Procedimento
avanguardista 1
Renato Calligaro
Premesse
Sociologia
Il nichilismo è l’assenza, nell’uomo, di trascendenza
Ma può l’arte competere con la Tecnica?
Avanguardia e scienza
Avanguardia e Pragmatismo
Dalla “riuscita” dell’opera alla “riuscita” dell’Autore
Autori estetizzanti, sublimi e concettuali
Duchamp
Allegoria
Benjamin
Premesse
1. Anzitutto la premessa d’obbligo: ci sono oggi due principali
modi di intendere la parola arte: l’arte come istituzione e l’arte come
qualità di artisticità delle opere.
L’arte come istituzione è un potere, un ambito, uno spazio dove
si producono infiniti oggetti (estetici e anche artistici), la cui funzione
prima è l’estetizzazione diffusa della società, ottenuta per mezzo del
consumo di massa, che è il veicolo privilegiato della comunicazione
della esteticità di ognuno agli altri. Il motto di questa istituzione
dice: “è arte ciò che gli uomini (che hanno il potere di farlo e di
imporlo) chiamano arte”. Per cui tutto può essere arte. Ma se tutto
può essere arte, l’arte non è niente. 2
L’arte come qualità di artisticità, che è quella di cui
qui ci si occupa è invece una precisa operazione che produce oggetti
artistici, cioè con qualità di artisticità immanente, strutturalmente
insita nell’oggetto, per cui viene chiamato opera d’arte. E’ una operazione
inventata dall’uomo circa 40.000 anni fa, presente in tutte le culture,
pertanto transtorica e transculturale.
2. Si intende comunemente per Avanguardia un movimento
creativo che si propone la sperimentazione di nuove forme espressive.
Ma questa definizione è troppo generica e indeterminata, per cui si
è potuto considerare parimenti avanguardisti autori “innovatori” ma
fra loro inconciliabili nelle loro premesse operative, come Picasso
e Duchamp, Schönberg e Cage, Joyce e Marinetti, ecc.3
Appunto tenendo conto di queste premesse, qui si distingue nettamente
fra procedimento modernista e procedimento avanguardista, come già nel
testo dal titolo “Procedimenti tradizionalista e modernista” pubblicato
nel numero 2 di TempoFermo.
Riportiamo parte di quel testo.
Si intende qui per “procedimento” il modo di produrre dell’Autore,
direttamente determinato dalla funzione prima
che egli, consciamente o inconsciamente, riconosce alla operazione tradizionalmente
definita “arte”: in altre parole dal suo atteggiamento come persona
nei confronti della operazione.
In verità, durante i circa 40.000 anni
di storia della operazione arte, dalle origini fino alla metà dell’800,
c’è stato un unico procedimento, quello che qui si definisce procedimento
tradizionalista, e che pertanto coincide con il sistema antropologico
dell’arte. Solo dalla seconda metà dell’800 si sono inventate procedure
differenti, come risposta a una crisi epocale della cultura occidentale,
come risposta a interrogativi radicali sul perché e sul come della operazione
arte.4
Sono nuovi il procedimento modernista,
il procedimento avanguardista, e, dal secondo dopoguerra, il
procedimento postmodernista.
I procedimenti sono dunque quattro:
1. Il procedimento tradizionalista
è quello dell’arte storica da circa 40.000 anni. La funzione prima
di questa operazione è quella di donare all’uomo una esperienza esistenziale
(che noi oggi chiamiamo della compiutezza, della riuscita artistica
dell’opera) che è il soddisfacimento di un suo bisogno fondamentale
(referente antropologico), e che è quindi costitutiva dell’homo sapiens sapiens.
Il procedimento tradizionalista opera pertanto all’interno del sistema antropologico dell’arte (e concide
di fatto con esso), dove il protagonista della operazione è la riuscita
artistica dell’opera. L’Autore è strumento di questa riuscita. Il nuovo è dato solo dalla orginalità dell’Autore, ed è quindi, anche se non voluto
o non cercato, ineluttabile nonostante le resistenze opposte dalle ideologie
storiche tradizionaliste dell’Autore.
2. Il procedimento modernista
appartiene anch’esso al sistema antropologico dell’arte, in quanto anche
qui la funzione prima
della operazione è la riuscita artistica dell’opera. Ma qui il nuovo è invece voluto e cercato, e investe, come innovazione
del Linguaggio, i differenti modi di formare.
Il “nuovo” è un valore, ma il valore primo, il protagonista della operazione
rimane comunque la riuscita artistica dell’opera.
3. Il procedimento avanguardista propriamente
detto trascina invece l’operazione arte del tutto fuori dalla “immutabilità”
e “eternità” del sistema antropologico dell’arte, dentro la dialettica
razionalista e sociologica del progresso. Infatti qui la funzione prima
dell’operazione non è più quella di procurare all’uomo l’esperienza
esistenziale della artisticità, ma quella di indurlo, come strumento
privilegiato per la sua emancipazione, alla rivoluzione estetico/sociale.
Il protagonista della operazione non è allora più la riuscita artistica
dell’opera, ma la riuscita estetica dell’Autore (della società).5 Nel suo progredire l’arte deve tendere a coincidere
con la vita (Autore/società), annullando ogni distanza originaria tra
arte e vita. Come mero strumento della rivoluzione, l’operazione arte
deve dunque progredire (e quindi in extremis negarsi, in quanto ogni progresso ha una fine, anche quello della
scienza), essere sempre all’”avanguardia” per quel fine (a prescindere
dalla qualità artistica dell’opera). Il nuovo diventa un valore per se stesso: il valore di
novità subentra al valore di artisticità.
4. L'identificazione, all'interno della
Postmodernità, che già per se stessa è difficile da definire, di un
procedimento postmodernista dell'arte è possibile, ma solo tenendo presenti le
approssimazioni inevitabili nella sistemazione di un fenomeno in corso.
Molto sinteticamente, si può dire che esso pretende di conciliare la
"dialettica del nuovo" con il consumismo di massa (il "nuovo
per il sempreuguale" del mercato). Mentre i procedimenti tradizionalista
e modernista
pretendono di produrre oggetti artistici (opere d'arte) e il procedimento avanguardista
pretende di abolire tali oggetti (in quanto irrimediabilmente oggetti
del mercato) in una estetizzazione della società, il procedimento postmodernista
recupera la produzione di oggetti, ma non si preoccupa che essi siano
artistici, in quanto lo stesso concetto di artisticità è ormai irrilevante.
Potrebbero anche essere artistici, ma ciò è ininfluente rispetto alla
produzione di oggetti che devono essere anzitutto oggetti estetici testimoniali della
esteticità degli autori, cioè di tutti, diffusi nella società proprio
attraverso il mercato, inteso ora come mezzo privilegiato della comunicazione
della esteticità di ognuno.
E più avanti (cap.2):
Procedimento modernista e procedimento avanguardista,
Modernismo e Avanguardismo, sono risposte differenti alla crisi della
Modernità umanista. Ma l'origine comune comporta a volte affinità che
rendono difficile definire esattamente se e quando un Autore sia modernista
o avanguardista6;
a volte invece comporta differenze così sostanziali, per cui si rimane
sbalorditi da come certi Autori possano essere stati accomunati in una
confusa e generica categoria di Avanguardia. Pertanto le differenze
saranno qui definite "in extremis", in modo da renderle più
comprensibili.
Il procedimento modernista
viene chiamato modernista, e non moderno, perché ripropone istanze della
Modernità, ma in un'ottica assolutamente problematica. Non va confusa
la Modernità, che é un concetto che definisce tutta una cultura, una
visione del mondo, con il procedimento
modernista di cui si parla, che è invece la più significativa
testimonianza e denuncia, nell'arte, della crisi, forse definitiva,
di quella Modernità.
Dunque, secondo questa distinzione, si intende per procedimento modernista
una operazione che nell’innovazione persegue la formazione dell’opera
per la sua riuscita artistica, e invece per procedimento avanguardista
un’operazione che al contrario nell’innovazione persegue l’estinguersi
della formazione dell’opera, in quanto la sua riuscita artistica non
è pertinente.
Si deve insistere sulla differenza (già dichiarata nei numeri precedenti
di “TF”) dei due procedimenti modernista e avanguardista, confusi comunemente,
specialmente in Italia, nel generico termine di Avanguardia.7
Mentre nel procedimento modernista il "nuovo" è il risultato
di una ricerca in profondità nel Linguaggio, nella dimensione temporale
del presente per la riuscita dell'opera, nel procedimento avanguardista
il "nuovo" è, nella dimensione temporale del futuro, un "nuovo"
per un futuro migliore della società a prescindere dalla riuscita dell'opera.
L'autore modernista, segnato da una identità debole8 in rapporto a un altro
da sé debole, quale è per lui, umanista in crisi, la realtà contemporanea
(fragile, inconsistente, instabile, mutevole, effimera, relativa), è
sostanzialmente impegnato a cercare e reinventare la propria identità,
nell'invenzione, giorno dopo giorno, di "nuovi" modi e stili
e innovazioni (nuovi altro da sé), ma non senza ”estrarre l’eterno dall’effimero”
secondo la proposizione di Baudelaire del 1860: ”La modernità è il transitorio,
il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà
è l’eterno e l’immutabile” (da “Il pittore della vita moderna”).9 Egli rimane dunque sempre
ancorato al fondamento della "eternità" antropologica dell'arte
(l’Altro). Il fine dell’Autore modernista non é quello di sperimentare
e inventare “nuovi” modi e stili come strumento della rivoluzione, ma
quello di portare per loro mezzo l’opera alla sua compiutezza artistica.
E’ solo nella compiutezza dell’opera che questo Autore può realizzare
“tutti i possibili Io”.
Il rapporto di fiducia in una realtà oggettiva (altro da sé forte)
che era stato reso manifesto nella forma più grata, amorevole e ammirevole
nell'arte storica del procedimento tradizionalista, si è incrinato;
la realtà non è più sicura, conoscibile e raccontabile: l'amorevole
gesto di carezza delle cose del mondo (narrazione delle cose del mondo),
proprio di tutte le arti, anche nella caricatura o nella satira, non
è, per molti Autori, più possibile.
La realtà non è più l’amica che era, nonostante tutte le avversità,
cioè anzitutto la Grande Madre che per farsi “accarezzare”, narrare,
ti conduce per mano essa stessa (in forma di Musa) alla compiutezza
dell’opera. L’uomo è solo. L’Autore è solo. Flaubert: “Mi sembra di
attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove”.10
Mallarmé: “La chair est triste, hélas, et j’ai lu tous
les livres”.11 Ma questa stanchezza
e nostalgia e noia, questo sentirsi "postumi" di una gloriosa
tradizione artistica che finisce, questo sentirsi alla fine di un grande
viaggio in un presente che non ha più possibilità di partenze nonostante
il "progresso", sono in definitiva il compendio delle impossibilità
di essere se stessi: della perdita di identità. E' il titolo di un quadro
di Gauguin: "Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?12
E' appunto il tempo in cui Baudelaire e Rimbaud e altri inaugurano,
nell'arte, il loro viaggio alla ricerca di un altro da sé, dal cui incontro
si possa recuperare e reinventare l'identità, condizione assolutamente
necessaria per poter ancora creare opere d’arte. La loro singolarità
è nell’idea di poter trovare un nuovo altro da sé forte nella discesa
agli inferi dell’inconscio individuale e collettivo. Così essi inaugurano
il loro avventuroso viaggio verso l'ignoto. Rimbaud: ‘Si tratta di giungere
all'ignoto attraverso lo sconvolgimento di tutti i sensi’.13 E Proust: “Il lavoro
compiuto dal nostro orgoglio, dalla nostra passione, dal nostro spirito
imititativo, dalla nostra intelligenza astratta, dalle nostre abitudini,
quel lavoro l’arte lo distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà tornare
agli abissi profondi dove quel che è esistito realmente giace ignoto”.14
I possibili approdi del viaggio devono essere assolutamente ignoti.
Se fossero già noti, lo sarebbero perché già progettati, e quindi sempre
all'interno della prigione della ragione, "nel cerchio di luce
della razionalità" e della progettualità. Solo l'ignoto può ormai
presentarsi come vero altro da sè, l'Altro, al di là, al di sotto del
relativismo culturale della conoscenza concettuale.
Se la scienza dimostra che il mondo del senso comune, del vissuto,
è una “bugia” dei nostri sensi normali, si tratterà allora, per gli
artisti, di narrare non più, o non solo, la realtà sensibile del senso
comune, ma la scoperta/discesa nell’inconscio collettivo, universale,
che è un altro da sé ancora più vero della conoscenza concettuale della
scienza.15
“Per narrare, al di là della esperienza sensibile del senso comune
conscio, l’esperienza sensibile della “sregolatezza di tutti i sensi”,
sono necessarie nuove idee e nuove tecniche. Sono necessarie per narrare
l’esperienze dell’inconscio, eccitate o oniriche o drogate, comunque
più prossime ai profondi archetipi formali della psiche. Le “figure”
(pittoriche, musicali, letterarie ecc.) vengono “deformate” nella “sregolatezza
di tutti i sensi”. Queste nuove figure, questo “nuovo”, è la narrazione
della reinvenzione della identità (“T.F” n. 2, p. 95).16
“Il Linguaggio si presenta come il “mondo oscuro”, l’“Ombra”,17l’unico altro da sé
potenzialmente forte, l’unico Altro con cui stabilire una distanza che
instauri l’identità.
Per cui, inventare il Linguaggio, nuove figure del Linguaggio, è inventare,
giorno dopo giorno, la propria identità, il proprio Io.
Per cui l’invenzione del “nuovo” nel Linguaggio è l’iniziazione a tutti
gli Io possibili.
Per cui il “nuovo” diventa valore, come necessario urgente conferimento
di identità all’Autore e all’interlocutore dell’opera, ma accanto sempre
al valore di artisticità, in quanto solo la riuscita dell’opera è garanzia
di autenticità.
Nel procedimento avanguardista invece l’identità non si propone nel
rapporto con un Altro che è “eternità” antropologica (Baudelaire), cioè
natura, memoria, inconscio, mito, “divinità”, Grande Madre, ma che è
invece azione, società, storia, razionalità, progresso (cioé solo “una
metà dell’arte” di Baudelaire: solo il transitorio, il fuggevole, il
contingente).
E in questa dimensione dell’Utopia, del progresso all’insegna del pensiero
razionale, del’arte come produzione di oggetti artistici che hanno un
valore di artisticità per se stessi deve essere superata.18
La produzione di oggetti artistici deve essere distrutta
in quanto sfera separata dalla vita, mentre l’opera d’arte deve essere
la vita.
Ma l'arte è costitutivamente, antropologicamente, Altro dalla vita,
e all'uomo serve appunto perché è Altro dalla vita: la negazione dell'arte
come separatezza dalla vita, nella utopia avanguardista, si risolve
nella esteticità e nella negazione dell’artisticità (dell'arte tout
court). Cioè, nella dimensione burocratica dell’esistente, nell’arte
come istituzione.
Nella concezione sociologica avanguardista l’arte è solo un “modo”
della vita, ed essendo la vita sociale in progresso, essa non può non
essere in progresso. Ma il progresso inserito a forza nell'arte, che
non ha costitutivamente progresso, la fa "scoppiare" in prassi
estetica. Indurre nell’arte un progresso è indurla a progredire verso
una impossibile perfezione e purezza in un processo di autonegazione
e superamento di sé. Indotta a autonegarsi dalla “razionalità come Progetto”
(nell’avanguardismo), l’artisticità è rimpiazzata con l’esteticità dalla
“razionalità come Tecnica” (nel Postmodernismo).
L'oggetto artistico, negato perché irrimediabilmente merce del mercato
capitalistico, "scoppia": si dissolve in prassi estetica nel
procedimento avanguardista radicale, e si ricompone in oggetto estetico
testimoniale (non artistico) nel procedimento postmodernista.
Per meglio capire le differenze fra i due procedimenti vanno annotate
le seguenti considerazioni di Nietzsche nella “Gaia scienza” del 188220: “Che cos’è romanticismo?
Ogni arte, ogni filosofia possono essere considerate come un mezzo di
cura e d’aiuto al servizio della vita che cresce e che lotta: esse presuppongono
sempre sofferenze e sofferenti. Ma vi sono due specie di sofferenti:
quelli che soffrono della sovrabbondanza della vita, i quali, dunque,
vogliono un’arte dionisiaca e quindi una visione e una conoscenza tragica
della vita, e quelli che soffrono dell’impoverimento della vita, i quali
cercano riposo, quiete, placido mare, liberazione da se stessi attraverso
l’arte e la conoscenza, oppure invece l’ebbrezza, lo spasimo, lo stordimento,
la follia” (p. 246)
“Colui che è più ricco di pienezza vitale, il dio e l’uomo dionisiaco,
non solo può concedersi lo spettacolo dell’orrore e della precarietà,
ma perfino l’azione terribile e ogni lusso di distruzione, di dissolvimento,
d’annientamento; malvagità, assurdità, deformità gli appaiono in un
certo senso permesse in conseguenza di uno straripamento di forze generatrici
e fecondanti che possono fare di ogni deserto ancora una contrada fertile
ed ubertosa.” (p. 248)
“Relativamente a tutti i valori estetici, mi servo ora di questa distinzione
fondamentale; in ogni singolo caso domando: è qui divenuta creatrice
la bramosia o la sovrabbondanza?. A tutta prima potrebbe sembrare più
raccomandabile un’altra distinzione- che è di gran lunga più evidente-
sembrerebbe cioè più opportuno considerare attentamente se la causa
della creazione sia il desiderio di fissare in forme immutabili, d’eternizzare,
d’essere, oppure invece il desiderio di distruzione, di mutamento, d’innovazione,
d’avvenire, di divenire. Ma, guardate più a fondo, entrambe queste specie
del desiderio si mostrano ancora ambigue e in verità interpretabili
proprio secondo lo schema proposto prima, e a mio parere preferito con
ragione. Il desiderio di distruzione, di mutamento, di divenire può
essere l’espressione della forza sovrabbondante, gravida d’avvenire
(il mio terminus per tutto questo è, come è noto, la parola “dionisiaco”),
ma può anche essere l’odio della creatura mal riuscita, indigente, fallita,
che distrugge, deve distruggere, perché quel che sussiste, anzi ogni
sussistere, ogni essere stesso rimescola il suo sdegno, e aizza la sua
ferocia; per comprendere questo modo di sentire si osservino da vicino
i nostri anarchici. La volontà di eternizzare esige parimenti una doppia
interpretazione. Può scaturire da gratitudine e amore: un’arte che abbia
questa origine sarà sempre un’arte di apoteosi, ditirambica, forse,
con Rubens; beatamente beffarda, con Hafis; piena di chiarità e d’indulgenza,
con Goethe; un’arte che diffonde una omerico chiarore di luce e di gloria
su tutte le cose (in questo caso di arte apollinea). Ma può anche essere
quella volontà tirannica di un uomo straziato dal dolore, in lotta,
martoriato, che vorrebbe imprimere in quel che è più legato alla sua
persona, alla sua singolarità, in quel che è più intimo in lui, nella
caratteristica idiosincrasia del suo dolore, il sigillo di una legge
vincolante e di una forza coattiva, e che prende, per così dire, vendetta
di tutte le cose, incidendo, incastrando a viva forza, marchiando a
fuoco in esse la sua immagine, l’immagine della sua tortura. [.....]
Io lo chiamo, quel pessimismo dell’avvenire - poiché è per arrivare,
io lo vedo che sta arrivando! - il pessimismo dionisiaco)”(p. 248).
Ciò che Nietzsche vede arrivare è l’Avanguardia.
E ancora, sulla differenza fra i due procedimenti, scrive Berardinelli:
“La stessa avanguardia storica, in quanto autoorganizzazione difensiva
e autopromozione militante e di gruppo dei suoi membri, portava nella
condizione moderna un dato nuovo. In molti casi la letteratura moderna
era stata un’impresa solitaria e perciò tremendamente rischiosa. Novalis,
Coleridge, Leopardi, Poe, Baudelaire, Mallarmé, Kierkegaard, Nietzsche,
Rimbaud, Hopkins, la Dickinson sperimentavano in soitudine e sfidavano
la sconfitta. Non essere compresi sembrava un destino, come avvenne
a Hoelderlin. O era un punto d’onore, come dice esplicitamente Baudelaire.
Dove il pubblico non capisce e dove i critici e gli studiosi restano
sconcertati o scandalizzati, lì, si pensò, avviene qualcosa di reale,
di nuovo, di autentico, di rivelatore. Questo tuttavia comporta per
il singolo autore rischi enormi, intollerabili. Agire in gruppo all’ombra
di un programma sembrò nel ‘900 una misura di comprensibile prudenza.
Tendenze e gruppi partiti politici.
Ma anche nel Novecento, già in presenza di avanguardie strutturate
e aggressive, le imprese solitarie non sono poche. Quasi tutti i classici
della modernità novecentesca non hanno niente a che fare con le avanguardie.
Lo spirito di gruppo è assente in autori sommamente sperimentali come
Proust, Pirandello, Svevo, Kafka, Joyce, Veléry. Anche scrittori come
Benn. Trakl, Machado, Musil, Saba, Sbarbaro, Rebora agirono in solitudine.
Pound voleva essere un caposcuola. Eliot molto meno (divenne un pontefice
massimo). César Vallejo e William Carlos Williams, Wallace Stevens e
Kafavis vissero appartati. I loro esperimenti non avvenivano al riparo
di una teoria, di un manifesto, di un gruppo. Dunque: nessuna gararanzia
preliminare, nessuna ideologia che giustificasse a rigor di logica che
il loro modo di scrivere fosse storicamente più avanzato più legittimo
di qualsiasi altro.”21
E sull’Avanguardia Sedlmayr scrive: “L’intenzione dell’antiarte, che
apparve intorno al 1910, era la negazione radicale dell’arte e l’annullamento
del concetto di arte. Nei manifesti del movimento che si chiamava Dada,
questa intenzione è espressa in modo inequivocabile e non si dimostra
meno chiara nelle azioni. Il Dadaismo, che non venne fondato per la
prima volta a Zurigo nel 1917 ma già intorno al 1910 nella Parigi di
Marcel Duchamp e Picabia, era la intenzionale intrapresa di un’antiarte
che non risparmiò nemmeno il Cubismo, allora modernissimo. Pare, come
riferise Mme Buffet-Picabia, che dal 1910 ci sia stata una straordinaria
gara tra Duchamp e Picabia di proposte distruttive e paradossali, come
addirittura “Assalti della demoralizzazione dello spirito e dell’umorismo”,
e il “Disfacimento del concetto di arte”. Picabia appare come “anti-artiste
par excellence”. Nel 1914 Duchamp e Picabia si recarono in America,
dove incontrarono il fotografo Stieglitz, di cui dissero: “Stieglitz
ha lasciato dietro di sé l’arte, questa idiota parola che ha dominato
tutto per secoli”. La stessa aggressione si mostra nel gruppo di Zurigo
del Café Voltaire, con Huelsenbeck, Tristan Tzara ed altri. Il gruppo
Dada tedesco pubblica nel 1919 con Max Ernst una serie di litografie
con il sottotitolo “Pereat ars- l’arte al diavolo”. Per Van Doesburg,
che dal 1920 prese parte al movimento Dada, si trattava di una oggettiva
istituzione dell’antiarte”.
“Dopo la fioritura negli anni Dieci e Venti, l’antiarte è ricomparsa
nuovamente al tempo degli anni Trenta ed anche Quaranta ma ha evitato,
dove si mostrava timidamente, di attribuirsi la denominazione omonima
di “antiarte”. Solo dopo le rivolte dei tardi anni Sessanta riappare
senza maschera, soppianta nelle grandi esposizioni l’arte “astratta”
che le aveva preparato perfettamente la via, e si chiama apertamente
e senza pudore “antiarte”. Del resto, dalle sue prime uscite negli anni
Cinquanta è molto calata. Allora la sua motivazione era il far sensazione,
la sua collocazione sociale il ”quinto stato” (Dempf), la sua collocazione
metafisica, l’anarchia. Oggi [1980] la sua motivazione è la pubblicità
di se stessa, la sua collocazione sociale il mercato d’arte capitalistico,
e quella metafisica “l’esibizione”. Il paradiso del surrealista era
la bottega del rigattiere (foire de brocage), quello dell’artista pop,
il supermercato.”
“Negli anni Sessanta l’antiarte venne trasformata in “arte”, divenne
godibile ed ebbe un “valore” sul mercato artistico grazie a due grandi
forze della propaganda, il mercato capitalistico d’arte e la stampa,
grazie ad una forza minore, la “novità” (e cioè l’avidità di comprendere
il nuovo). Nel Neo-dada lo scandalizzare incondizionatamente è diventato
un adattamento incondizionato. ‘L’anti è diventato un cuscino su cui
si appoggiano comodamente il piccolo-borghese e il collezionista’. ‘Questo
Neo-dada” scriveva nel 1962 Marcel Duchamp “che ora viene chiamato neo-realismo,
pop art, assemblage, ecc., è un divertimento a buon mercato e vive di
ciò che Dada fece. Quando io scoprii il ready-made, pensai di scoraggiare
la confusione estetica. Nel Neo-dada usano i ready-made per scoprirvi
“valore estetico”! Io scagliai loro lo scolabottiglie e l’orinale per
provocarli, ed ora essi lo ammirano come esteticamente bello’ ”22
Non meno puntuali, e da leggere nella loro sintesi con grande attenzione,
le considerazioni di Eduard Beaucamp sul passaggio dal procedimento
modernista al procedimento avanguardista nelle arti visive: “C’era una
volta l’estetica con le sue idee, obiettivi e programmi. Le mettevano
le ali. Motore principale di un Moderno ancora vitale erano il dissenso
militante da tutte le norme artistiche e la dichiarazione di guerra
all’insulsa realtà. Tutto quanto era stato veniva ricusato, tutto doveva
essere rifatto da zero, e meglio. Ben presto l’aggressione si è svolta
verso l’arte stessa, come se fosse un male di fondo che intralciava
una vita più bella e più libera, una coscienza più corretta, una società
migliore. La campagna contro l’arte, divenuta ben presto una vera anti-arte,
si gonfiò fino a diventare un movimento centrale, e il giubilo per la
sconfitta della realtà risuonò per il secolo intero. Negli ultimi anni
le mostre, almeno quelle dei rivoluzionari russi e italiani, ci hanno
fatto di nuovo vedere quanto fulmineamente questi futuristi hanno provocato
l’agognata “fine dell’arte” attraverso la sua elementarizzazione, riduzione,
negazione e risoluzione o la sua decomposizione in “pratica sociale”.
Rodcenko è per così dire l’esempio tipico. In un battibaleno il russo
inventa l’alfabeto astratto e la sintassi di una nuova arte, riduce
l’immagine alla dialettica di chiaro e scuro, movimento e forma, corpo
e spazio e agli elementi puri di linea, forma e colore, alla pura materialità
e struttura della pittura: punto finale”. A quell’epoca anche nel magazzino
di Duchamp e dei dadaisti si era già detto tutto sul tema dell’”anti-arte”,
l’arte come tale era già stata portata ad absurdum. Dopo il 1945 fra
le giovani avanguardie artistiche europee e americane non c’era quasi
più nulla che i loro padri, in particolare i russi, non avessero già
pensato, sviluppato e portato a termine con maggiore chiarezza. Nonostante
ciò i loro eredi non cessavano di proclamare l’infausta fine dell’arte,
ma intanto temporeggiavano, ci giocavano, la celebravano in formati
giganti, in azioni spettacolari e con plateali gesti di ripulsa. Oggi,
senza ombra di compiacimento maligno e reazionario, si può parlare tranquillamente
di balordaggini storiche. Stiamo qui perplessi, a mani vuote: un intero
secolo si è logorato lavorando alla storia e alla tradizione dell’arte,
si è estenuato in questo sforzo enorme e ora, con una produzione artistica
senza precedenti e un mercato dell’arte espansivo che gira a vuoto,
sta lì senza futuro, senza idee né obiettivi. Il nuovo secolo potrebbe
allora impegnarsi nel progetto di una anti-antiarte e forse trovarvi
una scappatoia dalle tante trappole e strade senza uscita. Come potrebbero
essere i nuovi spazi e le nuove licenze? Se ci si attenesse alla infantile
imitazione dei modelli delle avanguardie del XX secolo che traevano
la loro forza dall’opposizione all’Ottocento, si dovrebbe fare il contrario
di tutto quello che il Moderno ha dettato e che ha portato l’arte quasi
al punto zero. In questo senso sarebbe auspicabile una riabilitazione
di tutto ciò che è regionale, narrativo, mimetico, illustrativo, decorativo
e psicologico, tutto ciò che è impuro e non autonomo. Se si ha bisogno
di nuovi modelli si dovrebbero dimenticare tutti gli ortodossi legislatori
moderni e guardare agli outsider, ai diversi, ai non allineati, a coloro
che si sono realizzati lungo percorsi propri e hanno elaborato la propria
biografia attraverso l’arte. Ancora oggi il primo esempio che incarna
tutto questo continua a essere, paradossalmente, l’iniziatore del Moderno:
Picasso, che senza scrupoli ha vissuto la propria esistenza attraverso
l’arte, nel disprezzo di qualsiasi dogma. Ma forse gli artisti non hanno
più la voglia o la forza per la negazione, che logora. Forse gli incessanti
giochi finali si placheranno in silenzio nell’arco di una notte. Forse
in mezzo al chiassoso e lucrativo lunapark delle arti-surrogato nessuno
ha finora notato che la vecchissima, inutilmente bella, ribelle e critica,
amata e odiata, comunque assurda Musa nel frattempo si è addormentata.”
23
Sociologia
Il termine “avanguardia” indica un andare “più avanti” di qualcosa
che rimane indietro. In ciò sono impliciti il movimento dell’andare
avanti, e il concetto di massa, il qualcosa rispetto alla quale si va
più avanti. L’avanguardia è possibile storicamente solo in una società
di massa, perché la società di massa è il prodotto del capitalismo e
della tecnocrazia, che sono a loro volta il prodotto dell’idea di progresso
(dell’andare avanti).
L’avanguardia artistica, il procedimento avanguardista, è dunque l’intrusione
nell’arte, che costitutivamente non ha progresso, della ideologia del
progresso del pensiero razionale occidentale (v. “TempoFermo” n.1, p.28).
Questa intrusione ha costretto l’operazione arte (arte come qualità
di artisticità) in un processo di progresso che non le è proprio, e
che ne ha prodotto lo snaturamento in una operazione di produzione di
eventi e oggetti che artistici non sono, ma che sono stati istituzionalizzati
nell’arte come istituzione.
L’arte come istituzione è risultato di una concezione storicistica
e sociologica della realtà, egemone durante il secolo XX. Per la sociologia:
“Anche quando un "oggetto" nella sostanza è sempre lo stesso
(come la natura, il mangiare, l'amare, il pensare), se muta la società
in cui opera, muta il suo rapporto con questa società. Così l'artisticità,
che nella sostanza è sempre la stessa, perché è prodotta anzitutto per
lo stesso bisogno fondamentale antropologico, è sempre stata usata nella
società in rapporti mutevoli, a livelli differenti e secondo differenti
funzioni (funzioni terze sociali). Ma questo non giustifica la negazione,
da parte della sociologia, della funzione principale (la funzione genetica
prima antropologica), negazione che porta all’errore di considerare
l’arte costitutivamente in progresso. Ciò deriva dal fatto che la sociologia
(e quasi tutta la filosofia24 si preoccupa esclusivamente
dei rapporti e degli effetti dell’arte sulla società che muta, del momento
della fruizione da parte della società, e non anche del momento della
produzione da parte dell'umanità (che non muta) e quindi dell'Autore.”
(“TempoFermo” n. 1, p. 28)
La storia dell’arte (che non è certo scritta dagli autori, ma da storici,
filosofi, critici ecc.) afferma, dal punto di vista del fruitore, che
il riconoscimento che il valore principale di un’opera d’arte stia nella
sua qualità di artisticità (forma) è una conquista della Modernità,
mentre nel passato il valore principale dell’opera era sempre stato
riconosciuto nei contenuti (significato). Ciò non è vero: per gli autori,
e per le persone a loro vicine per sensibilità, insomma per tutti coloro
che le opere le hanno insieme prodotte, il valore primo di un’opera
è sempre stato quello della riuscita artistica, dove la forma si impone
sul significato (vedi in “TempoFermo” n.1. p. 45). Se così non fosse,
non sarebbero mai state prodotte nel passato opere che mostrano a noi
oggi con la massima evidenza le caratteristiche che ce le fanno definire
“artistiche”. D’altra parte ancora oggi la stragrande maggioranza dei
fruitori dà immensamente più valore al significato che alla forma, e
non sa che nell’opera d’arte si entra dalla porta principale della forma,
e solo dopo si scende nei sottosuoli dei significati.
Il giudizio di valore sulle opere è derivato nella storia dal riconoscimento
della qualità di artisticità da parte di quei pochi che l’hanno prodotta
insieme. Essi hanno determinato tradizioni di gusto, all’interno delle
quali si sono adeguati gli apprezzamenti estetici dei molti. Queste
tradizioni di gusto hanno prodotto giudizi funzionali. Non si tratta
certamente di giudizi assoluti, molto improbabili nell’ambito dell’arte,
ma di giudizi funzionali, cioè funzionanti all'interno di una tradizione
(anche se, al di là delle differenti tradizioni culturali storiche,
esiste per l'arte una unica tradizione di fondo, sempre la stessa, che
è il sistema antropologico dell'arte).
Con l’avvento del progresso moderno, queste tradizioni storiche hanno
accelerato i loro cicli di rinnovamento fino ad annullarsi in quella
che è stata chiamata paradossalmente la "tradizione del nuovo".
Già nel Rinascimento il "nuovo" aveva acquisito un certo valore,
assente nelle altre tradizioni storiche. Nell'accelerazione dei tempi
successivi, le tradizioni hanno perduto sempre di più la loro prerogativa
di essere fondamento "di fatto" dei giudizi “di valore”, e
questi si sono relativizzati, finché, nella "dialettica del nuovo"
delle Avanguardie, il valore del "nuovo" ha sostituito ogni
altro valore, anche quello di artisticità. Per cui l'opera tende a valere
di più per la sua novità che per la sua artisticità, che ora diventa
sempre meno riconoscibile e si perde, non più legittimata da tradizioni
stabili. Ma ciò non ha niente a che fare con un progresso dell’arte
tout court. Ha solo a che fare con il procedimento avanguardista.
Già dal secolo XIX° l'arte è stata violentata dall'idea di progresso.25 Il corpo sociale storico
che muta (i rapporti economici di produzione) è considerato dalla sociologia
più concreto e reale del corpo psicofisico del singolo. Per cui anche
l'arte, pur strettamente legata al corpo psicofisico del singolo, è
considerata non un prodotto di questo, ma solo del corpo sociale. E
poiché il corpo sociale è in progresso, nella gabbia della sociologia
anche l'arte è in progresso. E così l’arte come qualità di artisticità,
che non muta, si riduce lentamente a arte come istituzione, che muta
e può progredire.
Solo una grande presunzione del pensiero razionale può pensare di introdurre
la categoria di progresso (di redenzione, di salvezza) nell’arte, un
territorio dell’anima riuscito a rimanere immune per secoli da ogni
escatologia delle religioni patriarcali monoteistiche e dal tempo come
“Storia”.26 Una presunzione del
razionalismo moderno 27, che non si è invece
veramente mai chiesto perché l’uomo antichissimo abbia inventato l’operazione
arte. Ci si sarebbe accorti che essa nasce proprio dalla umanissima
e cosciente accettazione, da parte dell’homo sapiens sapiens, della
“tragicità della vita senza progresso” e della propria costitutiva contraddizione
(vita/morte; tempo/eternità; da qui la definizione dell’opera d’arte
come “tempo fermo” (vedi “TF” n.1, p. 45).
L’escatologia (dal greco eschata, cose ultime) è l’idea che il mondo,
o per lo meno la vita dell’uomo, possa avere un senso, un fine, un destino
di salvezza. Ci sono già in embrione in questo “movimento” verso un
destino i concetti di avanguardia e retroguardia.
Le radici di questa escatologia stanno nella concezione giudaico-cristiana
del tempo come processo verso la salvezza. In questa concezione escatologica
si innesta poi la razionalità dell’uomo umanista che pretende di gestire
in proprio questo tempo come processo di salvezza, su questa terra.
Egli fa così di questo tempo la Storia, che è un tempo lineare e cumulativo,
che ha un senso e una direzione verso una meta (e non è più un tempo
insensato come in altre culture).
“Responsabile della condizione umana in una dimensione del tutto nuova,
l'umanista pensa di progettare con razionalità il proprio futuro: in
questo è l'inventore della Filosofia della Storia, dell'Idea di Progresso
e quindi della Modernità. Essere moderno vuol dire, in questa precisa
accezione, vivere e produrre, e quindi sviluppare ogni tipo di conoscenza,
per il miglioramento progressivo illimitato della propria condizione
esistenziale. E anche l'arte deve collaborare a migliorare quest'uomo
in progresso, quest’uomo perfettibile (vedi “TF” n. 2, p. 86).
Secondo Jung l'Idea di progresso, come distacco dalla tradizione, ha
indotto allo "sradicamento" della coscienza dalle istanze
più profonde della psiche, a una "perdita del mondo" delle
origini, di quel mondo inconscio, atavico e immaginifico che è la garanzia
costitutiva antropologica della "umanità" dell'uomo. Si produce
così una prevaricazione da parte della coscienza razionale, per cui
la spiegazione ultima delle cose viene ormai cercata solo nella fisicità
del mondo esterno (metafisica della materia) attraverso la razionalità
scientifica e il dominio tecnologico.
Questa coscienza razionale si trova allora disancorata, sradicata da
quel mondo inconscio e costretta in una conoscenza razionale che diventa
la sua prigione. In tal modo l'uomo moderno "entra senza accorgersene
in un mondo di concetti, in cui i prodotti della sua attività cosciente
sostituiscono progressivamente la vera realtà" (da “TempoFermo”
n.2, p. 91-92)28
Questo progressivo essere "sradicato dal seno materno universale
della primitiva incoscienza" comporta nell'uomo moderno l'indebolimento
della propria identità. Questo “seno materno universale” costituisce
un altro da sé transtorico e transculturale fortissimo nel conferire
l’identità; ma ora esso perde forza, si frantuma in una dimensione solo
storica e così si relativizza: l'identità dell'uomo (che dall'altro
da sé in gran parte dipende) si fa debole e incerta. Nell’assenza di
ogni stabile valore l’uomo approda al nichilismo.
Il nichilismo è
l’assenza, nell’uomo, di trascendenza
“Ad un certo punto della evoluzione l’Ominide inventa la trascendenza.
Il termine non ha qui alcuna connotazione sacra o metafisica. E’ trascendente
quel pensiero che nella sua capacità di astrazione, riesce a concepire
una entità astratta che supera (trascende) i singoli, diventando un
loro denominatore comune. Questa entità che i singoli pensano in comune,
e che in certe occasioni i singoli possono sentire tanto importante
se non più importante di se stessi, questa trascendenza che vive e si
inventa nell’individuo è, nel suo primissimo significato, la “divinità”.
La “divinità” (ben precedente l’istituzione ideologizzata delle religioni)
consiste in questa invenzione del pensiero dei singoli, che li accomuna
in un comune pensiero, trascendendo i loro egoismi. Essi sono ora parte
di una “comunità di pensiero”.
Questa divinità non è tanto una separazione di anima e corpo, quanto
un denominatore comune nella mutevolezza dei corpi. E’ anzitutto esperienza
della costante nel processo del divenire.
Questa costante/trascendenza/divinità è l’Altro. Un altro da sé molto
più forte dell’altro da sé rappresentato solo da un altro individuo
o oggetto, e quindi fonte di una fortissima identità.
L’arte, per il suo essere una fortissima costante, un fortissimo Altro,
è sempre stata nell’antichità considerata “divina”.” (da “TempoFermo”
n. 1, p. 22).
L’operazione arte che da 40.000 anni ci accompagna è narrazione della
vita. Si può anche prescindere da questa narrazione, ed estetizzare
invece la vita stessa (arte = vita del procedimento avanguardista).
Ma perché si fa questo? Forse non c’è più niente da narrare, niente
cioè che valga la pena di essere narrato? Nel senso che ciò che si dovrebbe
narrare non è più così importante, così “trascendente”, così Altro,
da indurci nell’impegno etico e forte di fare veramente arte, da concedere
al nostro talento di creare vere opere d’arte?
In altre parole, forse fare arte è possibile solo se c’è l’Altro da
narrare? Tutti gli artisti nella storia hanno narrato le cose del mondo
e se stessi, carichi della “divinità”, della trascendenza, dell’Altro.
Perché erano loro (gli uomini tutti) in comunione con la “divinità”,
con gli dei, con Dio, con l’Altro. Ma se ora, come appunto dice Nietzsche,
Dio è morto, cosa narrare? Se gli dei ci hanno abbandonato, forse narrare
l’”uomo solo” (senza dei) non induce più il nostro talento a creare
opere d’arte?
Per questo allora l’operazione arte, “senza contenuto” da narrare,
si ripiega su se stessa, o magari fa di sé stessa il suo contenuto,
per ancora poter essere. Questo è il procedimento modernista. In esso
il contenuto da narrare è il Linguaggio stesso, l’inconscio, l’ignoto
di Rimbaud: l’unico possibile Altro da narrare.
Ma possiamo rivolgerci altrove, e scegliere come Altro il progresso,
l’Utopia. Ma come possiamo narrarla, se l’Utopia non ha un “vissuto”?
Allora non narreremo più. Ridurremo l’operazione arte a strumento della
Utopia. Ma così non faremo più arte, faremo altro. Faremo avanguardia:
sperimentalismo (dalla scienza), concettualismo (dalla filosofia): l’autosuperamento
dell’arte (secondo Hegel).
Infatti, man mano che l’uomo umanista si allontana dagli dei, e “in
solitudine” (v. “La solitudine dell’Occidente” in “TF” n. 2, p. 89)
si avventura nel suo futuro, cioè man mano che, nella Modernità, Dio,
la Natura, l’Essere lasciano il palcoscenico al nuovo protagonista,
l’Uomo, le opere d’arte non sono più la parola dell’Altro. Le opere
d’arte ora sono solo un prodotto dell’uomo, non un “dono degli dei”.
L’arte non è più il dialogo privilegiato dell’uomo con gli dei, gli
artisti non sono più gli interpreti della voce degli dei. Gli dei eterni
se ne sono andati, e un simulacro ha preso il loro posto: il “Nuovo”.
Ora “sacro” diventa il Nuovo, perché è il salvacondotto della felicità
su questa terra. La macchina per la produzione del Nuovo è la scienza
moderna e i sacerdoti del Nuovo sono gli scienziati. Gli artisti, ora
narratori soltanto dell’Uomo “solo”, perdono il loro prestigio, vengono
detronizzati dalle sedi oracolari. E l’arte diventa sempre più solo
una esclamazione di incertezza. Incertezza, perché gli artisti (e i
filosofi) sanno ormai (nell’800) che la scienza non può migliorare l’anima
dell’uomo, come vuole l’utopia umanista, ma solo la sua materia. Filosofi
e artisti sanno che l’umanesimo ora sarà tradito, che il progresso sarà
solo materiale e non integralmente umano.
Questo per quanto riguarda gli Autori del procedimento modernista.
Gli Autori del procedimento avanguardista e postmodernista invece “si
divertono”. Infatti, mentre Prassitele o Raffaello prendono molto sul
serio il loro lavoro considerato il tramite più sublime fra l’umanità
e gli dei, che attraverso l’arte parlano agli uomini, e gli Autori del
Modernismo si affaticano a inventare nel Linguaggio il nuovo Altro,
gli avanguardisti e postmodernisti “si divertono”, non dovendo rendere
conto a nessuno se non a se stessi e ai loro amici. E tanto meno devono
rendere conto all’opera. Il loro senso di responsabilità è molto limitato,
tanto da riuscire a teorizzare che l’opera vale solo in quanto ci si
diverte a farla (vedi: il Dilettante).
Allora quello che sta succedendo forse è semplicemente questo: l’uomo
(occidentale) non ha più bisogno di arte. Non ha più niente in se stesso
di “divino”, di trascendente, non sente nessun Altro dentro di sé, che
possa e debba essere narrato in forma di opera d’arte. E senza questo
Altro dentro di sé, non riesce neppure più a sentire l’ineffabile mirabile
Altro che l’artisticità è, quando ancora essa gli si presenta. In fondo,
appunto, non ne ha più bisogno, e quindi non la cerca, e non impara
a sentirla, a riconoscerla.29
Scrive G. Carchia (in “Arte e bellezza”, il Mulino 1995, p. 13): “Fra
i rischi degli attacchi contro l’autonomia e l’isolamento dell’opera,
rinnovatisi con zelo a partire dagli anni Settanta e trapassati in alcune
varianti del postmodernismo, volte a stabilire per decreto l’estetizzazione
della società, c’è proprio quello dell’allentarsi di qualunque tensione
nei confronti della dimensione del valore, col conseguente degrado della
sfera artistica, nuovamente confusa col mondo del semplice produrre
lavorativo e della tecnica. In realtà, la fondazione conferita all’etica
dai teorici dell’ermeneutica trascendentale (Apel e Habermas), l’ammissione
cioè che senza un ideale trascendentale della comunicazione, senza l’attribuzione
di un valore in qualche modo morale all’idea di verità, si ha la distorsione
strumentale dei rapporti fra gli uomini, dovrebbe valere a maggior ragione
per l’arte. E’ questo il punto che non è stato compreso dai teorici
dell’estetica della recezione nella loro critica dei presupposti dell’estetica
idealistica. Il loro attacco contro il presunto normativismo dell’estetica
filosofica tradizionale (fino ad Adorno e a Heidegger) è stato portato,
non già in nome della esperienza artistica autentica, come nella fresca
e appassionata rivolta della prima Kunstwissenschaft, bensì in nome
di una esperienza estetica che ha il suo referente nel gusto inteso
come doxa, opinione della socialità dominante. L’insistenza- contro
le estetiche “negative”- sulla necessità di ricomporre la frattura fra
l’arte e la storia, fra l’arte e la società (H. R. Jauss), mettendo
fra parentesi la dimensione dell’origine e della creazione sulla quale
avevano insistito i teorici della Kunswissenschaft, ha come risultato
l’adeguazione totale all’esistente, vale a dire l’accettazione di qualunque
cosa la socialità accrediti come arte. A rigore, tuttavia, un’estetica
non normativa, un’estetica cioè che non abbia in qualche modo presente
l’esigenza di un legame fra l’arte e la bellezza- o comunque si chiami
la sua dimensione di trascendentalità- non potrebbe neppure esistere,
sarebbe letteralmente senza oggetto. Ciò- è ovvio- intendendo per “norma”
non la prescrizione accademica di regole ovvero una caricatura della
nozione di classico, bensì l’anelito della forma alla trascendenza”.
E M. Ferraris, in “Il recupero del valore di verità nell’arte” (in
Calligaro/TEST. 1, 1988): “Ma è sopratutto il fruitore di cose artistiche
colui che, in questa prospettiva, affossa definitivamente qualsiasi
pretesa di verità dell'arte. Il gusto estetico, ora, è una attività
puramente soggettiva: dipende dalle intenzioni dell'autore, ma specialmente
da quelle del fruitore, che può decidere di trovare bella qualsiasi
cosa. Ma che pretesa di verità può avere un oggetto o una attività che
dipende dall'atomistica decisione di un gusto individuale che non corrisponde
a alcun sensus communis riconosciuto e pubblico?”
L’operazione arte è incompatibile con il nichilismo. Lo è per il semplice
fatto che si fonda, non metafisicamente ma antropologicamente, su una
qualità oggettiva di artisticità dell’oggetto (opera). Scrive F. Vercellone
illustrando il pensiero di E. Jünger: “I territori che il nichilismo
non riesce a conquistare, la terra vergine che promette di restare tale
è costituita da due momenti fondamentali della vita: la morte e l’amore,
e dal luogo nel quale per eccellenza l’interiorità si cristallizza:
l’arte.”29a Solo all’interno
di questa condizione di nichilismo può avvenire che non si prenda più
in considerazione la qualità di artisticità dell’oggetto opera, ma anzi
la si voglia distruggere in favore di una autoaffermazione del soggetto
autore, cioè della società.
Se molti artisti denunciano dunque questo malessere nel procedimento
modernista, altri pretendono invece di sfidare gli scienziati sul loro
terreno, lo spericolato campo del Nuovo: “facciamo progredire la nostra
arte, in modo che diventi essa stessa il vero Nuovo, lo strumento della
liberazione dell’uomo”. L’arte deve risolversi nella “vita come opera
d’arte”. Accanto alla rivoluzione politico sociale, l’arte sarà strumento
privilegiato di questa rivoluzione.
Questa “buona intenzione”, che inaugura nell’arte una nuova funzione
sociale: l’arte per il progresso (oltre alle funzioni sociali tradizionali:
testimoniali, celebrative, religiose, critiche, decorative, ecc., ecc.),
produce, fra le enormi conseguenze derivate appunto dalla intrusione
pesante della razionalità filosofica nell’arte, la competizione dell’arte
con il progresso della scienza nel procedimento avanguardista.”
Ma può l’arte competere
con la Tecnica?
Certamente anche l’arte (l’artisticità) è il prodotto di una tecnica.
Ma l’artista è un uomo che ha un forte rapporto con l’Altro dalla razionalità,
che appunto nell’arte si manifesta. L’artista è costitutivamente non-usato
dalla Tecnica, ma è invece l’emblema dell’uomo che usa la tecnica come
strumento. Ma quando un Autore ha perso quel rapporto con l’Altro non
riesce a produrre oggetti artistici, ma solo oggetti estetici e estetizzazione.
Appunto tali oggetti sono espressione più della “volontà di potenza”,
della razionalità dell’uomo nichilista, che dell’Altro. Così anche l’arte,
una delle “oasi” che E. Jünger30 poneva ancora a difesa dell’uomo nel
deserto del nichilismo, sembra inaridirsi.
Si sa che gli ultimi 150 anni dell’arte, disciplina, con la filosofia,
più esposta e sensibile ai temporali dell’uomo, altro non sono che una
lunga e ingarbugliata agonia (lotta) dell’angelo con il “marchingegno”
nichilistico della Tecnica e del Capitalismo (Tecnocrazia).
Avanguardia e scienza
Dunque nel procedimento avanguardista propriamente detto l’autore,
coerente con il termine che definisce avanguardia qualcosa “più avanti”
di un'altra (nel progresso verso una condizione migliore), concepisce
l'opera non in funzione di una sua artisticità, ma anzitutto come strumento
(sempre all’avanguardia, sempre più nuovo) nel processo verso la rivoluzione
sociale, unica soluzione possibile alla crisi epocale.
E' in funzione di tale processo rivoluzionario che egli produce opere
"di avanguardia", cioè strumenti sempre più avanzati, sempre
più "progrediti" e funzionali a quel progetto: ed è chiara
allora qui la concezione tutta sociologica, non più antropologica, della
operazione, dove la qualità di artisticità dell’oggetto passa in secondo
piano.
Sono state le Avanguardie storiche a disancorare l'arte dalla "eternità"
antropologica (propria all’homo sapiens sapiens), per gettarla e appiattirla
sul piano sociologico tutto all'interno della ideologia del progresso.
Su questo piano si è trasformata l'opera d'arte in mero strumento in
funzione del progresso, cioè con un valore determinato solo dal suo
essere "nuova" in funzione del progresso. Il giudizio sull'opera
non deriva più dalla qualità di artisticità, ma solo dalla funzionalità
al progetto sociopolitico.31
Tutto ciò che il procedimento avanguardista produce appartiene alla
concezione sociologica del razionalismo, ed è considerato e giudicato
in base a questa concezione di progresso relativista, invece che in
base alla costante di artisticità. Il significato della operazione è
attribuito in funzione del processo di progresso dello Storicismo razionalista.
E’ pertanto più contenutistica che formalistica. L'avanguardia è a tal
punto sociologicamente contenutistica da temere che il contenuto/idea
rivoluzionaria venga "diminuito" dalla forma (artisticità),
che è considerata allora per se stessa conservatrice.
Questa concezione sociologica progressiva dell'arte deriva dal predominio
della scienza e della tecnologia. Pretendendo di essere l'esclusiva
chiave della verità, la scienza ha piegato ai propri modi altre forme
di conoscenza, come l'arte. L'arte deve così partecipare al modo progressivo
della scienza, relegata in una dimensione sociologica di mero oggetto
funzionale al progresso.
Gli avanguardisti si sono posti all’inseguimento degli scienziati,
per avere anch’essi un ruolo come “salvatori” dell’uomo. Presi dal panico
per la perdita della tradizione e della funzione romantica (esagerata)
dell'arte (ridotta dalla borghesia capitalista ad assolvere una mera
funzione edonistica e commerciale), messi in ombra ormai dalla egemonia
della scienza, gli avanguardisti hanno scelto il destino degli scienziati.
Sempre più spesso si sono sostituiti a quelli, in una voluta confusione
fra arte e scienza, in una "ricerca" fine a se stessa (arte
di ricerca e sperimentale: termini presi dalla scienza), producendo
oggetti che invece di opere d’arte vogliono essere strumenti di conoscenza
del linguaggio, della percezione, della psiche ecc., e quindi "giudizi
assoluti di verità" sulla realtà.32
Si sa che gli scienziati sono costretti, nel progredire delle loro
difficilissime teorie e ricerche, a essere sempre di più degli iniziati,
sempre più lontani nelle loro esperienze dalla comune esperienza sensibile.
Essi sono veramente "avanguardie" di un sapere che progredisce
facendosi sempre più difficile per gli altri, e come tali sono ormai
sacerdoti e unici interpreti di questo loro sapere, che per gli altri
è "enigma". Anche gli "artisti" che pretendono di
ridurre l'arte a oggetto funzionale al progresso per ritrovare, come
Autori, la funzione sociale prestigiosa che hanno perso, pensano di
essere iniziati, sacerdoti di un'"arte" per iniziati che solo
loro capiscono, in quanto "vera" avanguardia del progresso.
Ma si illudono e mostrano che il loro "enigma" è solo
in gran parte manifestazione di potere (l'"enigma" come potere
nelle Avanguardie), "rilasciando al pubblico, per così dire a priori,
un brevetto di incompetenza".34 La proposizione relativistica
"l'arte è ciò che gli uomini (che hanno il potere di farlo) chiamano
arte" è stato lo strumento per l'esercizio del potere di questi
sacerdoti (“TF” n. 1, p. 31/32).
Vale la pena citare a questo proposito alcuni testi di A. Berardinelli,
da “La cultura del novecento/Letteratura”, Oscar Studio Mondadori 1981,
che si riferiscono alla neoavanguardia letteraria italiana del dopoguerra,
ma valgono per il procedimento avanguardista in generale: "L'ideologia
letteraria, l'attivismo autopropagandistico e autopromozionale degli
scrittori d'avanguardia, la loro alacrità organizzativa, la loro passione
per l'autoesegesi terroristica (chi non scrive così è fuori dal
corso della storia, non incarna il massimo di coscienza storico-letteraria
oggi possibile e necessaria, ecc.) avevano finito per dare l'impressione,
o diffondere la convinzione che, dal momento che non si trattava di
scrivere opere ma anti-opere, e la qualità eversiva di queste ultime,
non essendo quasi mai di per sé evidente, doveva essere preliminarmente
illustrata al lettore, ciò che infine contava non erano gli scrittori
ma gli ideologi: non era tanto saper scrivere quanto saper creare intorno
ai propri testi l'indispensabile involucro, la necessaria confezione
che garantiva della validità testuale e storico-sociale dell'oggetto".
(p.422)
"Per l'autore d'avanguardia il testo letterario e il prodotto
artistico devono agire. Se questo non avviene, si incaricherà l'autore
in persona di agire "come un testo", assumendo su di sé il
compito di propagare quella esteticità attiva che è assente o ridotta
nelle cose che scrive. L'istanza critica, orientata contro la divisione
borghese tra arte e vita, azione e contemplazione, teoria e prassi,
si trasforma velocemente in attivismo commerciale, in conquista del
mercato." (p. 427)
"Nel processo di avvicendamento delle élites, perché i vecchi
gruppi siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario per questi
ultimi cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli della morte
e agenti della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio vantaggio
il brivido o il panico che queste immagini seminavano intorno".
(p. 428)
Citato da Berardinelli, ma appartenente a H. M. Enzensberger, questo
altro brano: "Scrittori, pittori, compositori, come fornitori di
questa industria, non sono altro che "agenti economici" di
cui assumono anche tutti i tratti caratteristici: debbono "camminare
coi tempi", essere sempre avanti di un pelo ai concorrenti. Non
possono permettersi di "perdere la coincidenza", se vogliono
rimanere in testa. Ciò spiega come mai gli scrittori ultracinquantenni
amino farsi definire "giovani autori". Ovviamente una struttura
economica come questa favorisce la basse manovre. Rende possibile la
nascita di una avanguardia che è soltanto un bluff, una fuga in avanti,
alla quale il grosso si unisce per paura di restare indietro. Entra
a questo punto in scena il tipo che concorre per precorrere. Nella affannosa
corsa agli sportelli del futuro, qualsiasi gonzo può considerarsi gonzo
di guida. Chi si tiene "al corrente" in questo modo è sempre
oggetto di un processo che egli crede di condurre come soggetto"
(p. 430).
Tutto ciò è poco coerente con i progetti delle avanguardie storiche,
che si proponevano una rivoluzione estetico-sociale, e pertanto un coinvolgimento,
se non delle masse, di un vasto pubblico nelle loro manifestazioni,
nella sintesi arte-vita. In questa contraddizione, da un lato gli autori
rifiutano la comunicazione col pubblico, in quanto il gusto del pubblico
è considerato borghese e conformista, dall’altro si autopromuovono pubblicamente
con convegni, manifesti, riviste, spettacoli ecc. Questa contraddizione,
che non investe gli scienziati, in quanto il loro essere avanguardia
si risolve e concretizza nella immensa produzione di tecnologie per
tutti, si risolverà nell’ambito estetico solo più tardi nel procedimento
postmodernista, dove non si tratterà più di azioni esemplari di autori
per il pubblico, ma di una produzione massiccia di oggetti estetici
testimoniali da parte dello stesso pubblico, diventato lui stesso ora
il protagonista della operazione. Ma si tratterà di una post-avanguardia,
di un ulteriore passaggio (dopo quello dal protagonismo della riuscita
dell’opera dei procedimenti tradizionalista e modernista) dall'Autore
protagonista della modernità delle avanguardie al pubblico protagonista
della postmodernità. L'oggetto estetico testimoniale sarà prodotto "democraticamente"
da tutti per tutti, il pubblico sarà produttore e pubblico insieme.
Ma a questo punto ormai ogni giudizio di artisticità sarà non pertinente,
e la parola “arte” sarà solo un feticcio.35
L’arte come qualità di artisticità si è dissolta nell’arte
come istituzione.
Ormai fallita la estetizzazione di tutti come rivoluzione sociale e
superamento della produzione di oggetti del procedimento avanguardista,
la estetizzazione di tutti prosegue nella produzione e uso generalizzato
di oggetti estetici testimoniali del procedimento postmodernista. Ma
in questo processo di estetizzazione, che è in sé un fatto positivo36, se non altro come femminilizzazione
di una cultura razionale decisamente maschilista, non vanno assolutamente
confusi gli oggetti artistici con gli oggetti estetici testimoniali,
perché ciò porta all'inevitabile estinzione dei primi. Come nell'ambito
dei giochi si può giocare a scacchi e a tennis e a pallone, nell'ambito
delle cose estetiche si possono produrre oggetti artistici e artigianali
e estetici testimoniali. Ma la ideologica confusione degli oggetti sotto
l'unica sigla protettrice dell'arte è mistificante: è come se un giocatore
di tennis si spacciasse per giocatore di pallone, solo perché il giocatore
di pallone è pagato molto di più di quanto sia pagato il giocatore di
tennis.
Dunque il "nuovo", se è un valore importante ma non determinante
nel procedimento modernista, è invece del tutto determinante nel procedimento
avanguardista .
Ma costringere l'arte nella prigione della dimensione sociologica del
“nuovo” del progresso (che è la dimensione del concetto di "avanguardia")
comporta una contraddizione devastante, perché l'arte non ha progresso.
L'arte, come operazione per la riuscita dell’opera in qualità di artisticità,
è sempre identica a se stessa, senza progresso (come già aveva detto
il troppo poco ascoltato C. Fiedler, 1841/1895).
L'arte funziona in modo diverso dalla scienza. La scienza moderna è
in progresso e pertanto "finisce". "...quanto più rapidamente
la scienza avanza, tanto più raggiungerà i suoi limiti estremi e ineluttabili".37
La fine della scienza è nel suo successo. L'arte non ha progresso, e
pertanto non può "finire", ma soltanto "morire".
Nella scienza moderna Darwin "corregge" Lamarck, e Einstein
"corregge" Newton, ma nell'arte Giotto non "corregge"
Prassitele, e Picasso non "corregge" Dante. Einstein è meglio
(è più progredito) di Newton in quanto più nuovo nel progresso nel tempo
della scienza moderna. Giotto non è meglio (non è più progredito) di
Prassitele in quanto più nuovo in un progresso nel tempo dell'arte.38 Infatti il "nuovo"
del Modernismo è il risultato di una ricerca di "identità"
dell'autore, non di una ricerca del "meglio" di un'opera nuova
rispetto al "peggio" di un'opera del passato. Picasso o Joyce
non considerano le loro opere "migliori", perchè "più
nuove", di quelle del passato.39
Sulla questione di un progresso dell’arte si è ampiamente trattato
a p. 29 di “TempoFermo” n.1. Ma poiché il procedimento avanguardista
è proprio l’oggettivazione di un simile presupposto, conviene soffermarsi
ancora sul tema. Si citano qui di seguito alcune delle considerazioni
di G. Steiner, dal suo libro “Grammatica della creazione” (Garzanti
2003): “La scienza e la tecnologia progrediscono senza tregua. La loro
condizione d’esistenza è di avanzare attraverso il tempo misurabile.
Questa banalità ci conduce a una delle maggiori sfide epistemologiche
ed estetiche: è possibile applicare questo concetto primario di progresso,
di avanzata, alla poiesis, alla storia delle realizzazioni, delle forme
di esecuzione nelle arti, nella musica o nella letteratura?” (p. 230).
“La conoscenza scientifica e tecnologica è cumulativa. ‘Addiziona’.”
(p. 232)
“Cosa costituisce, per contra, un’avanzata rispetto a Omero o a Sofocle,
a Platone o a Dante? Quale opera teatrale si è spinta oltre Amleto,
quale romanzo supera Madame Bovary o Moby Dick? Cisono poesie, di Rilke
o di Montale, per esempio, che rappresentano un miglioramento in confronto
a Saffo o a Catullo? Stravinskij è forse superiore a Monteverdi? Picasso
o Bacon a Giotto? Formulare a domanda in questo modo suscita già un
senso di assurdità, di domanda mal posta. E’ forte la tentazione di
rispondere “no”, di situare le opere estetiche e filosofiche in una
immutabilità atemporale e di risolvere così la questione (sottolineando
ancora una volta l’abisso di differenza con le scienze). Ma questa problematica
non si lascia liquidare così facilmente e ci costringe a un esame più
attento.” (p. 232)
“Lo sviluppo del pianoforte moderno, del sintetizzatore permettono
a un Debussy o a uno Stockhausen di esplorare, di esteriorizzare possibilità
tonali e mondi sonori inaccessibili a Haydn e persino a Liszt. In questo
senso senza dubbio importante, esiste un progresso e può esserci un
arricchimento. Ma dobbiamo dedurne che una casa di Frank Lloyd Wright
o il centro artistico di Jean Nouvel a Lucerna superino e rendano caduchi
il Partenone o la Piazza del Campo a Siena? Le Images di Debussy sono
migliori del Clavicembalo ben temperato di Bach o degli Scherzi di Chopin?
Di nuoco va frenata l’impazienza che ci spinge a rispondere di no. La
scultura ha approfittato dell’evoluzione della tecnologia per quanto
riguarda la materie grezze e le loro elaborazioni (i “voli” possibili
a Calder, non lo erano per Bernini). Ci sono persone che sostengono
che, in Occidente, lo sviluppo della comprensione della prospettiva
basata sulla geometria, assieme all’introduzione dei pigmenti con base
oleosa hanno reso l’arte migliore, più ricca, più convincete. Nalla
dialettica della musica elettronica il sintetizzatore mette sul mercato,
per così dire, delle possibilità acustiche, dei raggruppamenti e dei
timbri sonori che un Boulez può esplorare, incorporare o rigettare nel
suo processo creativo. Ma è concepibile, in qualsiasi modo, che questa
espansione renda inutili un Berlioz, per esempio, o un Sibelius? L’architetto
ha oggi a portata di mano la realtà virtuale generata e reticolata dallo
schermo del computer. Questo rende forse Wren obsoleto? Si può sostenere
che la macchina per scrivere abbia modificato certi elementi in poesia;
il futuro del romanzo verrà cambiato dal word-processor e dal computer?
Ciascuna di queste domande pone problemi fecondi.” (p. 232)
“La sentinella che aspetta sul tetto all’inizio dell’Orestea usa parole,
regole grammaticali e figure retoriche che sono fondamentalmente le
stesse di quelle dei vagabondi che aspettano Godot circa due millenni
e mezzo dopo. In quali modi la pièce di Beckett può essere considerata
più progredita di quella di Eschilo, se lo è? Ha un senso questa domanda?”.
(p. 233)
“...va notata l’estrema flessibilità delle utilizzazioni della durata
possibli in campo estetico. Un Mann, un Joyce, un Pound o uno Stravinskij
possono “inventare all’indietro”. Come innumerevoli predecessori, possono
deliberatamente arcaicizzare le loro opere, a livello sia del mezzo
che del contesto”.(p. 235)
“Data questa differenza essenziale, chiediamo di nuovo: nella creazione
estetica, il fatto che B venga dopo A, per quanto sia un fatto importante
e informativo, rende forse B migliore di A? A è forse reso obsoleto?
La risposta , credo, è un categorico no.” (p. 236)
Avanguardia e Pragmatismo
Il procedimento avanguardista presenta due contraddizioni:
1. Quando è propositivo di "opere d’arte nuove", questo loro
dover essere per forza, inesorabilmente “nuove”, si riduce di fatto
a un loro essere "nuove" non nella sostanza, ma solo come
merce per il mercato capitalistico (poiché non possono uscire da questo
destino di merce se non cambiando prima la società). Non solo queste
opere si sono rivelate inadeguate a produrre questo cambiamento della
società, ma, come merce, rappresentano oggi nella Postmodernità solo
il "nuovo per il sempreuguale" della moda e del mercato. Il
risultato è: più oggetti nuovi, più mercato, più mercato, più macerie
di oggetti non più nuovi, in un processo di invecchiamento e degrado
della qualità che non può che portare inevitabilmente al trash ("arte
spazzatura")
2. Quando è propositivo di un'"arte nuova", cioè di “opere
di un’arte nuova", di un nuovo modo di concepire l’operazione arte,
e si fa radicale, non può che negare l'opera d'arte stessa come operazione
retrograda (perché senza effetto progressivo) e come oggetto “separato”
dalla vita (come è sempre stato). La concezione di questa "nuova
arte" non è che l'equazione arte/vita, cioè la vita stessa come
opera d'arte, ossia l'estetizzazione della realtà (vissuta in modo nuovo)
piuttosto che produzione di oggetti artistici/opere d'arte.
Se dunque da un lato l'Avanguardismo non può opporsi al trash che esso
stesso produce, dall'altro si rifugia nella Utopia dell'arte/vita, al
di là dell'oggetto opera d'arte.
L'equivoco che, voluto o no, ancora perdura, sta nella ostinazione
a chiamare arte e opere d'arte (nell’arte come istituzione) oggetti
che sono il prodotto di una "nuova arte", operazione che invece
non si prefigge affatto di produrre opere d'arte (nel senso dell’arte
come qualità di artisticità), ma solo oggetti che estetizzano la vita.
Se si vuole inventare nuovi modi di espressione estetica in funzione
della estetizzazione della vita, non si vede la ragione di chiamarli
ancora arte, quando invece pretendono di essere radicalmente nuovi,
al di là dell'arte. In verità succede che nella maggior parte dei casi,
non ci si vuole affatto avventurare fuori dall'abbraccio materno e protettore
dell'arte storica e del suo prestigio, e per questo aspetto il procedimento
avanguardista è solo frutto della cultura dominante e di fatto oggettiva
conservazione (fino all’avvento del procedimento postmodernista) dell'assetto
estetico e artistico esistente.
E’ solo in questo procedimento postmodernista che si dichiara apertamente
(almeno negli scritti teorici, anche se non nella pratica) la non pertinenza
ormai del concetto di arte.
E' infatti un controsenso produrre oggetti estetici per estetizzare
la vita e comportamenti di vita estetizzata (arte=vita), e chiamarli
opere d'arte, quando si sa che un'opera d'arte è interpretazione della
vita (narrazione), e ha pertanto un suo rapporto costitutivo di "distanza"
dalla vita, di Altro dalla vita. E' un oggetto prodotto che ha un suo
valore per se stesso al di là della vita dell'autore e del suo comportamento.
Fare della vita un'"opera d'arte", non è fare un'opera d'arte.
La vita è un fatto estetico, non un fatto artistico.
Certamente è di tutt'altro avviso è l'Estetica della filosofia pragmatista
americana, e di Dewey in particolare, la cui enorme influenza sulla
cultura e l'arte americana è straripata in Europa nel dopoguerra. Spiega
Givone nella sua Storia dell'estetica: "...l'arte appare non come
qualcosa di diverso e di altro rispetto alla esperienza, ma come l'esperienza
stessa nel suo compiersi finalistico e nel suo concentrarsi su questo
compimento. E' una differenza di grado, secondo Dewey, quindi una differenza
soltanto quantitativa quella che distingue ciò che è arte da ciò che
arte non è. ‘Grado di compiutezza della vita nell'esperienza del fare
e del percepire", lo definisce Dewey.’40
L’esperienza artistica è dunque per il Pragmatismo solo l’esperienza
di qualcosa che mostra se stessa nel suo essere un processo creativo,
e questa è una esperienza integrale. Ma anche una opera non compiuta
(non riuscita nella sua forma compiuta immodificabile) mostra il suo
processo di formazione. Un quadro brutto di Van Gogh, cioè non compiuto,
non riuscito, mostra anch’esso il suo processo di formazione. Il fatto
è che il senso vero della artisticità sta nella compiutezza, e non nel
solo mostrare il proprio processo di formazione come esperienza integrale:
deve mostrare un processo di formazione che sia compiuto, riuscito.
Dunque in questo riuscito c’è qualcosa d’altro e in più che in una esperienza
integrale. E’ una differenza di sostanza, non di grado (v. in “TempoFermo”
n. 1, p. 45: “Il tempo fermo”).
E' chiaro che, all'interno di una tale Estetica, che non fa alcuna
distinzione fra l'estetico e l'artistico, ma anzi riduce l'operazione
artistica a soddisfazione estetica di un comportamento soggettivo vitale
"intensificato", si giustificano tutte le prassi (produzioni
di oggetti o comportamenti) che l'autore considera a sua discrezione
intensificazione della propria esperienza della vita. Ma tali oggetti
e prassi, anche se nulla vieta che possano a volte possedere qualità
di artisticità e essere quindi opere d'arte, sono invece in gran parte
solo oggetti estetizzati e oggetti estetici testimoniali, che testimoniano
l'esteticità (comportamento e vita esteticamente "intensificata")
dell'autore.
Sono gli oggetti del procedimento postmodernista, derivazione da quella
Estetica americana, e imposto all’Europa dopo la seconda guerra mondiale
dalla egemonia culturale americana. E a questo punto va fatta una digressione
per introdurre le categorie del Dilettante (in opposizione alla categoria
di Autore) e della “civiltà dei Dilettanti” (da “TF” n. 2 , nota 28):
“Il Dilettante è colui che produce un oggetto per il proprio diletto,
l'Autore é colui che produce un oggetto per la riuscita dell’oggetto.
Il Dilettante "usa" un linguaggio specifico (fare scarpe,
giocare al pallone, pitturare, cantare, cucinare ecc.) per il suo diletto,
per la sua gratificazione immediata, e pertanto in un modo qualsiasi,
purché diletti e finché diletta (“diverte”), senza un rapporto totale
e creativo con la Poiesis. L'Autore invece "viene usato",
è strumento della Poiesis, che impone a lui un solo modo fra i tanti,
che è quello che porta alla riuscita artistica dell'oggetto/opera.
Nell'agire del Dilettante, egli è il protagonista della operazione.
Nell'agire dell'Autore è protagonista la riuscita dell'opera, nel modo
che la Poiesis pretende.
E' un passaggio fondamentale: il soggetto avverte, sente quando la
produzione dell'opera non avviene più a sua discrezione (di Dilettante),
ma ora è l'opera stessa a pretendere di essere formata in un certo modo,
verso una certa forma, che si possa definire "riuscita". E’
allora che diventa Autore.
Ci si può divertire a fare un'opera, da Dilettanti, in un modo qualsiasi,
purché sia divertente e finché è divertente. La difficoltà può non divertirci
e indurci a smettere. Ma si può invece cominciare a produrre un opera
da Dilettanti, inseguendo una intuizione formale, magari all'inizio
confusa, e poi, proseguendo, avere intuizioni che evolvono fino a far
sentire, ad un certo punto, che da quel punto è l'opera a pretendere
di essere formata in una certa forma per essere "riuscita",
ha una sua teleologia. In questo caso nessuna difficoltà o altro induce
ormai il soggetto, da Dilettante diventato Autore, a smettere il fare,
perché il fare deve continuare comunque fino al risultato voluto dalla
Poiesis: la "riuscita" dell'opera.
Il passaggio dal Dilettante all'Autore è fondamentale come passaggio
dal mito all'arte. Prima c'è il mito: il primitivo "fanciullo",
come il Dilettante, "vive" il mito (estetizzazione della vita),
che poi invece l'Autore narrerà in quella narrazione speciale che è
l'opera d'arte. "Lo spirito primitivo non inventa i miti: li vive.
I miti sono, originariamente, rivelazioni dell'anima precosciente, involontarie
testimonianze di processi psichici inconsci"(C. G. Jung/K. Kerényi,
"Prolegomeni dello studio scientifico della mitologia", Boringhieri
1972, p.113) (vedi anche “Psicogenesi dell’arte” in “TF” n. 1, p. 45).
Come il Dilettante, il "fanciullo" ("primitivo"
o contemporaneo) "si diverte" a vivere il mito, e poi a testimoniarlo
in oggetti estetici testimoniali. Dunque il soggetto passa dal "fanciullesco"
dilettantismo (i bambini non fanno arte) in cui "usa" un linguaggio
specifico (vestire, mangiare, danzare, amare, parlare, fabbricare, decorare,
cucinare ecc.) nella situazione di diletto del singolo, alla "autorità",
in cui invece è la Poiesis che, "conducendolo per mano", pretende
dal soggetto di formare l'oggetto in una forma riuscita. La Poiesis,
entità che trascende il singolo, per questa sua trascendenza conferisce
al soggetto l'"autorità" di Autore.
Si capisce allora lo stupore del singolo (ieri come oggi) di fronte
all'opera d'arte. Lo stupore è anche dato dal sentire, in modo sorprendente,
la presenza della Poiesis dell'inconscio/Linguaggio come presenza altra
che lo trascende; dal percepirla (anche confusamente) come Altro (vedi
indietro nel capitolo Sociologia) che gli parla e lo parla ( Questo
vale per Dante: "...Allora dico che la mia lingua parlò quasi come
per se stessa mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore. Queste
parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle
per mio cominciamento;..." (Dante Alighieri, "Vita nuova",
Garzanti 1977, p. 29) come per Rimbaud : "E' falso dire : io penso.
Si dovrebbe dire : Mi si pensa...Io è un altro" (A. Rimbaud, "Lettera
a Izambard", 13 maggio 1871, in "Una stagione all'inferno",
Longanesi 1951, p.107). Vedi anche Novalis: "Uno scrittore è una
persona animata dal linguaggio". “Quando sono aperte tutte le valvole
della composizione, quando sembrano cedere tutti gli ostacoli formali
e la penna riesce a malapena a tenere il passo con l’impeto delle forme,
i poeti, i romanzieri, i musicisti dicono di lavorare “sotto dettatura”.
C’è una voce nella loro voce.” (G. Steiner, “Grammatiche della creazione”,
Garzanti 2003, p. 220)
Fra le cause del proliferare odierno dei Dilettanti non ci sono solo
benessere e consumismo e diritti ecc., ma anzitutto lo scarsissimo conto
in cui viene tenuta la disciplina in questione, l'arte in generale.
Infatti una disciplina ritenuta importante difficilmente viene praticata
in modo dilettantesco. Le arti erano considerate nei secoli passati
cosa molto importante per tutte le loro funzioni, e i Dilettanti erano
pressoché ignoti. C'erano artisti mediocri, che è tutt'altra cosa. Invece
oggi l'arte non è affatto una cosa importante, cioè da rispettare. Non
si sa bene che funzioni sociali assolva, né a cosa serva nella sostanza.
Per cui non si riconoscono alla pratica degli artisti effetti e funzioni
con "autorità" (proprio come pratica di un Autore e non di
un Dilettante) tale da inibirne l'uso dilettantesco (come per i medici,
avvocati, imprenditori, ingegneri, grafici, economisti, banchieri, ecc.
ecc.). Non c'è più un committente che sappia benissimo cosa l'arte gli
serva (anche magari ad asservire i sudditi) e per il quale allora essa
possa essere una cosa importante. Invece il committente è ormai il pubblico
stesso, che vagamente sa che l'arte gli serve solo come intrattenimento
(se non come lusso o terapia ecc.), per cui non è cosa da prendere troppo
sul serio. Essa pertanto può essere fatta da tutti, cioè dal pubblico
stesso committente di sé stesso, come Dilettante (procedimento postmodernista).
Il dipinto antico di una Madonna in una chiesa doveva essere riuscito
non solo per assolvere le sue funzioni prima e seconda, ma anche per
assolvere la terza, che è celebrazione e culto della Madonna, e quindi
tramite di comunicazione fra il pubblico e la Madonna. In altre parole,
l'autore doveva tendere alla riuscita del quadro anche perché se il
quadro era ritenuto "brutto" (non riuscito), la comunità stessa
poteva rifiutarlo. Quindi l'artista essere "punito". L'artista
dunque risponde, ha responsabilità rispetto al pubblico, alla comunità.
Ma questa responsabilità esiste solo quando l'oggetto serve alla comunità,
quando è giudicabile dalla comunità (ha un valore d'uso per la comunità).
Ma nella impossibilità (oggi) del riconoscimento di riuscita di un oggetto
da parte della comunità è implicita la sua inutilità per quella comunità.
Ora, il rapporto che il Dilettante stabilisce con l'oggetto è proprio
quello che prescinde dal giudizio della comunità, quindi dalla utilità
sociale (se non vaghissima) dell'oggetto. Il Dilettante, facendo l'oggetto,
usa, strumentalizza il linguaggio specifico a cui l'oggetto appartiene,
per la sua privata utilità, non per una utilità sociale (funzione genetica
terza), la quale invece pretenderebbe da lui di essere un Autore (professionista),
e di rispondere responsabilmente della riuscita dell'oggetto di fronte
alla comunità”.
A questo punto non si possono non riportare alcune osservazioni che
A. de Tocqueville pubblicò ancora nel 1840, nel suo celebre libro "La
democrazia in America" (Rizzoli 1994, p.463/465/466): "In
una classe industriale di questa specie (aristocratica) ogni artigiano
non soltanto deve fare la sua fortuna, ma anche conservare la considerazione
di cui gode. Non il suo interesse fa la regola e neanche quello del
compratore, ma quello del corpo, e l'interesse del corpo è quello per
il quale ogni artigiano produce dei capolavori. Nei secoli aristocratici
l'intento delle arti è dunque quello di fare il meglio possibile e non
il più rapidamente possibile né a miglior mercato.
Quando, invece, ogni professione è aperta a tutti e la massa vi entra
e ne esce continuamente, i suoi diversi membri divengono estranei, indifferenti
e quasi invisibili gli uni agli altri a causa della loro quantità. Il
legame sociale è distrutto e ogni lavoratore, ricondotto verso se stesso,
non cerca che di guadagnare più denaro possibile con minor spesa ed
è limitato soltanto dalla volontà del consumatore". "Ora,
non vi sono che due maniere per arrivare ad abbassare il prezzo di una
mercanzia. La prima è di trovare mezzi migliori, più veloci e più agevoli,
di produzione. La seconda è di fabbricare in grande quantità oggetti
quasi simili, ma di minore valore. Presso i popoli democratici tutte
le facoltà intellettuali del produttore sono dirette verso questi due
punti". "Perciò la democrazia non tende soltanto ad indirizzare
lo spirito umano verso le arti utili, ma spinge gli artigiani a fare
rapidamente molte cose imperfette ed il consumatore ad accontentarsene."
"Gli artigiani che vivono nei secoli democratici non cercano soltanto
di mettere alla portata di tutti i loro prodotti utili, ma si sforzano
anche di dare a tutti i loro prodotti qualità brillanti che essi non
hanno affatto; nella confusione di tutte le classi ognuno spera di poter
apparire ciò che non è e fa grandi sforzi per riuscirvi". "Nelle
aristocrazie si fanno pochi grandi quadri, nei paesi democratici una
quantità di piccole pitture. Nei primi si innalzano statue di bronzo,
nei secondi statue di gesso".
Dopo più di 150 anni, si può leggere a commento il testo pubblicato
sul giornale “Il Messaggero Veneto”, in data 18/10, 2003, dal titolo
“L’Arte, l’America e l’Europa”: “19 agosto 1944. I muri di Parigi occupata
dai tedeschi si coprono di manifesti della Resistenza che invitano alla
insurrezione. Dicono: “VIVA PARIGI INSORTA!…E’ in una Capitale già liberata
dal Popolo di Parigi che devono entrare i blindati americani….” Così
è stato. Ma poi gli Americani arrivano. E l’Europa entra nella Postmodernità.
Da allora tutti nel mondo vivono nella Postmodernità, cioè nella egemonia
culturale americana.
Parigi è stata per secoli la capitale della Modernità. Ora New York
è la capitale della Postmodernità.
Nell’arte, la Postmodernità si riassume nella proposizione: “è arte
ciò che gli uomini chiamano arte”. Ovvero: “è arte tutto ciò che alcuni
uomini, che hanno il potere di farlo e di imporlo, decidono di chiamare
arte”. Pertanto tutto può essere arte. Ma se tutto può essere arte,
l’arte può anche essere niente.
A questa deriva verso il niente, l’Europa (Parigi) ha opposto lungo
tutto il 900 una sotterranea estenuante resistenza. Per difendere cosa?
Per secoli, l’arte è stata una operazione che produce oggetti con la
qualità di artisticità, per cui si definiscono opere d’arte. Fino nella
tarda Modernità, agli europei è stato consentito di esprimere sulle
opere giudizi di valore legittimati dalle tradizioni, prima che queste
si dissolvessero completamente nella ricerca del “nuovo”. Infatti l’arte
dei grandi Modernisti del 900 (da Joyce a Picasso, da Eliot a Montale,
da Afro a Bacon, da Ravel a Schœnberg, ecc.) è tale in quanto conserva,
nonostante le innovazioni del linguaggio, la sua funzione antropologica
di produrre oggetti con la qualità di artisticità, rispondendo a un
bisogno costitutivo dell’uomo. In ciò consiste la proposizione di Baudelaire:
“La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà
dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”.
Sono invece gli Avanguardisti che, privando l’operazione arte di ogni
fondamento antropologico (cioè “l’eterno e l’immutabile” di Baudelaire),
e trasferendola nella logica sociologica del progresso all’inseguimento
delle fortune della scienza, ne stravolgono la funzione prima, che non
è più quella di produrre oggetti con la qualità di artisticità, ma diventa
quella di produrre solo strumenti con carica eversiva sempre rinnovata
per la rivoluzione estetico-sociale. Questi differentissimi oggetti,
estetici ed estetizzati a prescindere da ogni loro qualità, vengono
inseriti nel “sistema istituzionale dell’arte”, ottenendo la dignità
di opere dell’arte, sebbene Duchamp, padre geniale e indiscusso di questa
“catastrofe” della Modernità, affermi che i suoi readymade (oggetti
qualsiasi estetizzati dal loro essere esposti in una galleria) non sono
arte, ma volutamente anti-arte. E’ l’”istituzione arte” (le gallerie,
i musei, le case editrici, ecc., appunto gli “uomini che hanno il potere
di chiamare arte qualsiasi cosa”) ad appropriarsene, convertendo più
tardi, nell’estinguersi di ogni istanza rivoluzionaria, l’anti-arte
in “arte”: mistificando l’eversività del “nuovo” dell’anti-arte nel
“nuovo per il sempre uguale” del consumismo. E di questa operazione
è fin dall’inizio capitale New York.
Sono gli anni, intorno alla prima guerra mondiale, quando l’America
si affaccia sul mondo come potenza. Verso un’Europa che soffre il calvario
del tramonto dell’Umanesimo e della Modernità, della perdita della fiducia
nell’uomo su cui si sono fondati 500 anni della sua storia, l’America
ostenta la forza e l’ottimismo del Pragmatismo, filosofia che solo una
nazione giovane dalle infinite opportunità può permettersi il lusso
di proporre, di fronte al venir meno di ogni fondamento di verità nella
cultura madre europea. Una filosofia che di ogni cosa cerca di stabilire
anzitutto il suo valore “pratico” (la sua funzione), ma che rischia
di banalizzarsi nel relativismo radicale e ingenuo della proposizione:
“è vero ciò che ha successo” (che è l’opposto della proposizione del
senso comune della tradizione occidentale che dice: “ha successo (dovrebbe
avere successo) ciò che è vero”).
Ma da quando nel mondo occidentale ogni verità assoluta è venuta meno,
quella proposizione sembra ragionevole. Se una cosa funziona, cioè ha
successo, perché non poter dir che ha “la sua qualità”, che è “vera”?
Per esempio: se si produce una cosa la cui funzione è andare a 150 km.
all’ora (e la si chiama “automobile”), ed essa corre veramente a 150
km. all’ora, essa assolve quella funzione, cioè funziona, ha successo,
è “vera”, ha la qualità di “automobile”. Ed ecco allora si pensa di
poter anche dire: se si produce una cosa la cui funzione è esibire la
propria qualità di artisticità, ed essa la esibisce, essa assolve quella
funzione, cioè funziona, ha successo, è “vera”: è un’opera d’arte. Ma
attenzione: i 150 km all’ora (cioè il successo della prima cosa) sono
un valore condiviso da tutta la comunità, addirittura dimostrabili e
misurabili: hanno cioè un fondamento di verità. Invece la qualità di
artisticità di un’opera non ha alcun fondamento di verità, non è né
dimostrabile né misurabile.
Dunque, per poter dire che una cosa ha successo (funziona), bisogna
che ci sia comunque un criterio di riferimento, che quel successo sia
un valore “vero”, cioè condiviso dalla comunità. Nell’arte il valore
condiviso di questo successo (=il riconoscimento unanime della riuscita
artistica di un’opera) era possibile grazie alle tradizioni, ma esso
si è ormai perso nella dissoluzione di queste tradizioni, ed ecco perché
dell’arte si cerca oggi un fondamento antropologico, prima che il relativismo
radicale postmoderno, vanificando ogni possibilità di giudizio di valore,
la distrugga.
La proposizione: “è vero ciò che ha successo” presuppone dunque sempre,
per essere accettabile, il valore condiviso di questo successo. L’uomo
americano invece ha la propensione a illudersi di poter vivere la “libertà”
del relativismo radicale, senza prima legittimare secondo regole il
successo che persegue. E’ forse legittimo avere successo (per esempio:
diventare ricco) rubando? Se il successo fosse in ogni caso legittimo,
sarebbe certamente legittimo rubare per ottenerlo: il successo legittimerebbe
qualsiasi metodo per ottenerlo. Ma se c’è invece un criterio di riferimento
condiviso, per cui è proibito rubare, esso rende quel successo illegittimo,
“non vero”. Per cui la proposizione: ”è vero ciò che ha successo” (=è
arte ciò che alcuni uomini che hanno il potere di farlo decidono essere
arte) si dimostra solo la legge del più forte.
La propensione dell’americano a vivere senza regole, nella deregulation,
deriva dal privilegio di occupare un luogo dalle infinite opportunità,
quello “spazio per tutti” che l’America può, nonostante le immense contraddizioni,
offrire, per cui il successo è alla portata di tutti, lo stesso (economico)
per tutti, facilmente recuperabile se perduto, reinventabile se consumato.
Ciò sembra possibile perché l’America è tutta un “vuoto da riempire”,
tutta un “uguale fare e disfare”, senza storia, senza differenze di
qualità e di identità che, per sopravvivere, a quel “fare e disfare”
si contrappongano (a parte gli indiani, preventivamente distrutti).
Questo relativismo radicale è il lusso di un pensiero che l’Europa
sa di non potersi permettere. L’Europa non è un “vuoto da riempire”
di indifferenziate banalità, è il “luogo delle differenze di qualità”.
Non è la prateria del facile, ma l’orto del difficile. E’ la storia
di una disperazione franata in totalitarismi e ideologie aberranti,
in guerre fratricide, in sofferenze inenarrabili, che solo la dignità
e la grandezza della qualità possono ora riscattare. Non tutto è accettabile,
e solo la qualità può conferire ormai senso all’insensatezza esistenziale
dell’oggi. La qualità è la sola verità dell’uomo senza verità. Ma la
qualità è possibile solo a partire da regole condivise, da criteri di
riferimento, anche se faticosamente istituiti giorno dopo giorno.
Non altrimenti, giorno dopo giorno, vanno ricercati nuovi fondamenti
che possano ripristinare il giudizio sulla qualità delle opere, perché
la deriva dell’arte nell’anything goes (una cosa vale l’altra) è parte
della deriva di una intera cultura, che dal Pragmatismo passando per
il relativismo radicale porta all’autoritarismo. E’ ciò che l’Europa
non si può permettere, non solo per ovvia difesa di fronte alla superpotenza
americana, ma anzitutto perché la qualità è la filosofia della sua sopravvivenza.
E’ anzitutto per questo, anche se certo non solo per questo, che Parigi
(l’Europa), dopo quasi sessant’anni da quell’agosto del 1944, dice “no”
all’americana guerra all’Irak senza l’approvazione dell’ONU. Senza cioè
la legittimazione condivisa del “successo””.
Dalla “riuscita”
dell’opera alla “riuscita” dell’Autore
Nella Estetica di Dewey ci sono dunque le premesse per quell’estremo
evento rivoluzionario che è l’estetizzazione diffusa della società del
procedimento postmodernista, dove l’intensità della esperienza del soggetto
non è dovuta tanto alla qualità dell’oggetto, quanto alla predisposizione
del soggetto stesso ad avere una esperienza intensificata comunque,
a prescindere dalla qualità dell’oggetto. E’ allora il soggetto a essere
il motore dell’esperienza, non l’artisticità dell’opera.
Fare infatti dell’operazione arte un mero strumento del progresso,
o della rivoluzione estetico-sociale, o della estetizzazione diffusa
della società, vuol dire spostare l’attenzione dalla “riuscita” artistica
dell’opera (che è stata da sempre la protagonista della operazione,
nonostante e al di là di tutte le funzioni secondarie magiche, religiose,
celebrative, di narrazione, di critica, ecc., con cui viene usata dalla
società) alla “riuscita” dell’Autore, cioè della società stessa. La
riuscita della vita, nella identificazione arte=vita. La compiutezza
della vita (Dewey) e non la compiutezza dell’opera separata dalla vita.
Purtroppo non sembra che le attuali condizioni della esteticità diffusa
possano considerarsi un concretizzarsi positivo di qui presupposti teorici.
L’estetizzazione basata sulla produzione e consumo di massa di oggetti
estetici non incide sulla alienazione di “avere” piuttosto che “essere”.
Se allora da un lato non si è avverata l’identificazione arte=vita,
come nelle intenzioni delle avanguardie storiche, dall’altro si è invece
avverata in gran parte la distruzione dell’opera d’arte. E’ per questo
che oggi siamo costretti a cercare di capire finalmente che cosa l’opera
d’arte sia stata veramente per l’uomo in questi 40.000 anni.
Il procedimento avanguardista si fa risalire a Rimbaud, così come il
procedimento modernista a Baudelaire.
Nella teoria del poeta come "veggente" di Rimbaud, il poeta
visionario vede l'"ignoto" che gli altri non vedono. "Se
ciò che lui riporta da laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe,
egli dà informe".41
Questo vuol dire che il poeta/artista è strumento di quell'"ignoto",
che altro non è che il Linguaggio: egli è dunque agito, "parlato"
dal Linguaggio. "Si tratta di giungere all'ignoto attraverso lo
sconvolgimento di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna
essere forte, essere nato poeta, e io mi sono riconosciuto poeta. Non
è in nessun modo colpa mia. E' falso dire: Io penso. Si dovrebbe dire:
Mi si pensa. Scusate il gioco di parole. Io è un altro". 42
Ora, questa discesa agli inferi, questa scoperta/invenzione della identità
più profonda (nell'ignoto) di tutti i possibili Io, appartiene al presente:
è in funzione dell'opera, e Rimbaud fin qui appartiene al procedimento
modernista ("Le scoperte dell'ignoto reclamano nuove forme").43
Ma il pensiero di Rimbaud va oltre fino all'artista missionario: per
cui l'arte dovrebbe avere un ruolo sociale di emancipazione. L'irrazionalismo
"di tutti i sensi" sarebbe in verità programmato da una razionalità
che lo supera, per un nuovo ordine/linguaggio universale. Pertanto il
poeta, con le nuove forme, provocherebbe e anticiperebbe nuovi tempi,
nuove armonie sociali: “Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che
si desterebbe nell'anima universale, durante il suo tempo; darebbe più
che la formula del suo pensiero, che l'annotazione della sua marcia
verso il progresso!” “Enormità divenuta norma assorbita da tutti, egli
sarebbe davvero un moltiplicatore di progresso.... L'arte eterna avrebbe
la sua funzione, come i poeti sono cittadini. La poesia non ritmerà
più l'azione; sarà più avanti”.44
Cioè non sarà solo narrazione dell'azione, ma la produrrà.
A queste enunciazioni teoriche si rifanno gli avanguardisti. Ma Rimbaud
stesso fa in proposito un'autocritica, in Une saison en enfer, autoanalisi
di una sconfitta, nella totale sfiducia nella Chiesa e nella politica
e nella stessa scienza. Dopo aver scritto: "La scienza, la nuova
nobiltà! Il Progresso. Il mondo cammina! E perché non dovrebbe girare?"45 ammette: "...la scienza è troppo lenta".46
"Bisogna essere assolutamente moderni".47
Ritornare cioè alla dimensione del presente.
Baudelaire aveva già intuito queste aporie della Avanguardia, quando
ne condannava la teleologia hegeliana e il progresso dell'arte.
Ciò che, al di là delle intenzioni coscienti, è veramente in atto nel
procedimento avanguardista, è il processo di esautoramento dell'oggetto
da parte del soggetto (“l'essere in potere del soggetto”, “l’oblio dell’essere”,
propri del nichilismo).
Il protagonista dell'operazione arte non è più la riuscita artistica
dell’opera, ma il soggetto Autore. L'Autore non è più al servizio dell'opera,
ma viceversa l'opera è al servizio dell'autore (che è la società) e
della sua estetizzazione.49
L'identità dell'Autore non viene "reinventata", come nel
Modernismo, nel rapporto con l'altro da sé opera/Linguaggio, ma pretende
di sussistere per se stessa, in una prepotente autoaffermazione del
soggetto (l'autore come feticcio), che finisce per distruggere l'altro
da sé opera/Linguaggio.
Se il narcisismo dei modernisti poteva essere in parte giustificato
dalla disperata ricerca di identità, quello degli avanguardisti è sfacciato,
perché il soggetto autore vale ormai più della riuscita artistica dell’opera.50
L’“invidia” nei confronti degli scienziati, la cui disciplina progredisce,
e che sono ormai i veri protagonisti della storia, è sintomo della perdita
di identità di modernisti e avanguardisti. Ma qui questa identità vuole
essere prepotentemente recuperata a scapito dell’opera. Ciò avviene
con uno spostamento della funzione: la funzione prima della operazione
non è più quella di produrre opere e comportamenti che esibiscono la
propria qualità di artisticità, ma che esibiscono l’esteticità dell’Autore,
cioè della società.
Ma questa autoaffermazione di identità sarebbe ovviamente illusoria
(una semplice fuga da se stessi o un affascinante impulso all'autodistruzione),
se non fosse sostenuta in verità da un implicito sottinteso altro da
sè fortissimo: l’idea metafisica del progresso umanista. In questo rincorrere
l'Utopia, l'Avanguardismo si mantiene nella dimensione della metafisica
e contraddice il suo presunto e spesso dichiarato nichilismo. Tant'è
che nel Postmodernismo, dove l'autoaffermazione dell'autore sussiste,
ma la metafisica del progresso è negata, in un approccio veramente (quasi)
nichilistico alla realtà, il grande problema irrisolto rimane il problema
dell’identità del soggetto.
Autori estetizzanti,
sublimi e concettuali
Partecipano al processo della “perdita dell’oggetto” tre categorie
di protagonisti: gli autori estetizzanti, gli autori sublimi e gli autori
concettuali.
Alla prima appartengono autori e movimenti che esplicitamente si pongono
come fine il superamento dell'oggetto artistico per un' "arte come
fatto estetico integrale". Gli estetizzanti non sono solo produttori
di oggetti, ma anche di situazioni (es: Dada, situazionisti, alcuni
surrealisti). Per essi, la estetizzazione della società implica, se
rigorosa, più un comportamento soggettivo che una produzione di oggetti,
sia estetici che artistici. La rivoluzione estetica antiartistica vuole
l'onnipotenza del piacere estetico, nel coinvolgimento del pubblico,
delle masse, aprendo quel processo che condurrà a essere protagonisti
dell’operazione non più l’opera e nemmeno l’Autore, ma il pubblico stesso
nel procedimento postmodernista.
Alla seconda appartengono autori che, pur accettando ancora (provvisoriamente,
come tappa di quel processo di dissoluzione dell’opera d’arte nella
vita) l'inevitabile separatezza fra arte e vita, e quindi la produzione
di oggetti, considerano le opere all'interno della teleologia progressiva
dell'arte verso una condizione utopica, e arrivano così di fatto alla
condizione di fine dell’opera d'arte.
Questi Autori sublimi51 producono oggetti,
ma questi oggetti, che pretendono di essere opere d'arte, portano in
sè una contraddizione: essi sono destinati a "progredire"
fino a pretendere di essere "arte pura" (di contro alla impurità
narrativa costitutiva dell'arte), fino a realizzare (da parte dell'arte)
"la propria essenza". In definitiva: il “suicidio dell’artistico”.
Scrive A. Berardinelli52:
"Nel processo di avvicendamento delle élites, perché i vecchi gruppi
siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario per questi ultimi
cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli della morte e agenti
della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio vantaggio il brivido
o il panico che queste immagini seminavano intorno".
Condensare i termini Mythos e Poiesis fino allo spasimo di una impossibile
essenza è un eccesso e in questo eccesso è il "sublime" (secondo
Sedlmayr: l’”angelismo”).
Rimbaud: "...il disordine di tutti i sensi".
Malevic:" Nel Suprematismo non si può ormai parlare di pittura.
La pittura è stata superata da tempo, e il pittore è un pregiudizio
del passato". "Nei nostri studi non si dipingono più quadri,
si edificano le forme della vita".53
Mondrian: "(Il cubismo) non sviluppa l'astrazione fino al suo
obiettivo finale,
l'espressione della realtà pura.
El Lissitskj: "...Pertanto, gli spazi di esistenza puramente matematica
non sono rappresentabili e, tanto meno, realizzabili".
Blanchot: "La letteratura va verso se stessa, verso la propria
essenza che è la sparizione".54
Breton: "Surrealismo, n.M. Automatismo psichico puro col quale
ci si propone di esprimere............al di fuori di ogni preoccupazione
estetica o morale.55
Pollock: "Quando sono nella mia pittura, non mi rendo conto di
quello che faccio".
Warhol: "Io sono quello che sembro. Dietro non c'è niente".
Rappresentare l'irrapresentabile, narrare l'inenarrabile: questa è
l'utopia metafisica minimalista degli autori sublimi, che, intrapresa
la navigazione modernista di produzione dell'opera, approdano sulla
spiaggia avanguardista della distruzione dell'opera (in alcuni magari
proprio vissuta come la fine del mondo).56
Fra le ragioni che spingono questi autori in questo processo di morte
e presunta rigenerazione dell'arte in una nuova libertà, c'è l'irresistibile
bisogno di essere loro, e non l'opera, il vero protagonista della creazione
artistica. Rifacendosi al concetto di Sublime in Kant, scrive R. Milani57: "Il bello riguarda
la finalità dell'oggetto verso il soggetto conoscente, il sublime invece
la finalità del soggetto verso l'oggetto. Il secondo suscita commozione,
il primo stimola. Nel bello l'oggetto si "predispone" per
la conoscenza del soggetto: qui il piacere è congiunto alla rappresentazione
della qualità; nel sublime c'è un trasferimento della facoltà del soggetto
nell'oggetto: qui il piacere è congiunto alla quantità." Cioè,
mentre il bello (artistico) dipende dalle proprietà dell'oggetto, il
sublime non dipende da alcuna proprietà dell'oggetto: è il soggetto
che investe di un suo sentimento, la "sublimità", l'oggetto
(estetizzandolo). E Pareyson: "Il sublime non consiste tanto nel
percepire, come nella contemplazione pura della bellezza libera, una
predisposizione della natura verso la nostra conoscenza, quanto piuttosto
nell'attribuire alla natura un significato spirituale, nel percepire
la natura come figurazione della stessa nostra moralità".58
Si tratta dunque di quel processo di estetizzazione che vede lo spostamento
dell'interesse dall'oggetto al soggetto autore, soggetto che, estetizzando
l'oggetto anche indifferente (natura), fa di se stesso un'opera erigendosi
a demiurgo.
Il "Quadrato bianco su fondo bianco" non ha una qualità di
artisticità: è l'autore Malevic che gli conferisce una "sublimità"
con la sua (dell'autore) proclamata, eccessiva, esasperata e mistica
urgenza di una forma assoluta. Il fascino o gli stimoli che emanano
da questo oggetto non sono oggettivi, dovuti all'oggetto in sé, ma alla
proclamata poetica dell'autore. Non è il quadro che "vale",
è l'autore che "lo fa valere e si fa valere", come opera di
se stesso, all'interno di una precisa intenzionalità e contesto culturale.
Quel quadro, appunto, non è un oggetto artistico: essendovi distrutta
ogni narrazione, è un oggetto artigianale (vedi “TF” n.1, p.11).
Non altrimenti sono oggetti artigianali i quadri “estremi” di Mondrian,
proprio i quadri in cui, secondo E. Gilson59,
l’arte contemporanea realizzerebbe “finalmente” l’emancipazione della
pura forma come elemento pla |