Procedimento
avanguardista 1
Renato Calligaro
Premesse
Sociologia
Il nichilismo è l’assenza, nell’uomo, di trascendenza
Ma può l’arte competere con la Tecnica?
Avanguardia e scienza
Avanguardia e Pragmatismo
Dalla “riuscita” dell’opera alla “riuscita” dell’Autore
Autori estetizzanti, sublimi e concettuali
Duchamp
Allegoria
Benjamin
Premesse
1. Anzitutto la premessa d’obbligo: ci sono oggi due principali
modi di intendere la parola arte: l’arte come istituzione e l’arte come
qualità di artisticità delle opere.
L’arte come istituzione è un potere, un ambito, uno spazio dove
si producono infiniti oggetti (estetici e anche artistici), la cui funzione
prima è l’estetizzazione diffusa della società, ottenuta per mezzo del
consumo di massa, che è il veicolo privilegiato della comunicazione
della esteticità di ognuno agli altri. Il motto di questa istituzione
dice: “è arte ciò che gli uomini (che hanno il potere di farlo e di
imporlo) chiamano arte”. Per cui tutto può essere arte. Ma se tutto
può essere arte, l’arte non è niente. 2
L’arte come qualità di artisticità, che è quella di cui
qui ci si occupa è invece una precisa operazione che produce oggetti
artistici, cioè con qualità di artisticità immanente, strutturalmente
insita nell’oggetto, per cui viene chiamato opera d’arte. E’ una operazione
inventata dall’uomo circa 40.000 anni fa, presente in tutte le culture,
pertanto transtorica e transculturale.
2. Si intende comunemente per Avanguardia un movimento
creativo che si propone la sperimentazione di nuove forme espressive.
Ma questa definizione è troppo generica e indeterminata, per cui si
è potuto considerare parimenti avanguardisti autori “innovatori” ma
fra loro inconciliabili nelle loro premesse operative, come Picasso
e Duchamp, Schönberg e Cage, Joyce e Marinetti, ecc.3
Appunto tenendo conto di queste premesse, qui si distingue nettamente
fra procedimento modernista e procedimento avanguardista, come già nel
testo dal titolo “Procedimenti tradizionalista e modernista” pubblicato
nel numero 2 di TempoFermo.
Riportiamo parte di quel testo.
Si intende qui per “procedimento” il modo di produrre dell’Autore,
direttamente determinato dalla funzione prima
che egli, consciamente o inconsciamente, riconosce alla operazione tradizionalmente
definita “arte”: in altre parole dal suo atteggiamento come persona
nei confronti della operazione.
In verità, durante i circa 40.000 anni
di storia della operazione arte, dalle origini fino alla metà dell’800,
c’è stato un unico procedimento, quello che qui si definisce procedimento
tradizionalista, e che pertanto coincide con il sistema antropologico
dell’arte. Solo dalla seconda metà dell’800 si sono inventate procedure
differenti, come risposta a una crisi epocale della cultura occidentale,
come risposta a interrogativi radicali sul perché e sul come della operazione
arte.4
Sono nuovi il procedimento modernista,
il procedimento avanguardista, e, dal secondo dopoguerra, il
procedimento postmodernista.
I procedimenti sono dunque quattro:
1. Il procedimento tradizionalista
è quello dell’arte storica da circa 40.000 anni. La funzione prima
di questa operazione è quella di donare all’uomo una esperienza esistenziale
(che noi oggi chiamiamo della compiutezza, della riuscita artistica
dell’opera) che è il soddisfacimento di un suo bisogno fondamentale
(referente antropologico), e che è quindi costitutiva dell’homo sapiens sapiens.
Il procedimento tradizionalista opera pertanto all’interno del sistema antropologico dell’arte (e concide
di fatto con esso), dove il protagonista della operazione è la riuscita
artistica dell’opera. L’Autore è strumento di questa riuscita. Il nuovo è dato solo dalla orginalità dell’Autore, ed è quindi, anche se non voluto
o non cercato, ineluttabile nonostante le resistenze opposte dalle ideologie
storiche tradizionaliste dell’Autore.
2. Il procedimento modernista
appartiene anch’esso al sistema antropologico dell’arte, in quanto anche
qui la funzione prima
della operazione è la riuscita artistica dell’opera. Ma qui il nuovo è invece voluto e cercato, e investe, come innovazione
del Linguaggio, i differenti modi di formare.
Il “nuovo” è un valore, ma il valore primo, il protagonista della operazione
rimane comunque la riuscita artistica dell’opera.
3. Il procedimento avanguardista propriamente
detto trascina invece l’operazione arte del tutto fuori dalla “immutabilità”
e “eternità” del sistema antropologico dell’arte, dentro la dialettica
razionalista e sociologica del progresso. Infatti qui la funzione prima
dell’operazione non è più quella di procurare all’uomo l’esperienza
esistenziale della artisticità, ma quella di indurlo, come strumento
privilegiato per la sua emancipazione, alla rivoluzione estetico/sociale.
Il protagonista della operazione non è allora più la riuscita artistica
dell’opera, ma la riuscita estetica dell’Autore (della società).5 Nel suo progredire l’arte deve tendere a coincidere
con la vita (Autore/società), annullando ogni distanza originaria tra
arte e vita. Come mero strumento della rivoluzione, l’operazione arte
deve dunque progredire (e quindi in extremis negarsi, in quanto ogni progresso ha una fine, anche quello della
scienza), essere sempre all’”avanguardia” per quel fine (a prescindere
dalla qualità artistica dell’opera). Il nuovo diventa un valore per se stesso: il valore di
novità subentra al valore di artisticità.
4. L'identificazione, all'interno della
Postmodernità, che già per se stessa è difficile da definire, di un
procedimento postmodernista dell'arte è possibile, ma solo tenendo presenti le
approssimazioni inevitabili nella sistemazione di un fenomeno in corso.
Molto sinteticamente, si può dire che esso pretende di conciliare la
"dialettica del nuovo" con il consumismo di massa (il "nuovo
per il sempreuguale" del mercato). Mentre i procedimenti tradizionalista
e modernista
pretendono di produrre oggetti artistici (opere d'arte) e il procedimento avanguardista
pretende di abolire tali oggetti (in quanto irrimediabilmente oggetti
del mercato) in una estetizzazione della società, il procedimento postmodernista
recupera la produzione di oggetti, ma non si preoccupa che essi siano
artistici, in quanto lo stesso concetto di artisticità è ormai irrilevante.
Potrebbero anche essere artistici, ma ciò è ininfluente rispetto alla
produzione di oggetti che devono essere anzitutto oggetti estetici testimoniali della
esteticità degli autori, cioè di tutti, diffusi nella società proprio
attraverso il mercato, inteso ora come mezzo privilegiato della comunicazione
della esteticità di ognuno.
E più avanti (cap.2):
Procedimento modernista e procedimento avanguardista,
Modernismo e Avanguardismo, sono risposte differenti alla crisi della
Modernità umanista. Ma l'origine comune comporta a volte affinità che
rendono difficile definire esattamente se e quando un Autore sia modernista
o avanguardista6;
a volte invece comporta differenze così sostanziali, per cui si rimane
sbalorditi da come certi Autori possano essere stati accomunati in una
confusa e generica categoria di Avanguardia. Pertanto le differenze
saranno qui definite "in extremis", in modo da renderle più
comprensibili.
Il procedimento modernista
viene chiamato modernista, e non moderno, perché ripropone istanze della
Modernità, ma in un'ottica assolutamente problematica. Non va confusa
la Modernità, che é un concetto che definisce tutta una cultura, una
visione del mondo, con il procedimento
modernista di cui si parla, che è invece la più significativa
testimonianza e denuncia, nell'arte, della crisi, forse definitiva,
di quella Modernità.
Dunque, secondo questa distinzione, si intende per procedimento modernista
una operazione che nell’innovazione persegue la formazione dell’opera
per la sua riuscita artistica, e invece per procedimento avanguardista
un’operazione che al contrario nell’innovazione persegue l’estinguersi
della formazione dell’opera, in quanto la sua riuscita artistica non
è pertinente.
Si deve insistere sulla differenza (già dichiarata nei numeri precedenti
di “TF”) dei due procedimenti modernista e avanguardista, confusi comunemente,
specialmente in Italia, nel generico termine di Avanguardia.7
Mentre nel procedimento modernista il "nuovo" è il risultato
di una ricerca in profondità nel Linguaggio, nella dimensione temporale
del presente per la riuscita dell'opera, nel procedimento avanguardista
il "nuovo" è, nella dimensione temporale del futuro, un "nuovo"
per un futuro migliore della società a prescindere dalla riuscita dell'opera.
L'autore modernista, segnato da una identità debole8 in rapporto a un altro
da sé debole, quale è per lui, umanista in crisi, la realtà contemporanea
(fragile, inconsistente, instabile, mutevole, effimera, relativa), è
sostanzialmente impegnato a cercare e reinventare la propria identità,
nell'invenzione, giorno dopo giorno, di "nuovi" modi e stili
e innovazioni (nuovi altro da sé), ma non senza ”estrarre l’eterno dall’effimero”
secondo la proposizione di Baudelaire del 1860: ”La modernità è il transitorio,
il fuggitivo, il contingente, la metà dell’arte, di cui l’altra metà
è l’eterno e l’immutabile” (da “Il pittore della vita moderna”).9 Egli rimane dunque sempre
ancorato al fondamento della "eternità" antropologica dell'arte
(l’Altro). Il fine dell’Autore modernista non é quello di sperimentare
e inventare “nuovi” modi e stili come strumento della rivoluzione, ma
quello di portare per loro mezzo l’opera alla sua compiutezza artistica.
E’ solo nella compiutezza dell’opera che questo Autore può realizzare
“tutti i possibili Io”.
Il rapporto di fiducia in una realtà oggettiva (altro da sé forte)
che era stato reso manifesto nella forma più grata, amorevole e ammirevole
nell'arte storica del procedimento tradizionalista, si è incrinato;
la realtà non è più sicura, conoscibile e raccontabile: l'amorevole
gesto di carezza delle cose del mondo (narrazione delle cose del mondo),
proprio di tutte le arti, anche nella caricatura o nella satira, non
è, per molti Autori, più possibile.
La realtà non è più l’amica che era, nonostante tutte le avversità,
cioè anzitutto la Grande Madre che per farsi “accarezzare”, narrare,
ti conduce per mano essa stessa (in forma di Musa) alla compiutezza
dell’opera. L’uomo è solo. L’Autore è solo. Flaubert: “Mi sembra di
attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove”.10
Mallarmé: “La chair est triste, hélas, et j’ai lu tous
les livres”.11 Ma questa stanchezza
e nostalgia e noia, questo sentirsi "postumi" di una gloriosa
tradizione artistica che finisce, questo sentirsi alla fine di un grande
viaggio in un presente che non ha più possibilità di partenze nonostante
il "progresso", sono in definitiva il compendio delle impossibilità
di essere se stessi: della perdita di identità. E' il titolo di un quadro
di Gauguin: "Donde veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?12
E' appunto il tempo in cui Baudelaire e Rimbaud e altri inaugurano,
nell'arte, il loro viaggio alla ricerca di un altro da sé, dal cui incontro
si possa recuperare e reinventare l'identità, condizione assolutamente
necessaria per poter ancora creare opere d’arte. La loro singolarità
è nell’idea di poter trovare un nuovo altro da sé forte nella discesa
agli inferi dell’inconscio individuale e collettivo. Così essi inaugurano
il loro avventuroso viaggio verso l'ignoto. Rimbaud: ‘Si tratta di giungere
all'ignoto attraverso lo sconvolgimento di tutti i sensi’.13 E Proust: “Il lavoro
compiuto dal nostro orgoglio, dalla nostra passione, dal nostro spirito
imititativo, dalla nostra intelligenza astratta, dalle nostre abitudini,
quel lavoro l’arte lo distruggerà, ci ricondurrà indietro, ci farà tornare
agli abissi profondi dove quel che è esistito realmente giace ignoto”.14
I possibili approdi del viaggio devono essere assolutamente ignoti.
Se fossero già noti, lo sarebbero perché già progettati, e quindi sempre
all'interno della prigione della ragione, "nel cerchio di luce
della razionalità" e della progettualità. Solo l'ignoto può ormai
presentarsi come vero altro da sè, l'Altro, al di là, al di sotto del
relativismo culturale della conoscenza concettuale.
Se la scienza dimostra che il mondo del senso comune, del vissuto,
è una “bugia” dei nostri sensi normali, si tratterà allora, per gli
artisti, di narrare non più, o non solo, la realtà sensibile del senso
comune, ma la scoperta/discesa nell’inconscio collettivo, universale,
che è un altro da sé ancora più vero della conoscenza concettuale della
scienza.15
“Per narrare, al di là della esperienza sensibile del senso comune
conscio, l’esperienza sensibile della “sregolatezza di tutti i sensi”,
sono necessarie nuove idee e nuove tecniche. Sono necessarie per narrare
l’esperienze dell’inconscio, eccitate o oniriche o drogate, comunque
più prossime ai profondi archetipi formali della psiche. Le “figure”
(pittoriche, musicali, letterarie ecc.) vengono “deformate” nella “sregolatezza
di tutti i sensi”. Queste nuove figure, questo “nuovo”, è la narrazione
della reinvenzione della identità (“T.F” n. 2, p. 95).16
“Il Linguaggio si presenta come il “mondo oscuro”, l’“Ombra”,17l’unico altro da sé
potenzialmente forte, l’unico Altro con cui stabilire una distanza che
instauri l’identità.
Per cui, inventare il Linguaggio, nuove figure del Linguaggio, è inventare,
giorno dopo giorno, la propria identità, il proprio Io.
Per cui l’invenzione del “nuovo” nel Linguaggio è l’iniziazione a tutti
gli Io possibili.
Per cui il “nuovo” diventa valore, come necessario urgente conferimento
di identità all’Autore e all’interlocutore dell’opera, ma accanto sempre
al valore di artisticità, in quanto solo la riuscita dell’opera è garanzia
di autenticità.
Nel procedimento avanguardista invece l’identità non si propone nel
rapporto con un Altro che è “eternità” antropologica (Baudelaire), cioè
natura, memoria, inconscio, mito, “divinità”, Grande Madre, ma che è
invece azione, società, storia, razionalità, progresso (cioé solo “una
metà dell’arte” di Baudelaire: solo il transitorio, il fuggevole, il
contingente).
E in questa dimensione dell’Utopia, del progresso all’insegna del pensiero
razionale, del’arte come produzione di oggetti artistici che hanno un
valore di artisticità per se stessi deve essere superata.18
La produzione di oggetti artistici deve essere distrutta
in quanto sfera separata dalla vita, mentre l’opera d’arte deve essere
la vita.
Ma l'arte è costitutivamente, antropologicamente, Altro dalla vita,
e all'uomo serve appunto perché è Altro dalla vita: la negazione dell'arte
come separatezza dalla vita, nella utopia avanguardista, si risolve
nella esteticità e nella negazione dell’artisticità (dell'arte tout
court). Cioè, nella dimensione burocratica dell’esistente, nell’arte
come istituzione.
Nella concezione sociologica avanguardista l’arte è solo un “modo”
della vita, ed essendo la vita sociale in progresso, essa non può non
essere in progresso. Ma il progresso inserito a forza nell'arte, che
non ha costitutivamente progresso, la fa "scoppiare" in prassi
estetica. Indurre nell’arte un progresso è indurla a progredire verso
una impossibile perfezione e purezza in un processo di autonegazione
e superamento di sé. Indotta a autonegarsi dalla “razionalità come Progetto”
(nell’avanguardismo), l’artisticità è rimpiazzata con l’esteticità dalla
“razionalità come Tecnica” (nel Postmodernismo).
L'oggetto artistico, negato perché irrimediabilmente merce del mercato
capitalistico, "scoppia": si dissolve in prassi estetica nel
procedimento avanguardista radicale, e si ricompone in oggetto estetico
testimoniale (non artistico) nel procedimento postmodernista.
Per meglio capire le differenze fra i due procedimenti vanno annotate
le seguenti considerazioni di Nietzsche nella “Gaia scienza” del 188220: “Che cos’è romanticismo?
Ogni arte, ogni filosofia possono essere considerate come un mezzo di
cura e d’aiuto al servizio della vita che cresce e che lotta: esse presuppongono
sempre sofferenze e sofferenti. Ma vi sono due specie di sofferenti:
quelli che soffrono della sovrabbondanza della vita, i quali, dunque,
vogliono un’arte dionisiaca e quindi una visione e una conoscenza tragica
della vita, e quelli che soffrono dell’impoverimento della vita, i quali
cercano riposo, quiete, placido mare, liberazione da se stessi attraverso
l’arte e la conoscenza, oppure invece l’ebbrezza, lo spasimo, lo stordimento,
la follia” (p. 246)
“Colui che è più ricco di pienezza vitale, il dio e l’uomo dionisiaco,
non solo può concedersi lo spettacolo dell’orrore e della precarietà,
ma perfino l’azione terribile e ogni lusso di distruzione, di dissolvimento,
d’annientamento; malvagità, assurdità, deformità gli appaiono in un
certo senso permesse in conseguenza di uno straripamento di forze generatrici
e fecondanti che possono fare di ogni deserto ancora una contrada fertile
ed ubertosa.” (p. 248)
“Relativamente a tutti i valori estetici, mi servo ora di questa distinzione
fondamentale; in ogni singolo caso domando: è qui divenuta creatrice
la bramosia o la sovrabbondanza?. A tutta prima potrebbe sembrare più
raccomandabile un’altra distinzione- che è di gran lunga più evidente-
sembrerebbe cioè più opportuno considerare attentamente se la causa
della creazione sia il desiderio di fissare in forme immutabili, d’eternizzare,
d’essere, oppure invece il desiderio di distruzione, di mutamento, d’innovazione,
d’avvenire, di divenire. Ma, guardate più a fondo, entrambe queste specie
del desiderio si mostrano ancora ambigue e in verità interpretabili
proprio secondo lo schema proposto prima, e a mio parere preferito con
ragione. Il desiderio di distruzione, di mutamento, di divenire può
essere l’espressione della forza sovrabbondante, gravida d’avvenire
(il mio terminus per tutto questo è, come è noto, la parola “dionisiaco”),
ma può anche essere l’odio della creatura mal riuscita, indigente, fallita,
che distrugge, deve distruggere, perché quel che sussiste, anzi ogni
sussistere, ogni essere stesso rimescola il suo sdegno, e aizza la sua
ferocia; per comprendere questo modo di sentire si osservino da vicino
i nostri anarchici. La volontà di eternizzare esige parimenti una doppia
interpretazione. Può scaturire da gratitudine e amore: un’arte che abbia
questa origine sarà sempre un’arte di apoteosi, ditirambica, forse,
con Rubens; beatamente beffarda, con Hafis; piena di chiarità e d’indulgenza,
con Goethe; un’arte che diffonde una omerico chiarore di luce e di gloria
su tutte le cose (in questo caso di arte apollinea). Ma può anche essere
quella volontà tirannica di un uomo straziato dal dolore, in lotta,
martoriato, che vorrebbe imprimere in quel che è più legato alla sua
persona, alla sua singolarità, in quel che è più intimo in lui, nella
caratteristica idiosincrasia del suo dolore, il sigillo di una legge
vincolante e di una forza coattiva, e che prende, per così dire, vendetta
di tutte le cose, incidendo, incastrando a viva forza, marchiando a
fuoco in esse la sua immagine, l’immagine della sua tortura. [.....]
Io lo chiamo, quel pessimismo dell’avvenire - poiché è per arrivare,
io lo vedo che sta arrivando! - il pessimismo dionisiaco)”(p. 248).
Ciò che Nietzsche vede arrivare è l’Avanguardia.
E ancora, sulla differenza fra i due procedimenti, scrive Berardinelli:
“La stessa avanguardia storica, in quanto autoorganizzazione difensiva
e autopromozione militante e di gruppo dei suoi membri, portava nella
condizione moderna un dato nuovo. In molti casi la letteratura moderna
era stata un’impresa solitaria e perciò tremendamente rischiosa. Novalis,
Coleridge, Leopardi, Poe, Baudelaire, Mallarmé, Kierkegaard, Nietzsche,
Rimbaud, Hopkins, la Dickinson sperimentavano in soitudine e sfidavano
la sconfitta. Non essere compresi sembrava un destino, come avvenne
a Hoelderlin. O era un punto d’onore, come dice esplicitamente Baudelaire.
Dove il pubblico non capisce e dove i critici e gli studiosi restano
sconcertati o scandalizzati, lì, si pensò, avviene qualcosa di reale,
di nuovo, di autentico, di rivelatore. Questo tuttavia comporta per
il singolo autore rischi enormi, intollerabili. Agire in gruppo all’ombra
di un programma sembrò nel ‘900 una misura di comprensibile prudenza.
Tendenze e gruppi partiti politici.
Ma anche nel Novecento, già in presenza di avanguardie strutturate
e aggressive, le imprese solitarie non sono poche. Quasi tutti i classici
della modernità novecentesca non hanno niente a che fare con le avanguardie.
Lo spirito di gruppo è assente in autori sommamente sperimentali come
Proust, Pirandello, Svevo, Kafka, Joyce, Veléry. Anche scrittori come
Benn. Trakl, Machado, Musil, Saba, Sbarbaro, Rebora agirono in solitudine.
Pound voleva essere un caposcuola. Eliot molto meno (divenne un pontefice
massimo). César Vallejo e William Carlos Williams, Wallace Stevens e
Kafavis vissero appartati. I loro esperimenti non avvenivano al riparo
di una teoria, di un manifesto, di un gruppo. Dunque: nessuna gararanzia
preliminare, nessuna ideologia che giustificasse a rigor di logica che
il loro modo di scrivere fosse storicamente più avanzato più legittimo
di qualsiasi altro.”21
E sull’Avanguardia Sedlmayr scrive: “L’intenzione dell’antiarte, che
apparve intorno al 1910, era la negazione radicale dell’arte e l’annullamento
del concetto di arte. Nei manifesti del movimento che si chiamava Dada,
questa intenzione è espressa in modo inequivocabile e non si dimostra
meno chiara nelle azioni. Il Dadaismo, che non venne fondato per la
prima volta a Zurigo nel 1917 ma già intorno al 1910 nella Parigi di
Marcel Duchamp e Picabia, era la intenzionale intrapresa di un’antiarte
che non risparmiò nemmeno il Cubismo, allora modernissimo. Pare, come
riferise Mme Buffet-Picabia, che dal 1910 ci sia stata una straordinaria
gara tra Duchamp e Picabia di proposte distruttive e paradossali, come
addirittura “Assalti della demoralizzazione dello spirito e dell’umorismo”,
e il “Disfacimento del concetto di arte”. Picabia appare come “anti-artiste
par excellence”. Nel 1914 Duchamp e Picabia si recarono in America,
dove incontrarono il fotografo Stieglitz, di cui dissero: “Stieglitz
ha lasciato dietro di sé l’arte, questa idiota parola che ha dominato
tutto per secoli”. La stessa aggressione si mostra nel gruppo di Zurigo
del Café Voltaire, con Huelsenbeck, Tristan Tzara ed altri. Il gruppo
Dada tedesco pubblica nel 1919 con Max Ernst una serie di litografie
con il sottotitolo “Pereat ars- l’arte al diavolo”. Per Van Doesburg,
che dal 1920 prese parte al movimento Dada, si trattava di una oggettiva
istituzione dell’antiarte”.
“Dopo la fioritura negli anni Dieci e Venti, l’antiarte è ricomparsa
nuovamente al tempo degli anni Trenta ed anche Quaranta ma ha evitato,
dove si mostrava timidamente, di attribuirsi la denominazione omonima
di “antiarte”. Solo dopo le rivolte dei tardi anni Sessanta riappare
senza maschera, soppianta nelle grandi esposizioni l’arte “astratta”
che le aveva preparato perfettamente la via, e si chiama apertamente
e senza pudore “antiarte”. Del resto, dalle sue prime uscite negli anni
Cinquanta è molto calata. Allora la sua motivazione era il far sensazione,
la sua collocazione sociale il ”quinto stato” (Dempf), la sua collocazione
metafisica, l’anarchia. Oggi [1980] la sua motivazione è la pubblicità
di se stessa, la sua collocazione sociale il mercato d’arte capitalistico,
e quella metafisica “l’esibizione”. Il paradiso del surrealista era
la bottega del rigattiere (foire de brocage), quello dell’artista pop,
il supermercato.”
“Negli anni Sessanta l’antiarte venne trasformata in “arte”, divenne
godibile ed ebbe un “valore” sul mercato artistico grazie a due grandi
forze della propaganda, il mercato capitalistico d’arte e la stampa,
grazie ad una forza minore, la “novità” (e cioè l’avidità di comprendere
il nuovo). Nel Neo-dada lo scandalizzare incondizionatamente è diventato
un adattamento incondizionato. ‘L’anti è diventato un cuscino su cui
si appoggiano comodamente il piccolo-borghese e il collezionista’. ‘Questo
Neo-dada” scriveva nel 1962 Marcel Duchamp “che ora viene chiamato neo-realismo,
pop art, assemblage, ecc., è un divertimento a buon mercato e vive di
ciò che Dada fece. Quando io scoprii il ready-made, pensai di scoraggiare
la confusione estetica. Nel Neo-dada usano i ready-made per scoprirvi
“valore estetico”! Io scagliai loro lo scolabottiglie e l’orinale per
provocarli, ed ora essi lo ammirano come esteticamente bello’ ”22
Non meno puntuali, e da leggere nella loro sintesi con grande attenzione,
le considerazioni di Eduard Beaucamp sul passaggio dal procedimento
modernista al procedimento avanguardista nelle arti visive: “C’era una
volta l’estetica con le sue idee, obiettivi e programmi. Le mettevano
le ali. Motore principale di un Moderno ancora vitale erano il dissenso
militante da tutte le norme artistiche e la dichiarazione di guerra
all’insulsa realtà. Tutto quanto era stato veniva ricusato, tutto doveva
essere rifatto da zero, e meglio. Ben presto l’aggressione si è svolta
verso l’arte stessa, come se fosse un male di fondo che intralciava
una vita più bella e più libera, una coscienza più corretta, una società
migliore. La campagna contro l’arte, divenuta ben presto una vera anti-arte,
si gonfiò fino a diventare un movimento centrale, e il giubilo per la
sconfitta della realtà risuonò per il secolo intero. Negli ultimi anni
le mostre, almeno quelle dei rivoluzionari russi e italiani, ci hanno
fatto di nuovo vedere quanto fulmineamente questi futuristi hanno provocato
l’agognata “fine dell’arte” attraverso la sua elementarizzazione, riduzione,
negazione e risoluzione o la sua decomposizione in “pratica sociale”.
Rodcenko è per così dire l’esempio tipico. In un battibaleno il russo
inventa l’alfabeto astratto e la sintassi di una nuova arte, riduce
l’immagine alla dialettica di chiaro e scuro, movimento e forma, corpo
e spazio e agli elementi puri di linea, forma e colore, alla pura materialità
e struttura della pittura: punto finale”. A quell’epoca anche nel magazzino
di Duchamp e dei dadaisti si era già detto tutto sul tema dell’”anti-arte”,
l’arte come tale era già stata portata ad absurdum. Dopo il 1945 fra
le giovani avanguardie artistiche europee e americane non c’era quasi
più nulla che i loro padri, in particolare i russi, non avessero già
pensato, sviluppato e portato a termine con maggiore chiarezza. Nonostante
ciò i loro eredi non cessavano di proclamare l’infausta fine dell’arte,
ma intanto temporeggiavano, ci giocavano, la celebravano in formati
giganti, in azioni spettacolari e con plateali gesti di ripulsa. Oggi,
senza ombra di compiacimento maligno e reazionario, si può parlare tranquillamente
di balordaggini storiche. Stiamo qui perplessi, a mani vuote: un intero
secolo si è logorato lavorando alla storia e alla tradizione dell’arte,
si è estenuato in questo sforzo enorme e ora, con una produzione artistica
senza precedenti e un mercato dell’arte espansivo che gira a vuoto,
sta lì senza futuro, senza idee né obiettivi. Il nuovo secolo potrebbe
allora impegnarsi nel progetto di una anti-antiarte e forse trovarvi
una scappatoia dalle tante trappole e strade senza uscita. Come potrebbero
essere i nuovi spazi e le nuove licenze? Se ci si attenesse alla infantile
imitazione dei modelli delle avanguardie del XX secolo che traevano
la loro forza dall’opposizione all’Ottocento, si dovrebbe fare il contrario
di tutto quello che il Moderno ha dettato e che ha portato l’arte quasi
al punto zero. In questo senso sarebbe auspicabile una riabilitazione
di tutto ciò che è regionale, narrativo, mimetico, illustrativo, decorativo
e psicologico, tutto ciò che è impuro e non autonomo. Se si ha bisogno
di nuovi modelli si dovrebbero dimenticare tutti gli ortodossi legislatori
moderni e guardare agli outsider, ai diversi, ai non allineati, a coloro
che si sono realizzati lungo percorsi propri e hanno elaborato la propria
biografia attraverso l’arte. Ancora oggi il primo esempio che incarna
tutto questo continua a essere, paradossalmente, l’iniziatore del Moderno:
Picasso, che senza scrupoli ha vissuto la propria esistenza attraverso
l’arte, nel disprezzo di qualsiasi dogma. Ma forse gli artisti non hanno
più la voglia o la forza per la negazione, che logora. Forse gli incessanti
giochi finali si placheranno in silenzio nell’arco di una notte. Forse
in mezzo al chiassoso e lucrativo lunapark delle arti-surrogato nessuno
ha finora notato che la vecchissima, inutilmente bella, ribelle e critica,
amata e odiata, comunque assurda Musa nel frattempo si è addormentata.”
23
Sociologia
Il termine “avanguardia” indica un andare “più avanti” di qualcosa
che rimane indietro. In ciò sono impliciti il movimento dell’andare
avanti, e il concetto di massa, il qualcosa rispetto alla quale si va
più avanti. L’avanguardia è possibile storicamente solo in una società
di massa, perché la società di massa è il prodotto del capitalismo e
della tecnocrazia, che sono a loro volta il prodotto dell’idea di progresso
(dell’andare avanti).
L’avanguardia artistica, il procedimento avanguardista, è dunque l’intrusione
nell’arte, che costitutivamente non ha progresso, della ideologia del
progresso del pensiero razionale occidentale (v. “TempoFermo” n.1, p.28).
Questa intrusione ha costretto l’operazione arte (arte come qualità
di artisticità) in un processo di progresso che non le è proprio, e
che ne ha prodotto lo snaturamento in una operazione di produzione di
eventi e oggetti che artistici non sono, ma che sono stati istituzionalizzati
nell’arte come istituzione.
L’arte come istituzione è risultato di una concezione storicistica
e sociologica della realtà, egemone durante il secolo XX. Per la sociologia:
“Anche quando un "oggetto" nella sostanza è sempre lo stesso
(come la natura, il mangiare, l'amare, il pensare), se muta la società
in cui opera, muta il suo rapporto con questa società. Così l'artisticità,
che nella sostanza è sempre la stessa, perché è prodotta anzitutto per
lo stesso bisogno fondamentale antropologico, è sempre stata usata nella
società in rapporti mutevoli, a livelli differenti e secondo differenti
funzioni (funzioni terze sociali). Ma questo non giustifica la negazione,
da parte della sociologia, della funzione principale (la funzione genetica
prima antropologica), negazione che porta all’errore di considerare
l’arte costitutivamente in progresso. Ciò deriva dal fatto che la sociologia
(e quasi tutta la filosofia24 si preoccupa esclusivamente
dei rapporti e degli effetti dell’arte sulla società che muta, del momento
della fruizione da parte della società, e non anche del momento della
produzione da parte dell'umanità (che non muta) e quindi dell'Autore.”
(“TempoFermo” n. 1, p. 28)
La storia dell’arte (che non è certo scritta dagli autori, ma da storici,
filosofi, critici ecc.) afferma, dal punto di vista del fruitore, che
il riconoscimento che il valore principale di un’opera d’arte stia nella
sua qualità di artisticità (forma) è una conquista della Modernità,
mentre nel passato il valore principale dell’opera era sempre stato
riconosciuto nei contenuti (significato). Ciò non è vero: per gli autori,
e per le persone a loro vicine per sensibilità, insomma per tutti coloro
che le opere le hanno insieme prodotte, il valore primo di un’opera
è sempre stato quello della riuscita artistica, dove la forma si impone
sul significato (vedi in “TempoFermo” n.1. p. 45). Se così non fosse,
non sarebbero mai state prodotte nel passato opere che mostrano a noi
oggi con la massima evidenza le caratteristiche che ce le fanno definire
“artistiche”. D’altra parte ancora oggi la stragrande maggioranza dei
fruitori dà immensamente più valore al significato che alla forma, e
non sa che nell’opera d’arte si entra dalla porta principale della forma,
e solo dopo si scende nei sottosuoli dei significati.
Il giudizio di valore sulle opere è derivato nella storia dal riconoscimento
della qualità di artisticità da parte di quei pochi che l’hanno prodotta
insieme. Essi hanno determinato tradizioni di gusto, all’interno delle
quali si sono adeguati gli apprezzamenti estetici dei molti. Queste
tradizioni di gusto hanno prodotto giudizi funzionali. Non si tratta
certamente di giudizi assoluti, molto improbabili nell’ambito dell’arte,
ma di giudizi funzionali, cioè funzionanti all'interno di una tradizione
(anche se, al di là delle differenti tradizioni culturali storiche,
esiste per l'arte una unica tradizione di fondo, sempre la stessa, che
è il sistema antropologico dell'arte).
Con l’avvento del progresso moderno, queste tradizioni storiche hanno
accelerato i loro cicli di rinnovamento fino ad annullarsi in quella
che è stata chiamata paradossalmente la "tradizione del nuovo".
Già nel Rinascimento il "nuovo" aveva acquisito un certo valore,
assente nelle altre tradizioni storiche. Nell'accelerazione dei tempi
successivi, le tradizioni hanno perduto sempre di più la loro prerogativa
di essere fondamento "di fatto" dei giudizi “di valore”, e
questi si sono relativizzati, finché, nella "dialettica del nuovo"
delle Avanguardie, il valore del "nuovo" ha sostituito ogni
altro valore, anche quello di artisticità. Per cui l'opera tende a valere
di più per la sua novità che per la sua artisticità, che ora diventa
sempre meno riconoscibile e si perde, non più legittimata da tradizioni
stabili. Ma ciò non ha niente a che fare con un progresso dell’arte
tout court. Ha solo a che fare con il procedimento avanguardista.
Già dal secolo XIX° l'arte è stata violentata dall'idea di progresso.25 Il corpo sociale storico
che muta (i rapporti economici di produzione) è considerato dalla sociologia
più concreto e reale del corpo psicofisico del singolo. Per cui anche
l'arte, pur strettamente legata al corpo psicofisico del singolo, è
considerata non un prodotto di questo, ma solo del corpo sociale. E
poiché il corpo sociale è in progresso, nella gabbia della sociologia
anche l'arte è in progresso. E così l’arte come qualità di artisticità,
che non muta, si riduce lentamente a arte come istituzione, che muta
e può progredire.
Solo una grande presunzione del pensiero razionale può pensare di introdurre
la categoria di progresso (di redenzione, di salvezza) nell’arte, un
territorio dell’anima riuscito a rimanere immune per secoli da ogni
escatologia delle religioni patriarcali monoteistiche e dal tempo come
“Storia”.26 Una presunzione del
razionalismo moderno 27, che non si è invece
veramente mai chiesto perché l’uomo antichissimo abbia inventato l’operazione
arte. Ci si sarebbe accorti che essa nasce proprio dalla umanissima
e cosciente accettazione, da parte dell’homo sapiens sapiens, della
“tragicità della vita senza progresso” e della propria costitutiva contraddizione
(vita/morte; tempo/eternità; da qui la definizione dell’opera d’arte
come “tempo fermo” (vedi “TF” n.1, p. 45).
L’escatologia (dal greco eschata, cose ultime) è l’idea che il mondo,
o per lo meno la vita dell’uomo, possa avere un senso, un fine, un destino
di salvezza. Ci sono già in embrione in questo “movimento” verso un
destino i concetti di avanguardia e retroguardia.
Le radici di questa escatologia stanno nella concezione giudaico-cristiana
del tempo come processo verso la salvezza. In questa concezione escatologica
si innesta poi la razionalità dell’uomo umanista che pretende di gestire
in proprio questo tempo come processo di salvezza, su questa terra.
Egli fa così di questo tempo la Storia, che è un tempo lineare e cumulativo,
che ha un senso e una direzione verso una meta (e non è più un tempo
insensato come in altre culture).
“Responsabile della condizione umana in una dimensione del tutto nuova,
l'umanista pensa di progettare con razionalità il proprio futuro: in
questo è l'inventore della Filosofia della Storia, dell'Idea di Progresso
e quindi della Modernità. Essere moderno vuol dire, in questa precisa
accezione, vivere e produrre, e quindi sviluppare ogni tipo di conoscenza,
per il miglioramento progressivo illimitato della propria condizione
esistenziale. E anche l'arte deve collaborare a migliorare quest'uomo
in progresso, quest’uomo perfettibile (vedi “TF” n. 2, p. 86).
Secondo Jung l'Idea di progresso, come distacco dalla tradizione, ha
indotto allo "sradicamento" della coscienza dalle istanze
più profonde della psiche, a una "perdita del mondo" delle
origini, di quel mondo inconscio, atavico e immaginifico che è la garanzia
costitutiva antropologica della "umanità" dell'uomo. Si produce
così una prevaricazione da parte della coscienza razionale, per cui
la spiegazione ultima delle cose viene ormai cercata solo nella fisicità
del mondo esterno (metafisica della materia) attraverso la razionalità
scientifica e il dominio tecnologico.
Questa coscienza razionale si trova allora disancorata, sradicata da
quel mondo inconscio e costretta in una conoscenza razionale che diventa
la sua prigione. In tal modo l'uomo moderno "entra senza accorgersene
in un mondo di concetti, in cui i prodotti della sua attività cosciente
sostituiscono progressivamente la vera realtà" (da “TempoFermo”
n.2, p. 91-92)28
Questo progressivo essere "sradicato dal seno materno universale
della primitiva incoscienza" comporta nell'uomo moderno l'indebolimento
della propria identità. Questo “seno materno universale” costituisce
un altro da sé transtorico e transculturale fortissimo nel conferire
l’identità; ma ora esso perde forza, si frantuma in una dimensione solo
storica e così si relativizza: l'identità dell'uomo (che dall'altro
da sé in gran parte dipende) si fa debole e incerta. Nell’assenza di
ogni stabile valore l’uomo approda al nichilismo.
Il nichilismo è
l’assenza, nell’uomo, di trascendenza
“Ad un certo punto della evoluzione l’Ominide inventa la trascendenza.
Il termine non ha qui alcuna connotazione sacra o metafisica. E’ trascendente
quel pensiero che nella sua capacità di astrazione, riesce a concepire
una entità astratta che supera (trascende) i singoli, diventando un
loro denominatore comune. Questa entità che i singoli pensano in comune,
e che in certe occasioni i singoli possono sentire tanto importante
se non più importante di se stessi, questa trascendenza che vive e si
inventa nell’individuo è, nel suo primissimo significato, la “divinità”.
La “divinità” (ben precedente l’istituzione ideologizzata delle religioni)
consiste in questa invenzione del pensiero dei singoli, che li accomuna
in un comune pensiero, trascendendo i loro egoismi. Essi sono ora parte
di una “comunità di pensiero”.
Questa divinità non è tanto una separazione di anima e corpo, quanto
un denominatore comune nella mutevolezza dei corpi. E’ anzitutto esperienza
della costante nel processo del divenire.
Questa costante/trascendenza/divinità è l’Altro. Un altro da sé molto
più forte dell’altro da sé rappresentato solo da un altro individuo
o oggetto, e quindi fonte di una fortissima identità.
L’arte, per il suo essere una fortissima costante, un fortissimo Altro,
è sempre stata nell’antichità considerata “divina”.” (da “TempoFermo”
n. 1, p. 22).
L’operazione arte che da 40.000 anni ci accompagna è narrazione della
vita. Si può anche prescindere da questa narrazione, ed estetizzare
invece la vita stessa (arte = vita del procedimento avanguardista).
Ma perché si fa questo? Forse non c’è più niente da narrare, niente
cioè che valga la pena di essere narrato? Nel senso che ciò che si dovrebbe
narrare non è più così importante, così “trascendente”, così Altro,
da indurci nell’impegno etico e forte di fare veramente arte, da concedere
al nostro talento di creare vere opere d’arte?
In altre parole, forse fare arte è possibile solo se c’è l’Altro da
narrare? Tutti gli artisti nella storia hanno narrato le cose del mondo
e se stessi, carichi della “divinità”, della trascendenza, dell’Altro.
Perché erano loro (gli uomini tutti) in comunione con la “divinità”,
con gli dei, con Dio, con l’Altro. Ma se ora, come appunto dice Nietzsche,
Dio è morto, cosa narrare? Se gli dei ci hanno abbandonato, forse narrare
l’”uomo solo” (senza dei) non induce più il nostro talento a creare
opere d’arte?
Per questo allora l’operazione arte, “senza contenuto” da narrare,
si ripiega su se stessa, o magari fa di sé stessa il suo contenuto,
per ancora poter essere. Questo è il procedimento modernista. In esso
il contenuto da narrare è il Linguaggio stesso, l’inconscio, l’ignoto
di Rimbaud: l’unico possibile Altro da narrare.
Ma possiamo rivolgerci altrove, e scegliere come Altro il progresso,
l’Utopia. Ma come possiamo narrarla, se l’Utopia non ha un “vissuto”?
Allora non narreremo più. Ridurremo l’operazione arte a strumento della
Utopia. Ma così non faremo più arte, faremo altro. Faremo avanguardia:
sperimentalismo (dalla scienza), concettualismo (dalla filosofia): l’autosuperamento
dell’arte (secondo Hegel).
Infatti, man mano che l’uomo umanista si allontana dagli dei, e “in
solitudine” (v. “La solitudine dell’Occidente” in “TF” n. 2, p. 89)
si avventura nel suo futuro, cioè man mano che, nella Modernità, Dio,
la Natura, l’Essere lasciano il palcoscenico al nuovo protagonista,
l’Uomo, le opere d’arte non sono più la parola dell’Altro. Le opere
d’arte ora sono solo un prodotto dell’uomo, non un “dono degli dei”.
L’arte non è più il dialogo privilegiato dell’uomo con gli dei, gli
artisti non sono più gli interpreti della voce degli dei. Gli dei eterni
se ne sono andati, e un simulacro ha preso il loro posto: il “Nuovo”.
Ora “sacro” diventa il Nuovo, perché è il salvacondotto della felicità
su questa terra. La macchina per la produzione del Nuovo è la scienza
moderna e i sacerdoti del Nuovo sono gli scienziati. Gli artisti, ora
narratori soltanto dell’Uomo “solo”, perdono il loro prestigio, vengono
detronizzati dalle sedi oracolari. E l’arte diventa sempre più solo
una esclamazione di incertezza. Incertezza, perché gli artisti (e i
filosofi) sanno ormai (nell’800) che la scienza non può migliorare l’anima
dell’uomo, come vuole l’utopia umanista, ma solo la sua materia. Filosofi
e artisti sanno che l’umanesimo ora sarà tradito, che il progresso sarà
solo materiale e non integralmente umano.
Questo per quanto riguarda gli Autori del procedimento modernista.
Gli Autori del procedimento avanguardista e postmodernista invece “si
divertono”. Infatti, mentre Prassitele o Raffaello prendono molto sul
serio il loro lavoro considerato il tramite più sublime fra l’umanità
e gli dei, che attraverso l’arte parlano agli uomini, e gli Autori del
Modernismo si affaticano a inventare nel Linguaggio il nuovo Altro,
gli avanguardisti e postmodernisti “si divertono”, non dovendo rendere
conto a nessuno se non a se stessi e ai loro amici. E tanto meno devono
rendere conto all’opera. Il loro senso di responsabilità è molto limitato,
tanto da riuscire a teorizzare che l’opera vale solo in quanto ci si
diverte a farla (vedi: il Dilettante).
Allora quello che sta succedendo forse è semplicemente questo: l’uomo
(occidentale) non ha più bisogno di arte. Non ha più niente in se stesso
di “divino”, di trascendente, non sente nessun Altro dentro di sé, che
possa e debba essere narrato in forma di opera d’arte. E senza questo
Altro dentro di sé, non riesce neppure più a sentire l’ineffabile mirabile
Altro che l’artisticità è, quando ancora essa gli si presenta. In fondo,
appunto, non ne ha più bisogno, e quindi non la cerca, e non impara
a sentirla, a riconoscerla.29
Scrive G. Carchia (in “Arte e bellezza”, il Mulino 1995, p. 13): “Fra
i rischi degli attacchi contro l’autonomia e l’isolamento dell’opera,
rinnovatisi con zelo a partire dagli anni Settanta e trapassati in alcune
varianti del postmodernismo, volte a stabilire per decreto l’estetizzazione
della società, c’è proprio quello dell’allentarsi di qualunque tensione
nei confronti della dimensione del valore, col conseguente degrado della
sfera artistica, nuovamente confusa col mondo del semplice produrre
lavorativo e della tecnica. In realtà, la fondazione conferita all’etica
dai teorici dell’ermeneutica trascendentale (Apel e Habermas), l’ammissione
cioè che senza un ideale trascendentale della comunicazione, senza l’attribuzione
di un valore in qualche modo morale all’idea di verità, si ha la distorsione
strumentale dei rapporti fra gli uomini, dovrebbe valere a maggior ragione
per l’arte. E’ questo il punto che non è stato compreso dai teorici
dell’estetica della recezione nella loro critica dei presupposti dell’estetica
idealistica. Il loro attacco contro il presunto normativismo dell’estetica
filosofica tradizionale (fino ad Adorno e a Heidegger) è stato portato,
non già in nome della esperienza artistica autentica, come nella fresca
e appassionata rivolta della prima Kunstwissenschaft, bensì in nome
di una esperienza estetica che ha il suo referente nel gusto inteso
come doxa, opinione della socialità dominante. L’insistenza- contro
le estetiche “negative”- sulla necessità di ricomporre la frattura fra
l’arte e la storia, fra l’arte e la società (H. R. Jauss), mettendo
fra parentesi la dimensione dell’origine e della creazione sulla quale
avevano insistito i teorici della Kunswissenschaft, ha come risultato
l’adeguazione totale all’esistente, vale a dire l’accettazione di qualunque
cosa la socialità accrediti come arte. A rigore, tuttavia, un’estetica
non normativa, un’estetica cioè che non abbia in qualche modo presente
l’esigenza di un legame fra l’arte e la bellezza- o comunque si chiami
la sua dimensione di trascendentalità- non potrebbe neppure esistere,
sarebbe letteralmente senza oggetto. Ciò- è ovvio- intendendo per “norma”
non la prescrizione accademica di regole ovvero una caricatura della
nozione di classico, bensì l’anelito della forma alla trascendenza”.
E M. Ferraris, in “Il recupero del valore di verità nell’arte” (in
Calligaro/TEST. 1, 1988): “Ma è sopratutto il fruitore di cose artistiche
colui che, in questa prospettiva, affossa definitivamente qualsiasi
pretesa di verità dell'arte. Il gusto estetico, ora, è una attività
puramente soggettiva: dipende dalle intenzioni dell'autore, ma specialmente
da quelle del fruitore, che può decidere di trovare bella qualsiasi
cosa. Ma che pretesa di verità può avere un oggetto o una attività che
dipende dall'atomistica decisione di un gusto individuale che non corrisponde
a alcun sensus communis riconosciuto e pubblico?”
L’operazione arte è incompatibile con il nichilismo. Lo è per il semplice
fatto che si fonda, non metafisicamente ma antropologicamente, su una
qualità oggettiva di artisticità dell’oggetto (opera). Scrive F. Vercellone
illustrando il pensiero di E. Jünger: “I territori che il nichilismo
non riesce a conquistare, la terra vergine che promette di restare tale
è costituita da due momenti fondamentali della vita: la morte e l’amore,
e dal luogo nel quale per eccellenza l’interiorità si cristallizza:
l’arte.”29a Solo all’interno
di questa condizione di nichilismo può avvenire che non si prenda più
in considerazione la qualità di artisticità dell’oggetto opera, ma anzi
la si voglia distruggere in favore di una autoaffermazione del soggetto
autore, cioè della società.
Se molti artisti denunciano dunque questo malessere nel procedimento
modernista, altri pretendono invece di sfidare gli scienziati sul loro
terreno, lo spericolato campo del Nuovo: “facciamo progredire la nostra
arte, in modo che diventi essa stessa il vero Nuovo, lo strumento della
liberazione dell’uomo”. L’arte deve risolversi nella “vita come opera
d’arte”. Accanto alla rivoluzione politico sociale, l’arte sarà strumento
privilegiato di questa rivoluzione.
Questa “buona intenzione”, che inaugura nell’arte una nuova funzione
sociale: l’arte per il progresso (oltre alle funzioni sociali tradizionali:
testimoniali, celebrative, religiose, critiche, decorative, ecc., ecc.),
produce, fra le enormi conseguenze derivate appunto dalla intrusione
pesante della razionalità filosofica nell’arte, la competizione dell’arte
con il progresso della scienza nel procedimento avanguardista.”
Ma può l’arte competere
con la Tecnica?
Certamente anche l’arte (l’artisticità) è il prodotto di una tecnica.
Ma l’artista è un uomo che ha un forte rapporto con l’Altro dalla razionalità,
che appunto nell’arte si manifesta. L’artista è costitutivamente non-usato
dalla Tecnica, ma è invece l’emblema dell’uomo che usa la tecnica come
strumento. Ma quando un Autore ha perso quel rapporto con l’Altro non
riesce a produrre oggetti artistici, ma solo oggetti estetici e estetizzazione.
Appunto tali oggetti sono espressione più della “volontà di potenza”,
della razionalità dell’uomo nichilista, che dell’Altro. Così anche l’arte,
una delle “oasi” che E. Jünger30 poneva ancora a difesa dell’uomo nel
deserto del nichilismo, sembra inaridirsi.
Si sa che gli ultimi 150 anni dell’arte, disciplina, con la filosofia,
più esposta e sensibile ai temporali dell’uomo, altro non sono che una
lunga e ingarbugliata agonia (lotta) dell’angelo con il “marchingegno”
nichilistico della Tecnica e del Capitalismo (Tecnocrazia).
Avanguardia e scienza
Dunque nel procedimento avanguardista propriamente detto l’autore,
coerente con il termine che definisce avanguardia qualcosa “più avanti”
di un'altra (nel progresso verso una condizione migliore), concepisce
l'opera non in funzione di una sua artisticità, ma anzitutto come strumento
(sempre all’avanguardia, sempre più nuovo) nel processo verso la rivoluzione
sociale, unica soluzione possibile alla crisi epocale.
E' in funzione di tale processo rivoluzionario che egli produce opere
"di avanguardia", cioè strumenti sempre più avanzati, sempre
più "progrediti" e funzionali a quel progetto: ed è chiara
allora qui la concezione tutta sociologica, non più antropologica, della
operazione, dove la qualità di artisticità dell’oggetto passa in secondo
piano.
Sono state le Avanguardie storiche a disancorare l'arte dalla "eternità"
antropologica (propria all’homo sapiens sapiens), per gettarla e appiattirla
sul piano sociologico tutto all'interno della ideologia del progresso.
Su questo piano si è trasformata l'opera d'arte in mero strumento in
funzione del progresso, cioè con un valore determinato solo dal suo
essere "nuova" in funzione del progresso. Il giudizio sull'opera
non deriva più dalla qualità di artisticità, ma solo dalla funzionalità
al progetto sociopolitico.31
Tutto ciò che il procedimento avanguardista produce appartiene alla
concezione sociologica del razionalismo, ed è considerato e giudicato
in base a questa concezione di progresso relativista, invece che in
base alla costante di artisticità. Il significato della operazione è
attribuito in funzione del processo di progresso dello Storicismo razionalista.
E’ pertanto più contenutistica che formalistica. L'avanguardia è a tal
punto sociologicamente contenutistica da temere che il contenuto/idea
rivoluzionaria venga "diminuito" dalla forma (artisticità),
che è considerata allora per se stessa conservatrice.
Questa concezione sociologica progressiva dell'arte deriva dal predominio
della scienza e della tecnologia. Pretendendo di essere l'esclusiva
chiave della verità, la scienza ha piegato ai propri modi altre forme
di conoscenza, come l'arte. L'arte deve così partecipare al modo progressivo
della scienza, relegata in una dimensione sociologica di mero oggetto
funzionale al progresso.
Gli avanguardisti si sono posti all’inseguimento degli scienziati,
per avere anch’essi un ruolo come “salvatori” dell’uomo. Presi dal panico
per la perdita della tradizione e della funzione romantica (esagerata)
dell'arte (ridotta dalla borghesia capitalista ad assolvere una mera
funzione edonistica e commerciale), messi in ombra ormai dalla egemonia
della scienza, gli avanguardisti hanno scelto il destino degli scienziati.
Sempre più spesso si sono sostituiti a quelli, in una voluta confusione
fra arte e scienza, in una "ricerca" fine a se stessa (arte
di ricerca e sperimentale: termini presi dalla scienza), producendo
oggetti che invece di opere d’arte vogliono essere strumenti di conoscenza
del linguaggio, della percezione, della psiche ecc., e quindi "giudizi
assoluti di verità" sulla realtà.32
Si sa che gli scienziati sono costretti, nel progredire delle loro
difficilissime teorie e ricerche, a essere sempre di più degli iniziati,
sempre più lontani nelle loro esperienze dalla comune esperienza sensibile.
Essi sono veramente "avanguardie" di un sapere che progredisce
facendosi sempre più difficile per gli altri, e come tali sono ormai
sacerdoti e unici interpreti di questo loro sapere, che per gli altri
è "enigma". Anche gli "artisti" che pretendono di
ridurre l'arte a oggetto funzionale al progresso per ritrovare, come
Autori, la funzione sociale prestigiosa che hanno perso, pensano di
essere iniziati, sacerdoti di un'"arte" per iniziati che solo
loro capiscono, in quanto "vera" avanguardia del progresso.
Ma si illudono e mostrano che il loro "enigma" è solo
in gran parte manifestazione di potere (l'"enigma" come potere
nelle Avanguardie), "rilasciando al pubblico, per così dire a priori,
un brevetto di incompetenza".34 La proposizione relativistica
"l'arte è ciò che gli uomini (che hanno il potere di farlo) chiamano
arte" è stato lo strumento per l'esercizio del potere di questi
sacerdoti (“TF” n. 1, p. 31/32).
Vale la pena citare a questo proposito alcuni testi di A. Berardinelli,
da “La cultura del novecento/Letteratura”, Oscar Studio Mondadori 1981,
che si riferiscono alla neoavanguardia letteraria italiana del dopoguerra,
ma valgono per il procedimento avanguardista in generale: "L'ideologia
letteraria, l'attivismo autopropagandistico e autopromozionale degli
scrittori d'avanguardia, la loro alacrità organizzativa, la loro passione
per l'autoesegesi terroristica (chi non scrive così è fuori dal
corso della storia, non incarna il massimo di coscienza storico-letteraria
oggi possibile e necessaria, ecc.) avevano finito per dare l'impressione,
o diffondere la convinzione che, dal momento che non si trattava di
scrivere opere ma anti-opere, e la qualità eversiva di queste ultime,
non essendo quasi mai di per sé evidente, doveva essere preliminarmente
illustrata al lettore, ciò che infine contava non erano gli scrittori
ma gli ideologi: non era tanto saper scrivere quanto saper creare intorno
ai propri testi l'indispensabile involucro, la necessaria confezione
che garantiva della validità testuale e storico-sociale dell'oggetto".
(p.422)
"Per l'autore d'avanguardia il testo letterario e il prodotto
artistico devono agire. Se questo non avviene, si incaricherà l'autore
in persona di agire "come un testo", assumendo su di sé il
compito di propagare quella esteticità attiva che è assente o ridotta
nelle cose che scrive. L'istanza critica, orientata contro la divisione
borghese tra arte e vita, azione e contemplazione, teoria e prassi,
si trasforma velocemente in attivismo commerciale, in conquista del
mercato." (p. 427)
"Nel processo di avvicendamento delle élites, perché i vecchi
gruppi siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario per questi
ultimi cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli della morte
e agenti della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio vantaggio
il brivido o il panico che queste immagini seminavano intorno".
(p. 428)
Citato da Berardinelli, ma appartenente a H. M. Enzensberger, questo
altro brano: "Scrittori, pittori, compositori, come fornitori di
questa industria, non sono altro che "agenti economici" di
cui assumono anche tutti i tratti caratteristici: debbono "camminare
coi tempi", essere sempre avanti di un pelo ai concorrenti. Non
possono permettersi di "perdere la coincidenza", se vogliono
rimanere in testa. Ciò spiega come mai gli scrittori ultracinquantenni
amino farsi definire "giovani autori". Ovviamente una struttura
economica come questa favorisce la basse manovre. Rende possibile la
nascita di una avanguardia che è soltanto un bluff, una fuga in avanti,
alla quale il grosso si unisce per paura di restare indietro. Entra
a questo punto in scena il tipo che concorre per precorrere. Nella affannosa
corsa agli sportelli del futuro, qualsiasi gonzo può considerarsi gonzo
di guida. Chi si tiene "al corrente" in questo modo è sempre
oggetto di un processo che egli crede di condurre come soggetto"
(p. 430).
Tutto ciò è poco coerente con i progetti delle avanguardie storiche,
che si proponevano una rivoluzione estetico-sociale, e pertanto un coinvolgimento,
se non delle masse, di un vasto pubblico nelle loro manifestazioni,
nella sintesi arte-vita. In questa contraddizione, da un lato gli autori
rifiutano la comunicazione col pubblico, in quanto il gusto del pubblico
è considerato borghese e conformista, dall’altro si autopromuovono pubblicamente
con convegni, manifesti, riviste, spettacoli ecc. Questa contraddizione,
che non investe gli scienziati, in quanto il loro essere avanguardia
si risolve e concretizza nella immensa produzione di tecnologie per
tutti, si risolverà nell’ambito estetico solo più tardi nel procedimento
postmodernista, dove non si tratterà più di azioni esemplari di autori
per il pubblico, ma di una produzione massiccia di oggetti estetici
testimoniali da parte dello stesso pubblico, diventato lui stesso ora
il protagonista della operazione. Ma si tratterà di una post-avanguardia,
di un ulteriore passaggio (dopo quello dal protagonismo della riuscita
dell’opera dei procedimenti tradizionalista e modernista) dall'Autore
protagonista della modernità delle avanguardie al pubblico protagonista
della postmodernità. L'oggetto estetico testimoniale sarà prodotto "democraticamente"
da tutti per tutti, il pubblico sarà produttore e pubblico insieme.
Ma a questo punto ormai ogni giudizio di artisticità sarà non pertinente,
e la parola “arte” sarà solo un feticcio.35
L’arte come qualità di artisticità si è dissolta nell’arte
come istituzione.
Ormai fallita la estetizzazione di tutti come rivoluzione sociale e
superamento della produzione di oggetti del procedimento avanguardista,
la estetizzazione di tutti prosegue nella produzione e uso generalizzato
di oggetti estetici testimoniali del procedimento postmodernista. Ma
in questo processo di estetizzazione, che è in sé un fatto positivo36, se non altro come femminilizzazione
di una cultura razionale decisamente maschilista, non vanno assolutamente
confusi gli oggetti artistici con gli oggetti estetici testimoniali,
perché ciò porta all'inevitabile estinzione dei primi. Come nell'ambito
dei giochi si può giocare a scacchi e a tennis e a pallone, nell'ambito
delle cose estetiche si possono produrre oggetti artistici e artigianali
e estetici testimoniali. Ma la ideologica confusione degli oggetti sotto
l'unica sigla protettrice dell'arte è mistificante: è come se un giocatore
di tennis si spacciasse per giocatore di pallone, solo perché il giocatore
di pallone è pagato molto di più di quanto sia pagato il giocatore di
tennis.
Dunque il "nuovo", se è un valore importante ma non determinante
nel procedimento modernista, è invece del tutto determinante nel procedimento
avanguardista .
Ma costringere l'arte nella prigione della dimensione sociologica del
“nuovo” del progresso (che è la dimensione del concetto di "avanguardia")
comporta una contraddizione devastante, perché l'arte non ha progresso.
L'arte, come operazione per la riuscita dell’opera in qualità di artisticità,
è sempre identica a se stessa, senza progresso (come già aveva detto
il troppo poco ascoltato C. Fiedler, 1841/1895).
L'arte funziona in modo diverso dalla scienza. La scienza moderna è
in progresso e pertanto "finisce". "...quanto più rapidamente
la scienza avanza, tanto più raggiungerà i suoi limiti estremi e ineluttabili".37
La fine della scienza è nel suo successo. L'arte non ha progresso, e
pertanto non può "finire", ma soltanto "morire".
Nella scienza moderna Darwin "corregge" Lamarck, e Einstein
"corregge" Newton, ma nell'arte Giotto non "corregge"
Prassitele, e Picasso non "corregge" Dante. Einstein è meglio
(è più progredito) di Newton in quanto più nuovo nel progresso nel tempo
della scienza moderna. Giotto non è meglio (non è più progredito) di
Prassitele in quanto più nuovo in un progresso nel tempo dell'arte.38 Infatti il "nuovo"
del Modernismo è il risultato di una ricerca di "identità"
dell'autore, non di una ricerca del "meglio" di un'opera nuova
rispetto al "peggio" di un'opera del passato. Picasso o Joyce
non considerano le loro opere "migliori", perchè "più
nuove", di quelle del passato.39
Sulla questione di un progresso dell’arte si è ampiamente trattato
a p. 29 di “TempoFermo” n.1. Ma poiché il procedimento avanguardista
è proprio l’oggettivazione di un simile presupposto, conviene soffermarsi
ancora sul tema. Si citano qui di seguito alcune delle considerazioni
di G. Steiner, dal suo libro “Grammatica della creazione” (Garzanti
2003): “La scienza e la tecnologia progrediscono senza tregua. La loro
condizione d’esistenza è di avanzare attraverso il tempo misurabile.
Questa banalità ci conduce a una delle maggiori sfide epistemologiche
ed estetiche: è possibile applicare questo concetto primario di progresso,
di avanzata, alla poiesis, alla storia delle realizzazioni, delle forme
di esecuzione nelle arti, nella musica o nella letteratura?” (p. 230).
“La conoscenza scientifica e tecnologica è cumulativa. ‘Addiziona’.”
(p. 232)
“Cosa costituisce, per contra, un’avanzata rispetto a Omero o a Sofocle,
a Platone o a Dante? Quale opera teatrale si è spinta oltre Amleto,
quale romanzo supera Madame Bovary o Moby Dick? Cisono poesie, di Rilke
o di Montale, per esempio, che rappresentano un miglioramento in confronto
a Saffo o a Catullo? Stravinskij è forse superiore a Monteverdi? Picasso
o Bacon a Giotto? Formulare a domanda in questo modo suscita già un
senso di assurdità, di domanda mal posta. E’ forte la tentazione di
rispondere “no”, di situare le opere estetiche e filosofiche in una
immutabilità atemporale e di risolvere così la questione (sottolineando
ancora una volta l’abisso di differenza con le scienze). Ma questa problematica
non si lascia liquidare così facilmente e ci costringe a un esame più
attento.” (p. 232)
“Lo sviluppo del pianoforte moderno, del sintetizzatore permettono
a un Debussy o a uno Stockhausen di esplorare, di esteriorizzare possibilità
tonali e mondi sonori inaccessibili a Haydn e persino a Liszt. In questo
senso senza dubbio importante, esiste un progresso e può esserci un
arricchimento. Ma dobbiamo dedurne che una casa di Frank Lloyd Wright
o il centro artistico di Jean Nouvel a Lucerna superino e rendano caduchi
il Partenone o la Piazza del Campo a Siena? Le Images di Debussy sono
migliori del Clavicembalo ben temperato di Bach o degli Scherzi di Chopin?
Di nuoco va frenata l’impazienza che ci spinge a rispondere di no. La
scultura ha approfittato dell’evoluzione della tecnologia per quanto
riguarda la materie grezze e le loro elaborazioni (i “voli” possibili
a Calder, non lo erano per Bernini). Ci sono persone che sostengono
che, in Occidente, lo sviluppo della comprensione della prospettiva
basata sulla geometria, assieme all’introduzione dei pigmenti con base
oleosa hanno reso l’arte migliore, più ricca, più convincete. Nalla
dialettica della musica elettronica il sintetizzatore mette sul mercato,
per così dire, delle possibilità acustiche, dei raggruppamenti e dei
timbri sonori che un Boulez può esplorare, incorporare o rigettare nel
suo processo creativo. Ma è concepibile, in qualsiasi modo, che questa
espansione renda inutili un Berlioz, per esempio, o un Sibelius? L’architetto
ha oggi a portata di mano la realtà virtuale generata e reticolata dallo
schermo del computer. Questo rende forse Wren obsoleto? Si può sostenere
che la macchina per scrivere abbia modificato certi elementi in poesia;
il futuro del romanzo verrà cambiato dal word-processor e dal computer?
Ciascuna di queste domande pone problemi fecondi.” (p. 232)
“La sentinella che aspetta sul tetto all’inizio dell’Orestea usa parole,
regole grammaticali e figure retoriche che sono fondamentalmente le
stesse di quelle dei vagabondi che aspettano Godot circa due millenni
e mezzo dopo. In quali modi la pièce di Beckett può essere considerata
più progredita di quella di Eschilo, se lo è? Ha un senso questa domanda?”.
(p. 233)
“...va notata l’estrema flessibilità delle utilizzazioni della durata
possibli in campo estetico. Un Mann, un Joyce, un Pound o uno Stravinskij
possono “inventare all’indietro”. Come innumerevoli predecessori, possono
deliberatamente arcaicizzare le loro opere, a livello sia del mezzo
che del contesto”.(p. 235)
“Data questa differenza essenziale, chiediamo di nuovo: nella creazione
estetica, il fatto che B venga dopo A, per quanto sia un fatto importante
e informativo, rende forse B migliore di A? A è forse reso obsoleto?
La risposta , credo, è un categorico no.” (p. 236)
Avanguardia e Pragmatismo
Il procedimento avanguardista presenta due contraddizioni:
1. Quando è propositivo di "opere d’arte nuove", questo loro
dover essere per forza, inesorabilmente “nuove”, si riduce di fatto
a un loro essere "nuove" non nella sostanza, ma solo come
merce per il mercato capitalistico (poiché non possono uscire da questo
destino di merce se non cambiando prima la società). Non solo queste
opere si sono rivelate inadeguate a produrre questo cambiamento della
società, ma, come merce, rappresentano oggi nella Postmodernità solo
il "nuovo per il sempreuguale" della moda e del mercato. Il
risultato è: più oggetti nuovi, più mercato, più mercato, più macerie
di oggetti non più nuovi, in un processo di invecchiamento e degrado
della qualità che non può che portare inevitabilmente al trash ("arte
spazzatura")
2. Quando è propositivo di un'"arte nuova", cioè di “opere
di un’arte nuova", di un nuovo modo di concepire l’operazione arte,
e si fa radicale, non può che negare l'opera d'arte stessa come operazione
retrograda (perché senza effetto progressivo) e come oggetto “separato”
dalla vita (come è sempre stato). La concezione di questa "nuova
arte" non è che l'equazione arte/vita, cioè la vita stessa come
opera d'arte, ossia l'estetizzazione della realtà (vissuta in modo nuovo)
piuttosto che produzione di oggetti artistici/opere d'arte.
Se dunque da un lato l'Avanguardismo non può opporsi al trash che esso
stesso produce, dall'altro si rifugia nella Utopia dell'arte/vita, al
di là dell'oggetto opera d'arte.
L'equivoco che, voluto o no, ancora perdura, sta nella ostinazione
a chiamare arte e opere d'arte (nell’arte come istituzione) oggetti
che sono il prodotto di una "nuova arte", operazione che invece
non si prefigge affatto di produrre opere d'arte (nel senso dell’arte
come qualità di artisticità), ma solo oggetti che estetizzano la vita.
Se si vuole inventare nuovi modi di espressione estetica in funzione
della estetizzazione della vita, non si vede la ragione di chiamarli
ancora arte, quando invece pretendono di essere radicalmente nuovi,
al di là dell'arte. In verità succede che nella maggior parte dei casi,
non ci si vuole affatto avventurare fuori dall'abbraccio materno e protettore
dell'arte storica e del suo prestigio, e per questo aspetto il procedimento
avanguardista è solo frutto della cultura dominante e di fatto oggettiva
conservazione (fino all’avvento del procedimento postmodernista) dell'assetto
estetico e artistico esistente.
E’ solo in questo procedimento postmodernista che si dichiara apertamente
(almeno negli scritti teorici, anche se non nella pratica) la non pertinenza
ormai del concetto di arte.
E' infatti un controsenso produrre oggetti estetici per estetizzare
la vita e comportamenti di vita estetizzata (arte=vita), e chiamarli
opere d'arte, quando si sa che un'opera d'arte è interpretazione della
vita (narrazione), e ha pertanto un suo rapporto costitutivo di "distanza"
dalla vita, di Altro dalla vita. E' un oggetto prodotto che ha un suo
valore per se stesso al di là della vita dell'autore e del suo comportamento.
Fare della vita un'"opera d'arte", non è fare un'opera d'arte.
La vita è un fatto estetico, non un fatto artistico.
Certamente è di tutt'altro avviso è l'Estetica della filosofia pragmatista
americana, e di Dewey in particolare, la cui enorme influenza sulla
cultura e l'arte americana è straripata in Europa nel dopoguerra. Spiega
Givone nella sua Storia dell'estetica: "...l'arte appare non come
qualcosa di diverso e di altro rispetto alla esperienza, ma come l'esperienza
stessa nel suo compiersi finalistico e nel suo concentrarsi su questo
compimento. E' una differenza di grado, secondo Dewey, quindi una differenza
soltanto quantitativa quella che distingue ciò che è arte da ciò che
arte non è. ‘Grado di compiutezza della vita nell'esperienza del fare
e del percepire", lo definisce Dewey.’40
L’esperienza artistica è dunque per il Pragmatismo solo l’esperienza
di qualcosa che mostra se stessa nel suo essere un processo creativo,
e questa è una esperienza integrale. Ma anche una opera non compiuta
(non riuscita nella sua forma compiuta immodificabile) mostra il suo
processo di formazione. Un quadro brutto di Van Gogh, cioè non compiuto,
non riuscito, mostra anch’esso il suo processo di formazione. Il fatto
è che il senso vero della artisticità sta nella compiutezza, e non nel
solo mostrare il proprio processo di formazione come esperienza integrale:
deve mostrare un processo di formazione che sia compiuto, riuscito.
Dunque in questo riuscito c’è qualcosa d’altro e in più che in una esperienza
integrale. E’ una differenza di sostanza, non di grado (v. in “TempoFermo”
n. 1, p. 45: “Il tempo fermo”).
E' chiaro che, all'interno di una tale Estetica, che non fa alcuna
distinzione fra l'estetico e l'artistico, ma anzi riduce l'operazione
artistica a soddisfazione estetica di un comportamento soggettivo vitale
"intensificato", si giustificano tutte le prassi (produzioni
di oggetti o comportamenti) che l'autore considera a sua discrezione
intensificazione della propria esperienza della vita. Ma tali oggetti
e prassi, anche se nulla vieta che possano a volte possedere qualità
di artisticità e essere quindi opere d'arte, sono invece in gran parte
solo oggetti estetizzati e oggetti estetici testimoniali, che testimoniano
l'esteticità (comportamento e vita esteticamente "intensificata")
dell'autore.
Sono gli oggetti del procedimento postmodernista, derivazione da quella
Estetica americana, e imposto all’Europa dopo la seconda guerra mondiale
dalla egemonia culturale americana. E a questo punto va fatta una digressione
per introdurre le categorie del Dilettante (in opposizione alla categoria
di Autore) e della “civiltà dei Dilettanti” (da “TF” n. 2 , nota 28):
“Il Dilettante è colui che produce un oggetto per il proprio diletto,
l'Autore é colui che produce un oggetto per la riuscita dell’oggetto.
Il Dilettante "usa" un linguaggio specifico (fare scarpe,
giocare al pallone, pitturare, cantare, cucinare ecc.) per il suo diletto,
per la sua gratificazione immediata, e pertanto in un modo qualsiasi,
purché diletti e finché diletta (“diverte”), senza un rapporto totale
e creativo con la Poiesis. L'Autore invece "viene usato",
è strumento della Poiesis, che impone a lui un solo modo fra i tanti,
che è quello che porta alla riuscita artistica dell'oggetto/opera.
Nell'agire del Dilettante, egli è il protagonista della operazione.
Nell'agire dell'Autore è protagonista la riuscita dell'opera, nel modo
che la Poiesis pretende.
E' un passaggio fondamentale: il soggetto avverte, sente quando la
produzione dell'opera non avviene più a sua discrezione (di Dilettante),
ma ora è l'opera stessa a pretendere di essere formata in un certo modo,
verso una certa forma, che si possa definire "riuscita". E’
allora che diventa Autore.
Ci si può divertire a fare un'opera, da Dilettanti, in un modo qualsiasi,
purché sia divertente e finché è divertente. La difficoltà può non divertirci
e indurci a smettere. Ma si può invece cominciare a produrre un opera
da Dilettanti, inseguendo una intuizione formale, magari all'inizio
confusa, e poi, proseguendo, avere intuizioni che evolvono fino a far
sentire, ad un certo punto, che da quel punto è l'opera a pretendere
di essere formata in una certa forma per essere "riuscita",
ha una sua teleologia. In questo caso nessuna difficoltà o altro induce
ormai il soggetto, da Dilettante diventato Autore, a smettere il fare,
perché il fare deve continuare comunque fino al risultato voluto dalla
Poiesis: la "riuscita" dell'opera.
Il passaggio dal Dilettante all'Autore è fondamentale come passaggio
dal mito all'arte. Prima c'è il mito: il primitivo "fanciullo",
come il Dilettante, "vive" il mito (estetizzazione della vita),
che poi invece l'Autore narrerà in quella narrazione speciale che è
l'opera d'arte. "Lo spirito primitivo non inventa i miti: li vive.
I miti sono, originariamente, rivelazioni dell'anima precosciente, involontarie
testimonianze di processi psichici inconsci"(C. G. Jung/K. Kerényi,
"Prolegomeni dello studio scientifico della mitologia", Boringhieri
1972, p.113) (vedi anche “Psicogenesi dell’arte” in “TF” n. 1, p. 45).
Come il Dilettante, il "fanciullo" ("primitivo"
o contemporaneo) "si diverte" a vivere il mito, e poi a testimoniarlo
in oggetti estetici testimoniali. Dunque il soggetto passa dal "fanciullesco"
dilettantismo (i bambini non fanno arte) in cui "usa" un linguaggio
specifico (vestire, mangiare, danzare, amare, parlare, fabbricare, decorare,
cucinare ecc.) nella situazione di diletto del singolo, alla "autorità",
in cui invece è la Poiesis che, "conducendolo per mano", pretende
dal soggetto di formare l'oggetto in una forma riuscita. La Poiesis,
entità che trascende il singolo, per questa sua trascendenza conferisce
al soggetto l'"autorità" di Autore.
Si capisce allora lo stupore del singolo (ieri come oggi) di fronte
all'opera d'arte. Lo stupore è anche dato dal sentire, in modo sorprendente,
la presenza della Poiesis dell'inconscio/Linguaggio come presenza altra
che lo trascende; dal percepirla (anche confusamente) come Altro (vedi
indietro nel capitolo Sociologia) che gli parla e lo parla ( Questo
vale per Dante: "...Allora dico che la mia lingua parlò quasi come
per se stessa mossa, e disse: Donne ch'avete intelletto d'amore. Queste
parole io ripuosi ne la mente con grande letizia, pensando di prenderle
per mio cominciamento;..." (Dante Alighieri, "Vita nuova",
Garzanti 1977, p. 29) come per Rimbaud : "E' falso dire : io penso.
Si dovrebbe dire : Mi si pensa...Io è un altro" (A. Rimbaud, "Lettera
a Izambard", 13 maggio 1871, in "Una stagione all'inferno",
Longanesi 1951, p.107). Vedi anche Novalis: "Uno scrittore è una
persona animata dal linguaggio". “Quando sono aperte tutte le valvole
della composizione, quando sembrano cedere tutti gli ostacoli formali
e la penna riesce a malapena a tenere il passo con l’impeto delle forme,
i poeti, i romanzieri, i musicisti dicono di lavorare “sotto dettatura”.
C’è una voce nella loro voce.” (G. Steiner, “Grammatiche della creazione”,
Garzanti 2003, p. 220)
Fra le cause del proliferare odierno dei Dilettanti non ci sono solo
benessere e consumismo e diritti ecc., ma anzitutto lo scarsissimo conto
in cui viene tenuta la disciplina in questione, l'arte in generale.
Infatti una disciplina ritenuta importante difficilmente viene praticata
in modo dilettantesco. Le arti erano considerate nei secoli passati
cosa molto importante per tutte le loro funzioni, e i Dilettanti erano
pressoché ignoti. C'erano artisti mediocri, che è tutt'altra cosa. Invece
oggi l'arte non è affatto una cosa importante, cioè da rispettare. Non
si sa bene che funzioni sociali assolva, né a cosa serva nella sostanza.
Per cui non si riconoscono alla pratica degli artisti effetti e funzioni
con "autorità" (proprio come pratica di un Autore e non di
un Dilettante) tale da inibirne l'uso dilettantesco (come per i medici,
avvocati, imprenditori, ingegneri, grafici, economisti, banchieri, ecc.
ecc.). Non c'è più un committente che sappia benissimo cosa l'arte gli
serva (anche magari ad asservire i sudditi) e per il quale allora essa
possa essere una cosa importante. Invece il committente è ormai il pubblico
stesso, che vagamente sa che l'arte gli serve solo come intrattenimento
(se non come lusso o terapia ecc.), per cui non è cosa da prendere troppo
sul serio. Essa pertanto può essere fatta da tutti, cioè dal pubblico
stesso committente di sé stesso, come Dilettante (procedimento postmodernista).
Il dipinto antico di una Madonna in una chiesa doveva essere riuscito
non solo per assolvere le sue funzioni prima e seconda, ma anche per
assolvere la terza, che è celebrazione e culto della Madonna, e quindi
tramite di comunicazione fra il pubblico e la Madonna. In altre parole,
l'autore doveva tendere alla riuscita del quadro anche perché se il
quadro era ritenuto "brutto" (non riuscito), la comunità stessa
poteva rifiutarlo. Quindi l'artista essere "punito". L'artista
dunque risponde, ha responsabilità rispetto al pubblico, alla comunità.
Ma questa responsabilità esiste solo quando l'oggetto serve alla comunità,
quando è giudicabile dalla comunità (ha un valore d'uso per la comunità).
Ma nella impossibilità (oggi) del riconoscimento di riuscita di un oggetto
da parte della comunità è implicita la sua inutilità per quella comunità.
Ora, il rapporto che il Dilettante stabilisce con l'oggetto è proprio
quello che prescinde dal giudizio della comunità, quindi dalla utilità
sociale (se non vaghissima) dell'oggetto. Il Dilettante, facendo l'oggetto,
usa, strumentalizza il linguaggio specifico a cui l'oggetto appartiene,
per la sua privata utilità, non per una utilità sociale (funzione genetica
terza), la quale invece pretenderebbe da lui di essere un Autore (professionista),
e di rispondere responsabilmente della riuscita dell'oggetto di fronte
alla comunità”.
A questo punto non si possono non riportare alcune osservazioni che
A. de Tocqueville pubblicò ancora nel 1840, nel suo celebre libro "La
democrazia in America" (Rizzoli 1994, p.463/465/466): "In
una classe industriale di questa specie (aristocratica) ogni artigiano
non soltanto deve fare la sua fortuna, ma anche conservare la considerazione
di cui gode. Non il suo interesse fa la regola e neanche quello del
compratore, ma quello del corpo, e l'interesse del corpo è quello per
il quale ogni artigiano produce dei capolavori. Nei secoli aristocratici
l'intento delle arti è dunque quello di fare il meglio possibile e non
il più rapidamente possibile né a miglior mercato.
Quando, invece, ogni professione è aperta a tutti e la massa vi entra
e ne esce continuamente, i suoi diversi membri divengono estranei, indifferenti
e quasi invisibili gli uni agli altri a causa della loro quantità. Il
legame sociale è distrutto e ogni lavoratore, ricondotto verso se stesso,
non cerca che di guadagnare più denaro possibile con minor spesa ed
è limitato soltanto dalla volontà del consumatore". "Ora,
non vi sono che due maniere per arrivare ad abbassare il prezzo di una
mercanzia. La prima è di trovare mezzi migliori, più veloci e più agevoli,
di produzione. La seconda è di fabbricare in grande quantità oggetti
quasi simili, ma di minore valore. Presso i popoli democratici tutte
le facoltà intellettuali del produttore sono dirette verso questi due
punti". "Perciò la democrazia non tende soltanto ad indirizzare
lo spirito umano verso le arti utili, ma spinge gli artigiani a fare
rapidamente molte cose imperfette ed il consumatore ad accontentarsene."
"Gli artigiani che vivono nei secoli democratici non cercano soltanto
di mettere alla portata di tutti i loro prodotti utili, ma si sforzano
anche di dare a tutti i loro prodotti qualità brillanti che essi non
hanno affatto; nella confusione di tutte le classi ognuno spera di poter
apparire ciò che non è e fa grandi sforzi per riuscirvi". "Nelle
aristocrazie si fanno pochi grandi quadri, nei paesi democratici una
quantità di piccole pitture. Nei primi si innalzano statue di bronzo,
nei secondi statue di gesso".
Dopo più di 150 anni, si può leggere a commento il testo pubblicato
sul giornale “Il Messaggero Veneto”, in data 18/10, 2003, dal titolo
“L’Arte, l’America e l’Europa”: “19 agosto 1944. I muri di Parigi occupata
dai tedeschi si coprono di manifesti della Resistenza che invitano alla
insurrezione. Dicono: “VIVA PARIGI INSORTA!…E’ in una Capitale già liberata
dal Popolo di Parigi che devono entrare i blindati americani….” Così
è stato. Ma poi gli Americani arrivano. E l’Europa entra nella Postmodernità.
Da allora tutti nel mondo vivono nella Postmodernità, cioè nella egemonia
culturale americana.
Parigi è stata per secoli la capitale della Modernità. Ora New York
è la capitale della Postmodernità.
Nell’arte, la Postmodernità si riassume nella proposizione: “è arte
ciò che gli uomini chiamano arte”. Ovvero: “è arte tutto ciò che alcuni
uomini, che hanno il potere di farlo e di imporlo, decidono di chiamare
arte”. Pertanto tutto può essere arte. Ma se tutto può essere arte,
l’arte può anche essere niente.
A questa deriva verso il niente, l’Europa (Parigi) ha opposto lungo
tutto il 900 una sotterranea estenuante resistenza. Per difendere cosa?
Per secoli, l’arte è stata una operazione che produce oggetti con la
qualità di artisticità, per cui si definiscono opere d’arte. Fino nella
tarda Modernità, agli europei è stato consentito di esprimere sulle
opere giudizi di valore legittimati dalle tradizioni, prima che queste
si dissolvessero completamente nella ricerca del “nuovo”. Infatti l’arte
dei grandi Modernisti del 900 (da Joyce a Picasso, da Eliot a Montale,
da Afro a Bacon, da Ravel a Schœnberg, ecc.) è tale in quanto conserva,
nonostante le innovazioni del linguaggio, la sua funzione antropologica
di produrre oggetti con la qualità di artisticità, rispondendo a un
bisogno costitutivo dell’uomo. In ciò consiste la proposizione di Baudelaire:
“La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente, la metà
dell’arte, di cui l’altra metà è l’eterno e l’immutabile”.
Sono invece gli Avanguardisti che, privando l’operazione arte di ogni
fondamento antropologico (cioè “l’eterno e l’immutabile” di Baudelaire),
e trasferendola nella logica sociologica del progresso all’inseguimento
delle fortune della scienza, ne stravolgono la funzione prima, che non
è più quella di produrre oggetti con la qualità di artisticità, ma diventa
quella di produrre solo strumenti con carica eversiva sempre rinnovata
per la rivoluzione estetico-sociale. Questi differentissimi oggetti,
estetici ed estetizzati a prescindere da ogni loro qualità, vengono
inseriti nel “sistema istituzionale dell’arte”, ottenendo la dignità
di opere dell’arte, sebbene Duchamp, padre geniale e indiscusso di questa
“catastrofe” della Modernità, affermi che i suoi readymade (oggetti
qualsiasi estetizzati dal loro essere esposti in una galleria) non sono
arte, ma volutamente anti-arte. E’ l’”istituzione arte” (le gallerie,
i musei, le case editrici, ecc., appunto gli “uomini che hanno il potere
di chiamare arte qualsiasi cosa”) ad appropriarsene, convertendo più
tardi, nell’estinguersi di ogni istanza rivoluzionaria, l’anti-arte
in “arte”: mistificando l’eversività del “nuovo” dell’anti-arte nel
“nuovo per il sempre uguale” del consumismo. E di questa operazione
è fin dall’inizio capitale New York.
Sono gli anni, intorno alla prima guerra mondiale, quando l’America
si affaccia sul mondo come potenza. Verso un’Europa che soffre il calvario
del tramonto dell’Umanesimo e della Modernità, della perdita della fiducia
nell’uomo su cui si sono fondati 500 anni della sua storia, l’America
ostenta la forza e l’ottimismo del Pragmatismo, filosofia che solo una
nazione giovane dalle infinite opportunità può permettersi il lusso
di proporre, di fronte al venir meno di ogni fondamento di verità nella
cultura madre europea. Una filosofia che di ogni cosa cerca di stabilire
anzitutto il suo valore “pratico” (la sua funzione), ma che rischia
di banalizzarsi nel relativismo radicale e ingenuo della proposizione:
“è vero ciò che ha successo” (che è l’opposto della proposizione del
senso comune della tradizione occidentale che dice: “ha successo (dovrebbe
avere successo) ciò che è vero”).
Ma da quando nel mondo occidentale ogni verità assoluta è venuta meno,
quella proposizione sembra ragionevole. Se una cosa funziona, cioè ha
successo, perché non poter dir che ha “la sua qualità”, che è “vera”?
Per esempio: se si produce una cosa la cui funzione è andare a 150 km.
all’ora (e la si chiama “automobile”), ed essa corre veramente a 150
km. all’ora, essa assolve quella funzione, cioè funziona, ha successo,
è “vera”, ha la qualità di “automobile”. Ed ecco allora si pensa di
poter anche dire: se si produce una cosa la cui funzione è esibire la
propria qualità di artisticità, ed essa la esibisce, essa assolve quella
funzione, cioè funziona, ha successo, è “vera”: è un’opera d’arte. Ma
attenzione: i 150 km all’ora (cioè il successo della prima cosa) sono
un valore condiviso da tutta la comunità, addirittura dimostrabili e
misurabili: hanno cioè un fondamento di verità. Invece la qualità di
artisticità di un’opera non ha alcun fondamento di verità, non è né
dimostrabile né misurabile.
Dunque, per poter dire che una cosa ha successo (funziona), bisogna
che ci sia comunque un criterio di riferimento, che quel successo sia
un valore “vero”, cioè condiviso dalla comunità. Nell’arte il valore
condiviso di questo successo (=il riconoscimento unanime della riuscita
artistica di un’opera) era possibile grazie alle tradizioni, ma esso
si è ormai perso nella dissoluzione di queste tradizioni, ed ecco perché
dell’arte si cerca oggi un fondamento antropologico, prima che il relativismo
radicale postmoderno, vanificando ogni possibilità di giudizio di valore,
la distrugga.
La proposizione: “è vero ciò che ha successo” presuppone dunque sempre,
per essere accettabile, il valore condiviso di questo successo. L’uomo
americano invece ha la propensione a illudersi di poter vivere la “libertà”
del relativismo radicale, senza prima legittimare secondo regole il
successo che persegue. E’ forse legittimo avere successo (per esempio:
diventare ricco) rubando? Se il successo fosse in ogni caso legittimo,
sarebbe certamente legittimo rubare per ottenerlo: il successo legittimerebbe
qualsiasi metodo per ottenerlo. Ma se c’è invece un criterio di riferimento
condiviso, per cui è proibito rubare, esso rende quel successo illegittimo,
“non vero”. Per cui la proposizione: ”è vero ciò che ha successo” (=è
arte ciò che alcuni uomini che hanno il potere di farlo decidono essere
arte) si dimostra solo la legge del più forte.
La propensione dell’americano a vivere senza regole, nella deregulation,
deriva dal privilegio di occupare un luogo dalle infinite opportunità,
quello “spazio per tutti” che l’America può, nonostante le immense contraddizioni,
offrire, per cui il successo è alla portata di tutti, lo stesso (economico)
per tutti, facilmente recuperabile se perduto, reinventabile se consumato.
Ciò sembra possibile perché l’America è tutta un “vuoto da riempire”,
tutta un “uguale fare e disfare”, senza storia, senza differenze di
qualità e di identità che, per sopravvivere, a quel “fare e disfare”
si contrappongano (a parte gli indiani, preventivamente distrutti).
Questo relativismo radicale è il lusso di un pensiero che l’Europa
sa di non potersi permettere. L’Europa non è un “vuoto da riempire”
di indifferenziate banalità, è il “luogo delle differenze di qualità”.
Non è la prateria del facile, ma l’orto del difficile. E’ la storia
di una disperazione franata in totalitarismi e ideologie aberranti,
in guerre fratricide, in sofferenze inenarrabili, che solo la dignità
e la grandezza della qualità possono ora riscattare. Non tutto è accettabile,
e solo la qualità può conferire ormai senso all’insensatezza esistenziale
dell’oggi. La qualità è la sola verità dell’uomo senza verità. Ma la
qualità è possibile solo a partire da regole condivise, da criteri di
riferimento, anche se faticosamente istituiti giorno dopo giorno.
Non altrimenti, giorno dopo giorno, vanno ricercati nuovi fondamenti
che possano ripristinare il giudizio sulla qualità delle opere, perché
la deriva dell’arte nell’anything goes (una cosa vale l’altra) è parte
della deriva di una intera cultura, che dal Pragmatismo passando per
il relativismo radicale porta all’autoritarismo. E’ ciò che l’Europa
non si può permettere, non solo per ovvia difesa di fronte alla superpotenza
americana, ma anzitutto perché la qualità è la filosofia della sua sopravvivenza.
E’ anzitutto per questo, anche se certo non solo per questo, che Parigi
(l’Europa), dopo quasi sessant’anni da quell’agosto del 1944, dice “no”
all’americana guerra all’Irak senza l’approvazione dell’ONU. Senza cioè
la legittimazione condivisa del “successo””.
Dalla “riuscita”
dell’opera alla “riuscita” dell’Autore
Nella Estetica di Dewey ci sono dunque le premesse per quell’estremo
evento rivoluzionario che è l’estetizzazione diffusa della società del
procedimento postmodernista, dove l’intensità della esperienza del soggetto
non è dovuta tanto alla qualità dell’oggetto, quanto alla predisposizione
del soggetto stesso ad avere una esperienza intensificata comunque,
a prescindere dalla qualità dell’oggetto. E’ allora il soggetto a essere
il motore dell’esperienza, non l’artisticità dell’opera.
Fare infatti dell’operazione arte un mero strumento del progresso,
o della rivoluzione estetico-sociale, o della estetizzazione diffusa
della società, vuol dire spostare l’attenzione dalla “riuscita” artistica
dell’opera (che è stata da sempre la protagonista della operazione,
nonostante e al di là di tutte le funzioni secondarie magiche, religiose,
celebrative, di narrazione, di critica, ecc., con cui viene usata dalla
società) alla “riuscita” dell’Autore, cioè della società stessa. La
riuscita della vita, nella identificazione arte=vita. La compiutezza
della vita (Dewey) e non la compiutezza dell’opera separata dalla vita.
Purtroppo non sembra che le attuali condizioni della esteticità diffusa
possano considerarsi un concretizzarsi positivo di qui presupposti teorici.
L’estetizzazione basata sulla produzione e consumo di massa di oggetti
estetici non incide sulla alienazione di “avere” piuttosto che “essere”.
Se allora da un lato non si è avverata l’identificazione arte=vita,
come nelle intenzioni delle avanguardie storiche, dall’altro si è invece
avverata in gran parte la distruzione dell’opera d’arte. E’ per questo
che oggi siamo costretti a cercare di capire finalmente che cosa l’opera
d’arte sia stata veramente per l’uomo in questi 40.000 anni.
Il procedimento avanguardista si fa risalire a Rimbaud, così come il
procedimento modernista a Baudelaire.
Nella teoria del poeta come "veggente" di Rimbaud, il poeta
visionario vede l'"ignoto" che gli altri non vedono. "Se
ciò che lui riporta da laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe,
egli dà informe".41
Questo vuol dire che il poeta/artista è strumento di quell'"ignoto",
che altro non è che il Linguaggio: egli è dunque agito, "parlato"
dal Linguaggio. "Si tratta di giungere all'ignoto attraverso lo
sconvolgimento di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna
essere forte, essere nato poeta, e io mi sono riconosciuto poeta. Non
è in nessun modo colpa mia. E' falso dire: Io penso. Si dovrebbe dire:
Mi si pensa. Scusate il gioco di parole. Io è un altro". 42
Ora, questa discesa agli inferi, questa scoperta/invenzione della identità
più profonda (nell'ignoto) di tutti i possibili Io, appartiene al presente:
è in funzione dell'opera, e Rimbaud fin qui appartiene al procedimento
modernista ("Le scoperte dell'ignoto reclamano nuove forme").43
Ma il pensiero di Rimbaud va oltre fino all'artista missionario: per
cui l'arte dovrebbe avere un ruolo sociale di emancipazione. L'irrazionalismo
"di tutti i sensi" sarebbe in verità programmato da una razionalità
che lo supera, per un nuovo ordine/linguaggio universale. Pertanto il
poeta, con le nuove forme, provocherebbe e anticiperebbe nuovi tempi,
nuove armonie sociali: “Il poeta definirebbe la quantità di ignoto che
si desterebbe nell'anima universale, durante il suo tempo; darebbe più
che la formula del suo pensiero, che l'annotazione della sua marcia
verso il progresso!” “Enormità divenuta norma assorbita da tutti, egli
sarebbe davvero un moltiplicatore di progresso.... L'arte eterna avrebbe
la sua funzione, come i poeti sono cittadini. La poesia non ritmerà
più l'azione; sarà più avanti”.44
Cioè non sarà solo narrazione dell'azione, ma la produrrà.
A queste enunciazioni teoriche si rifanno gli avanguardisti. Ma Rimbaud
stesso fa in proposito un'autocritica, in Une saison en enfer, autoanalisi
di una sconfitta, nella totale sfiducia nella Chiesa e nella politica
e nella stessa scienza. Dopo aver scritto: "La scienza, la nuova
nobiltà! Il Progresso. Il mondo cammina! E perché non dovrebbe girare?"45 ammette: "...la scienza è troppo lenta".46
"Bisogna essere assolutamente moderni".47
Ritornare cioè alla dimensione del presente.
Baudelaire aveva già intuito queste aporie della Avanguardia, quando
ne condannava la teleologia hegeliana e il progresso dell'arte.
Ciò che, al di là delle intenzioni coscienti, è veramente in atto nel
procedimento avanguardista, è il processo di esautoramento dell'oggetto
da parte del soggetto (“l'essere in potere del soggetto”, “l’oblio dell’essere”,
propri del nichilismo).
Il protagonista dell'operazione arte non è più la riuscita artistica
dell’opera, ma il soggetto Autore. L'Autore non è più al servizio dell'opera,
ma viceversa l'opera è al servizio dell'autore (che è la società) e
della sua estetizzazione.49
L'identità dell'Autore non viene "reinventata", come nel
Modernismo, nel rapporto con l'altro da sé opera/Linguaggio, ma pretende
di sussistere per se stessa, in una prepotente autoaffermazione del
soggetto (l'autore come feticcio), che finisce per distruggere l'altro
da sé opera/Linguaggio.
Se il narcisismo dei modernisti poteva essere in parte giustificato
dalla disperata ricerca di identità, quello degli avanguardisti è sfacciato,
perché il soggetto autore vale ormai più della riuscita artistica dell’opera.50
L’“invidia” nei confronti degli scienziati, la cui disciplina progredisce,
e che sono ormai i veri protagonisti della storia, è sintomo della perdita
di identità di modernisti e avanguardisti. Ma qui questa identità vuole
essere prepotentemente recuperata a scapito dell’opera. Ciò avviene
con uno spostamento della funzione: la funzione prima della operazione
non è più quella di produrre opere e comportamenti che esibiscono la
propria qualità di artisticità, ma che esibiscono l’esteticità dell’Autore,
cioè della società.
Ma questa autoaffermazione di identità sarebbe ovviamente illusoria
(una semplice fuga da se stessi o un affascinante impulso all'autodistruzione),
se non fosse sostenuta in verità da un implicito sottinteso altro da
sè fortissimo: l’idea metafisica del progresso umanista. In questo rincorrere
l'Utopia, l'Avanguardismo si mantiene nella dimensione della metafisica
e contraddice il suo presunto e spesso dichiarato nichilismo. Tant'è
che nel Postmodernismo, dove l'autoaffermazione dell'autore sussiste,
ma la metafisica del progresso è negata, in un approccio veramente (quasi)
nichilistico alla realtà, il grande problema irrisolto rimane il problema
dell’identità del soggetto.
Autori estetizzanti,
sublimi e concettuali
Partecipano al processo della “perdita dell’oggetto” tre categorie
di protagonisti: gli autori estetizzanti, gli autori sublimi e gli autori
concettuali.
Alla prima appartengono autori e movimenti che esplicitamente si pongono
come fine il superamento dell'oggetto artistico per un' "arte come
fatto estetico integrale". Gli estetizzanti non sono solo produttori
di oggetti, ma anche di situazioni (es: Dada, situazionisti, alcuni
surrealisti). Per essi, la estetizzazione della società implica, se
rigorosa, più un comportamento soggettivo che una produzione di oggetti,
sia estetici che artistici. La rivoluzione estetica antiartistica vuole
l'onnipotenza del piacere estetico, nel coinvolgimento del pubblico,
delle masse, aprendo quel processo che condurrà a essere protagonisti
dell’operazione non più l’opera e nemmeno l’Autore, ma il pubblico stesso
nel procedimento postmodernista.
Alla seconda appartengono autori che, pur accettando ancora (provvisoriamente,
come tappa di quel processo di dissoluzione dell’opera d’arte nella
vita) l'inevitabile separatezza fra arte e vita, e quindi la produzione
di oggetti, considerano le opere all'interno della teleologia progressiva
dell'arte verso una condizione utopica, e arrivano così di fatto alla
condizione di fine dell’opera d'arte.
Questi Autori sublimi51 producono oggetti,
ma questi oggetti, che pretendono di essere opere d'arte, portano in
sè una contraddizione: essi sono destinati a "progredire"
fino a pretendere di essere "arte pura" (di contro alla impurità
narrativa costitutiva dell'arte), fino a realizzare (da parte dell'arte)
"la propria essenza". In definitiva: il “suicidio dell’artistico”.
Scrive A. Berardinelli52:
"Nel processo di avvicendamento delle élites, perché i vecchi gruppi
siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario per questi ultimi
cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli della morte e agenti
della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio vantaggio il brivido
o il panico che queste immagini seminavano intorno".
Condensare i termini Mythos e Poiesis fino allo spasimo di una impossibile
essenza è un eccesso e in questo eccesso è il "sublime" (secondo
Sedlmayr: l’”angelismo”).
Rimbaud: "...il disordine di tutti i sensi".
Malevic:" Nel Suprematismo non si può ormai parlare di pittura.
La pittura è stata superata da tempo, e il pittore è un pregiudizio
del passato". "Nei nostri studi non si dipingono più quadri,
si edificano le forme della vita".53
Mondrian: "(Il cubismo) non sviluppa l'astrazione fino al suo
obiettivo finale,
l'espressione della realtà pura.
El Lissitskj: "...Pertanto, gli spazi di esistenza puramente matematica
non sono rappresentabili e, tanto meno, realizzabili".
Blanchot: "La letteratura va verso se stessa, verso la propria
essenza che è la sparizione".54
Breton: "Surrealismo, n.M. Automatismo psichico puro col quale
ci si propone di esprimere............al di fuori di ogni preoccupazione
estetica o morale.55
Pollock: "Quando sono nella mia pittura, non mi rendo conto di
quello che faccio".
Warhol: "Io sono quello che sembro. Dietro non c'è niente".
Rappresentare l'irrapresentabile, narrare l'inenarrabile: questa è
l'utopia metafisica minimalista degli autori sublimi, che, intrapresa
la navigazione modernista di produzione dell'opera, approdano sulla
spiaggia avanguardista della distruzione dell'opera (in alcuni magari
proprio vissuta come la fine del mondo).56
Fra le ragioni che spingono questi autori in questo processo di morte
e presunta rigenerazione dell'arte in una nuova libertà, c'è l'irresistibile
bisogno di essere loro, e non l'opera, il vero protagonista della creazione
artistica. Rifacendosi al concetto di Sublime in Kant, scrive R. Milani57: "Il bello riguarda
la finalità dell'oggetto verso il soggetto conoscente, il sublime invece
la finalità del soggetto verso l'oggetto. Il secondo suscita commozione,
il primo stimola. Nel bello l'oggetto si "predispone" per
la conoscenza del soggetto: qui il piacere è congiunto alla rappresentazione
della qualità; nel sublime c'è un trasferimento della facoltà del soggetto
nell'oggetto: qui il piacere è congiunto alla quantità." Cioè,
mentre il bello (artistico) dipende dalle proprietà dell'oggetto, il
sublime non dipende da alcuna proprietà dell'oggetto: è il soggetto
che investe di un suo sentimento, la "sublimità", l'oggetto
(estetizzandolo). E Pareyson: "Il sublime non consiste tanto nel
percepire, come nella contemplazione pura della bellezza libera, una
predisposizione della natura verso la nostra conoscenza, quanto piuttosto
nell'attribuire alla natura un significato spirituale, nel percepire
la natura come figurazione della stessa nostra moralità".58
Si tratta dunque di quel processo di estetizzazione che vede lo spostamento
dell'interesse dall'oggetto al soggetto autore, soggetto che, estetizzando
l'oggetto anche indifferente (natura), fa di se stesso un'opera erigendosi
a demiurgo.
Il "Quadrato bianco su fondo bianco" non ha una qualità di
artisticità: è l'autore Malevic che gli conferisce una "sublimità"
con la sua (dell'autore) proclamata, eccessiva, esasperata e mistica
urgenza di una forma assoluta. Il fascino o gli stimoli che emanano
da questo oggetto non sono oggettivi, dovuti all'oggetto in sé, ma alla
proclamata poetica dell'autore. Non è il quadro che "vale",
è l'autore che "lo fa valere e si fa valere", come opera di
se stesso, all'interno di una precisa intenzionalità e contesto culturale.
Quel quadro, appunto, non è un oggetto artistico: essendovi distrutta
ogni narrazione, è un oggetto artigianale (vedi “TF” n.1, p.11).
Non altrimenti sono oggetti artigianali i quadri “estremi” di Mondrian,
proprio i quadri in cui, secondo E. Gilson59,
l’arte contemporanea realizzerebbe “finalmente” l’emancipazione della
pura forma come elemento plastico dalla forma come simbolo. Per esempio
è arte il “Quadro III” (Composizione ovale) del 1914/Amsterdam/Stedelijk
Museum, mentre è artigianato la “Composizione D con rosso, giallo, blu”
1932, coll. Maz Bill.60
Esempio famoso di una ambiguità fra protagonismo dell'opera e protagonismo
dell'autore è Pollock. Dopo aver affermato di Pollock che "forse
fu sempre più interessato a essere un artista che a praticare l'arte,
Updike scrive : "...voleva essere un artista prima di avere la
più vaga idea del processo creativo e delle sue tecniche.
E' senza dubbbio un eroe americano, in quanto ha saputo creare se stesso
partendo dal nulla; l'indicazione chiara di questa grande mostra è come
ci sia mancato poco che Pollock non lasciasse nulla anche dietro di
sé. Ma forse nel flaccido umanesimo di questo tempo le opere sono ciò
che conta meno. A chi importa quale dei numerosi drip-paintings appaia
migliore o peggiore di un altro? Conta l'artista; le opere non sono
che l'ombra da lui proiettata per far conoscere la sua presenza....".
"C'è in America una tendenza a considerare l'arte un atto spirituale,
un momento di grandezza meravigliosa. La carriera emblematica di Pollock
ci dice, con caparbia ostinazione, quanto possano essere brevi e rischiose
le visitazioni della grazia".61
Dopo l'excursus "sublime", Malevic è ritornato alla pittura
rappresentativa, Mondrian alla narrazione, Pollock ha inserito nelle
opere elementi rappresentativi.
Alla terza categoria appartengono autori che producono oggetti, ma
oggetti che non pretendono affatto di essere oggetti artistici. Si collocano
fra questi anche i ready-made di Duchamp, anche se non sono stati prodotti
da lui, e che per questo loro essere “già pronti” e solo decontestualizzati
da una funzione a un’altra, sono all’origine di una operazione semiotica
di immensa portata e conseguenze.
Duchamp
Duchamp è senz'altro il più lucido protagonista di questa operazione:
egli si proclama "artista", pur affermando che i suoi oggetti
non sono opere d'arte, e con ciò, destabilizzando il concetto di opera
d'arte e negando la qualità di artisticità degli oggetti, si pone come
demiurgo, come colui che arbitrariamente, a propria esclusiva discrezione,
si proclama soggetto/"artista" piegando l'oggetto/opera al
suo servizio, inaugurando un processo che dura fino ai nostri giorni:
da un lato la riduzione dell'oggetto artistico a oggetto estetico, e
dall'altro la estetizzazione del sociale nel culto narcisistico del
soggetto/autore.
Duchamp nega l'importanza del "modo di formare", considera
volgare il piacere del fare l'oggetto. Ciò che conta è il gioco intellettuale,
l'invenzione dell'idea (v. avanti il capitolo Allegoria). L'opera, se
c'è, è solo in funzione dell'autore: in fondo, l'opera si esaurisce
nella firma dell'Autore. “Si potrebbe ipotizzare che la maggiore opera
di un artista sia oggi la costruzione del proprio carisma, l’edificazione
di una buona ragione per la quale la sua firma si propone come un significante
d’eccezione”.62
Ma Duchamp va oltre, e dice: “Io do addirittura maggiore importanza
allo spettatore che all'artista" (Duchamp). Dietro il paradosso,
c'è non solo l'intuizione dell'"opera aperta" e del processo
che condurrà nel Postmodernismo al protagonismo produttivo del pubblico,
ma la messa in atto della estetizzazione dell'oggetto artistico: più
è lo spettatore a "fare" l'oggetto, più esso si riduce a "oggetto
estetico”: cioè a un oggetto a cui l'uomo (lo spettatore) conferisce,
a prescindere da qualsiasi proprietà immanente all'oggetto, una valenza
estetica.63
Se "il Grande Vetro non è nemmeno un quadro, ma un ammasso di
idee"64,
e se di esso allora ciò che importa è soltanto il Mythos e non la Poiesis,
esso è un'allegoria. Ma l'allegoria e molto più facile da fare, nella
sua indifferenza alla forma, di una idea formata in simbolo sintetico,
opera d’arte (vedi avanti capitolo Allegoria). Inoltre, se una forma
facile può anche essere stucchevole, una idea facile è solo imperdonabilmente
stupida. Tutto ciò introduce prepotentemente nell'ambito delle possibilità
del giudizio di tali procedimenti la categoria "facile/difficile".
Ma Duchamp, ben sapendo che i suoi oggetti avrebbero mal sopportato
un confronto nelle categorie "riuscito/non riuscito" e "facile/difficile",
fu tra i primi a negare la pertinenza di ogni giudizio65:
che è appunto il modo più sottile e devastante per distruggere una qualsiasi
disciplina (in questo caso l’operazione di produrre opere d'arte). Nessuna
disciplina può pretendere di sopravvivere, quando non sia più possibile
un giudizio fuzionale (sull’adempimento della loro funzione) degli oggetti
da essa prodotti.
“Il giudizio critico sembra dunque attraversare un’eclisse sulla cui
durata e sulle cui conseguenze non possiamo far altro che delle ipotesi.
Una di queste - e non è certo la meno rosea - è che, se non cominceremo
proprio ora ad interrogarci con ogni energia sul fondamento del giudizio
critico, l’idea di arte così come la conosciamo finirà con lo sfumarci
tra le dita, senza che una nuova idea possa occuparne soddisfacentemente
il posto.”66
Gli autori di quella che viene chiamata "arte" concettuale
non perseguono la dissoluzione dell'opera nella estetizzazione del sociale
(estensione dell'artistico all'estetico), ma una autoriflessione tutta
interna all'opera rispetto alla possibilità di quella estensione. Questa
osservazione del sistema (arte) dall'interno del sistema stesso, questa
autoreferenzialità radicale, si risolve prevalentemente in una produzione
di oggetti semiotici non artistici.
“Allora eravamo in poche. Prendevamo i rifiuti e li conservavamo come
forma d’arte. Il che suona più nobile di quanto non fosse. Era solo
un modo di guardare più attentamente alle cose”.67
Nella pagina culturale del giornale "La Repubblica" del 7
giugno 1995, in una intervista dedicata alla Biennale di Venezia, Jean
Clair, direttore del Museo Picasso, ex direttore del Baubourg, ex direttore
della sezione Arti Visive della Biennale di Venezia, dice: "...Parlando
della Astrazione mi riferisco sopratutto all'arte americana del dopoguerra,
da Pollock fino al Minimalismo, a Robert Morris, Frank Stella.
Tutta la scuola formalista americana che ha occupato la scena dell'arte
negli anni cinquanta, che è passata nel mondo come il culmine, la fine,
l'apoteosi della storia della pittura occidentale, è, secondo me, una
gigantesca impostura...”
Si può convenire o meno con questa opinione, ma non si può negare il
piacere che ne deriva, dovendosi ormai considerare la sincerità una
riconciliazione con l'intelligenza. Ma ecco che da più parti si è levato
il grido d'allarme: "Restaurazione!". Certo, da tutte quelle
parti che si spaventano al solo pensiero che possa succedere una qualsiasi
cosa: cosa che comunque turberebbe lo status quo del potere consolidato.
Ma al di là della trasparente ostilità verso la cultura americana, alla
quale i francesi non perdonano di avere, con la vittoria del 45, detronizzato
Parigi e conquistato "imperialisticamente" per New York la
posizione di centro propulsore dell'arte mondiale e del suo mercato,
al di là di una altrettanto evidente e persistente rivalità di mercati
dell'arte visiva, rimane pur sempre il segnale di una onestà intellettuale
che pretende di rivedere con l'occhio critico il percorso degli ultimi
150 anni di storia dell'arte. Vera restaurazione sarebbe negare questa
rilettura, anche se essa si annuncia molto difficile, per gli ovvii
immensi interessi coinvolti in quella storia, per la improbabilità di
nuove riflessioni di coloro che, in buona fede o meno, ne sono stati
protagonisti, per la sedimentazione dei giudizi e dei luoghi comuni,
per la pigrizia intellettuale di una cultura che ha perso il valore
dell'arte e delle sue funzioni.
Non si sta parlando di tutta l'arte contemporanea, ma di quella dei
procedimenti modernista e avanguardista. Infatti rimangono intatti il
valore e la funzione sociale dell'arte del procedimento tradizionalista
(erede diretta dell'arte storica), che è prerogativa, con risultati
degni di quella tradizione, di tantissimi artisti delle comunicazioni
di massa d'autore: nel cinema, nel romanzo, nel teatro, nella illustrazione
pubblicitaria e editoriale, nel jazz, nella musica popolare e non, nei
fumetti, nei video, ecc..
Così Modernismo e Avanguardismo non sono la continuazione dell'arte
storica, ma una devianza: un ramo tanto splendido quanto fragile, che
si stacca decisamente dal tronco dell'arte del procedimento tradizionalista.
Ora, appunto uno dei più sorprendenti fiori (più che frutti, e poi si
vedrà perché) di questo ramo è certo Duchamp, e come tale non può non
essere rivisitato criticamente .
Egli (con altri) ha contaminato (proprio nel senso di infettare) l'operazione
arte del virus semantico/semiologico, producendo in esso una febbre
da un lato intensamente creativa, per aver messo a nudo alcune nervature
segrete del Linguaggio, dall'altro fortemente destabilizzante e defatigante
che ha spesso paralizzato il processo creativo nella fase progettuale,
"concettuale". In questo senso si è parlato di fiori, cioè
di idee sorprendenti, più che di frutti, di concrete opere d'arte.
Duchamp è, nel 1912, un giovane pittore di talento che fa parte del
giro degli innovatori quando, affascinato dal gioco della intelligenza
che sottende alla vera invenzione, ha quella che Breton chiama la sua
"grande crisi intellettuale", e, portando quel gioco alle
sue estreme conseguenze, rinuncia alla pittura. Infatti egli considera
la pittura a lui contemporanea prigioniera del formalismo e dell'edonismo,
del piacere della mano e dell'occhio, invece che opera dell'intelletto
(come è sempre stata nella storia: narrazione, interpretazione intellettuale
della realtà).
Dice Breton in un saggio su Duchamp del 1934: "Il diletto del
colore, basato sul piacere olfattivo, è altrettanto penoso del diletto
del tratto, basato sul piacere manuale. L'unica soluzione, in queste
condizioni, è quella di disimparare a dipingere, a disegnare."
Disturbato dal fatto che i pittori suoi amici fanno una pittura esclusivamente
emotivo-formalistica, che egli chiama con disprezzo "retinica"
(impressionisti, cubisti, astrattisti)69
al solo scopo di trovarsi una formula/stile70
da ripetere per il mercato71,
egli decide di sottrarsi al piacere volgare del fare (e tanto più del
fare per vendere) per dedicarsi solo alla invenzione delle idee72. Ma può anche darsi
molto più semplicemente che si fosse reso conto, nella sua intelligenza
pari alla ambizione, di non poter competere con la bravura di personaggi
come Picasso.73
In realtà, anche se storicamente giustificata come espressione radicale
di una audace avventura d'avanguardia, l’operazione non risolve le deficienze
che Duchamp addebita all’arte a lui contemporanea, e tanto meno estirpa
il cancro del mercato. In fondo, Duchamp stesso è debitore della sua
fama in massima parte al mercato dell'arte di New York, e ha, anche
se in piccola misura, commercializzato i suoi oggetti/pensiero, ricevendo
per questa sua contraddizione non poche critiche dai suoi cultori.74
Da quel suo "disimparare a dipingere" nasce la provocazione
più paradossale e gravida di conseguenze per la pittura stessa (e in
parte anche per gli altri linguaggi specifici), e anche la più discutibile,
che è quella di definire se stesso "artista" (appunto l'Autore
come protagonista dell’operazione nel procedimento avanguardista) pur
nel rifiuto della elaborazione dell'oggetto, pur nella ammissione che
i suoi oggetti non sono affatto opere d'arte: "...il Grande Vetro
non è nemmeno un quadro, ma un ammasso di idee".75
E' ovvio che qui Duchamp non è più un artista, se artista è per definizione
colui che produce opere d'arte. Una idea, per quanto interessante, rimane
allo stadio di allegoria se la sua elaborazione formale è indifferente,
nel senso di non determinante: cioè quando, per esempio, una donna con
la bilancia, come idea della giustizia, può essere raffigurata indifferentemente,
in una forma qualsiasi. Nel simbolo sintetico/opera organica che è il
modo di strutturarsi tendenziale dell'opera d'arte, la "formazione"
(elaborazione formale, processo di formazione) dell'idea è necessaria,
ed è l'unica possibile per quell'opera. Se così non fosse, qualsiasi
raffigurazione della donna con la bilancia sarebbe automaticamente un'opera
d'arte. Ciò che non è.
Ora, proprio il proclamarsi di Duchamp "artista" come autore
anche soltanto di un "ammasso di idee", ha un significato
preciso: l'artista (e lui poteva essere istituzionalmente considerato
tale per il suo brillante passato di pittore) può, anzi deve, destabilizzare,
destrutturare l'arte (in questo caso la pittura) annullando il concetto
stesso di opera d'arte, negando ogni qualità di artisticità all'oggetto.
Se si toglie un oggetto qualsiasi dal suo contesto funzionale (per
esempio un orinatoio da un gabinetto) e così decontestualizzandolo lo
si colloca in una galleria d'arte (operazione ready made), si ottengono
infatti diversi risultati.
In primo luogo si opera un'esibizione dell'oggetto puro in un luogo
non proprio. Con effetto straniante, l'oggetto si mostra senza significare
niente. Anche se solo per la breve durata dello shock, la "cosa
è". La cosa " riposa nel suo essere cosa" (Heidegger).
In secondo luogo si inserisce l'oggetto qualsiasi (possibilmente con
il minimo di connotazioni) nello statuto dell'arte, inaugurando la dottrina
che "è arte (opera d'arte) ciò che gli uomini (alcuni uomini che
hanno il potere di farlo) chiamano arte", a prescindere da qualsivoglia
proprietà e qualità dell'oggetto.
In terzo luogo si privilegia il soggetto/autore rispetto all'oggetto/opera:
di fatto ognuno può definire a suo arbitrio i suoi oggetti opere d'arte
o se stesso artista. L'artisticità dell'opera non è più qualcosa che
(all'autore) "accade" come "evento" unico, al di
là della sua ragionevole volontà. Il soggetto non è più un Autore al
servizio del Linguaggio/opera, ma egli usa ora l'opera al suo servizio,
come Dilettante, inaugurando il processo da un lato di riduzione dell'oggetto
da oggetto artistico a oggetto estetico, e dall'altro di estetizzazione
del sociale nel "culto" del soggetto Autore.
In quarto luogo si scardina ogni possibilità di "oggettività funzionante"
del giudizio di artisticità sulle opere, introducendo la teoria, fatta
propria dal procedimento postmodernista, della non pertinenza del giudizio
stesso.
Così, nel procedimento avanguardista, a differenza di quanto accade
nel procedimento modernista, il "nuovo" si attua spostando
l'attenzione dall'oggetto al soggetto, dall'opera all'autore, dalla
produzione di arte alla produzione di vita: nel tentativo di fare della
vita l'opera d'arte, in una estetizzazione diffusa come rivoluzione
sociale. In ciò è implicita una sfiducia nella funzione sociale della
artisticità dell'opera.
Il ready made è l'operazione risolutiva di questo procedimento avanguardistico.
Una certa aristocrazia intellettuale avanguardistica dei primi anni
del novecento pensa, non si sa con quanta sincerità, certo con una forte
dose di illusione, di poter influire sul sociale per mezzo di istanze
estetiche di shock e di stravolgimento delle funzioni tradizionali dell'arte.
Molto più scettici, i rinnovatori del procedimento modernista (e non
a caso molti di loro sono politicamente conservatori, da Eliot a Montale,
da Cézanne a Pound a Joyce) investono la loro creatività angosciata
nel rinnovamento, anche radicale, del linguaggio specifico, ma sempre
all'interno del massimo rispetto per l'artisticità dell'opera, non proiettata
verso il futuro (secondo l'ideologia di progresso nell'arte delle Avanguardie)
ma verso il profondo, luogo di origine dell'effimero e dell'eterno di
Baudelaire: "La modernità è il transitorio, il fuggitivo, il contingente,
la metà dell'arte, di cui l'altra metà è l'eterno e l'immutabile".
In ogni modo, al glorioso exploit intellettuale avanguardistico di
quegli anni la storia non ha dato ragione: tutto, o quasi tutto, è stato
digerito dal mercato. E fra le macerie resistono oggi le opere d'arte,
quegli oggetti che proprio per la loro qualità di artisticità si impongono
sempre di più col passare del tempo. Ciò tuttavia nulla toglie al merito
di personaggi come Duchamp, mitici inventori di idee e situazioni. Piuttosto
lascia perplessi la pertinacia dei proseliti, ironizzata dallo stesso
Duchamp, negli anni del secondo dopoguerra.77
Moltissimo sulle operazioni di Duchamp si è scritto. Si è scritto,
rispetto al ready made, del suo essere "oggetto puro", esibizione
reale di una epoché fenomenologica. Si è giustamente evidenziato il
suo essere perturbante, il suo potere di straniamento (nella dimensione
del sublime). Ma a questo riguardo si può fare una osservazione: lo
shock perturbante del ready made si consuma, non appena l'idea (che
ne sta all'origine) è capita: lo straniamento (e la quantità di informazione)
non dura oltre lo shock né, quindi, può essere riproposto a chi già
ne conosce il meccanismo. Il segreto del ready made sta nel fatto che
"non c'entra": cosa c'entra uno scolabottiglie con una galleria
e i quadri che lo circondano? "Non c'entra" per nulla, e qui
sta lo shock. Ma non appena si svela l'intelligenza della invenzione,
e l'operazione si ripete e diventa una abitudine, ecco che la cosa "c'entra":
e in quanto ormai "c'entra", non è più straniante.78 Nell'opera d'arte invece, da sempre,
lo straniamento è più sottile e duraturo: anzi, è proprio questa durata
nel tempo (che è, in fondo, uno shock vero) la prova della sua artisticità
(vedi il concetto di “tempo fermo”, in “TempoFermo” n. 1, p. 45).
Si è scritto che il ready made è la concretizzazione definitiva del
fatto che non esiste un "artistico" in sè. Ma se esso non
esiste, chiaramente, come categoria metafisica, esiste "di fatto"
come costante storico/antropologica. Se il razionalismo cui si rifà
l'operazione mentale del ready made (non c'è niente di dato, ma solo
interpretazioni condizionate dal soggetto operante, per cui "arte
è ciò che gli uomini chiamano arte") nega ogni comunicazione a
vantaggio della purezza della esibizione dell'oggetto in sè; se nega
nell'operazione mentale ogni intrusione dell'incoscio, in altre parole
ogni narrazione, contaminazione di racconto impuro, che è stata da sempre
la prerogativa dell'opera d'arte (essendo l'arte pura degli Autori sublimi
è una contraddizione in termini); se ipotizza solo l'esibizione della
"cosa" al di qua di ogni "fare", siamo chiaramente
al limite della esperienza artistica. Ma allora la pura esibizione diventa
un gesto rituale: un rituale del razionalismo in crisi.
In ogni modo lo "scandalo" è ormai consumato. Resta nella
memoria la figura di Duchamp, anche con le sue contraddizioni. Il modo
migliore per mettere a frutto la sua lezione è di separare, nell'ambito
di una Estetica generale, ciò che appartiene al propriamente estetico
da ciò che appartiene invece al propriamente artistico.
Si può partire da una minima analisi degli stessi oggetti prodotti
da Duchamp:
1. I quadri, fino al 1912.
2. Gli artefatti, oggetti "fabbricati" da lui, come il "Grande
Vetro", incompiuto, che "non è nemmeno un quadro, ma un ammasso
di idee".
3. I ready made, come la "Ruota di bicicletta", lo "Scolabottiglie",
ecc. I ready made sono l'oggettivazione dell'intuizione sua più radicale,
e della cui importanza lo stesso Duchamp prese coscienza solo lentamente:
"...L"idea mi venne per caso come tutte le cose che hanno
un certo valore"(30/12/1960).
Si tratta di oggetti artistici e oggetti estetici. Gli
oggetti estetici si dividono in oggetti estetizzati, oggetti
estetici propriamente detti, e oggetti estetici testimoniali.
L’oggetto estetizzato è un oggetto qualsiasi, naturale o artificiale,
a cui il soggetto conferisce, a prescindere dalle sue proprietà immanenti,
una “risonanza” o attributo estetico. A una sedia, oggetto per sedersi,
viene conferita una “risonanza” se è bella/brutta, se è la “sedia della
nonna”, se ricorda qualcosa, se in una dimensione sacra è una divinità,
se è collocata in modo da proiettare un’ombra suggestiva, se è sostegno
a un abito in una vetrina, se è collocata in un luogo incoerente (decontestualizzazione)
come un readymade di Duchamp in una galleria d’arte, ecc. Anche una
parola può essere caricata di valenza estetica. Leopardi differenziava
nell’italiano i semplici “termini”, che definiscono le cose, dalle “parole”,
che nella loro vaghezza chiamava “poeticissime”: “Le parole lontano
e simili sono poeticissime e piacevoli...” (G. Leopardi, "Zibaldone
di pensieri", 25 settembre 1821, Mondadori 1988, vol. 2, p. 650).
Si può fare un esempio limite di estetizzazione di un oggetto. Una
tela vuota appesa al muro è niente. Ma se al muro se ne appendono venti
uguali e altrettanto vuote, venti niente diventano un evento che le
estetizza.
L’oggetto estetico è una narrazione prodotta con cura della forma,
ma in cui la funzione genetica prima è ancora quella di far “leggere”
il significato/contenuto (mentre nell’oggetto artistico la funzione
genetica prima è quella di esibire la propria forma, che è essa stessa
il significato). Nell’oggetto estetico il significato/contenuto si impone
sulla forma. Pertanto in esso si può modificare la forma senza che muti
il significato (mentre nell’oggetto artistico ciò non si può fare perché
la forma è il significato(v. “TempoFermo” n. 1, p. 50). Sono oggetti
estetici i segnali, le allegorie, la maggior parte delle “buone” fotografie
e degli oggetti pubblicitari e della musica rock, i rituali e i discorsi
e canti retorici come gli inni nazionali, ecc.. La gran parte degli
infiniti quadri della tradizione storica sono solo illustrazioni, oggetti
estetici dove predomina il significato sulla forma; oppure sono oggetti
artetici, che nonostante la cura della forma non raggiungono la qualità
di artisticità del simbolo sintetico/opera d’arte. Così sono illustrazioni
gran parte dei romanzi. Ciò non impedisce che siano opere d’arte alcuni
brani di questi romanzi, così come possono essere opere d’arte solo
alcuni quadri della personale di un Autore, e solo alcuni brani di una
sinfonia.
L’oggetto estetico testimoniale è un oggetto estetico prodotto dal
soggetto allo scopo che la valenza estetica conferitagli si rifletta
sul soggetto stesso, l’autore, estetizzandolo a sua volta, rendendolo
agente (portatore, produttore) di esteticità nella società. Tale oggetto
è pertanto prodotto più in funzione della riuscita dell’Autore che in
funzione dela riuscita artistica dell’opera: è strumento del piacere
del soggetto nel suo essere agente estetico (diletto dell’autore=Dilettante).
Fra gli oggetti di Duchamp, i quadri si collocano fra gli oggetti che
pretendono di essere artistici, gli artefatti come il Grande Vetro fra
gli oggetti estetici (di comunicazione) ("ammasso di idee")
e infine i readymade fra gli oggetti estetizzati.79
Da questa classificazione si può apprezzare il contributo dato da Duchamp
al processo di estetizzazione proprio delle Avanguardie radicali come
Dada, in cui c'è un provocatorio spostamento dell'interesse dall'oggetto
sul soggetto autore. Non solo, ma in queste sue parole (13/1/61): "...Credo
invece sinceramente che il dipinto sia fatto tanto dallo spettatore
quanto dall'artista...Lo spettatore quindi è altrettanto importante
dell'artista nel processo artistico". "E io do addirittura
maggior importanza allo spettatore che all'artista", (a parte il
paradosso dell'ultima frase) viene introdotta la questione dell'"opera
aperta", e viene evidenziato il processo di riduzione dell'artistico
all'estetico. Infatti più è il pubblico a "fare" l'oggetto,
più l'oggetto tende a diventare oggetto estetizzato nel senso di oggetto
qualsiasi cui una entità esterna, in questo caso lo spettatore, conferisce
una valenza estetica (se non addirittura di presunzione artistica).
Se l'arte contemporanea abbia perso delle opere d'arte con la rinuncia
di Duchamp alla pittura, non si può sapere. Egli ha scelto di essere
il disincantato, cinico e paradossale seduttore, perché incapace di
amare l'arte al punto di accettare di essere umilmente un artefice,
uno fra i tanti.
L'artefatto artistico comporta un lavoro materiale (corporale) che
Duchamp ha disprezzato considerandolo edonistico artigianato e, in più,
asservito al mercato: "E' che non ho mai vissuto da pittore/artigiano
che produce una certa quantità di opere l'anno da vendere a un certo
prezzo... Non volevo ripetermi; quindi ho troncato con la vita professionale
dei pittori. Ma è anche purché non sono artista a tal punto."(23/7/64).
Cosa intendeva Duchamp con quel a tal punto? Al punto da essere re Mida
che trasforma tutto in oro, a tal punto di indegnità? Oppure c'è in
lui la lucida intuizione che nulla avrebbe più potuto salvare la pittura
dal cancro di essere oggetto da vendere, e tanto valeva abbandonarsi
alla "pigrizia" e ucciderla?
Ma contraddicendo l'affermazione di essere un artista nonostante le
sue opere non siano opere d'arte, egli dice: "Si, ho cercato di
uccidere l'artista che aveva fatto di se stesso un dio", e alla
domanda di Hamilton: "Non temi di avere commesso un suicidio?",
risponde: "No, no, no. No...ma sono lieto se ho contribuito a questa
fine." (27/9/61). E a Rauschenberg che gli si rivolge con un certo
astio:" Dunque ha intenzione di distruggere l'arte per l'umanità
intera?" risponde: "No, solo per me stesso". (19/10/61)
E dice anche: "Io sono un artista e null'altro..." (27/9/61).
Cioè, si puo essere artista senza essere pittore, o poeta, o musicista
ecc, insomma senza essere artefice. "Dal 1923 mi considero un artista
spretato. L'arte era un sogno divenuto superfluo". Dunque, che
cosa è questo contraddittorio e paradossale autore? Sicuramente Duchamp
è l'oggetto estetico di se stesso.
Ovviamente egli avrebbe rifiutato la separazione dei concetti oggetto
estetico e oggetto artistico. Ma essa è invece decisiva per analizzare
la sua esperienza tanto intelligente quanto discutibile. Per esempio,
se in un oggetto concettuale come il Grande Vetro "le idee del
Grande Vetro sono più importanti della effettiva realizzazione"
(19/1/59), "se il Grande Vetro non è nemmeno un quadro, ma un ammasso
di idee" (16/12/54), e "non destinato a essere osservato"
(contemplato), se di esso interessa solo l'idea (Mythos) e non la forma
(Poiesis), esso non è che una allegoria. E cosa c'è di discutibile in
ciò? Il fatto che è ovviamente più "facile" raffigurare un'idea
con indifferenza alla sua forma che un'idea formata in simbolo sintetico
artistico. Se una idea formata non riuscita è "brutta", un
ammasso di idee mediocri è di una noia mortifera. Se una forma facile
è stucchevole, una idea facile è imperdonabilmente stupida. Per cui,
al punto in cui versa oggi l'arte dei procedimenti modernista, avanguardista
e postmodernista, ecco la categoria “facile/difficile" imporsi
perentoriamente fra i criteri di giudizio. Non per nulla Duchamp, che
non era uno sprovveduto, acutamente conscio che le sue operazioni si
sottraevano in modo sospetto alla dialettica "riuscito/non riuscito",
"facile/difficile", negava la pertinenza stessa del giudizio:
negazione che è appunto il modo più sottile e devastante per distruggere
una qualsiasi disciplina (in questo caso l'arte).
Allegoria
Nei diversi tipi di oggetti estetici (ma è più pertinente chiamarli
narrazioni estetiche) il significato è separato dalla forma, nella narrazione
artistica invece il significato coincide con la forma. Molte narrazioni
estetiche sono allegorie, dove il significato prevale sulla forma (se
invece la forma prevale sul significato, la narrazione viene distrutta,
e l’oggetto è un oggetto artigianale, senza narrazione), le narrazioni
artistiche (opera d’arte) sono invece simboli sintetici, dove la forma
si fa essa stessa significato.
L'allegoria è "dire altro" (allos/altro e agoreuein/dire):
dire di una figura altro da quello che è, della "donna con la bilancia"
dire altro da quello che è: dire cioè "la giustizia".
La figura allegorica "donna con la bilancia", in qualsiasi
forma indifferentemente venga disegnata, vuol dire sempre, per convenzione,
lo stesso altro: "la giustizia". E vuol dire, anzitutto, solo
questo.
L'allegoria è una idea, un pensiero, non la forma di una idea, di un
pensiero (anche se ovviamente una forma, anche se indifferente, non
può non averla).80
Immaginare una donna con la bilancia per farle significare "la
giustizia", è una idea. E' una idea in sé, indifferente alla forma
in cui è disegnata, scolpita, detta, ecc. (la “donna con la bilancia”
rimane per convenzione sempre la stessa allegoria, anche se viene disegnata
da autori differenti, con tecniche differenti, ecc.).
Dunque il significato "donna con la bilancia" si è trasformato
nel significato "la giustizia". Ma non è perciostesso un'opera
d'arte. Non è stata inventata una forma artistica, un "mondo"
nuovo, nel processo di formazione.
Nella produzione dell'opera, la differenza fra simbolo e allegoria
si può sintetizzare così: nel simbolo organico gli elementi narrazione
e forma sono così intimamente connessi che nulla di essi può esser cambiato,
quella forma è l'unica necessaria per quella narrazione; nella allegoria
disorganica invece narrazione e forma sono separabili, per cui data
una narrazione (idea) la forma può essere variabile, senza che cambi
la sostanza dell'opera, che è nell'idea.
In un quadro opera d'arte, come nel marchio di una ditta (simboli sintetici)
nulla può essere cambiato senza che, in linea di principio, il quadro
cessi di essere artistico, e il marchio cessi di essere il marchio di
quella ditta. Nella maggior parte delle immagini pubblicitarie invece,
data la narrazione (idea), diversi elementi nella esecuzione possono
essere cambiati, le tecniche, gli stili, gli autori, i supporti ecc.,
senza che muti la sostanza dell'opera, perché essa sta in massima parte
nell'idea. Sono infatti allegorie.
Nella rivalutazione dell'allegoria rispetto al simbolo sintetico nelle
Avanguardie (procedimento avanguardistico e Benjamin), la disorganicità
è considerata espressione necessaria della antinomia contemporanea tra
contenuto (significazione, tempo) e forma (formazione, "eternità").
Ma è proprio per risolvere questa antinomia che l'uomo ha inventato
l'arte (vedi: Psicogenesi
dell’arte in “TempoFermo” n. 1, p. 45). Decostruirla, rompere la
sua tendenza alla organicità, può essere un atto tattico dell'autore,
ma non un atto strategico, perché porterebbe alla distruzione dell'arte
come qualità della artisticità (distruzione che è infatti il progetto
dell’avanguardismo, nell’arte come istituzione).
In tutta l'arte contemporanea c'è stato un grande uso della allegoria,
ma una cosa è usare l'allegoria come strumento di rottura e di innovazione
per raggiungere poi una nuova sintesi simbolica, altra cosa è fare della
allegoria, del disorganico, un modello di opera d'arte.81
Non è affatto vero che: "L'allegoria appare così come il modello
che ci permette di lasciarci alle spalle i presupposti metafisici della
estetica idealistica e di fare della frattura che domina la nostra vita
reale il principio costitutivo dell'arte".82
Questo è il principio costitutivo solo delle opere di Duchamp
o Beuys e degli appartenenti al procedimento avanguardista.
Che molti autori del 900 abbiano voluto rompere l'organicità, opporsi
alla sua necessità, è comprensibile: la crisi epocale, esistenziale
e socioculturale, li ha minati nelle loro potenzialità di creazione
artistica, e ha fatto loro sentire come "prigioni" insopportabili
quelle che sono soltanto "regole necessarie" alla creazione,
senza le quali la creazione stessa dell'opera d'arte è impossibile.
Questa potenzialità di creazione artistica (che è tutt’altro dalla
potenzialità di creazione in generale) è ancora diminuita nella società
postmoderna, e per due ragioni, fra le altre, importanti.
La prima è che l'uomo della cultura postmoderna di massa ha un immenso
bisogno della operazione di estetizzazione (ricerca disperata di una
identità, da raggiungere nella "facilità" e non nella "difficoltà"
dell'invenzione artistica del procedimento modernista) e ha quindi urgenza
di oggettivare creatività generica e successo. La creatività generica
è senz'altro aumentata per l'acculturazione e il benessere generalizzati,
ma sommergendo e rendendo poco riconoscibili in quanto sommerse nella
quantità le eventuali operazioni di creatività artistica.
La seconda ragione è che una società nichilisticamente estetizzata
non persegue, per sua stessa costituzione, il "difficile"
(proprio della operazione artistica), poiché il "difficile"
presuppone un fondamento, un fine, un progetto, una meta, in definitiva
un futuro che la cultura postmoderna non ha. L'immensa proliferazione
di oggetti estetici testimoniali, specialmente nell'ambito dei linguaggi
specifici visivi, è dovuta alla "facilità" della operazione
estetica rispetto alla "difficoltà" dell'operazione artistica.
E' molto più facile, "alla portata di tutti" (come vuole
il procedimento postmodernista dove tutti possono “fare arte"),
mostrare un'idea nell'intenzione di far riflettere, di mettere in questione
il linguaggio ordinario, di stravolgere la normale percezione, ecc.,
che tras-formare una idea in forma artistica per mezzo di un processo
di formazione.
C'è infatti una immensa differenza di difficoltà fra concepire un'idea
e realizzare (da un'idea) un'opera d'arte.83
Se l'idea (significato) è separata dalla forma come nella allegoria
e nell'oggetto di comunicazione, e non è tutt'uno con la forma come
nel simbolo sintetico, essa, nella fruizione, si consuma, la sua quantità
di informazione (che è la sostanza dell'idea) si annulla progressivamente.
Per quanto possa essere il risultato di una elaborazione laboriosa e
complessa, per quanto si possa dire di essa che è una "idea geniale",
l'idea, una volta percepita, compresa e acquisita, può mantenere su
di sé l'ammirazione, ma si consuma come idea. La sua quantità di informazione
(comunicazione) dipende quasi esclusivamente dalla sua "novità".
Essa non provoca certo lo stupore che deriva invece dalla esperienza
esistenziale della artisticità, che si rinnova ogniqualvolta si ha un
approccio corretto all'opera d'arte, essendo essa ogni volta un evento.
Se l'idea si consuma, vuol dire che appartiene alla dimensione del
tempo e non alla dimensione di spazializzazione/”eternizzazione” del
tempo, che è invece propria della forma dell’opera d'arte (concetto
di “tempo fermo” in “TempoFermo” n. 1, p. 45).
L'arte in generale, nei millenni passati, non ha avuto bisogno di una
intensa elaborazione dell'idea, essendo i modelli quasi sempre gli stessi
e quindi l'attenzione dell'autore posta quasi esclusivamente sul processo
di formazione. Nell'arte contemporanea si assiste invece a un grande
uso di idee e anche a un suo sostituirsi in tutto o in parte al processo
di formazione, troppo spesso generando l'equivoco della equivalenza
fra la realizzazione compiuta della artisticità e una semplice elaborazione
dell'idea. Ciò si deve sia alla pratica del procedimento avanguardista,
in cui l'idea in sé tende a sostituire il processo di formazione dell'opera,
nel presupposto di spostare il processo di formazione dall'oggetto opera
alla vita stessa (la vita come opera d'arte, come invenzione di idee
e situazioni), sia anche alla grande quantità degli oggetti prodotti,
non solo quelli tradizionali della letteratura, della pittura e della
musica, ecc, ma anzitutto quelli più propri del secolo, come gli oggetti
della Pubblicità. La Pubblicità in generale deve narrare (promuovere,
vendere) un'infinità di oggetti e l'invenzione delle idee si fa allora
urgente, e per questo appunto le opere pubblicitarie sono in genere
oggetti estetici e allegorie.
Nell'epoca contemporanea l'opera allegorica disorganica è prerogativa
del procedimento avanguardista (dove si teme che l'idea rivoluzionaria
(la narrazione) sia distrutta dalla "marmellata" (Duchamp)
formale della Poiesis), e del procedimento tradizionalista nella Pubblicità
(dove ugualmente si teme che l' idea che vende (la narrazione)
venga diminuita, disturbata, vanificata dalla forma artistica stessa).
Nella Pubblicità, se un'idea è tras-formata nel processo di formazione
in opera d'arte, la sua artisticità disturba l'idea (che vende),
poiché la relega in secondo piano rispetto alla artisticità.
Il procedimento avanguardista esalta la "democraticità" dell'allegoria
(bandiera delle Avanguardie storiche e postmoderne) che deve imporsi
sulla artisticità, da sempre ritenuta elitaria e aristocratica, perché
sentita dai pochi preparati a sentirla.
Ma l'eccesso di significazione (rispetto alla forma) nella allegoria
diventa spesso per l'interlocutore comune impossibilità di interpretare
e capire correttamente il significato dell'opera: diventa enigma. Questa
oscurità enigmatica di una narrazione è stata spessissimo usata nella
storia come strumento di potere da parte dei "sacerdoti",
coloro che detengono la prerogativa della "interpretazione giusta
dell'enigma", dalle allegorie delle antiche scritture più o
meno sacre alle allegorie del procedimento avanguardista. L’Avanguardia
è stata allora in gran parte questo: potere esercitato da sacerdoti
(autori, critici, editori, galleristi, impresari ecc.) che hanno usato
l'enigma per fare dell'arte un rituale di potere. E solo in questo senso,
di strumento e esercizio del potere, si può ormai considerare la proposizione
relativistica corrente, tutta interna alla ideologia avanguardistica
del progresso nell'arte, che dice: "l'arte è ciò che gli uomini
(che hanno il potere di farlo) chiamano arte".
La concezione simbolica dell'opera d'arte (dove la coniugazione Mythos/Poiesis
tende a risolversi nel simbolo sintetico artistico) è stata avversata
con conseguenze estreme lungo tutto il novecento dalle avanguardie storiche
radicali (Duchamp, surrealisti, dada) e dalle avanguardie postmoderne
(nonché da illustri teorici quali Benjamin).
Le avanguardie storiche radicali erano destrutturanti e distruttrici
dell'opera d'arte, ma lo erano nella dimensione della utopia, della
estetizzazione rivoluzionaria della realtà sociale (arte=vita) e in
questo senso si collocavano all'interno della Modernità (procedimento
avanguardista). Nella Postmodernità invece la dimensione utopica si
è persa: la destrutturazione dell'oggetto artistico in oggetto estetico
testimoniale non è una fase di un processo progressivo, ma è il risultato,
il punto di arrivo di un processo di esaurimento delle istanze progressive.
La concezione allegorica dell'opera d'arte del procedimento postmodernista
è il passaggio da una destrutturazione per la rivoluzione a una destrutturazione
per la conservazione, il cui risultato è la riduzione dell'oggetto artistico
a oggetto estetico testimoniale.
Nell'Estetica romantica, fino ai nostri giorni, l'allegoria è stata
valorizzata come sintomo e espressione della inconciliabile frattura
fra contenuto e forma, fra tempo e "eternità". Ma è proprio
la funzione genetica prima dell'opera d'arte quella di conciliare questa
contraddizione, inconciliabile a livello razionale, di tempo e "eternità".
Per quanto un autore abbia intenzioni destrutturanti (intenzione di
dire) per ragioni diverse, dalla protesta sociale al rinnovamento del
linguaggio artistico, l'opera non può sfuggire alla sua teleologia di
tendere a essere un simbolo sintetico.
Se nell'allegoria la forma è indifferente al contenuto, nel senso che
esso può avere una qualsiasi forma, si può ben dire che la allegoria
esprime in sé una una frattura fra contenuto e forma. L'allegoria denuncia
per se stessa una impossibilità di organicità, di un contenuto integrato
con una "sua", assolutamente "sua", forma.
Si può anche decidere che sia preferibile comunicare per mezzo di oggetti/idee
(allegorie) piuttosto che per mezzo di oggetti artistici (simboli sintetici/opere
d'arte). Ciò è assolutamente plausibile, per chi è dell'opinione che
l'oggetto/idea in sé sia più spontaneo, autentico, personale, più immediato
che non la sua elaborazione in opera d’arte nella mediazione degli archetipi
formali, che appartengono alla forma/spazio, alla tradizione e all'inconscio
collettivo di tutta la comunità. Ma questo è un problema di comunicazione,
non di artisticità, E la comunicazione è tutta all'interno della temporalità
dei significati, non all'interno della "eternità", della spazialità
degli archetipi formali.
Dunque, se un autore vuole fortemente "dire questa frattura"
(intenzione di dire), dire la sua angoscia per questa inconciliabilità,
può "spontaneamente" esprimersi in una forma “indifferente”.
In questo caso non c'è nessun motivo per organizzare una forma speciale,
unica per quel contenuto. Anzi, non c'è nessun motivo per organizzare
la forma, tout court. Quindi, coerentemente, questo autore può lasciare
la "formazione" al puro caso (è ciò che alcuni autori hanno
fatto). Ma non c'é neppure alcun motivo, a questo punto, di parlare
ancora di arte.
In questa logica, anche il caso, che pur sempre interferisce nelle
cose del mondo, può assurgere ora a protagonista, in funzione della
estetizzazione. Il caso può infatti produrre situazioni inedite di estetizzazione,
ma non certo opere d'arte. Interessante è cio che scrive il compositore
Pierre Boulez, che, essendo uno sperimentatore, non dovrebbe del tutto
disdegnare l'apporto del caso: "Il caso in quanto tale non ha alcun
interesse. Non fa parte di un progetto estetico [leggi: artistico],
sostanzialmente lo rifiuta. Introduce solo degli elementi, dei campioni,
e, alla fine, non presenta alcun interesse oltre quello statistico;
cioè la possibiltà d'avere, statisticamente parlando, una cosa interessante
su un milione. Quando mi si obbliga ad ascoltare un'"opera"
pensata in questo modo, ritengo che sia del tutto superiore alle mie
possibilità l'aspettare che passino un milione di eventi senza interesse
per coglierne uno che possa essere eventualmente interessante..... Sostenere
che si vuol creare un "ambiente" musicale dal quale si può
distogliere l'attenzione per ritornarvi quando ci saranno maggiori motivi
di interesse, è la scusa per una pigrizia totale: pigrizia nella stesura
dell’opera, pigrizia nella elaborazione intellettuale e pigrizia nell
esecuzione”.84
Si può mettere l'allegoria all'interno di un'opera d’arte/simbolo sintetico.
Esempio di ciò è la citazione. Essa volutamente non è de-formata: non
è narrazione dell'autore che sta facendo la citazione, ma solo un elemento
che egli utilizza nella economia della narrazione che è l'opera. Questo
uso della allegoria è frequentissimo: 1. nel procedimento modernista,
come destrutturazione dell'opera/simbolo sintetico, ma in funzione di
una sua nuova ulteriore ricomposizione simbolica; 2. nel procedimento
avanguardista, come destrutturazione dell'opera/simbolo sintetico tout
court; 3. nel procedimento postmodernista, nella produzione di un'opera
che non pretende di essere simbolo sintetico ma solo oggetto estetico
testimoniale.
L'unità inscindibile del simbolo sintetico cui l'opera tende per sua
natura non ha niente a che fare con l'Unità del Tutto, con l'episteme
della filosofia, il senso unitario fondamentale originario di tutte
le cose. Non c'entra, in altre parole, con la metafisica dell'estetica
idealistica (Hegel). Non mi sembra che la questione possa essere posta
nei termini in cui la pone Peter Bürger nella frase prima citata: "L'allegoria
appare così come il modello che ci permette di lasciarci alle spalle
i presupposti metafisici della estetica idealistica e di fare della
frattura che domina la nostra vita reale il principio costitutivo dell'arte".
La nostra vita oggi è sì dominata dalla frattura, dalla disgregazione
della identità, ma non si può falsificare la macchina/arte che funziona
da millenni nel suo modo pur di adeguarla alla nostra frattura. E infatti
da ormai cent'anni il procedimento modernista ha affrontato proprio
questo problema, e la risposta non è stata affatto lo snaturamento della
macchina/opera d'arte. Quella frattura non è affatto costitutiva dell'arte
contemporanea in generale, ma soltanto del procedimento avanguardista,
che ha teorizzato proprio il fratturarsi e dissolversi dell'opera d'arte
nell'estetizzazione diffusa nel sociale, e in parte del procedimento
postmodernista, che è indifferente al concetto stesso di oggetto artistico
(opera d'arte) e produce prevalentemente l'oggetto estetico testimoniale.
Walter Benjamin
Nella prospettiva sociologica di Benjamin, come teorico dell’Avanguardia,
non c'è un fondamento antropologico dell'arte; l'artisticità degli oggetti
è solo una "qualità culturale", una qualità relativa a ogni
cultura, che ogni cultura conferisce storicamente agli oggetti. Per
cui oggi può essere definito dalla nostra cultura oggetto artistico
un oggetto che per un'altra cultura può essere tutt'altra cosa. In altre
parole "l'arte è ciò che gli uomini (di una cultura) chiamano arte",
tutta all'interno della razionalità dell'idea sociologica di progresso,
che è appunto l'ideologia artistica delle Avanguardie storiche.
Analizzando lo sviluppo dei modi di produzione, e quindi, rispetto
alle arti visive e alla loro riproducibilità tecnica, Benjamin ipotizza
una nuova migliore artisticità (come produzione e come ricezione) che
sia coerente con la rivoluzione democratica delle masse. Considera una
artisticità da fruire nella "distrazione", la "fruizione
distratta", più come piacere/standard di vita che come contemplazione
o "esperienza esistenziale" dell'opera. Un piacere diffuso
per la emancipazione delle masse, che dovrebbe corrispondere alla estetizzazione
del sociale delle Avanguardie storiche. Ma mentre le Avanguardie storiche
radicali (Duchamp, Dada...) coerentemente ipotizzano la distruzione
dell'oggetto artistico e del mercato capitalistico dell’arte, per trasformare
l'artisticità dell'oggetto in una estetizzazione del comportamento e
della vita, senza alcun contraddittorio compromesso, Benjamin pretende
una fruizione distratta, nella distrazione, di oggetti che definisce
"artistici", che quindi sono invece prodotti da specialisti
(artisti) nella attenzione. L’incoerenza di Benjamin deriva dal fatto
che neppure lui separa esteticità da artisticità.
Dice Benjamin, nell'"Opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità
tecnica" del 1936: "La ricezione nella distrazione, che si
fa sentire in modo sempre più insistente in tutti i settori dell'arte
e che costituisce il sintomo di profonde modificazioni della appercezione,
trova nel cinema lo strumento più autentico su cui esercitarsi. Grazie
al suo effetto di shock il cinema favorisce questa forma di ricezione.
Il cinema svaluta il valore cultuale non soltanto inducendo il pubblico
a un atteggiamento valutativo, ma anche per il fatto che al cinema l'atteggiamento
valutativo non implica attenzione. Il pubblico è un esaminatore, ma
un esaminatore distratto."85
E' opportuno soffermarsi su tali affermazioni, perché moltissimo hanno
influenzato e ancor oggi influenzano le riflessioni sull'arte contemporanea.
Anzitutto non è vero che la distrazione "si fa sentire in modo
sempre più insistente in tutti i settori dell'arte e che costituisce
il sintomo di profonde modificazioni della appercezione". Le opere
d'arte sono state da sempre percepite a differenti livelli, distrattamente
o con attenzione, secondo il "sapere" dell'interlocutore,
anche se da sempre pretenderebbero di essere recepite con attenzione,
per il semplice fatto che con attenzione sono state prodotte.
Sono solo gli oggetti prodotti "nella distrazione" a pretendere
una "fruizione distratta". E sono infatti tali gran parte
degli oggetti prodotti dalla cultura di massa, prodotti dallo stesso
pubblico di massa ormai protagonista della operazione (vedi passaggio
dall'opera/ protagonista dei procedimenti tradizionalista e modernista
all'Autore/protagonista del procedimento avanguardista e infine al pubblico/protagonista
del procedimento postmodernista).
Oggi si può riconoscere che non esistono affatto "nuovi tipi di
arte", ma solo nuovi linguaggi specifici e nuove tecnologie per
un’operazione arte che è sempre la stessa. Ricordando l'entusiasmo degli
avanguardisti per il cinema, i cui effetti psicofisici di straniamento,
spaesamento ecc. avrebbero dovuto mutare addirittura l'approccio del
pubblico verso questo “nuovo tipo di arte”” (e quindi verso le arti
in generale), si può constatare che l'approccio delle masse al cinema
non differisce dall'approccio a qualsiasi opera d'arte del passato.
Un film non è un “nuovo tipo di arte”, ma solo un nuovo linguaggio specifico
per fare oggetti (narrazioni): oggetti artistici nel procedimenti tradizionalista
e modernista, oggetti antiartistici in quello avanguardista, oggetti
estetici testimoniali in quello postmodernista.
Pertanto non è vero che il cinema pretenda una speciale nuova ricezione
"distratta", come affermato da W. Benjamin.
La "fruizione distratta" di Benjamin non è altro che una
esperienza estetica di un oggetto artistico, cosa sempre avvenuta nei
secoli e per la quale non occorre ipotizzare una "nuova arte"
per l'uomo contemporaneo. Coloro che ai tempi di Giotto andavano in
chiesa a pregare accanto ai suoi affreschi, non avevano certo una "esperienza
esistenziale" artistica (vedi “TempoFermo” n. 1, p. 7) di essi,
ma solo una esperienza "distratta" (estetica).
Bisogna qui aggiungere che una fruizione corretta di alcune opere murali
di Giotto (e tantissimi altri) non era allora possibile neppure alle
èlites degli addetti ai lavori, poiché, come si può constatare anche
oggi, sono proprio "invisibili" per la loro collocazione fisica.
Ma ciò non vuol dire che fossero prodotte distrattamente, e senza la
pretesa di essere recepite con attenzione. Giotto le recepiva con attenzione
(correttamente) nel momento in cui le produceva, nell'alto della sua
impalcatura. Se poi non ha tenuto conto della difficoltà del comune
mortale di fare altrettanto e recepire con attenzione, può essere stato
per forza maggiore o magari anche perché dovevano essere recepite più
da Dio che dai mortali (come le opere egizie sepolte con i defunti).
Comunque noi oggi, per mezzo delle riproduzioni, possiamo recepire quelle
opere come le recepiva Giotto stesso mentre le faceva: nel modo corretto.86
Da sempre solo una élite ha avuto una esperienza "attenta"
dell'opera d'arte. Ma le opere d'arte non sarebbero certo state mai
prodotte (da un certo numero di Autori specializzati, da noi chiamati
artisti) se non ci fosse stato almeno da parte di questa élite (loro
stessi e alcuni committenti e altri) il riconoscimento della artisticità,
nella esperienza esistenziale.87
Se un oggetto è prodotto con attenzione, pretende una fruizione con
attenzione. Gli oggetti estetici testimoniali prodotti dal Dilettante
senza attenzione possono invece essere recepiti nella distrazione. Che
nella società di massa il numero di tali oggetti estetici testimoniali
sia enormemente cresciuto in rapporto al numero degli oggetti artistici,
non consente affatto di dire che gli oggetti artistici sono più di prima
oggetto di una fruizione distratta, e tanto meno che lo debbano essere.
E quando Benjamin dice, a p. 44 dello stesso libro: "...si tratta
in fondo della vecchia accusa secondo cui le masse cercano solo distrazione,
mentre l'arte esige dall'osservatore il raccoglimento", dispiace
proprio di doverlo contraddire. Non è affatto una vecchia accusa, ma
una verità plateale (non è lui stesso a considerare questa fruizione
distratta una nuova lettura rivoluzionaria?).
Dopo più di 60 anni dallo scritto di Benjamin (1936), si può affermare
che non si è inventato nessun “nuovo tipo di arte” che pretenda per
se stessa una fruizione distratta, come fatto rivoluzionario e progressivo
e emancipatore delle masse. Perché non è vero che: "La massa è
una matrice dalla quale attualmente esce rinato ogni comportamento abituale
nei confronti delle opere d'arte. La quantità si è ribaltata in qualità:
le masse sempre più vaste dei partecipanti hanno determinato un modo
diverso di partecipazione".88
Così come non è vero che: "La distrazione e il raccoglimento vengono
contrapposti in un modo tale che consente questa formulazione: colui
che si raccoglie davanti all'opera d'arte vi si sprofonda; penetra nell'opera,
come racconta la leggenda di un pittore cinese alla vista della sua
opera compiuta. Inversamente, la massa distratta fa sprofondare nel
proprio grembo l'opera d'arte". La fruizione corretta di un'opera
d'arte ha sempre preteso di essere una fruizione con attenzione nella
"distanza" dell'interlocutore dall'opera stessa. E non si
tratta di una esperienza mistica, di un perdersi in un’estasi (dal greco
ex-stasis, essere fuori di sé), ma di una fortissima sensazione (dal
greco aisthesis=sensazione), di una fortissima esperienza del sé, della
propria identità in presenza di quello straordinario altro da sé che
è la riuscita artistica dell’opera.
E neppure è vero che: "... al cinema l'atteggiamento valutativo
non implica attenzione. Il pubblico è un esaminatore, ma un esaminatore
distratto".89
I cultori del cinema (proprio veramente "cultuali", da cultus),
che vedono lo stesso film molte volte, non sembra proprio che siano
degli "esaminatori distratti", e che guardino il film in modo
diverso da come un cultore della pittura recepisce un Bacon o un cultore
della letteratura legge un Kundera.
E non è neppur vera l'affermazione di Duhamel citata nel testo di Benjamin:
"Non sono già più in grado di pensare. Le immagini mobili si sono
sistemate al posto del mio pensiero"90 per la quale sarebbe fisiologicamente
impossibile una fruizione attenta di un film. Sarebbe come dire che
non c'è mai stata una fruizione attenta di un'opera di teatro (o anche
di balletto, di musica) perché "in movimento" nel tempo. Come
se qualsiasi nuova tecnologia, o linguaggio specifico, non si dovesse,
da sempre, imparare a recepire.
An passant, non si riesce a capire perché "L'opera d'arte nell'epoca
della sua riproducibilità tecnica" sia un libro sempre citato,
e sempre acriticamente, come testo fondamentale. Non si può non essere
d'accordo con Vattimo quando afferma91: "Scanonizzare
non vuol dire avanzare l'ipotesi che l'opera di Benjamin sia tutta un
bluff; ma solo tentare di ristabilire proporzioni, distanze, differenze
teoriche, tutte cose che possono solo giovare alla comprensione più
completa e rispettosa dell'autore".
Se non si può certo ridurre tutto l'Avanguardismo a una operazione
di potere, commettendo lo stesso ingeneroso errore di Benjamin che,
nella sua visione sociologica riduttiva, considerava Baudelaire uno
la cui poesia "conteneva particolari disposizioni per sconfiggere
le concorrenti”, non si può neppure accettare acriticamente la posizione
positiva dello stesso Benjamin che vedeva nell'Avanguardia (come nel
Barocco, nella esaltazione della allegoria) la ribellione dall'oppressione
del simbolo sintetico e del classicismo: il grido "disorganico"
dell'uomo "disorganico" del novecento, che si prepara alla
rivoluzione politico sociale.
L'Avanguardia vera muore nel 1945 con la vittoria degli Stati Uniti
d'America e la conseguente egemonia culturale americana nel mondo (Postmodernismo).
Il concetto di Avanguardia proprio della Modernità non ha più senso
se la Modernità è finita, se è finito l’”andare avanti” del Progresso.
La presunta avanguardia postmoderna viene infatti istituzionalizzata
nel presente, non è più negazione del presente per l'avvento del futuro.
L’Avanguardia, che era già un potere di fatto anche se solo in alcuni
spazi, diventa anche istituzionalmente un potere. Sconfitta l'ambizione
sociologica di una funzione sociologica dell'anti-arte, il mondo è ora
sommerso dall'industria delle allegorie, che è il cimitero dell'arte,
all'insegna del divertimento come danza con la morte.92
Note
1. Segue al testo “Procedimenti tradizionalista e modernista”,
pubblicato in “TempoFermo” n. 2.
2. “Se l’arte è ovunque, allora cessa di esistere.
(...) La morte dell’arte è un paradosso: l’arte muore per eccesso di
arte. Il taglio è rappresentato da Duchamp che ha messo in campo la
democrazia assoluta, la promiscuità totale fra l’oggetto e il museo.
Non ci sono più posizioni singolari, ognuno crea le sue regole del gioco.
Tutti possono produrre, non ci sono più segreti, tutti possono affermare
qualcosa e hanno il diritto di farlo. Dal punto di vista dell’artista,
il tema centrale diventa il fatto che sta dipingendo, non più l’oggetto
reale [l’opera]. Tutti diventano creatori, c’è una mobilitazione generale
che porta al paradosso per cui non c’è più un destinatario, tutti sono
trasmettitori. Ognuno crea la propria espressione e non ha più il tempo
di ascoltare gli altri. E’ una forma eccessiva in cui l’arte scompare
per eccesso, non per mancanza, creando un cortocircuito al senso stesso.
La conseguenza per il consumatore è che dal momento che l’artista dipinge
per il fatto che dipinge, lo spettatore va a vedere il fatto di andare
a vedere, e quindi consuma la sua stessa cultura al secondo grado. Così
l’uomo non si coltiva ma si accultura, e si autoconsuma”. Da J. Baudrillard,
“Se l’arte muore per eccesso”, intervista su La Repubblica, 6/1/2004
3. Riportiamo alcuni brani dalla prefazione del libro:
“Da Rimbaud ai Postmoderni”, di Charles Russel, della Rutgers University
(New Brunswick, N. J.), Einaudi 1989: “...Se desideriamo dunque usare
la parola “avanguardia” come termine significativo per qualificare le
opere e le teorie di alcuni scrittori ed artisti moderni (o per definire
un movimento preciso che classificheremo come l’avanguardia o per illuminare
una particolare sensibilità estetica condivisa da un gruppo di scrittori
ed artisti diversi fra loro)- dobbiamo per prima cosa tener presente
che il termine “avanguardia”, come molti termini di uso comune, è così
poco definito ed è talmente abusato che ci troviamo costretti a procurarci
una definizione operativa adeguata al genere di arte che studiamo.
Oggi, negli ambienti letterari ed artistici, il termine “avanguardia”
è molto usato nei mezzi di comunicazione di massa e nell’industria culturale,
sopratutto dalla critica giornalistica. In questa sede il termine viene
applicato con molta disinvoltura a qualsiasi movimento, individuo, o
opera, considerata come rappresentativa della tendenza più recente di
qualsiasi tipo di arte popolare o “seria”. A seconda dei gusti o del
settore di intervento del critico, la nuova avanguardia può indicare
o un prodotto o un’idea di cui appropriarsi e da consumare (in omaggio
alla moda e allo status sociale), o un potenziale investimento finanziario,
o l’ultimo episodio di una lunga tradizione di ribellioni estetico-bohémiennes
contro il gusto borghese (e allora un qualche cosa da criticare, lodare,
o semplicemente da analizzare per iscritto). Perfino fra gli scrittori
e gli artisti, che dovrebbero utilizzare il termine con una certa serietà,
il concetto di avanguardia, a volte, perde i contorni, in balia degli
andamenti della storia sociale e della moda estetica. Gli scrittori
e gli artisti di certe epoche (come ad esempio negli anni Venti) utilizzavano
il termine con vero entusiasmo per proclamare la loro disaffiliazione
sociale e il loro radicalismo estetico e politico; altre volte sono
stati i collezionisti, i mercanti e i pubblicitari a gestire l’utilizzo
del termine indipendentemente dalle intenzioni degli scrittori e degli
artisti. Negli ambienti letterari ed artistici il termine diviene di
moda e scompare in maniera intermittente. Così gli artisti di un decennio
come gli anni Sessanta potevano definire con disinvoltura tutte le innovazioni
stilistiche come d’“avanguardia”; al contrario, durante gli anni settanta
e i primi anni Ottanta, gli scrittori, gli artisti e i critici apparivano
quasi imbarazzati ad usare la parola, anche se le novità continuavano
a susseguirsi”. (p. VII). “...Per alcuni critici qualsiasi innovatore
consapevole merita questa classificazione: Proust, Pound, Marinetti,
Joyce, Stein, Tzara, Wolfe, Breton e Beckett sono stati tutti definiti
d’avanguardia. Altri critici dichiarano che le differenze fra questi
scrittori sono così profonde che nessun termine è adeguato.” (p. IX)
“...Un esempio chiave delle confusioni di prospettiva e di terminologia
è insito proprio nei differenti modi d’impiego delle parole “modernismo”
e “avanguardia” all’interno della comunicazione critica. Raramente i
critici accademici, riferendosi a modelli formali innovativi nell’arte
di questi ultimi cent’anni, hanno operato una distinzione precisa fra
i due termini. Ad esempio, l’importane libro di Renato Poggioli, La
teoria dell’arte d’avanguardia, utilizza il concetto d’avanguardia per
definire l’essenza della sensibilità estetica del periodo moderno. Per
Poggioli, tutti i principali scrittori formalmente innovativi- Rimbaud
e Eliot, Marinetti e Pound, Apollinaire e Joyce, i surrealisti e Proust-
sono d’avanguardia. Malcom Bradbury e James MacFarlane adottano invece
il termine “modernismo” per il titolo della loro vasta raccolta di saggi
dedicati al panorama internazionale della letteratura innovativa, disdegnando
il termine “avanguardia”. Molto più spesso, i critici accademici parlano
indistintamente di avanguardia e di modernismo, trattando i due termini
come sinonimi.” (p. IX) “...Scrittori “modernisti” particolarmente significativi
come Proust, Eliot, Pound, Woolf e Joyce hanno creato opere drammaticamente
innovative, che hanno influenzato successive generazioni di scrittori
innovativi. Ma, complessivamente, la loro estraneazione nei confronti
della cultura contemporanea, e la paura di perdere le fondamenta della
tradizione artistica, li ha indotti a cercare- anche all’interno delle
loro stesse innovazioni- di sostenere la tradizione alta dell’arte.”
(p. XI) (1984)
4. “Mai, in tutta la sua vita, aveva avuto l’occasione
di chiedersi: “Perché le cose sono come sono?” Perché avrebbe dovuto
farlo, se per lui erano state sempre perfette? Perché le cose sono come
sono? Una domanda senza risposta, e fino a quel momento era stato così
fortunato da ignorare addirittura che esistesse la domanda”. Philip
Roth, “Pastorale americana”, Einaudi 1998, p. 89.
5. “...la nozione di avanguardia esige la nozione di
movimento che una teoria unifica. Un artista solitario (Modigliani,
Giacometti, Bacon...) non è mai d’avanguardia, senza dubbio perché il
movimento offre delle garanzie storiche sufficienti alla sicurezza di
certi artisti, di molti collezionisti, e della maggior parte delle gallerie.
Al punto che dopo trent’anni, per l’abilità di un mercato dell’arte
illusionista, l’avanguardia e il movimento sono persino riusciti a mettere
in ombra l’opera, a sottrarla a ogni sguardo critico (cosa vale realmente
l’opera dell’americano Lichtenstein senza il supporto del movimento
pop art al quale ha appartenuto?). Prendiamo un esempio. Nel 1921, Francis
Picabia espone l’OEil cacodylate, un’opera per la quale il pittore ha
richiesto l’aiuto dei suoi amici, questi hanno firmato o scritto delle
frasi sulla tela. Così Picabia, che non ha realizzato l’opera, mostra
che ne è l’autore per il semplice fatto d’averla concepita ed esposta.
Picabia, facendo parte del movimento dada, è certo all’avanguardia dell’arte
della sua epoca. Quarant’anni più tardi, negli Stati Uniti, un gruppo
di artisti americani (Judd, Flavin, LeWitt, Ryman...) decide, in reazione
all’espressionismo astratto, di ridurre la forma al suo stretto minimo:
un piano, una linea, ecc.. Il concetto domina assolutamente l’oggetto
esposto poiché quest’ultimo tende a divenire d’una totale neutralità,
cosa che ancora non era la tela di Picabia. Questa “novità” assicura
agli artisti che compongono questo nuovo movimento, battezzato Minimal
Art, il primo posto (invidiato) nella hit-parade dell’avanguardia. Sei
anni più tardi (la cosa accelera), altri artisti americani (Robert Barry,
Douglas Huebler, Joseph Kosuth e Lawrence Weiner) dichiarano, dopo la
riduzione dell’oggetto al suo minimo da parte dei minimalisti, che l’opera
non è solo trascurabile in rapporto al concetto, ma che gli è nociva.
Non bisogna dunque esporre nulla, o soltanto la testimonianza di questo
nulla: testi, foto, ecc., che non tradiranno l’idea iniziale. [vedi:
idea, allegoria, p...] Non c’è più niente da vedere, l’arte è allora
all’avanguardia dell’avanguardia”. Oliveir Cena, “Le blanc souci du
rien”, in Télérama, numero speciale ottobre 1992, p. 15.
6. Stockhausen per esempio ha da un lato il culto misticheggiante
della perfezione artigianale e artistica, che comporta una concezione
antropologica dell'arte ("Si sa che siamo fatti a immagine divina".
"La bellezza non va disgiunta dall'idea della perfezione; solo
che l'umana bellezza al cospetto della primordiale bellezza cosmica
non è che una modesta miniatura". "Ed è appunto la suprema
bellezza dell'ordine cosmico a ricomporre, costituire e racchiudere
il nucleo vitale di ogni autentica opera d'arte", dall'altro pensa
all'arte in termini di progresso: "La musica dei nostri giorni,
quella che pratico e amo, ha raggiunto il più alto grado della nostra
evoluzione", magari col rischio di confondere il progresso degli
strumenti (elettronica, computer ecc.) con un progresso della qualità
di artisticità. Ma l'artisticità raggiunta con strumenti "migliori"
non è per se stessa artisticità "migliore" (citazioni da K.
Stockhausen, “Intervista sul genio musicale”, Laterza 1985, p. 144,
142, 142).
7. “Ci sono quattro immensi romanzieri: Kafka, Broch,
Musil, Gombrowicz. Io li chiamo: la pleiade dei grandi romanzieri dell’Europa
centrale. Dopo la morte di Proust non vedo nulla di più importante nella
storia del romanzo. Senza conoscerli, non si può comprendere granché
del romanzo moderno. Molto succintamente: questi autori sono modernisti,
cioè coltivano la passione per la ricerca di nuove forme, ma allo stesso
tempo sono liberi da ogni ideologia avanguardistica (fede nel progresso,
nella rivoluzione, ecc.). Non cercano una rottura radicale; non pensano
che le possibilità formali del romanzo siano esaurite: vogliono solo
allargarle radicalmente. Non disprezzano la “tradizione”, ma ne hanno
una visione nuova: tutti sono attratti dal romanzo nato prima del XIX
secolo; io mi diverto a chiamare quest’epoca “il primo tempo della storia
del romanzo”. M. Kundera (1988), da “Il cielo stellato dell’Europa centrale”,
in “Riga”n. 20, Marcos y Marcos 2002, p. 24.
8. In psicologia vengono distinte una identità conscia
e una identità inconscia.
L’identità conscia deriva dalla distinzione tra il sé e l’altro da
sé, ed è continua come memoria nonostante il rapporto sempre mutevole
con gli altro da sé. Un altro da sé forte esalta l’identità del sé.
L’artisticità di un’opera, il cui riconoscimento avviene con attenzione
nella distanza, è un fortissimo altro da sé, che esalta l’identità dell’interlocutore.
E’ invece identità inconscia quella in cui non c’è distinzione tra
il sé e l’altro da sé, ma c’è una eguaglianza con gli oggetti altri,
come nella prima infanzia, nell’inconscio dell’adulto, nella “partecipazione
mistica” dei “primitivi”, nel rituale “essere dentro la musica”, ecc..
9. C. Baudelaire. Scritti sull'arte. “Il pittore della
vita moderna”, Einaudi 1992. P.287
10. “Mi sento vecchio, usato, nauseato di tutto. Gli
altri mi annoiano come me stesso. Ciononostante lavoro, ma senza entusiasmo
e come si fa un compito. Non attendo altro dalla vita che una sequenza
di fogli di carta da scarabocchiare in nero. Mi sembra di attraversare
una solitudine senza fine, per andare non so dove. E sono io stesso
a essere di volta in volta il deserto, il viaggiatore e il cammello”
G. Flaubert (cit. in Galimberti, Repubblica 2/8/2001).
11. S. Mallarmé, "Poesie", Feltrinelli 1980,
p.36 ("Brise marine").
12. Cent'anni dopo, nella Postmodernità, neppure l'angoscia
implicita nella domanda sembra essere più pertinente: "Dove andate?
Da dove partite? Dove volete arrivare? Sono domande davvero inutili.
Fare tabula rasa, partire o ripartire da zero, cercare un inizio o un
fondamento, tutto questo implica una falsa concezione del viaggio e
del movimento..." Deleuze/Guattari, "Rizoma", Castelvecchi
1997, p. 49.
13. A. Rimbaud, "Lettera a George Izambard",
maggio 1871, Longanesi 1951, p.107.
14. M. Proust, “Alla ricerca del tempo perduto”, VII:
“Il tempo ritrovato”.
15. “Il poeta si fa veggente attraverso una lunga,
immensa, ragionata sregolatezza di tutti i sensi”. A. Rimbaud, da “Una
stagione all’inferno”, Longanesi 1951, p. 110.
16. Da “TempoFermo” n. 2, p. 95.
17. P. Barone, "Archetipo e coscienza moderna",
in Fondamenti di psicologia analitica (a cura di Aversa), Laterza 1995,
p. 27.
18. “Nell’interesse del progresso dobbiamo distruggere
l’Arte. Perché la funzione della vita moderna è più forte dell’Arte,
ogni tentativo per rinnovare l’Arte (futurismo, cubismo, espressionismo)
è stato fallimentare... Non vogliamo perdere più tempo con queste cose.
Vogliamo piuttosto creare una nuova forma di vita adeguata alle esigenze
della vita moderna”. Theo van Doesburg, “The end of art”, in “De Stijl”,
VII:73/74 (1926), pp. 29-30 (Maldonado, “Il futuro della Modernità”,
p. 32).
20. F. Nietzsche, “La gaia scienza”, Adelphi 1977,
p. 246 e 247.
21. A. Berardinelli, “I partiti politici dell’arte”,
in L’Unità, 27/11/2003.
22..H. Sedlmayr, “Arte e verità”, Rusconi 1984, p.
319, 321, 325.
23. Eduard Beaucamp (critico d’arte del Frankfurter
Allgemeine Zeitung), in “La musa addormentata”, da Il giornale dell’arte,
giugno 2001, inserto Vernissage.
24. “Non è questo il luogo di esaminare se non fu
quello un errore capitale; voglio soltanto far notare che Kant, come
tutti i filosofi, invece di considerare il problema estetico fondandosi
sull’esperienza dell’artista (del creatore), ha meditato sull’arte e
sul bello solo come spettatore e, insensibilmente, ha introdotto lo
spettatore nel concetto: bellezza.” F. Nietzsche, “Genealogia della
morale”, terza dissertazione.
25. Se nella Modernità l’arte ha dovuto difendersi
dalla idea di progresso, già dall’antichità greca aveva dovuto difendersi
dalla razionalità. “Il pensiero di Esiodo si fondava sul mito; ad esso
si contrappose, dal VI secolo a. C., il pensiero scientifico della filosofia
naturale ionica. E’ meraviglioso l’impeto con cui la filosofia penetra,
di gradino in gradino, nello spirito greco. Fu la rivolta del logos
contro il mythos: ma anche contro la poesia. Esiodo aveva criticato
l‘epica nel nome della verità; ma ora anch’egli, insieme ad Omero, viene
giudicato dinanzi al tribunale della filosofia. Eraclito dichiarava:
‘Omero dovrebbe essere escluso da ogni competizione, ed essere anche
fustigato’. E Senofane: ‘Omero ed Esiodo hanno attribuito agli dèi tutto
ciò che per gli uomini è colpa e vergogna: il furto, l’adulterio, il
reciproco inganno’. Così, la critica dei filosofi in apparenza era diretta
contro la religione, di fatto contro la poesia; infatti, dal momento
che i greci non possedevano né fonti religiose, né caste sacerdotali,
né ‘libri sacri’, la loro teologia era forgiata dai poeti. Gli dèi omerici
erano soggetti ad emozioni decisamente umane che nell’epica davano talvolta
luogo ad episodi comici. Anche lo spodestamento di Urano da parte di
Crono e poi quello di Crono da parte di Zeus- cme li racconta Esiodo-
offendevano il senso morale. E’ per questo che il poeta è respinto dallo
Stato ideale di Platone. La critiche mosse da Platone ad Omero rappresentano
il culmine di quella contesa fra filosofia e poesia che, al tempo di
Platone, era considerata già “vecchia”. E’ una contesa che affonda le
radici nella struttura stessa del mondo spirituale; perciò essa può
riaccendersi in qualunque momento (lo vedremo nel Trecento italiano),
ed ogni volta resterà alla filosofia l’ultima parola; la poesia infatti
non le replica, possiede la sua propria saggezza”. E. Curtius, “Letteratura
europea e medioevo latino,” La Nuova Italia, 1992, pp. 227-230.
26. “Secondo gli interpreti rivoluzionari della Fenomenologia,
non esisterà arte nella società riconciliata. La bellezza sarà vissuta,
non più immaginata. Il reale, interamente razionale, potrà sedare da
solo ogni sete.” “((E Marx dirà che))...creando bellezza, al di fuori
della storia, l’arte contrasta al solo sforzo che sia razionale: la
trasformazione della storia stessa in bellezza assoluta. [......] Marx
si chiede, è vero, come la bellezza greca possa ancora essere bella
per noi. Risponde che essa esprime l’infanzia ingenua di un mondo di
cui, in mezzo alle nostre lotte d’adulti, abbiamo nostalgia. Ma come
possono i capolavori del Rinascimento italiano, come può Rembrandt,
come l’arte cinese, essere ancora belli per noi? Che importa! Il processo
all’arte è definitivamente intentato e prosegue oggi con la complicità
imbarazzata di artisti e di intellettuali votatisi alla calunnia della
propria arte e della propria intelligenza. Si noterà infatti che in
questa lotta tra Shakespeare e il ciabattino, non è il ciabattino a
maledire Shakespeare o la bellezza, ma è colui che continua a leggere
Shakespeare e non sceglie di fare gli stivali che del resto non potrebbe
mai fare. Gli artisti del nostro tempo somigliano ai gentiluomini penitenti
della Russia Ottocentesca; li giustifica la loro cattiva coscienza.
Ma l’ultima cosa che un artista possa provare davanti alla propria arte
è il pentimento. Pretendere di rinviare anche la bellezza alla fine
dei tempi e, intanto, privare tutti, e il ciabattino, di quel pane supplementare
di cui abbiamo noi stessi gustato, vuol dire oltrepassare i limiti della
semplice e necessaria umiltà” A. Camus, “L’uomo in rivolta”, Bompiani
1994, p. 278/279.
27. Scrive E. Pocar nella introduzione a “Doctor Faustus”
di Thomas Mann, Mondadori 1996, p. 11: “L’intelligenza astratta di Adrian
nega i suggerimenti dell’istinto e propugna la razionalità anche nell’arte,
sicché alla propria tragedia aggiunge la problematica esistenza o, per
dir meglio, la decadenza dell’arte stessa”.
28. C. G. Jung in: P. Barone, "Archetipo e coscienza
moderna", in Fondamenti di psicologia analitica (a cura di Aversa),
Laterza 1995, p. 257. Vedi anche “Conversazione con Raffaele La Capria”,
in questo numero 3 di “TempoFermo”.
29. La situazione esistenziale di bisogno della qualità
di artisticità fa parte di quella più generale situazione esistenziale
di bisogno di forma, di predisposizione alla forma (vedi anche la “Psicologia
della forma”, Gestalt).
Rispetto all'oggetto/opera d’arte, il soggetto uomo/interlocutore può
riconoscerne la qualità di artisticità solo nella situazione esistenziale
di bisogno di artisticità (bisogno di forma artisticamente riuscita).
E in questo bisogno, la qualità di artisticità ha per l’interlocutore
il suo valore d’uso. Dunque riconosce (e può imparare a riconoscere)
la qualità di artisticità di un’opera solo chi ne ha coscientemente
bisogno. Per questo i moltissimi, che ne hanno solo un bisogno inconscio,
sono sordi alla artisticità delle opere.
“Mi ricordo una cena a Parigi di circa quindici anni fa. Un giovane,
il cui brillante avvenire gli si legge in volto, parla di Fellini con
irriverente disprezzo...(.........) E’ di fronte a quel giovane, nella
Francia degli inizi degli anni ‘80, che per la prima volta ho avuto
una sensazione che non avevo mai avvertito in Cecoslovacchia, neppure
nei peggiori anni dello stalinismo: la sensazione di vivere in un’epoca
post-artistica, in un mondo dove l’arte scompare perché scompare il
bisogno di arte, la sensibilità per l’arte”. M. Kundera (1995), in “Questa
non è la mia festa”, da “Riga” n. 20, Marcos y Marcos, 2002, p. 74.
29a. F. Vercellone, “Il nichilismo”, Laterza 1992,
p. 122.
30. E. Jünger, M. Heidegger, “Oltre la linea”, Adelphi,
1995.
31. “Ma una prassi artistica che non prevede l’alternativa
fra riuscita e fallimento, fra meglio e peggio, si fonda su un principio
estetico di autogaranzia. Nessun opera o anti-opera d’avanguardia viene
considerata difettosa, noiosa, mediocre, fallita, poiché è stata negata
in anticipo l’idea di qualità o valore di un’opera. Tutto è gesto, laboratorio,
provocazione, anti-arte. Perciò l’esercizio della critica è reso superfluo:
sostituito da dichiarazioni di poetica e di intenti, con esempi testuali
che illustrano gli intenti”. A. Berardinelli, “I partiti politici dell’arte”,
in L’Unità, 27/11/2003.
32. “Esiste inoltre una differenza assolutamente decisiva
tra un’opera artistica o filosofica e un’opera scientifica. Se Copernico
o Galileo fossero stati eliminati prima della diffusione delle loro
intuizioni, queste sarebbero certamente venute in mente ad altri. Non
sarebbe stato possibile fare altro che ritardare (e soltanto di poco,
probabilmente) la scoperta dell’eliocentrismo o della genetica Mendeliana.
La scienza, come vedremo, ha una sua inevitabilità sequenziale. Non
può esere localizzata e fermata da un ukase. Invece la riflessione filosofica
e la realizzazione estetica sono totalmente vulnerabili agli incidenti
contingenti, all’annichilimento programmato, al silenzio definitivo
imposto a loro autore. Il trattato metafisico (quello di Serveto sulla
Trinità), il dipinto, la sinfonia, la poesia possono essere messi a
tacere una volta per tutte. Possono essere inceneriti o lacerati in
modo irreparabile. Poiché sono singolarità, la cui nascita e il cui
compimento sono sempre occasionali, imprevedibili e, in sostanza, irripetibili,
la pagine sistematiche di una filosofia, di uno spartito o di un’opera
di finzione sono legate all’esistenza dell’individuo. Se si distrugge,
si imbavaglia o si corrompe il “solo procreatore”, l’opera verrà annichilita”.
G. Steiner, “Grammatiche della creazione”, Garzanti 2003, p. 212.
34. R. Rochlitz, "Subversion et
subvention", Gallimard 1994, p. 36.
35. “L’oggetto estetico lascia al soggetto, l’osservatore,
un raggio di azione illimitato. Dalle ultime conseguenze dell’estetismo
deriva che non ci sono una interpretazione ed una critica valide: sono
“al di sotto della critica” (Walter Benjamin). Ognuno ne può dire qualsiasi
cosa, li può valorizzare o sminuire. Non sono risultati, ma solo ‘gesti’,
‘documenti’. “ H. Sedlmayr, “Arte e verità”, Rusconi 1984, p. 310.
36. Hillary Clinton, intervista su l'Unità, 8/10/99:
"Se diamo ai ragazzi l'opportunità per partecipare alle arti (leggi:
oggetti estetici testimoniali, n.d.a.), allo spettacolo, le arti fioriscono
e li teniamo lontano dai guai. Moltissimi ragazzi mi hanno detto che
se non era per la scrittura, o la pittura, o la musica o altro, si troverebbero
in prigione".
37. J. Horgan, "La fine della scienza",
Adelphi 1998, p. 43. "La scienza esiste solo da qualche centinaio
di anni, e i suoi successi più spettacolari sono stati conseguiti durante
l'ultimo secolo. Considerata in una prospettiva storica, l'epoca moderna,
caratterizzata da un rapido progresso scientifico e tecnologico, non
sembra una condizione permanente della realtà ma piuttosto un'anomalia,
un colpo di fortuna, frutto di una singolare convergenza di fattori
sociali, intellettuali e politici".
38. “L’epica omerica, il dialogo di Platone non invecchiano
né diventano obsoleti come i prodotti dell’invezione. Oggi una locomotiva
a vapore dell’Ottocento è una curiostà storica. Non lo è un romanzo
di Dostoevskij.” G. Steiner, “Grammatica della creazione”, Garzanti
2003, p. 240 [“La creazione, anche se evidentemente mitica e mitopoietica,
deve come essere affermata contro l’assemblaggio, la fabbricazione contingente
o l’invenzione”, ibidem, p.108].
39. “C’è il progresso scientifico, per esempio, ma
non c’è quello musicale. La musica di Monteverdi non è meno progredita
di quella di Debussy” L. Berio, in “Micromega” 3/95, p. 30.
40. S. Givone, "Storia dell'estetica", Laterza
1991, p.131/132.
41. A. Rimbaud, citato in C. Russel, "Da Rimbaud
ai Postmoderni", Einaudi 1989, p.62/63.
42. A. Rimbaud, "Una stagione all'inferno",
Longanesi 1951, p.107.
43. A. Rimbaud, ibidem, p.114.
44. A. Rimbaud, ibidem, p.112.
45. A. Rimbaud, "Poesie", Garzanti, 1977,
p.163.
46. A. Rimbaud, ibidem, p.209.
47. A. Rimbaud, ibidem, p.215.
49. “...la nozione di avanguardia esige la nozione
di movimento che una teoria unifica. Un artista solitario (Modigliani,
Giacometti, Bacon...) non è mai d’avanguardia, senza dubbio perché il
movimento offre delle garanzie storiche sufficienti alla sicurezza di
certi artisti, di molti collezionisti, e della maggior parte delle gallerie.
Al punto che dopo trent’anni, per l’abilità di un mercato dell’arte
illusionista, l’avanguardia e il movimento sono persino riusciti a mettere
in ombra l’opera, a sottrarla a ogni sguardo critico (cosa vale realmente
l’opera dell’americano Lichtenstein senza il supporto del movimento
pop art al quale ha appartenuto?). Prendiamo un esempio. Nel 1921, Francis
Picabia espone l’OEil cacodylate, un’opera per la quale il pittore ha
richiesto l’aiuto dei suoi amici, questi hanno firmato o scritto delle
frasi sulla tela. Così Picabia, che non ha realizzato l’opera, mostra
che ne è l’autore per il semplice fatto d’averla concepita ed esposta.
Picabia, facendo parte del movimento dada, è certo all’avanguardia dell’arte
della sua epoca. Quarant’anni più tardi, negli Stati Uniti, un gruppo
di artisti americani (Judd, Flavin, LeWitt, Ryman...) decide, in reazione
all’espressionismo astratto, di ridurre la forma al suo stretto minimo:
un piano, una linea, ecc.. Il concetto domina assolutamente l’oggetto
esposto poiché quest’ultimo tende a divenire d’una totale neutralità,
cosa che ancora non era la tela di Picabia. Questa “novità” assicura
agli artisti che compongono questo nuovo movimento, battezzato Minimal
Art, il primo posto (invidiato) nella hit-parade dell’avanguardia. Sei
anni più tardi (la cosa accelera), altri artisti americani (Robert Barry,
Douglas Huebler, Joseph Kosuth e Lawrence Weiner) dichiarano, dopo la
riduzione dell’oggetto al suo minimo da parte dei minimalisti, che l’opera
non è solo trascurabile in rapporto al concetto, ma che gli è nociva.
Non bisogna dunque esporre nulla, o soltanto la testimonianza di questo
nulla: testi, foto, ecc., che non tradiranno l’idea iniziale. [vedi:
idea, allegoria, p...] Non c’è più niente da vedere, l’arte concettuale
è allora all’avanguardia dell’avanguardia”. Oliveir Cena, “Le blanc
souci du rien”, in Télérama, numero speciale ottobre 1992, p. 15.
50. "Da quando il ready made e il "concetto"
hanno potuto suscitare l'impressione che l'arte è alla portata di tutto
il mondo, solo il culto dell'artista, del suo proposito, della sua teoria
personale, della sua attitudine, del suo modo di mettesi in scena, sembra
poter mantenere lo scarto fra l'arte e la triviale realtà, fra la forza
critica e suggestiva delle opere, e i suoi doppioni inerti". Rainer
Rochlitz, "Subversion et subvention", Gallimard 1994, p. 58.
51. L’aggettivo “sublime” è qui inteso come condizione
della psiche dell’Autore, caratterizzata da una orgogliosa esaltazione
di sé di fronte all’opera.” (“...Boulez, che vede nella musica un fatto
dimostrabile matematicamente” nota Glenn Gould, “L’ala del turbine intelligente”
Adelphi, 1988, p. 378).
52. A. Berardinelli, "La cultura del novecento/letteratura",
Mondadori 1981, p. 428.
53. Malevic, citato in J. M. Schaeffer, "L'arte
dell'età moderna", il Mulino 1996, p. 467.
54. Blanchot, "Le livre a venir",
1959.
55 Breton, dal Manifesto del Surrealismo.
56. A. Berardinelli, "La cultura del novecento/letteratura",
Mondadori 1981, p. 428: "Nel processo di avvicendamento delle élites,
perché i vecchi gruppi siano sostituiti dai nuovi è stato spesso necessario
per questi ultimi cominciare con l'accreditarsi anzitutto quali angeli
della morte e agenti della fine del mondo, per sfruttare poi a proprio
vantaggio il brivido o il panico che queste immagini seminavano intorno".
57. R. Milani, "Le categorie estetiche",
Pratiche Editrice, 1991, p.91.
58. Pareyson, citato in R. Milani, ibidem, p.90.
59. E. Gilson, “Peinture et réalité”,
Vrin 1972.
60. “Il pittore Frenhofer, nel Capolavoro sconosciuto
di Balzac, è il tipo perfetto del Terrorista. Frenhofer ha cercato per
dieci anni di creare sulla sua tela qualcosa che non fosse soltanto
un’opera d’arte, sia pure di genio; come Pigmalione, egli ha cancellato
l’arte con l’arte per fare della sua Bagnante non un insieme di segni
e di colori, ma la realtà vivente del suo pensiero e della sua immaginazione.
“La mia pittura” egli dice ai suoi due visitatori “non è una pittura,
è un sentimento, una passione! Nata nel mio studio deve restarvi vergine
e non uscirne che coperta... Siete davanti a una donna, e cercate un
quadro. Vi è tanta profondità su questa tela, la sua arte è così vera,
che non potete distinguerla dall’aria che vi circonda. Dov’è l’arte?
Perduta, scomparsa!” Ma, in questa ricerca di un senso assoluto, Frenhofer
è riuscito soltanto a oscurare la sua idea e a cancellare dalla tela
ogni forma umana, sfigurandola in un caos di colori, di toni, di sfumature
indecise, “qualcosa come una nebbia senza forma”. Davanti a questa assurda
muraglia di pittura, il grido dl giovane Poussin: “ma presto o tardi
dovrà accorgersi che non c’è niente sulla sua tela!”, suona come un
segnale d’allarme di fronte alla minaccia che il Terrore comincia a
far pesare sull’arte occidentale”. G. Agamben, “L’uomo senza contenuto”,
Quodlibet, 1994, p. 20.
61. J. Updike, in "La Rivista dei Libri",
aprile 1999, p. 4/5/6.
62. “Del resto anche il mercato ha finito per conformarsi
a questa esigenza centrale, quella di riconoscere e valutare non tanto
l’opera in quanto tale, ma in quanto traccia di un individuo eccezionale.
A conferire una tale importanza alla personalità dell’artista è intervenuto,
proprio negli ultimi decenni del XX secolo, un significativo assottigliamento
del margine di innovazione che può contraddistinguere le singole opere:
l’affannoso inseguirsi dei linguaggi, connaturato nell’idea stessa di
“avanguardia”, ha qualcosa di militare e conduce verso conquiste di
territori sempre nuovi. Ma cosa accade quando la conquista è finita?
Proprio questo processo ha istituzionalizzato la rinuncia allo “stile”
di molti artisti contemporanei: la firma deve valere per sé sola, senza
che sia necessariamente accompagnata dalla riconoscibilità delle opere”.
A. Vettese, “Artisti si diventa”, Carocci, 1998, p.34.
63. “Casi simili, dopo Duchamp e i suoi ready -made,
sono ormai all’ordine del giorno nella nostra cultura, con equivoci
a non finire. A volte costosissimi per chi ci casca. Si pensi, per tutti,
al caso della porta di Duchamp, creduta una vecchia porta rotta e restaurata
dalla ditta incaricata della manutenzione dei locali, al processo che
ne è seguito e al pesantissimo risarcimento cui l’Ente Biennale è stato
condannato.” Postfazione di L. Nanni al libro V. Dehò, “Estetica versus
Poetica”, Campanotto Editore 2003, p. 210.
64. M. Duchamp, in "Duchamp", intervista
16/12/54, Bompiani 1993.
65. “L’oggetto estetico lascia al soggetto, l’osservatore,
un raggio di azione illimitato. Dalle ultime conseguenze dell’estetismo
deriva che non ci sono una interpretazione ed una critica valide: sono
“al di sotto della critica” (Walter Benjamin). Ognuno ne può dire qualsiasi
cosa, li può valorizzare o sminuire. Non sono risultati, ma solo “gesti”,
“documenti”. H. Sedlmayr, “Arte e verità”, Rusconi 1984, p. 310.
66. G. Agamben, “L’uomo senza contenuto”, Quodlibet
1994, p.77.
67. Da “Underworld” di Don DeLillo, Einaudi Tascabili,
2000, p. 419.
69. Duchamp è contro l'arte come racconto e espressione
del corpo ("scuoti budella"), che è una delle caratteristiche
dell'arte e specialmente di quella contemporanea: "Vede, la musica
è budella contro budella: l'intestino risponde alle corde del violino.
Esiste un intenso lamento sensoriale, di tristezza e di gioia, che coincide
con la pittura retinica, che io non sopporto. Per me la musica non è
espressione superiore dell'individuo. Meglio la poesia. Meglio persino
la pittura, anche se nemmeno questa è poi tanto interessante."
(1/7/66).
"...Sono contro l'atteggiamento che consiste nel ridurre la pittura
a una emozione retinica. A partire da Courbet si crede che la pittura
sia diretta alla retina: il brivido retinico...Un tempo, invece, la
pittura aveva ben altre funzioni. Poteva essere religiosa, filosofica,
morale..." (23/7/64).
70. "Duchamp non propone uno stile di pittura,
ma un atteggiamento dello spirito" (23/7/64).
71. "...oggi l'aspetto commerciale dell'arte
ha trasformato la questione da esoterica in essoterica e allora l'arte
è un prodotto come i fagioli. Si compra l'arte così come si comprano
gli spaghetti." "...un'epoca come la nostra, per esempio,
che a mio avviso in cent'anni non ha prodotto nulla nel senso più ampio
del termine, sopratutto a causa delle interferenze del commercialismo...
-quando ritiene che sia iniziata la crisi? - Già nel 1900. Non appena
gli impressionisti, dei poveri diavoli che non riuscivano a guadagnarsi
da vivere con i loro quadri, divennero quasi ricchi...da quel momento
in poi è iniziata l'onda che oggi è cresciuta fino a un livello terrificante".
"Per me, l'idea di ripetizione in un artista è una forma di masturbazione"
(9/12/60).
72. "...Niente è stato intenzionale. Tutto quello
che avevo stabilito era di non guadagnarmi da vivere con la pittura.
Non è né una traiettoria, né una virtù, né un'opera d'arte in se stessa.
Se si vuole si può dire che la pittura non ha mai fatto per me"
(1/7/66).
73. E’ interessate la considerazione che fa C. Levi-Strauss,
nel libro “Guardare, ascoltare, leggere” (Saggiatore EST 2001, p. 142):
“Le teorie dell’arte vanno, esse pure, più o meno lontane. Conseguenze
ancora più incresciose derivano quando tale arte o tale opera si ispirano
coscientemente a una teoria. Perché appaia uno stile suscettibile di
durare, occorre che l’intelligenza dell’artista non si affretti a scavalcare
lo scarto fra il mondo e la maniera di rappresentarlo. Verso il 1920,
pare, Darius Milhaud scrisse delle fughe in cui applicava volontariamente
una legge naturalezza di riferirsi alla cronofotografia. Tali opere
si svuotano di colpo della loro sostanza, tradiscono di non aver più
nulla da dire nell’atto stesso di esprimersi”.
74. "Ah! Protestano e si lagnano? Dovrebbero
esclamare indignati: 'E' orribile, è oltraggioso, disdicevole...'. Gli
sarebbe piaciuto potermi relegare in qualche categoria o formula. Ma
non è nel mio stile. Se non sono soddisfatti Je m'en fous. Non me ne
frega un c... et merde, ah, ah..." (1/7/66).
75. "Come nei massimi esempi di rinuncia artistica
di Duchamp, l'opera diventa una complessa trasparenza, una struttura
quasi unicamente mentale, una forma evanescente". Ihab Hassan,
in P. Carravetta e P. Spedicato, "Postmoderno e letteratura",
Bompiani 1984, p. 45.
77. "Per circa un quarto di secolo Duchamp pretende
di voltare le spalle all'arte, giocando a scacchi con Man Ray, indulgendo
ai propri giochi di parole ed escogitando pure attività mentali. In
seguito il suo capolavoro, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche
(Il grande vetro), non finito nel 1923, finalmente appare necessariamente
incompleto a decorare nel 1954 il Philadelphia Museum of Art. Duchamp
guarda la sua posterità che lo riscopre, guarda al suo lavoro da postumo,
per così dire, con fredda e benevola ironia". Ihab Hassan, in P.
Carravetta e P. Spedicato, "Postmoderno letteratura", Bompiani
1984, p. 45.
78. Non per niente Duchamp, che è intelligente, non
vuole che dei ready made si facciano copie, o si ripetano, per non distruggerli
(e non solo per non entrare nel mercato, cosa che poi fa, criticatissimo
dai suoi fedeli).
79. "La ruota non ha nessuno scopo, se non quello
di liberarmi dell'aspetto convenzionale dell'opera d'arte. E' stato
un capriccio. Non l'ho definita opera d'arte. A dire il vero non l'ho
definita per niente. Volevo farla finita col concetto della creazione
di opere d'arte". "I Readymade differiscono completamente
dal Grande Vetro. Li ho fatti senza pormi alcun obiettivo, alcuno scopo
se non quello di scaricare delle idee" (1/7/66).
80. In un articolo dal titolo “Teoria e critica con
giudizio” (La rivista dei libri, gennaio 2001), A. Berardinelli scrive:
“Molta giovane narrativa è troppo realistica o mimetica.....Intendiamoci,
questo mimetismo è il gesto linguistico preliminare di cui ogni scrittore
ha bisogno per essere sicuro di “esserci” e di non replicare stili precedenti.....Poi
si dovrà nuotare tra finzione e realtà: cioè cominciano i problemi.”
Cominciano i problemi del processo di formazione. In fondo quelle narrazioni
sono solo allegorie, dove si narra una idea della realtà, non si parte
da una immagine mentale della realtà. L’immagine mentale è funzionale
al processo di formazione. Uno scrittore indifferente al processo di
formazione, non parte da un immagine mentale della realtà, ma solo da
una idea mimetica della realtà. Senza processo di formazione, si ha
solo una allegoria, una narrazione forse stilizzata, cioè un oggetto
estetico.
81. Scrive Thomas Mann, con la voce dell’Io narrante
nel “Doctor Faustus”, Mondadori 1996, p. 223: “...di quell’intuizione
artistica che è l’organizzatrice della compiutezza dell’opera, dell’unità
‘, e si occupa di saldare le fratture, di turare i buchi, di dar l’avvio
a quel “fluire naturale” che in origine non esisteva e non è quindi
naturale, ma una prova dell’arte...............(l’opera) è lavoro, lavoro
artistico, e ha per fine l’apparenza, sicché vien fatto di chiedersi
se allo stato attuale della nostra coscienza, della nostra conoscenza,
del nostro senso della verità, questo giuoco sia ancora lecito, ancora
spiritualmente possibile, ancora da prendersi sul serio, se l’opera
come tale, la forma autonoma armonica e in sé conchiusa abbia ancora
qualche relazione legittima con la mancanza completa di di sicurezza
e di armonia, con la problematicità delle nostre condizioni sociali,
e se qualsiasi apparenza, anche la più bella e proprio la più bella,
non sia oggi diventata menzogna”. Ma poi (p. 224) : “In altra occasione
l’ho anche sentito dire: ‘L’apparenza e il giuoco hanno già oggi la
coscienza dell’arte contro di sé. L’arte non vuole più essere apparenza
e giuoco, ma intende diventare conoscenza.’ Ora, ciò che cessa di concordare
con la propria definizione cessa anche di esistere. E com’è possibile
che l’arte viva per essere conoscenza?........Ma questa nuova affermazione
contro l’apparenza e il giuoco, vale a dire contro la forma stessa,
sembrava inducesse un tale allargamento del regno della banalità e delle
cose non più ammissibili, che minacciava di ingoiare l’arte in genere.”
82. Peter Bürger, "Teoria dell'avanguardia",
Bollati Boringhieri 1990, p. 141.
83. L’illustrazione è narrazione, ma la narrazione/opera
d’arte è molto di più di una illustrazione. L’illustrazione è “facile”
perché è “spontanea”, fatta di clichés (mentali, psichici, fisici),
la narrazione artistica è “difficile”, perché appunto supera e fa dimenticare
quei clichés: F. Bacon: “...metà della mia pittura è volta a interrompere
ciò che mi viene con facilità” (N. Fusini, “B&B. Beckett e Bacon”,
Garzanti, p.67).
84. E prosegue P. Boulez: "C. D. (intervistatore):
Cage va evidentemente più lontano. Il suo progetto, secondo lui, non
avrebbe neppure un postulato estetico: sarebbe un progetto semplicemente
anestetico. P. Boulez: Ci sono azioni che non bisogna voler fare. Il
progetto anestetico o antiestetico ((leggi: anartistico o antiartistico)),
che cos'è esattamente? E' l'accettazione di una passività in rapporto
a ciò che esiste: è una concezione rinunciataria. Applicata a categorie
diverse dalla musica, per esempio al fenomeno sociale, una posizione
"antiestetica" potrebbe produrre, non l'assurdità, ma l'antisociale.
Il riflesso antisociale di una tale posizione è così evidente per me
che, a questo punto, si è maturi per società di tipo fascista che ti
lasciano un angolo per giocare. E', a mi avviso, un voler assumere volontariamente
la parte del buffone del re. E' una posizione molto pericolosa, anche
dal punto di vista politico, perché una certa società ti lascia il privilegio
di essere il buffone del re a costo che tu accetti questa posizione
e non ne esca. Ora, per conto mio, c'è uno stato d'animo veramente repellente,
e totalmente abbietto, nel voler essere il buffone del re, il buffone
di una società, e nel dare a questa società un pretesto per essere una
società chiusa ed a tendenza fascistoide. C. D.: E' probabilmente per
questo, d'altronde, che Cage non ha mai potuto apparire come progressista,
anche se egli provi per questo una certa nostalgia..." P. Boulez,
"Per volontà e per caso", Einaudi 1977, p.88/89.
85. W. Benjamin, "L'opera d'arte nell'epoca della
sua riproducibilità tecnica", Einaudi 1966, p. 46.
86. Oggi si possono ottenere riproduzioni perfette
in grandezza naturale, che ognuno potrebbe conservare in una pittoteca
(come nella biblioteca, discoteca, cineteca ecc.) e usare a piacere,
solo che il potere lo permettesse, superando la mistificazione del feticcio
di autenticità dell'originale (v. critica a Benjamin e al suo concetto
di riproducibilità, p...). Vale la pena di citare Alessandro Baricco
(in La Repubblica, 27/5/95), in occasione della visita al Cenacolo di
Leonardo appena restaurato: "Ho parlato con la signora, squisitamente
gentile, che ha diretto i lavori di restauro. Quando abbandonava la
spiegazione tecnica e si lasciava andare a qualche annotazione di pura
meraviglia, guarda caso era sempre per citare particolari, che poi mi
spiegava, "da qui purtroppo non si vedono": certi riflessi
nei piatti, i lineamenti di un volto, le luci su una mano, il movimento
fermato nelle pieghe di un mantello...("Si possono vedere molto
bene poi nelle foto, nel libro che è stato fatto", aggiungeva la
signora, entrando in un cortocircuito geniale, veramente postmoderno:
anni di lavoro per recuperare la bellezza di un originale che però poi
è possibile apprezzare, e percepire, solo nella copia fotografica....)".
E' ovvio: i quadri grandi non si possono guardare solo interi da lontano,
anzi si devono anzitutto guardare da vicino come li vedeva l'autore
facendoli. Ogni quadro grande è una narrazione di innumerevoli "particolari"
(pagine di libro, brani musicali ecc.). Non c'è niente di postmoderno
in ciò, nè è inautentica e postmoderna una perfetta riproduzione in
grandezza naturale. Anni fa si è tentato di produrre riproduzioni in
grandezza naturale (opere e particolari di opere "visti" come
sono visti dall'occhio dell'autore), per permettere una ricezione della
artisticità di infinite opere, ma l'operazione è stata stroncata dal
mercato, dai galleristi e dai musei, che sul feticcio della presunta
autenticità dell'originale, che è solo un valore economico, campano.
L’iniziativa si chiamava “Festoman” (da manifesto), e per lanciarla
alcuni autori bruciarono i loro originali in una piazza del Quartiere
Latino a Parigi.
87. “Sulla moda attuale delle esposizioni di pittura
leggo in un’opera dello storico dell’arte Edgar Wind: ‘Quando così grandi
esposizioni di artisti incompatibili sono ricevute con altrettanto interesse
e apprezzamento, è chiaro che coloro che le visitano hanno acquisito
una forte immunità. E’ per aver perduto il suo mordente che l’arte è
tanto bene accetta [da] un pubblico il cui appetito incessantemente
crescente non ha eguali che nell’atrofia progressiva degli organi ricettivi’.
Alcuni argomenti riferiti alla musica, sostenuti da Wagner alla vigilia
della sua morte e trascritti da Cosima, andavano già nella stessa direzione:
‘Ieri, sentendo parlare della popolarità del Manfred di Schumann, a
Monaco, egli dice: essi provano lo stesso identico sentimento che nell’ascolto
del Tristano, un certo stordimento della sensibilità, poiché non v’è
traccia di giudizio artistico.’
Al contrario, l’ascoltatore del XVIII secolo, entusiasmato dall’audacia
di una modulazione in tre note per passare da un tono al tono relativo,
si sentiva complice del compositore. La competenza musicale era allora
alla moda, come attestano il numero, l’estensione e la ricchezza degli
articoli che si riportano nell’Encyclopédie. Il pubblico colto conosceva
gli scritti di Rameau, di D’Alembert, di Jean-Jacques Rousseau. Una
teoria musicale in piena rivoluzione godeva nell’opinione pubblica,
allo stesso modo del sistema di Newton (dei legami esistevano tra i
due), di un favore paragonabile a quello con il quale si spiega il successo
commerciale dei libri divulgativi sull’astrofisica e la cosmologia.
Esiste, comunque, una differenza: noi leggiamo le opere di divulgazione
scientifica da consumatori, mentre i frequentatori assidui dei salotti
in cui si suonava della musica (e molti di loro suonavano di persona)
giudicavano più o meno da esperti. Tra l’ascoltatore e il compositore,
la separazione non era così netta come è divenuta oggi.” C. Lévi-Strauss,
“Guardare, ascoltare, leggere”, Il Saggiatore EST, 1997, p. 40.
“Intorno alla metà del secolo XVII, appare nella società europea la
figura dell’uomo di gusto, cioè dell’uomo che è fornito di una particolare
facoltà, quasi di un sesto senso- come si cominciò allora a dire- che
gli permette di cogliere il point de perfection che è caratteristico
di ogni opera d’arte”. G. Agamben, “L’uomo senza contenuto”, Quodlibet
1994, p. 25.
In verità queste persone, con il bisogno conscio di artisticità (vedi
“TempoFermo” n.1, p. 11 e seg.) ci sono sempre state, se no l’arte non
sarebbe mai esistita. Semplicemente con l’avvento della borghesia (sec.
XVII e XVIII...) si sono moltiplicate e istituzionalizzate nelle mode.
88. W. Benjamin, ibidem, p.44.
89. W. Benjamin, ibidem, p.46.
90. W. Benjamin, ibidem, p.44.
91. G. Vattimo, in Alfabeta n. 38/39, 1982, p. 4.
92. A. Berardinelli, "La cultura del novecento",
Mondadori 1981, p.425: "Nessun museo è più desolato e agghiacciante
del museo dell'avanguardia. Perché in esso è visibile l'opera di demolizione
e di sradicamento messa in atto da chi ha creduto di avere in pugno
il senso della storia e la direzione del futuro".
|