Tempo fermo
“Tutto è in discussione”.
Pertanto tutto ciò che questo testo dice, anche in modo deciso per necessità
di chiarezza, va interpretato come un invito alla discussione. La sua
lunghezza è obbligata dalla quantità e complessità delle questioni.
In esso si intende per “arte”
il sistema antropologico dell’arte, che comprende i linguaggi specifici:
letteratura, pittura, scultura, musica, cinema, teatro, danza, fumetto,
video, ecc., ecc..
A. Gehlen: 1
“Il problema che qui anzitutto ci occupa è quello del godimento
estetico. Che cosa significa, ci si può chiedere, questo singolare immergersi,
passivo e inoperoso ma in sommo grado colmo di felicità, in un’intuizione
la quale, nonostante ogni spiritualizzazione del contenuto, pure corre
in ultima analisi attraverso i singoli sensi, assai chiaramente differenti
fra loro? E’ effettivamente questo fenomeno, come pare, d’una eccezionalità
tale che non si può indagare su cosa ci sia dietro di esso, oppure ci
sono da qualche parte fatti che ci permettono una sua comprensione quanto
meno approssimativa?”
1. “Questo non
è un oggetto artistico, è un oggetto estetico”.
“La prospettiva paradossale, così caratteristica
per la concezione odierna dell’arte, secondo cui è “arte” tutto ciò che
viene ritenuto tale, può significare tanto la fine dell’arte quanto l’inizio
di una idea dell’artistico completamente nuova.” A. Hauser2
“Non è possibile una nuova idea dell’artistico.
E’ come ipotizzare una nuova idea della logica formale, in quanto corretto
ragionamento; che cioè il ragionamento possa essere logico anche se non
logicamente corretto. E che un’opera possa essere un’opera d’arte anche
se non riuscita. Non c’è una nuova idea dell’artistico, ma una differenza
fra estetico e artistico.”
In molti si accalcavano per leggere, con sorpresa
e allegria: "Questo non è un oggetto artistico, è un oggetto estetico".
Al primo piano del Museo d’Arte Moderna, la scritta
clandestina era incollata alla "Ruota di bicicletta" di Duchamp3,
affascinandoli in una attenzione tanto sospetta, che il custode accorse,
e la tolse, non senza un professionale imbarazzo.
Ma ormai l'irreparabile aveva mutato i loro sguardi.
Ben al di là del fatto che fosse vera o no (lo stesso Duchamp avendo negato
che quei suoi oggetti fossero opere d'arte), i presenti assaporavano il
lusso della perentorietà dell'enunciato.
Ora uscivano dal tempio e il sole custodiva in loro
il sollievo dalla inconfessata colpa di non capire: un secolo di sofferenze
museali.
E' facile dire di un'opera: "mi piace/non mi piace".
Difficile è dire: "è un oggetto artistico/non è un oggetto artistico".
Ma essere costretti al solo: "mi piace/non mi
piace" è condizione penosa per gli interlocutori dell’arte, che sono
coloro che frequentano con felicità i libri e i musei e i concerti e i
teatri e i balletti e i cinema alla ricerca, nella coscienza di averne
bisogno, della esperienza esistenziale della qualità di artisticità
dell’opera. Esperienza che si definisce esistenziale in quanto
in essa l’uomo impegna quella misteriosa profondità della psiche che
sente “la bellezza”.
L’uomo insegue da sempre l’esperienza della bellezza.
Nel linguaggio comune viene chiamata indifferentemente “bellezza” la bellezza
di un tramonto, di un vissuto, di una donna, di un ragionamento, di un
ricordo, ecc.. Nel linguaggio comune anche l’esperienza della qualità
di artisticità di un’opera viene chiamata esperienza della “bellezza”
di un’opera. E così si dice indifferentemente: la “bellezza mozzafiato”
di una donna e di un tramonto come di un quadro o di una poesia o di un
brano musicale. Ma non si dovrebbe mai dire di un’opera che è bella, perché
è una limitazione. Un’opera è (artisticamente) riuscita. La bellezza
degli oggetti è altra cosa dalla loro artisticità.
Le categorie estetiche (bello, brutto, comico, tragico,
fantastico, giocoso, sacro, ecc., e anche “artistico”, secondo l’Estetica
di derivazione settecentesca) sono attributi che l’uomo conferisce
agli oggetti secondo la sua esperienza sensibile. Essi sono pertanto relativi.
Lo stesso oggetto può esser bello per alcuni e brutto per altri, comico
per alcuni e tragico per altri, sublime per alcuni e solo grazioso per
altri (diverso il caso se si intende per categoria estetica un genere,
e allora un libro è oggettivamente sacro quando appartiene al genere dei
libri sacri).
L’artisticità è invece una qualità dell’oggetto.
Non è un attributo delle categorie estetiche. L’artisticità di
un’opera è indipendente dal fatto che all’opera venga conferito l’attributo
di sublime, comica, sacra, ecc.. L’artisticità non è relativa.
Le categorie estetiche appartengono anzitutto
all’ambito della ricezione, la qualità di artisticità appartiene
anzitutto all’ambito della produzione (cap. 3).
2. Arte come istituzione
e arte come qualità di artisticità.
Il termine “arte” viene oggi confusamente usato con
due significati differenti: A. l’arte come istituzione e B. l’arte
come qualità di artisticità delle opere.
A. L’arte come istituzione è il “luogo
comune” dove si produce di tutto sotto l’ala materna, rassicurante e protettrice,
della parola “arte”. E’ una istituzione, cioè un potere che amministra
una produzione sempre più vasta di eventi e oggetti, il cui denominatore
comune non è la qualità di artisticità, ma una valenza semiotica
e procedurale (come i readymade) o una valenza di esteticità diffusa
in una generica creatività di massa, resa possibile dal benessere, dal
progresso tecnologico dei mezzi di comunicazione, e dal consumismo del
mercato, inteso come mezzo privilegiato della intercomunicazione della
esteticità dei singoli. L’arte come istituzione è anche un insieme
di luoghi fisici (centri d’arte e culturali) dove poter deambulare finalmente
senza i complessi di inferiorità che incutono “i capolavori”, in un rituale
festivo (v. estetizzazione della vita, cap.12). E’ anche il luogo dove
si sviluppa e diffonde l’odierno culto della interattività, in cui il
protagonista della operazione diventa il pubblico stesso (la riuscita
del pubblico) L’interattività è caratteristica di ogni estetizzazione
della vita e della narrazione (cap. 12).
Il potere dell’arte come istituzione si esprime
nella proposizione relativistica egemone nel 900, che dice: “E’ arte ciò
che gli uomini (che hanno il potere di farlo) chiamano arte”. Che vuol
dire: “qualsiasi cosa” può essere definita arte, purché questa identificazione
sia operata e giustificata e avvallata da una premessa teorica e promozionale,
a prescindere da ogni giudizio sulla sostanza del “qualsiasi cosa”. Si
tratta della dissoluzione della qualità di artisticità (di quelle
precise “cose” che si definiscono opere d’arte) nella esteticità del “qualsiasi
cosa”. E’ la messa in pratica, nella cultura di massa, della riduzione
dell’operazione arte a operazione di estetizzazione diffusa nel sociale,
già teorizzata dalle avanguardie storiche, e che si concretizza nell’affermarsi
di una “cultura giovanile” negli anni 50 negli Stati Uniti (“Il giovane
Holden” è del 1951). E’ in questa nuova cultura, altra e separata
dalla cultura tout court, che si manifestano, perentorie e sotto
molti aspetti emancipatrici, l’estetizzazione e la femminilizzazione4,
attraverso i rituali di massa, da Elvis Presley al rock fino ai graffitisti
e alla fotomania e alle installazioni e readymade allegorici. La
maggior parte degli oggetti dell’arte come istituzione della cultura
di massa (a parte gli oggetti artistici, che pure ci possono essere, anche
se nascosti nella quantità dei prodotti) sono oggetti estetici testimoniali,
oggetti cioè che non pretendono, di solito neppure nelle intenzioni degli
Autori, di avere qualità di artisticità, ma che servono invece
agli Autori per testimoniare agli altri la propria identità estetizzata,
una identità che vuole distinguersi e affermarsi per sensibilità, creatività,
immaginazione, ambizione, ecc.. Opere dunque al servizio della “riuscita
dell’Autore”, piuttosto che opere alla cui riuscita l’Autore si impegni,
come da sempre è stato. Come dice l’americano Y. Updike: “...le opere
non sono che l’ombra che lui [l’autore] proietta per far conoscere la
sua presenza”.5
B. L’arte come qualità di artisticità
è invece una qualità che alcuni oggetti hanno, ad essi immanente,
per cui vengono riconosciuti come oggetti artistici, oggetti artisticamente
“riusciti” (opere d’arte). Anche se il termine “arte/artistico” appartiene
alla cultura della Modernità, esso significa il risultato di una speciale
operazione inventata dall’ homo sapiens sapiens circa 40.000 anni
fa, antropologicamente costitutiva e perciò presente in tutte le culture.
Di questa operazione è da sempre protagonista la “riuscita dell’opera”,
non la “riuscita dell’Autore” o la “riuscita del pubblico”, distinzioni,
come si vedrà, determinanti.
Storicamente, l’arte come qualità di artisticità
precede l’arte come istituzione, ma si dissolve oggi nell’arte
come istituzione.6
La fenomenologia dell’arte di cui qui ci si occupa,
intende il termine arte appunto come qualità di artisticità
delle opere. Ciò comporta l’esistenza, il riconoscimento e la definizione
di una sostanza di tale artisticità. E comporta perciò una netta separazione
concettuale fra esteticità e artisticità.
In questa premessa è implicita una rivisitazione critica
degli ultimi 150 anni di storia dell’arte, tenendo ben presente che la
qualità di artisticità ci può essere in oggetti differentissimi (anche
in quelli che sono comunemente trattati con ironia pregiudiziale, come
i quadri dell’espressionismo astratto o le performances e le installazioni,
ecc.). Ma non certo perché questi differentissimi oggetti vengano definiti
”arte” dall’arte come istituzione, ma invece proprio perché molti
di essi possiedono questa qualità di artisticità, che bisogna saper
riconoscere.
Rivisitazione degli ultimi 150 anni di storia dell’arte
vuol dire la sua sistemazione in quattro procedimenti (tradizionalista,
modernista, avanguardista e postmodernista). Decisiva importanza ha la
separazione fra Modernismo e Avanguardia. Va pertanto tenuto ben presente
che, nell’intenzione di un uso rigoroso del termine, il termine Avanguardia
(procedimento avanguardista) viene usato in questo testo solo per
un settore molto specifico, circoscritto e perciostesso concreto, di quel
movimento di innovazione del 900 che confusamente va sotto il nome generico
di Avanguardia.
Di questa sistemazione in quattro procedimenti si tratterà
nel prossimo numero di TempoFermo. Qui se ne fa solo uno schematico accenno.
A. Il procedimento tradizionalista è
quello di tutta l’arte storica da circa 40.000 anni. Esso opera all’interno
del sistema antropologico dell’arte, dove il protagonista dell’operazione
è la riuscita artistica dell’opera, e l’Autore è strumento di questa
riuscita, e il nuovo è dato solo dalla originalità degli Autori,
ineluttabile nonostante il frequente divieto ideologico della tradizione.
B. Il procedimento modernista appartiene
anch’esso al sistema antropologico dell’arte, ma il nuovo è qui
voluto e cercato e investe, come innovazione del Linguaggio, i modi
di formare, pur senza mutare il fine dell’operazione, il cui protagonista
rimane sempre la riuscita artistica dell’opera.
Il procedimento modernista è generalmente
critico verso il mito scientista attuale, e cerca un fondamento alla operazione
arte nelle profondità della psiche, in quel Linguaggio che “ci parla e
ci conduce per mano alla riuscita dell’opera”. Appartiene al procedimento
modernista la maggior parte dei grandi Autori del 900 (Picasso, Rosseau,
Joyce, Proust, Ben Shahn, Musil, Debussy, Schönberg, Ravel, Cézanne, Faulkner,
Pessoa, Kafka, Stravinsky, Broch, Bacon, Pound, Eliot, Montale, Beckett,
ecc.), secondo la proposizione di Baudelaire del 1860: ”La modernità è
il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui
l’altra metà è l’eterno e l’immutabile” (da “Il pittore della vita moderna”).7
C. Il procedimento avanguardista propriamente
detto, nonostante una facciata spesso irrazionale e “maledetta”, trascina
l’operazione arte all’interno della dialettica del progresso scientista,
ed esce dal sistema antropologico dell’arte, in quanto in esso il protagonista
della operazione non è più la riuscita artistica dell’opera. L’arte
diventa solo uno strumento per la rivoluzione sociale, in cui si devono
annullare le barriere fra vita e arte e “la vita sia l’opera d’arte“.
Come strumento della rivoluzione, l’operazione arte deve dunque
progredire, rinnovarsi, essere sempre all’avanguardia per quel
fine (a prescindere dalla riuscita dell’opera), per cui il nuovo
non è soltanto nei modi (procedimento modernista), ma anche nel
fine, che è ora la riuscita della società (rivoluzione) e quindi
anzitutto la riuscita dell’Autore, e non più la riuscita artistica
dell’opera. Ne sono principali interpreti i Futuristi russi, il Surrealismo,
Duchamp, dada, lo sperimentalismo, l’underground). La qualità di artisticità
dell’oggetto è negata.8
D. Il procedimento postmodernista implica
il superamento del “moderno”, della Modernità, cioè dell’idea di progresso
e quindi del concetto stesso di avanguardia. Il nuovo è un nuovo
necessario al consumo del mercato capitalistico vincente. Il protagonista
dell’operazione si sposta addirittura dall’Autore al pubblico (la riuscita
del pubblico nella interattività). La qualità di artisticità dell’opera
è indifferente, per cui il suo riconoscimento e il giudizio di valore
non sono pertinenti (anything goes).
Insieme alla "Ruota di bicicletta" di
Duchamp, erano stati invitati a guardare nuove "installazioni".
Ma se si sa cosa guardavano, non si sa cosa videro, ciò dipendendo dalle
aspettative.
Invitati a guardare "installazioni", gli
interlocutori dovrebbero vedere e interpretare oggetti con sempre nuove
invenzioni di idee. E tali oggetti potrebbero anche possedere qualità
artigianali, o qualità di artisticità. Ma gli interlocutori non
sospettano che ciò è per la maggior parte degli autori indifferente e
ininfluente, se non addirittura controproducente, alla loro urgenza di
comunicare se stessi e una propria idea sul mondo.
Stando così le cose, il loro, degli interlocutori,
cercare a ogni costo in tali oggetti qualità di artisticità,
non può che amaramente deluderli.
Si tratta allora, tutto ciò che gli uomini oggi chiamano
“arte” nell’arte come istituzione, di frequentarlo nella aspettativa
giusta. Cosa ragionevole ma faticosa. Si tratta di trascinarsi fra le
migliaia di oggetti che vengono proposti alla lettura, alla visione, all’ascolto
ecc., alla ricerca di quelli cui valga la pena di “affidarsi” per riconoscerne
la qualità di artisticità. Perché, se certamente non è vero che
“è arte ciò che gli uomini chiamano arte”, questa sentenza del potere
dell’arte come istituzione riesce a imporre che non ci sia alcuna
distinzione fra oggetti artistici, artigianali, estetizzati,
estetici e estetici testimoniali ecc. 9,
in quanto anything goes, qualsiasi cosa va bene, si equivale. E
ciò vuol dire che ogni giudizio è affidato al solo “mi piace/non mi piace”
e non esiste la possibilità del riconoscimento della qualità
di artisticità delle opere, nessun giudizio che tenda alla oggettività
essendo pertinente.
Gli interlocutori, la cui aspettativa è quella della
esperienza della qualità di artisticità, sono così costretti a
frequentare un contesto, l’arte come istituzione, che di fatto
la nega. Ciò è per la maggior parte di loro motivo di tale frustrazione,
da minare in essi, col tempo, lo stesso bisogno antropico di artisticità.
Entrano ed escono dai luoghi deputati nel disorientamento di api al cospetto
di fiori di carta, seccati di doversi con angoscia chiedere, per la prima
volta in 40.000 anni, cosa l'arte sia. Ma certamente ignari del compassionevole
sorriso della massima parte degli addetti ai lavori, che considerano il
bisogno di certezze, implicito nella domanda, indegno delle contemporanee
vanità: infatti, alla teorizzazione per cui tutto è possibile e tutto
si equivale (“è arte ciò che gli uomini (che hanno il potere di farlo)
chiamano arte”) corrisponde l'ovvia conseguenza che è improprio chiedersi
se un oggetto sia un oggetto artistico o meno.
Stando così le cose, è lecito dubitare che l'operazione
mentale e oggettuale, che qui si definisce arte antropologica (come qualità
di artisticità), peculiare e costituiva dell' homo sapiens sapiens,
ancora serva, soddisfi ancora un bisogno.
“E’ arte ciò che gli uomini chiamano arte” vuol dire
infatti che questi uomini (contemporanei) possono considerare l’operazione
arte non come è stata considerata nei secoli, come formazione di
un oggetto fino alla sua riuscita in oggetto con qualità di artisticità
(per soddisfare il bisogno della “esperienza esistenziale” di artisticità),
ma invece solo come qualcosa di “genericamente creativo”, che soddisfa
anzitutto il bisogno soggettivo dell’Autore di testimoniare agli altri
la propria esteticità, operazione il cui protagonista è sempre meno la
riuscita dell’opera e sempre di più la riuscita dell’Autore.
Dunque è avvenuto un capovolgimento. Come prima il
denaro da mezzo è diventato fine nel Capitalismo, e ora la Tecnica da
mezzo è diventata il fine nella Tecnocrazia (cap.11), così l’Autore da
mezzo per la riuscita dell’opera è ora diventato il fine e l’opera solo
il mezzo per la riuscita dell’Autore. Il fine è la valorizzazione dell’Autore
come elemento sociale nella concezione avanguardistica dell’arte quale
strumento del progresso sociale, in una (presunta) continua trasformazione
(e progresso) della esperienza esistenziale. Questa prassi si è consolidata
nel procedimento postmodernista nella produzione di oggetti
estetici e oggetti estetici testimoniali che vengono prodotti
nell’arte come istituzione non per una loro qualità ma solo
come testimonianza (valorizzazione) della esteticità dell’Autore e del
pubblico, attraverso il mercato.
Allora il problema che oggi si pone è: o questo bisogno
(e aspettativa) della esperienza della artisticità è solo un pregiudizio,
una "abitudine" sociale, culturale, storica, mutevole, accidentale,
relativa, arbitraria, convenzionale, da cui ci si deve affrancare, non
appena "progrediti" al punto da non averne più bisogno; oppure
questo bisogno è invece dell’uomo una "seconda natura", una
struttura mentale irrinunciabile perché bisogno fondamentale universale
(referente antropologico) dell' homo sapiens sapiens da almeno
40.000 anni (e quindi costitutiva e innata, e quindi a lui necessaria
per sempre, cioè fino a quando quest’uomo non muterà in un altro
ominide, cap.11).
L’interrogazione è dunque sulla oggettività della qualità
di artisticità delle opere, e quindi sulla legittimità del suo riconoscimento.
E anzitutto sulla legittimità dell’identificazione (in un insieme di oggetti
che si è invitati a guardare, a leggere, ad ascoltare ecc.) proprio della
loro specificità di oggetto estetizzato, di oggetto estetico,
di oggetto artigianale e di oggetto artistico, non
essendo affatto vero che gli oggetti si equivalgono nell'apoteosi di una
generica creatività.
Non si tratta di stabilire una gerarchia di valori
(“questo è meglio di quello”), ma di riconoscere la differenza di sostanza.
La sostanza è oggettivamente differente, mentre il valore è attribuito
soggettivamente dall’uomo. Quello che importa è riuscire a riconoscere
la differenza di sostanza, per esempio, fra un readymade di Duchamp
e un quadro di Bacon. Il valore loro attribuito è invece in questa sede
indifferente.
In definitiva ci si chiede se la vigente ideologica
equivalenza dei differenti oggetti estetizzati e estetici
e artigianali e artistici indichi un "progresso"
nell'arte, o un "malinteso" sull'arte, o una "morte"
dell'arte.
3. Oggetti. La
funzione. La qualità. La cura della forma. Il bisogno
di forma. La qualità di artisticità.
Gli oggetti possono essere naturali o artificiali.
Gli oggetti artificiali, cioè prodotti dall’uomo, hanno:
1. Proprietà oggettive immanenti misurabili (colore, lunghezza,
peso, data di produzione, ecc.). 2. Attributi soggettivi, cioè
conferiti all'oggetto dal soggetto uomo a sua discrezione (simpatico,
amato. odiato. desiderato, ecc.). 3. Qualità.
La qualità di un oggetto artificiale (prodotto
dall’uomo) non è certamente una proprietà oggettiva misurabile,
ma è riconoscibile in modo oggettivo di fatto se si considera la
funzione dell'oggetto. Pur essendo conferita all'oggetto dal soggetto
uomo, la qualità non può essere conferita a sua discrezione (come
l’attributo). Ma non può non essere conferita e riconosciuta, quando,
avendo il soggetto prodotto l'oggetto con una precisa funzione, l'oggetto
assolve questa funzione: funziona.
Ora, l’oggetto può assolvere la funzione (o non assolverla)
solo quando l’uomo ha bisogno dell’oggetto. In altre parole, quando il
soggetto sta rispetto all'oggetto nella precisa situazione esistenziale
di averne bisogno e di servirsene. Solo in tale situazione, in tale rapporto
di funzione, il soggetto riconosce (o nega) la qualità. E non
può non riconoscerla (o negarla).
Per esempio, una macchina è stata prodotta da un uomo
che ha bisogno di correre a 300 km. all'ora. Questa è la funzione genetica
prima per cui è stata prodotta. Se assolve questa funzione, la macchina
funziona: ha cioè la qualità. E’ riuscita.
Certamente la macchina assolve la sua funzione grazie
alle proprietà oggettive misurabili da tutti, ma queste non sono
la sua qualità. La qualità è riconoscibile solo da un soggetto
uomo (il conduttore) che si trovi nella situazione esistenziale
di dover/voler correre (abbia bisogno di correre) a 300 km. all'ora con
quella macchina (essendo invece le proprietà misurabili da tutti,
indipendentemente dai bisogni e dalle funzioni).
Infatti un altro uomo, che non l'abbia prodotta e non
conosca la sua funzione genetica prima di correre a 300 km. all'ora,
può non riconoscere quella qualità, ma potrebbe riconoscere altre
qualità secondarie, in rapporto ad altri suoi bisogni e
quindi ad altre funzioni secondarie della macchina. Potrebbe riconoscere
qualità di status sociale, di opportunità mercantile, ecc..
Dunque, se la macchina assolve la sua funzione genetica
prima, il conduttore riconosce la qualità, e non può non riconoscerla.
Ma solo quando è “il conduttore”, cioè colui che ha bisogno conscio
di correre a 300 km. all'ora con quella macchina.
Come la qualità di una macchina si rivela, se
c’è, a colui che è “il conduttore” (colui che ha bisogno conscio di correre
a 300 km. all’ora con una macchina), così la qualità di artisticità
di un’opera si rivela, se c’è, a colui che è “interlocutore” di un’opera
(colui che ha bisogno conscio della qualità di artisticità
nelle opere).
Ora, se tutta l’umanità si trovasse nella stessa situazione
esistenziale rispetto a quell’oggetto macchina (di voler correre a
300 km. all’ora), tutta l’umanità dovrebbe riconoscere la stessa qualità,
che diventerebbe così una qualità universale, oggettiva di fatto.
Se dunque si tratta anzitutto di sapere quale è la
situazione esistenziale di un soggetto uomo rispetto a un oggetto
(il suo bisogno dell’oggetto), per poter riconoscere (o negare) la qualità
dell’oggetto, si tratta poi di sapere quale è la situazione esistenziale
(il bisogno) di tutti i soggetti, di tutti gli uomini rispetto
allo stesso oggetto, per riconoscere (o negare) la sua qualità
di fatto oggettiva: universale. Si riprenderà questo discorso
sulla universalità di fatto nel capitolo 9 sul relativismo, dopo
che altre conoscenze saranno state acquisite.
Certamente tutta l’umanità ha un bisogno fondamentale,
costitutivo10, di forma.
Questo bisogno può essere conscio o solo inconscio. Quando il bisogno
è conscio, l’uomo diventa “interlocutore” della forma, si trova
cioè nella situazione esistenziale di bisogno di forma,
di predisposizione alla forma, e quindi di conscia ricerca della
forma (non altrimenti del “conduttore” rispetto alla velocità della
macchina).
La situazione esistenziale di bisogno della
qualità di artisticità fa parte di quella più generale situazione
esistenziale di bisogno di forma, di predisposizione
alla forma (vedi anche la “Psicologia della forma”, Gestalt).
Rispetto all'oggetto/opera d’arte, il soggetto uomo/interlocutore
può riconoscerne la qualità di artisticità solo nella situazione
esistenziale di bisogno di artisticità (bisogno di forma artisticamente
riuscita). E in questo bisogno, la qualità di artisticità ha
per l’interlocutore il suo valore d’uso.
Dunque riconosce (e può imparare a riconoscere) la
qualità di artisticità di un’opera solo chi ne ha coscientemente
bisogno.
Per questo i moltissimi, che ne hanno solo un bisogno
inconscio, sono sordi alla artisticità delle opere.
Fra innumerevoli tipi di oggetti, con differenti funzioni,
l'uomo ha prodotto oggetti artigianali e artistici, la cui funzione
genetica prima è esibire la propria forma, per cui sono stati prodotti
con cura della forma. Ciò non succede per altri oggetti prodotti
dall'uomo, che hanno anzitutto altre funzioni, pur ovviamente avendo
una qualche forma. Negli oggetti artigianali (cap.4) e artistici,
la funzione genetica prima per cui sono stati prodotti è assolta
anzitutto dalla forma.
L'uomo che, in presenza di oggetti che egli immediatamente
percepisce essere prodotti con cura della forma, cioè formati
per anzitutto esibire la forma (l'uomo cioè che dell’oggetto
sente anzitutto la cura della forma con cui sono stati formati)
è nella situazione esistenziale di bisogno cosciente di forma
(è interlocutore della forma).
Questa forma può essere oggettivata o come
arte o come artigianato. Con questa oggettivazione (v. “conferimento di
senso”, cap. 10) della “cosa” in oggetto, o nel sistema arte o
nel sistema artigianato, l'uomo è in condizioni di poter esprimere il
riconoscimento "riuscito/non riuscito" secondo il criterio
o di artisticità o di artigianato.
Ci sono altri oggetti prodotti con cura della forma,
ma la cui funzione genetica prima non è esibire la propria forma,
in quanto in essi il significato (il contenuto) si impone comunque sulla
forma. Sono gli oggetti estetici e estetici testimoniali.11
Dunque la funzione genetica prima di un oggetto
artigianale e di un oggetto artistico è quella di esibire la riuscita
delle rispettive forme artigianale e artistica. Un oggetto si riconosce
come oggetto che pretende di essere riuscito (come artigianale o artistico),
quando mostra con tutta evidenza la cura della forma con cui è
stato prodotto.
Colui che ha bisogno di forma percepisce immediatamente
se l’oggetto preso in considerazione è stato prodotto con la cura della
forma. Allora egli si fa immediatamente “interlocutore” dell’oggetto,
e può riconoscere la riuscita della forma (o la sua non riuscita),
sia come oggetto artigianale che come oggetto artistico. Infatti, percepita
la cura della forma, colui che ha bisogno di forma si pone
automaticamente dal punto di vista dell’Autore (che, con lo stesso bisogno
di forma, ha formato l’oggetto). Egli si rende conto che la cura
della forma (la formazione dell’oggetto) è stata la preoccupazione
prima dell’Autore in quell’oggetto: e quindi che la funzione prima
dell’oggetto è quella di mostrare all’interlocutore questa forma
artigianale o artistica (mentre tutte le altre compresenti possibili funzioni
sono secondarie).
Il bisogno di forma ha origini nel mondo animale.
Gli animali sono sensibili a certe organizzazioni formali (ottiche, olfattive,
tattili, mobili, acustiche) che funzionano come segnali. Sono state definite
da K. Lorenz “dispositivi di scatto”, in quanto determinano movimenti
automatici di risposta istintivi innati. Così, per esempio, certi movimenti
ritmici e certe molto regolari organizzazioni di colori forti, sono dispositivi
di scatto ottici. La loro proprietà generale è l’”improbabilità”: in una
natura che si presenta all’occhio molto irregolare, la loro regolarità
è visibile appunto perché improbabile. Se la natura fosse tutta più regolare,
la quantità di informazione del segnale svanirebbe (come nella mimetizzazione,
che è anti-segnale).
La regolarità dei dispositivi di scatto è affine a
quella degli archetipi formali12
della psiche umana, e annuncia la sensazione estetica del “bello” nell’uomo
(dal bello della simmetria, proporzione e ordine di Aristotele fino al
“bello” decorativo senza narrazione, dalla simmetria all’araldica,
dai tappeti persiani all’artigianato, ecc..
Nell’uomo, che è povero di istinti (“carenza istintuale”,
A. Gehlen) ma ricco di prestazioni intellettuali, il dispositivo di risposta
automatica al segnale è venuto meno, per cui fra il bisogno indotto dal
segnale e il suo adempimento si è aperto uno spazio (uno “iato”) disponibile
all’intelletto per un uso differente, non più automatico, del segnale.
E’ in questo “deficit di adempimento” (il piacere dell’adempimento è differito)
che si fissano le pulsioni umane, che sono altra cosa dagli istinti animali.
In questa sospensione del piacere, il segnale sessuale
(per esempio) “labbra dipinte” diventa ora solo un riferimento
al piacere sessuale, che viene differito. Queste “labbra dipinte” piacciono
a X, perché si riferiscono al piacere sessuale differito. Per questo le
dice “belle”. Questo “bello” è qui un attributo che X conferisce
loro: sono “belle” perché gli piacciono. E’ evidente in ciò il suo interesse,
la sua intenzionalità rispetto alla “cosa” “labbra dipinte”, che ora diventano
sempre “belle da guardare”.
A questo punto l’intenzionalità (l’uso differente
del segnale) può diventare quella della contemplazione di una forma.
Avviene quando X ha bisogno di forma e allora il segnale diventa
solo forma, perdendo le sue funzioni originarie di segnale per
altri bisogni (sessuale, nutritivo o altri). La funzione ora di questa
forma diventa quella di esibire se stessa a X, per procurare il
piacere della pura contemplazione: ma allora la forma piace solo
se ha certe caratteristiche. Se è, come X è solito definirla, “bella”
per se stessa.
Se dunque prima la “cosa” è “bella” perché piace,
ora piace perché è “bella”.
E’ il decisivo passaggio dall’“è bello perché mi piace
e lo desidero” (“bello” come attributo) al “mi piace perché è bello”.13
Questo “bello” può essere un “bello” come proprietà di fatto in
certi oggetti naturali (secondo archetipi formali), o un “bello” come
qualità, cioè il “bello” esibito nell’artigianato e nell’arte (che
in questo secondo caso si definisce correttamente “artistico”). Qui la
funzione genetica prima dell’oggetto è esibire la propria forma
per se stessa, e non come strumento (segnale) sessuale, nutritivo, comunicativo,
ecc.
Anche nell’uso dei linguaggi specifici letteratura,
pittura, cinema, musica, danza, ecc., avviene la trasformazione di una
forma qualsiasi che è segnale (comunicazione) di qualcosa in una narrazione
con una forma speciale, che esibisce se stessa. Una narrazione
qualsiasi (bisogno di dire) la cui funzione prima è comunicare
qualcosa si trasforma in una narrazione la cui funzione prima
è esibire la propria forma.
Una narrazione ha come funzione prima
di esibire la propria forma solo quando la cura della forma
tende a inventare uno stile. Perché la cura della forma è veramente
riuscita solo in uno stile. Non c’è cura della forma riuscita senza
stile.
Si intende qui per stile non quello comune, corrente,
vigente o “copiato” (di fatto il “non stile”, il “senza stile” dell’oggetto
qualsiasi e dell’oggetto estetico (v. nota 11) dove il significato
si impone sulla forma, per cui la forma non si impone come
stile), ma quello “unico”, originale, il “suo mondo” inventato da un Autore.
Dunque la cura della forma è riuscita solo
quando è riuscita a inventare uno stile originale, “unico”: quando l’Autore
ha inventato il suo stile, il “suo mondo”: quando è diventato un Artista.
Ma non tutte le opere che hanno questo stile “unico”
(di un Artista) sono opere artisticamente riuscite, opere d’arte.
Allora diciamo: 1. Un Autore è Artista solo quando
riesce a inventare il suo stile “unico” (l’unico originale riconoscibile
“suo mondo”). 2. L’opera d’arte è tale solo quando in quello stile è artisticamente
riuscita.
Dunque, tutto ciò avviene se l’Autore ha inventato
una narrazione che si definisce “il suo mondo” (una realtà altra,
originale, unica). Poiché questo “mondo” esiste solo in quanto forma
(cap. 12), la funzione prima di questa narrazione è esibire
la propria forma. Forma che riesce veramente a essere un
“mondo” solo se è artisticamente riuscita.
Per cui è assolutamente primaria nella ricezione di
un’opera d’arte l’esperienza della sua riuscita rispetto a qualsiasi ulteriore
interpretazione della ermeneutica (v. cap. 5: il riconoscimento).
Il sentire il bisogno di forma da parte di
un interlocutore non vuol dire che per lui tutto si debba formare in una
certa unica forma. Gli stili sono infiniti. Ma senza lo stile non
si dà possibilità di forma riuscita. Così l’interlocutore nota
subito se un oggetto ha lo stile “unico” o un “non stile”. Ciò che proprio
oggi sembra venir meno, nel produttore e nel consumatore della società
attuale, è l’esigenza immediata di uno stile, di una originalità/unicità
d’Autore (anything goes): ciò equivale al venir meno di un forte
bisogno di forma.
Le funzioni secondarie dell’oggetto artistico,
che sono quelle sociali celebrative, rappresentative, cultuali, narrative,
educative, documentarie, critiche ecc. (quelle decorative non sono che
la riduzione dell'oggetto artistico a oggetto artigianale) non riguardano
anzitutto la forma, ma i significati (contenuti).
Si potrebbe obiettare che l’artisticità non è affatto
una qualità, ma solo un attributo conferito a un qualsiasi
oggetto dall’interlocutore, a sua discrezione, proprio per quel suo forte
bisogno di forma e di forma artistica. Non è vero: per quanto
un uomo abbia bisogno di forma e della esperienza della qualità
di artisticità, non potrà mai sentirla (riconoscerla) in un
oggetto qualsiasi, o che pretenda di essere artistico essendo invece una
evidentissima “crosta”. Ciò vuol dire che l’oggetto deve possedere certe
speciali proprietà, dalle quali deriva la qualità, e che
l’uomo non può conferire affatto la qualità (di artisticità) come
un attributo, a sua discrezione. Dunque non è vero che “
è arte ciò che gli uomini (a loro discrezione) chiamano arte”.
Allora, se può riconoscere la qualità di artisticità
di un oggetto solo chi ne ha coscientemente bisogno, costui allo stesso
tempo non può non riconoscerla, se questo oggetto assolve la funzione
genetica prima per cui è stato prodotto, che è quella di esibire la
propria forma artisticamente riuscita. Si tratterà di capire cosa
significa per l’interlocutore riconoscere la riuscita di questa forma
che si esibisce. Di capire insomma quale è la vera funzione genetica
prima dell’operazione arte, quale è la sostanza di questo esibirsi
della forma artisticamente riuscita in ogni singola opera; a cosa
serve, perché l’umanità ne ha bisogno (cap. 12).
Da molto tempo i filosofi parlano della morte dell’arte.
Ma poiché ne parlano all’interno della filosofia, nessuno se ne preoccupa.
E mentre della morte dell’arte dei filosofi gli interlocutori dell’arte
sorridono, increduli, nella perentorietà della loro "abitudine",
gli altri, coloro per cui è arte tutto ciò che a loro piace chiamare arte,
non si preoccupano ovviamente di un problema per loro inesistente. Ma
ciò che sorprende è che non si trovi quasi nessuno disposto a rinunciare
alla parola "arte". Sembra che la sua onnipresente vaghezza
di mamma indulgente e protettiva serva a tutti, in un irrinunciabile quanto
segreto legame; senza che nessuno, per altro, sappia mai cosa sia.
Almeno nei filosofi, specie in quelli che parlano
della morte dell'arte, si dovrebbe presumere una ragionata sapienza. Invece
in che cosa consista l’operazione arte (la qualità di artisticità
che fa la differenza fra un’opera d’arte e un’opera qualsiasi) nessuno
lo sa, perché nessuno se lo è veramente mai chiesto. Essendo, fino alla
metà dell'800, una domanda superflua.
Se la domanda giusta, a cosa l'arte serva, non è mai
stata posta, è perché solidissime quanto durevoli tradizioni contenevano
già di fatto ogni risposta, e l'operazione/arte, nelle sue funzioni secondarie
pragmatiche (cioè nella dimensione sociale) "funzionava". A
nessuno viene in mente oggi di chiedersi a cosa serva, nella cultura del
calcio, la partita. Infatti il calcio è una operazione che funziona. Ma
se un giorno durante la partita il portiere se ne andasse con la porta,
e l'arbitro si gingillasse col pallone, "decostruendo" le regole
(la tradizione) e il riconoscimento stesso di un risultato (la riuscita
dell'opera), l’operazione calcio cesserebbe di funzionare e molti certamente
allora comincerebbero a porsi la domanda se tutto ciò sia calcio o non
calcio, e quindi la domanda su che cosa sia mai questo gioco del calcio,
e quindi appunto a cosa il gioco del calcio serva.14
E’ ciò che è successo nell’arte negli ultimi 150 anni.
E' infatti solo da quando le tradizioni nell'arte
sono state decostruite nella tarda Modernità, che la domanda su cosa l'arte
sia "per noi" (a cosa ci serva), rispetto a cosa essa sia funzionale
o no, è emersa nella sua perentorietà. E’ una domanda difficile, la cui
risposta però avrebbe risparmiato alcune bugie del 900, fra cui quella
per cui gli oggetti dell'arte non possono essere sottoposti al riconoscimento
(riuscito/non riuscito), ma solo all'apprezzamento estetico
(mi piace/non mi piace) secondo la proposizione relativistica che "l'arte
è ciò che gli uomini chiamano arte" (cioè la liquidazione dell’arte
come qualità di artisticità).
Allora, per trovare nell’ambito psico-antropologico
una possibilità di riconoscimento della qualità di artisticità,
si dovrà usare la razionalità come strumento al servizio dell'arte, invece
che, come nella filosofia, l'arte al servizio della razionalità.
Ne deriverà un progetto di sistemazione (strutturazione)
nonostante l’accademia vigente del destrutturare, poiché la sistemazione
è operazione imprescindibile del nostro cervello. D’altra parte, nulla
resterebbe ben presto da destrutturare, se nessuno si applicasse a strutturare
(creare, inventare) cose da destrutturare.
4. L’oggetto: il
significato e la forma, la narrazione, immagini mentali,
artigianato e arte.
L’oggetto non è la forma dell’oggetto.
Si intende per oggetto il suo significato: dell’oggetto
reale sedia, il significato “sedia”: oggetto per sedersi. Il significato
è la sua narrazione.
In una sedia reale, fra il suo essere oggetto per
sedersi (significato, narrazione) e la sua forma c’è una diversità,
una separazione, una irriducibilità. Nel vissuto quotidiano si presentano
uniti, basta non pensarci, ma se appena si pensano, si separano e sono
incomprensibili, proprio nel senso che non si possono capire (lat:
capere, prendere) insieme. Più ci si pensa, più sono inconciliabili.
Il significato e la forma dell’oggetto sembrano un
tutt’uno, perché non si dà esperienza di un oggetto se non in una forma.
Ma sono invece separati: infatti più sedie sono uguali nel significato
(oggetto per sedersi), e differenti nella forma. D’altra parte una “cosa”
con forma di sedia, può cambiare significato, essere per alcuni sedia
per sedersi, per altri altare per pregare.
In termini generali un'opera (pittorica, letteraria,
cinematografica, musicale ecc.) è un oggetto comunicativo, coniugazione
di narrazione (significato) e formazione (forma): è una
narrazione. In una narrazione qualsiasi significato e forma
non coincidono. In una narrazione qualsiasi si può cambiare la
forma senza che cambi il significato. In una narrazione artisticamente
riuscita invece narrazione e formazione coincidono. Significato
e forma coincidono. Il significato è nella forma, la forma
è il significato. E’ un argomento che concerne la struttura stessa dell’opera
d‘arte, e verrà pertanto ripreso esaustivamente nel cap. 12 sulla psicogenesi
dell’arte. Questa anticipazione serve qui a indicare le differenze fra
narrazione qualsiasi e narrazione artistica, fra l’impossibile
“arte pura” del formalismo strutturalista e l’opera d’arte come “impurità
narrativa”, fra artigianato e arte.
Nei termini della singola opera, la realtà, ciò che
si vuole raccontare (che sia una storia o un sentimento o un oggetto ecc.)
si distilla all’inizio del processo di formazione, in immagini
mentali (interpretazioni mentali della realtà nello stile dell’Autore).
Sono queste immagini mentali a sottoporsi al processo di formazione,
trasformandosi nelle forme fisiche definitive dell'opera.
Non è dunque una qualsiasi diretta narrazione
della realtà (fisica o psichica) a essere formata nel processo di formazione,
ma sempre invece una immagine mentale (già una interpretazione
della realtà nello stile dell’Autore). La mimesis, di cui parlano
gli antichi, altro non è che questa immagine mentale, che è solo
il primo stadio, il punto di partenza del processo di formazione
dell’opera. La quale opera non deve assolutamente intendersi allora come
copia della realtà. A rigore, in nessun tempo e in nessuna cultura, l’opera
d’arte è stata mimesis = copia della realtà, ma solo formazione
di un processo narrativo (di una narrazione), partendo da una immagine
mentale della realtà.15
La narrazione opera d’arte non è dunque il
racconto diretto di qualcosa di esterno all’opera (per esempio,
in un quadro con una casa, un raccontare la casa vera), ma la tras-formazione
dell’immagine mentale iniziale in una forma di narrazione
artisticamente riuscita. Questa prima immagine mentale può essere
immagine/racconto di una casa vera, quanto di una altrettanto vera (nella
realtà) entità astratta (forma, sentimento, gesto, tema, sensazione, ecc.),
per esempio in un quadro astratto, nella musica, nella danza ecc..
La tras-formazione dell’immagine mentale
(nel processo di formazione) fino alla forma riuscita dell’opera
compiuta è tutta interna all’opera, mentre l’immagine mentale
è l’immagine/racconto diretto della realtà esterna all’opera. Permane
dunque sempre, nell’opera d’arte, il legame con la realtà esterna, attraverso
l’immagine mentale: è questo legame che ne fa una narrazione,
e che la differenzia dagli oggetti che non partono da una immagine
mentale, ma solo da una forma, e il cui processo di formazione
è quindi completamente interno all’opera, senza narrazione (come
la “bella forma”, la “pura forma” dell’artigianato).
L’arte è dunque un linguaggio, in questo riconoscimento
forte della polarizzazione significato/forma, che la sottrae al
formalismo fine a se stesso. Non esiste l’”arte pura”. L’arte è narrazione
“impura”, in quanto contiene sempre un elemento significativo legato alla
realtà esterna, fisica o psichica che sia (anche se filtrata dall’immagine
mentale).
Dunque l’opera d’arte ha origine nell’immagine
mentale (narrazione), cioè in un bisogno di dire, di narrare
qualcosa. E’ il risultato della elaborazione formale (processo di formazione)
di questa narrazione e pertanto è sempre narrazione di qualcosa,
non può non essere narrazione di qualcosa.16
Si può dire che il segreto per riconoscere la qualità
di artisticità di un’opera sta nell’intuire l’immagine mentale
iniziale, che sta all’origine del processo di formazione, per poter
così percepire la qualità di questo processo. Qualità dunque
che non ci può essere senza che ci sia una iniziale immagine mentale
della realtà (qualcosa da dire) da sottoporre al processo di formazione.
Le immagini mentali (letterarie, pittoriche,
musicali, teatrali, cinematografiche ecc.) vengono dall’autore sottoposte
a un processo di formazione in cui si intrecciano, si moltiplicano,
si modificano, si correggono, fino a tras-formarsi in quell’organismo
che l’autore considera compiuto, riuscito, che è l’opera d’arte
(cap. 12). Questa anticipazione sulla struttura dell’opera d’arte come
narrazione serve qui per dire che, se l’uomo ha inventato (cantando,
danzando, pitturando..., e poi scrivendo e filmando ecc.) una narrazione
complessa e non facile, sia da formare che da recepire, quale la narrazione
con qualità di artisticità, questa narrazione è un modo
di comunicare diversissimo da quello della comunicazione qualsiasi, della
narrazione normale (pur sempre ottenuta cantando, danzando, pitturando,
ecc.). E che pertanto questa narrazione artistica è il risultato
di differenti intenzioni e funzioni.
Infatti a questo punto il paradigma di conoscenza
non è più la comunicazione, ma (anzitutto) la riuscita artistica
dell’opera. Ciò che anzitutto si dà è la riuscita artistica dell’opera.
La comunicazione rimane, ma è secondaria rispetto alla riuscita artistica.
Tanto che il più delle volte la riuscita artistica disturba in
un’opera la stessa comunicazione.
17 Si dia, per esempio, un ritratto dipinto. Se un pittore fa
il ritratto a qualcuno, lo fa nel suo stile, non fa l’esatta copia della
persona, cioè una comunicazione normale. E non certo perché non lo sappia
fare: tutti i bravi pittori di tutte le epoche e culture “sapevano” benissimo
fare la copia della persona, ma “non volevano” farla. Hanno cioè “disturbato”
la comunicazione normale stilizzandola nel proprio stile, filtrandola
attraverso una immagine mentale, rendendola così più difficile
da recepire. Perché in verità, se a loro importava anche comunicare quella
storia che è la copia (ritratto) della persona, importava però anzitutto
e di più comunicare il proprio stile, e per suo mezzo la qualità di
artisticità dell’opera.
Si deve anche dire che l’idea, la storia, la realtà
da raccontare, hanno senz’altro per l’Autore una valenza emozionale, un
pathos, che è ciò che lo induce a volerla comunicare nel modo artistico
piuttosto che in un modo qualsiasi. Ed è caratteristica dell’opera d’arte
conservare sempre, pur nella sua compiutezza formale, questo pathos,
la valenza emozionale da cui deriva, per la quale si definisce “espressiva”
(e fa parte del legame dell’opera con la realtà esterna, come “impurità
narrativa”).
Comunque l’idea, la storia è in questa narrazione
artistica solo una occasione per comunicare altro: la qualità di artisticità.
E’ per questo che, quando la narrazione è artisticamente riuscita,
la si rivede, rilegge e riascolta sempre con immenso stupito piacere,
anche se la storia già si conosce, e la normale comunicazione si è già
consumata. Ma se l’idea, la storia sono diventate un pretesto per comunicare
la qualità di artisticità, questo pretesto è dunque assolutamente
necessario, conditio sine qua non per la comunicazione della qualità
di artisticità. Perché se la narrazione (immagine mentale
della realtà) al principio non ci fosse, con il suo pathos,
non ci sarebbe neppure la possibilità di tras-formarla in quella
narrazione artisticamente riuscita, che definiamo opera d’arte, e
che conserva quel pathos. E l’artisticità si manifesta proprio
nel modo in cui (nel processo di formazione) la narrazione
iniziale è stata tras-formata in una narrazione in forma
riuscita. Un’opera riuscita che non sia la tras-formazione di una
narrazione iniziale (immagine mentale) è un’opera dell’artigianato.
Si intende qui per artigianato non l’operazione che
produce oggetti/strumenti, ma l’operazione che produce oggetti in una
forma riuscita ma senza narrazione, senza immagine mentale
iniziale, cioè senza l’intenzione da parte dell’Autore di narrare (pur
attraverso la mediazione dell’immagine mentale e del processo
di formazione, e quindi dell’artisticità) una realtà, fisica o psichica
che sia.
L’opera d’arte è sempre per se stessa narrazione
e l’opera di artigianato no (es.: un vaso, una decorazione, un vestito,
una ringhiera di ferro battuto, un oggetto di design in genere, ecc.,
non sono per se stesse narrazioni). Sono forme senza il pathos
della immagine mentale, della narrazione.
L’operazione artigianale e l’operazione artistica
tendono ambedue alla riuscita dell’opera, come esito di un processo
di formazione, ma il processo di formazione artigianale parte
solo da una intenzione di “forma”, mentre il processo
di formazione artistico parte da una immagine mentale che è
narrazione, significato. La riuscita dell’opera artigianale la
riconosce chi ha solo bisogno di forma (“ben fatto”), la riuscita
dell’opera artistica la riconosce chi ha bisogno della forma artistica,
che dal bisogno di forma deriva (cap. 12).
Si può indicare la differenza fra questo concetto di
artigianato e l’arte con un esempio. Si prenda un quadro figurativo artisticamente
riuscito, dove si riconosce come narrazione iniziale un paesaggio
con alberi e case. Lo si capovolga e lo si mostri a qualcuno che non lo
ha mai visto. Supponiamo che costui non veda in esso gli alberi e le case,
ma solo un’ottima “ben fatta” (in quanto è opera riuscita) composizione
di forme e colori. Egli non può cogliere, riconoscere allora la tras-formazione
riuscita di una narrazione iniziale (immagine mentale),
che non vede perché, nel quadro capovolto, non c’è. Mentre è solo in questa
tras-formazione che risiede, e si può riconoscere, la qualità
di artisticità del quadro. Questo quadro, capovolto, è ora un’opera
dell’artigianato.
L’emozione per una bella composizione, per una forma
riuscita dell’artigianato, è tutt’altra cosa dalla emozione per una forma
riuscita dell’arte. Nella prima manca il pathos della narrazione.
L’opera riuscita dell’artigianato non deve
intendersi inferiore all’opera d’arte, ma solo il risultato riuscito di
un’operazione differente. D’altra parte anche una narrazione può
perdere in gran parte la sua narratività in una eccessiva stilizzazione,
nella iterazione nevrotica, nel virtuosismo, ecc., perdendo così la possibilità
di avere la qualità di artisticità.
L’immagine mentale è della stessa natura per
tutti i linguaggi specifici. Ciò è determinante, perché se è da questo
punto, da questa costituzione della immagine mentale che inizia
il processo di formazione, e questa immagine mentale è l'inizio
del processo di formazione in tutti i linguaggi specifici (letteratura,
pittura, scultura, danza, musica, cinema, video, teatro, ecc. ecc.), si
può allora coerentemente parlare di un sistema unico delle arti.
|