (manifestato in primo luogo
dai dadaisti e ripreso varie volte fino ad oggi dai situazionisti e
neosituazionisti) fa che lo si inviti a un tipo di partecipazione che non tarda
a rivelarsi come parte di quanto si critica. La perdita del confine fra
l’artista e il non artista, lungi dal sembrare il compimento di una utopia
libertaria, ha dei risvolti piuttosto autoritari che, poiché non si sono potuti
vedere fin dall’inizio, non vanno minimizzati nella loro importanza a partire
dal momento in cui si vedono. Cancellato quel limite, il pubblico si sente
costretto ad accettare che, pur partecipe dell’arte come di una festa, fa parte
degli invitati, non degli anfitrioni; ad accettareche, anche se non c’è una linea
di demarcazione esplicita all’interno dello spazio che occupa assieme agli
artisti, ciò che a lui manca per essere uno di loro è precisamente quell’opera,
che adesso lo richiama e che non gli appartiene, perché un altro l’ha creata.
Se tutti coloro che desiderano partecipare al mondo dell’arte lo facessero in
qualità di artisti (si dovrebbe dire il partecipante a modo di consolazione per
sé e di scusa per gli artisti) l’arte scomparirebbe. Quando tutti potrebbero
fare arte e ciononostante non lo fanno, la differenza fra artisti e pubblico
diventa più arbitraria e, in un certo qual modo, la si mantiene come fosse un
muro di contenzione simbolica affinché l’arte (intesa ala maniera di una
professione liberale) possa continuare a esistere per il bene di tutti coloro
che fanno parte del suo circolo. Sebbene attualmente molti artisti non vogliano
che le proprie opere vengano considerate arte seria e incorporino anche la
banalità come valore estetico, sembra
che richiedano comunque che coloro che s’interessano ad esse parlino e
scrivano come se lo fossero.(14) Alla irriverenza degli artisti sempre
corrisponde la riverenza del pubblico, mediata dalla critica. Ma non bisogna
dimenticare che i critici, essendo l’avanguardia del pubblico, ne fanno parte.
Note
Arthur Danto, Despuès del fin del arte. El arte
contemporaneo y el linde de la historia, Buenos Aires, Paidôs, 1999 Cap. 7,
pp 149-150
8
Così come Richter, testimone e factotum della esperienza del Cabaret
Voltaire, narrò il divenire del pubblico di fronte al dadaismo, Sontag e
Masotta fecero lo stesso con gli happenning.
Ambedue offrono una descrizione
insuperabile del comportamento
del pubblico, ma (a mio parere) non comprendono la natura di quel rapporto,
probabilmente perché facevano parte di quanto pretendevano spiegare e non
avevano ancora preso la distanza sufficiente, affinché i contorni del fenomeno
spiegato si vedessero nitidamente. Ad ogni modo, mi baso sulle loro descrizioni
(non sulle loro interpretazioni) prendendole come documenti, nella loro qualità
di testimoni diretti degli happening.
Gli happening, come li descrive Sontag nel 1962 sembravano esplicitamente creati per
irritare e maltrattare il pubblico. Vedasi Susan Sontag “ Los happenings, un
arte de yuxtaposiciòn radical, en: “Contra la interpretaciòn”, Buenos
Aires, Alfaguara, 1996, pp 342-343. Rispetto agli artisti argentini, Masotta
segnala che sembravano più sedotti dal
sensazionalismo proprio di questo tipo di eventi (nei quali la registrazione da
parte dei media costituisce una
componente nuova e fondamentale per la
vocazione provocatrice della
neo-avanguardia) piuttosto che predisposti a riflettere sul problema della ricezione. Nonostante, distingue l’atteggiamento di Alberto
Greco da quello di Dalila Puzzovio, per esempio, a favore del primo.
10.
Secondo
Masotta, l’arte dei media, essendo più concettuale e meno sensibile dello happening, non ebbe a Buenos Aires una
accoglienza così clamorosa come quella. Se una conversazione reale, registrata,
doveva essere ascoltata sotto l’etichetta di“opera letteraria”, lo spettatore (se
non altro perché spettatore) si attendeva “qualcosa da vedere”.
11.
Masotta,
op. cit. p.312
12.
Ma
quella riflessione, implicita nella pianificazione dell’evento, non fu
trasferita alla teoria. Masotta solo riflette sul sadismo degli happenning facendo un happening più
apertamente sadico di tutti quelli che aveva visto. Così come il suo
atteggiamento verso la pop è teorico,
di fronte allo happening diventa teorico-pratico
e nei confronti dell’arte dei media, definitivamente pratico (solo che
nell’arte dei media la pratica non può essere che riflessiva)
13.
Lo
include nella misura in cui non si riferisce al destinatario come a un individuo
con nome e cognome e biografia, bensì come a un soggetto che si rapporta con
l’opera da una condizione relativamente indipendente da quelle particolarità (come
soggetto di conoscenza o come soggetto suscettibile di sentire piacere e dolore
a seconda del tipo di opera); altrimenti il suo giudizio estetico non sarebbe altro che una mera proiezione
psicologica. Non lo include, nella misura in cui non ruflette su quale capacità
nuova gli crea l’abitudine di fare catarsi (perché chi è un habitué degli avvenimenti artistici, per
qualcosa riprende con una certa frequenza la sua attività di destinatario)
14. Un eccellente esempio
sarebbe la discussione sulla retrospettiva di Bellezza e Felicità, e la idea
stessa di tale retrospettiva. Vedasi “The ByF affair”, in Ramona N° 31, aprile, 2003,
pp 34-71
*Questo testo viene pubblicato per gentile
concessione della rivista “Punto de Vista” (Buemos Aires), dove è apparso nel
dicembre 2005 (n.83). Silvia Schwarzböck è Profesora Adjunta di Estetica nella
Scuola di Filosofia della Università di Rosario, Profesora Asociada di
Filosofia nel Dipartimento di Scienze Sociali della Università Nazionale di
Quilmes e Profesora Titular di Storia del Cinema Documentario II nella
Università del Cinema. Fra le sue pubblicazioni: “L’eredità di Prometeo (1994)
e una edizione critica della “Fondazione della metafisica dei costumi” di Kant
(1998), oltre a saggi sui temi di filosofia contemporanea, estetica, arte e
cinema.